13 aprile 2016

 

Referendum anti-trivelle: solo col “Sì” niente più scandalosi regali ai petrolieri, e coste più protette.

L’OGGETTO VERO DEL REFERENDUM. Gli Italiani si apprestano a votare il 17 aprile un referendum popolare nazionale indetto per la prima volta in Italia dagli Enti locali (nove Regioni costiere), già falcidiato dalla Cassazione, e di cui sono rimasti in vita solo due quesiti. Questi non sono "Petrolio Sì o No", né "Nuove trivelle Sì o No". Ma il Sì del Referendum è contro l’esenzione dal limite delle 12 miglia per le già esistenti piattaforme marine ("offshore") che fanno estrazioni di idrocarburi (oggi ben 48 concessioni su 69, dice l’ENI, sono all’interno delle 12 miglia, cioè sotto costa, quindi con potenziali rischi all'ambiente e al paesaggio); e contro la proroga delle attuali concessioni senza alcuna data limite, fino all’esaurimento dei giacimenti sottomarini, a insindacabile giudizio dei concessionari stessi. Il che vorrebbe dire, visto che ora stanno estraendo poco (estrarre non conviene quando il prezzo degli idrocarburi è basso), far durare le concessioni, oltretutto quasi gratuite, con le relative deturpanti piattaforme in mare, ancora per chissà quanti anni, forse decenni, continuando nel frattempo a invadere gli specchi d’acqua e il panorama marino, a offendere il Paesaggio, a inquinare il mare. Per evitare tutto questo, cioè che le attuali concessioni possano operare anche entro le 12 miglia e possano essere rinnovate all'infinito a discrezione delle ditte, c’è un solo modo: votare “Sì”.

MOTIVI OSCURI, TESTI POCO CHIARI, INFORMAZIONE SCARSA. In realtà dell’intera questione gli Italiani sanno poco o nulla, oppure hanno un’idea confusa, distorta, falsificata o parziale. Come mai? C’è la tradizionale ostilità dei politici italiani all’istituto del referendum, comprensibile in uno Stato liberale fondato sul Parlamentarismo e la democrazia rappresentativa. E questo è giusto e sano. Invece non è giusto ricorrere al mezzuccio – caro ai Borbone o al Papa Re – di mantenere nell’ignoranza i cittadini per condizionarli (p.es. con un’informazione carente o distorta in televisione): è cosa per niente liberale. Fatto sta che questo è di per sé un referendum equivoco, poco chiaro non solo nelle complicate clausole concessorie e industriali, ma perfino nei suoi aspetti ecologici; insomma poco incisivo.
      Un referendum equivoco in sé, perché il testo della legge da abrogare è stato scritto malissimo, e – diciamolo – non per garantire le numerose libertà dei cittadini in materia (ambiente pulito, salute, concorrenza economica ecc.), ma solo per fare favori ai petrolieri, anzi ai “petro-gasieri” (perché, in cambio di che cosa?), tanto da non rendere evidenti ma discutibili le conseguenze stesse dell’abrogazione di alcune parole (oggetto, appunto, del referendum). Dopodiché, la confusione in materia tra tesi contrapposte, parziali o mistificatorie di propagandisti, lobbisti, giornalisti, economisti, tecnici e cittadini profani è il logico corollario della scarsa chiarezza normativa, ecologica ed economica sulla questione. Perciò, non c’è da meravigliarsi se i quesiti del referendum sono stati propagandati in modo settario e fazioso da tutti: fautori del Sì, del No e dell’astensione.

IL “NO” NASCOSTO NELL’ASTENSIONE. Quest’ultima, poi, è un’altra forma di No, giuridicamente del tutto legittima in quanto implicitamente prevista dai nostri grandi Padri Costituenti, ma – diciamolo – la più scorretta dal punto di vista dell’etica civica (come ha voluto dire il presidente della Corte Costituzionale, Parolo Grossi), anche perché - aggiungiamo noi - i fautori del No che opportunisticamente non si recano a votare traggono un vantaggio indebito dalla regola del quorum (il richiesto limite minimo di votanti: metà degli elettori più uno) e nel computo finale s’ingrandiscono oltre i propri meriti, confondendo il loro voto col più vasto numero di cittadini passivi, pigri, stanchi o nemici della Politica, che non vanno mai a votare (e in Italia sono almeno il 40% degli elettori), trovandosi così paradossalmente ad aver manifestato comunque un “voto”, anzi a essere determinanti senza aver fatto nulla. Sarà lecito, ma non è giusto politicamente né civicamente. Per questi motivi il quorum, a nostro parere, deve essere abolito, specialmente oggi quando sempre meno cittadini si recano a votare, accampando i più diversi motivi, l’ultimo dei quali è l’opposizione al quesito referendario. Di questo passo, visto che ormai pochi si recano a votare – qualunque sia l’elezione – nessun referendum potrà mai più esser valido. Dovrebbe bastare, come in Svizzera o negli Stati Uniti che il Sì riporti anche un solo voto in più del No, o viceversa.

REGIONI CONTRO STATO. Per di più il referendum è stato indetto con la scusa dell’ecologia, ma in realtà soprattutto per motivi politici e amministrativi. Va letto come un tentativo di rivincita anti-storica, una rivolta delle Regioni – sbagliata, sbagliatissima – contro lo Stato, per riavere competenze esclusive, come l’ambiente, che gli vengono sottratte, e conquistare magari competenze su energia e altro ancora. L’unico vantaggio del No, anzi, sarebbe proprio questo: una sacrosanta e ben meritata batosta per le Regioni richiedenti, che hanno rialzato la cresta contro lo Stato e vorrebbero riavere tutti i loro vecchi privilegi con cui hanno male amministrato e dilapidato ricchezza, e che insieme con tante altre locali “incompetenze” esclusive hanno causato all’Italia molti danni economici, tanto clientelismo mafioso e tanta corruzione. Infatti, proprio per dare una lezione alle Regioni, solo per questo, c’è chi ha deciso di votare No: scelta rispettabile, se il problema fosse solo questo. Ma non possiamo fare come il marito sciocco che per punire la moglie decide di evirarsi. Lo specifico energetico-ambientale, anche se in questo referendum non sembra prevalente rispetto ai favori sfacciati ai “petrolieri”, ha pur sempre la sua importanza per noi ecologisti, e deve giustamente prevalere nella valutazione prima del voto, indipendentemente da chi lo ha proposto.

SBAGLIATO NON VOTARE. Allora non dovremmo andare a votare? E no, perché così otterremmo l’effetto paradosso di far vincere abusivamente delle due tesi, quella peggiore: il No. Perché sarebbe la scelta peggiore? Perché vanificherebbe i vantaggi notevoli apportati da una vittoria del Sì.

I RISULTATI DELLA VITTORIA DEL SI’. 
      1. Concorrenza. Con il Sì, almeno, saremo soddisfatti di vedere imposto a tutti, non solo alle nuove concessioni, ma anche a quelle già operanti, il limite delle 12 miglia marine per le piattaforme. Oggi, invece, la legge prevede un’eccezione al divieto a favore delle vecchie concessioni, operando una discriminazione amministrativa contro i nuovi concessionari a favore dei vecchi: una diseguaglianza nella concorrenza che riteniamo non solo illiberale, ma forse anche illegale.
      2. Ambiente. Non vuol dire che le estrazioni entro le 12 miglia cesseranno subito, ma entro un arco di alcuni anni, e perfino potranno esserci nuove proroghe, ma precedute da nuove valutazioni di impatto ambientale (come fa notare in un articolo, con altri particolari interessanti, l'ex giudice Gianfranco Amendola). Quel che è certo, è che l’allontanamento, permetterà di ridurre i rischi di inquinamento e paesaggistici, di controllare meglio e prevenire eventuali danni ambientali causati dagli apparati di estrazione, che se più vicini alle coste, intensamente abitate e interessate anche al turismo e alla pesca, potrebbero avere conseguenze più nefaste.
      3. Libertà della politica tariffaria e maggiori introiti per lo Stato. La collettività, e per essa lo Stato, avrebbe il vantaggio sicuro di riappropriarsi della libertà contrattuale, cioè di non privarsi in futuro dell’arma della gestione intelligente dei rinnovi di concessione dell'estrazioni di idrocarburi – quando sarà il momento opportuno – in cambio di congrue royalties, a seconda dei prezzi di mercato.
      4. Cessazione del rinnovo automatico sine die. Darebbe lo stimolo alle società concessionarie spingendole a estrarre tutto il petrolio o gas possibile fino alla scadenza della concessione. Ma aumentando le estrazioni oltre la soglia massima della franchigia esente da royalties, dovrebbero finalmente pagare le royalties che oggi non pagano allo Stato (v. oltre).
      Nessun altro scopo o conseguenza è previsto. Il Sì al Referendum non vuol dire eliminazione di piattaforme, né licenziamento di operai e tecnici. Vuol dire solo ridurre in modo notevole i danni ambientali ed economici per lo Stato. Neanche un danno per l'energia del Paese si verifica. Infatti lo Stato italiano - a differenza di altri Stati - con la concessione cede la proprietà del petrolio o gas estratto ai concessionari privati - spesso società straniere - che ne possono fare quello che vogliono, e spesso lo esportano. Quindi, non è vero che tutto il gas e il petrolio estratto resta in Italia. Altre conseguenze e altri aspetti del problema sono descritti in modo molto chiaro in un articolo di Quale Energia

SCANDALOSI AIUTI DI STATO AI PETROLIERI: TARIFFE BASSISSIME O NULLE. Questo è lo scandalo maggiore dell’intera faccenda. Le royalties, calcolate in percentuali del valore di mercato del prodotto estratto, sono quote che le ditte concessionarie pagano in cambio del diritto di sfruttamento al concedente, il proprietario del suolo o dell’area marina (lo Stato, cioè idealmente tutti noi cittadini pro quota). Ma a parte che chi tiene il conto degli idrocarburi realmente estratti ogni anno, in tonnellate o metri cubici, sono le stesse aziende concessionarie, e quindi il concedente Stato deve fidarsi, queste royalties che all’estero non sono quasi mai inferiori al 30%, in Italia sono bassissime, un vero regalo ai petrolieri: 7% per l’estrazione di gas e petrolio a terra, 4% per l’estrazione di petrolio in mare. A queste royalties ridicole per fortuna si aggiunge un 3% per il fondo per la riduzione del prezzo dei prodotti petroliferi, se la risorsa è estratta sulla terraferma, o per la sicurezza e l’ambiente se estratti in mare (come si legge sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico). Da tutte le royalties pagate dalle aziende che operano in Italia, lo Stato ricavo la miseria di 300 milioni circa all'anno.

Restrizioni ambientali molto più severe impongono gli altri Paesi d'Europa, come riferisce un articolo del Fatto. La Norvegia p.es., pur avendo il clima che ha, coste rocciose e quasi disabitate, impone alle piattaforme una distanza di almeno 50 chilometri dalla costa, altro che meno di 12 miglia come fa l'Italia che pure ha coste abitatissime e piene di bagnanti! Mediamente più alte le royalties negli altri Paesi rispetto all'Italia. La tassazione totale in Norvegia arriva in media al 78%, secondo uno studio di Nomisma-Energia, utile per chi vuole approfondire tutta la materia (ci sono molte tabelle). E' consultabile in originale qui.
      Intanto, data la gravità del prolungato danno erariale, il leader dei Verdi, Angelo Bonelli ha inviato un esposto alla Corte dei Conti in cui calcola in circa 800 milioni di euro il regalo che il Governo fa ai petrolieri. Del resto, il rifiuto immotivato (anzi, falsamente motivato con un divieto di legge) di Renzi di accorpare il Referendum alle Elezioni amministrative (election day) è costato ai cittadini italiani circa 300 milioni di euro.
      Ma, ripetiamo, più grave ancora delle spese ottuse per impedire l'election day e limitare l'afflusso alle urne dei cittadini, è il regalo enorme che il Governo, impegnando lo Stato italiano, fa ogni anno, ai già ricchissimi petrolieri, che già godono di sovrapprofitti fuori mercato dovuti ad accordi di cartello già in passato sotto la lente del Garante per la Concorrenza, alla lentezza estrema con cui adeguano il prezzo al pubblico della benzina rispetto ai costi decrescenti del petrolio greggio (e all’improvvisa rapidità quando avviene i costi salgono), in un ben noto meccanismo perverso e vischioso che è sempre a favore del produttore e mai del cittadino acquirente. Altro insulto all’uguaglianza liberale, cioè dialettica, delle posizioni di domanda (cittadini acquirenti) e offerta (cittadini produttori-venditori) di cui scriveva spesso il grande Einaudi.
      Ma non è finita: il grave deve ancora venire. Infatti, queste percentuali di royalties già così scandalosamente basse, sono irragionevolmente azzerate da una soglia minima o franchigia, come riporta il sito del Ministero. Le società concessionarie, infatti, evidentemente viste dai politicanti che fanno le leggi e dai funzionari dello Stato poco meno che come “eroi” o “santi francescani”, i soli a lavorare in Italia, anzi gli unici che si sacrificano per il Bene di tutti e si addossano inenarrabili sacrifici al posto di una viziata e fannullona collettività, e che quindi occorre premiare, non pagano nulla allo Stato italiano fino alla bellezza di 50.000 tonnellate di petrolio estratto o 80 milioni di metri cubici di gas naturale in mare ogni anno (20.000 ton o 25 milioni di mc a terra). In totale lo Stato regala ogni anno alle aziende oltre 3 milioni di tonnellate di petrolio (e regali analoghi per il gas).
      E poiché l’interesse dei titolari delle concessioni è quello di pagare meno royalty possibile, la proroga della durata delle concessioni fino all’esaurimento dei giacimenti graziosamente concessa dal Governo ai poveri “petro-gasieri” equivale a dire loro: «estraete meno che potete e non versate nemmeno un euro di royalty, tanto avete tutto il tempo che volete per sfruttare il giacimento», come giustamente fa notare il sito economico Cetri-tires.
      Capito il regalo? Ecco il motivo del grande interesse dei “petro-gasieri” e del Governo “amico” al rinnovo senza limiti di tempo, ad libitum, delle concessioni, per di più quasi gratuito. Ora la domanda vera che deve porsi il cittadino, tanto più se liberale e-o ecologista, è: come mai questa liberalità inusuale all’estero nei Paesi avanzati? Che cosa c’è dietro? E in cambio di che cosa?

RISCHIO PROCEDURA D’INFRAZIONE DA PARTE DELL’EUROPA. L'evidente "aiuto di Stato" ad alcune imprese, cosa vietatissima in qualunque Stato liberale, dovrebbe riempire di sdegno i tanti sedicenti liberali presenti nei diversi partiti. Che invece tacciono, dimostrandosi così, ancora una volta, solo dei conservatori legati ai monopolisti e agli aiuti di Stato al di fuori della concorrenza. «Le concessioni a vita, cioè fino a esaurimento dei giacimenti, per l'estrazione di idrocarburi previste dalla norma che domenica sarà oggetto del referendum, non risultano in linea con le norme comunitarie sulla concorrenza», hanno dichiarato in un comunicato Riccardo Magi e Valerio Federico, rispettivamente segretario e tesoriere dei Radicali Italiani. «Se dunque la legge non verrà abrogata dall'esito referendario l'Italia rischierà una procedura d'infrazione. Per questo, dopo aver sollevato pubblicamente il tema, abbiamo preparato una denuncia alla Commissione europea mettendo in evidenza gli aspetti della legge in conflitto con gli obblighi derivanti dalla direttiva 94/22/CE, la quale impedisce a uno Stato membro di adottare una normativa interna che preveda l'affidamento di concessioni e autorizzazioni senza l'esplicita indicazione di un termine di durata della autorizzazione, pur lasciando aperta la possibilità della proroga della stessa autorizzazione nel caso sussistano i presupposti». 

SE VINCONO I NO? Questa inquietante zona d’ombra, questa distorsione del mercato e della concorrenza, quest’uso spregiudicalo e di favore della politica delle tariffe agli “amici” e agli “amici degli amici”, queste anomalie gravi che danneggiano sia la libertà d’intrapresa, sia l’economia stessa e l’ambiente, resteranno tali, anzi faranno più danni di prima, se vincono i No e l’astensionismo col rinnovo automatico delle concessioni fino alle calende greche.

MISTIFICAZIONI E BUGIE. Per il resto ci sono molte idee sbagliate e mistificazioni. Non è un referendum che in caso di vittoria del Sì “metterebbe in ginocchio” la produzione e quindi i consumi energetici in Italia. Perché il referendum interesserà in modo diretto solo 17 concessioni da cui si estrae appena il 2,1 % dei consumi nazionali di gas e lo 0,8 % dei consumi nazionali di petrolio gas (Cetri-Tires cit.). Quindi, ammesso anche, e non concesso, che dovessero venire a mancare da un giorno all’altro, come sostengono i signori del No per propaganda (ma non è così), non succederebbe nulla di grave e il leggero calo di estrazioni sarebbe perfettamente compatibile con i normali alti e bassi dei consumi energetici, magari favorendo un minimo di risparmio energetico e di comportamenti virtuosi (Cetri-Tires)
      Poi questo referendum non è un “referendum sul petrolio”, come pure ci piacerebbe (e come vanno dicendo per illudere i cittadini ignoranti alcuni propagandisti del Sì). L’ENI, ente italiano interessato alle estrazioni, ha diffuso dati secondo cui la produzione marina (il totale estratto offshore) sarebbe per il 93% di gas naturale liquido e solo per il 7% di petrolio. Ma allora, se questi dati sono veri, perché i fautori del No fanno balenare in caso di vittoria del Sì un maggior traffico di petroliere, travasi e rischi di maggiore inquinamento? Che c’entra il petrolio, se loro stessi dicono che si tratta quasi solo di gas naturale? Dove stanno le bugie, nei dati statistici aggregati o nella minaccia dell’andirivieni di petroliere? Insomma, propaganda basata su esagerazioni oppure dati addomesticati?
      E nonostante il negativo impatto ambientale e paesaggistico, e gli indiscutibili danni all’ecosistema marino delle piattaforme in sé e dell’attività estrattiva, non c’è dubbio che il gas naturale sia oggi considerato una delle fonti di energia più pulite, che non inquina né l’acqua né il suolo, non provoca nella fase di combustione polveri sottili PM 10 o PM2,5, ma soltanto minime quantità di anidride carbonica CO2, ossidi di azoto Nox e trascurabili quantità di anidride solforosa SO2
      Lasciare dove e come stanno le piattaforme, senza minimamente toccarle almeno con tariffe adeguate, non è affatto una “grande possibilità” energetica per l’Italia, come dice la propaganda dei petrolieri. Anzi, con il basso prezzo del petrolio, la scarsa qualità di quello italiano, le esigue rendite per lo Stato, e gli altissimi costi paesaggistici e ambientali delle piattaforme, estrarre non conviene più, almeno in questi anni.

FRANCIA E CROAZIA SMETTONO. Va bene, «ma se non estraiamo noi, lo faranno gli altri, per esempio nell’Adriatico la dirimpettaia Croazia, o nel Tirreno e un po’ ovunque nel Mediterraneo la Francia, sost. Ed essendo i depositi sottomarini in comune, l'Italia rinuncerebbe ottusamente a una ricchezza certa in favore degli altri Stati: si può essere più autolesionisti?». Questa la principale argomentazione dei fautori del No al referendum. Qualcuno si è anche preoccupato di pubblicare una mappa con l’Adriatico disseminato di piattaforme croate. Insomma, dovremmo estrarre anche se non conviene a nessuno – imprenditori concessionari, Stato, cittadini – solo per sottrarre idrocarburi e quote di mercato ai concorrenti stranieri.
      E invece, no, non è vero niente. I siti che appaiono sulla mappa dell’Adriatico croato non sono funzionanti. L’americana Marathon Oil e la OMV, dopo aver ottenuto nel gennaio 2015 la maggior parte delle concessioni, hanno rinunciato nell’estate. Ma poiché l’opinione pubblica in Croazia, e non solo sulla costa, è contraria, e ci sono state manifestazioni di protesta nella popolazione, in ottobre il Governo croato ha sospeso la firma degli altri accordi, per riparlarne dopo le elezioni. Il nuovo Capo di Governo, Orešković, fin dal discorso inaugurale ha annunciato una moratoria alle concessioni petrolifere marine, che perciò non sono state ancora sottoscritte e sono sospese a tempo indeterminato, come riporta il sito Gli Stati Generali, che pubblica anche la mappa contestata..
      Anche la Francia si è sfilata in modo ancor più aperto e deciso dalle inutili, antieconomiche e pericolose trivellazioni nel Mediterraneo. La ministra per l’ambiente, Royale, ha deciso una “moratoria immediata” sui permessi di ricerca degli idrocarburi che prelude all’abbandono delle ricerche di combustibili fossili dal terreno o dal mare. Anzi, riporta in un articolo La Stampa, farà di più: chiederà «l’estensione di questa moratoria all’insieme del Mediterraneo, nel quadro della convenzione di Barcellona sulla protezione dell’ambiente marino e del litorale mediterraneo». Quindi, altro che Italia: tutta l’Europa sarà chiamata a sospendere le trivellazioni. E sostegno migliore alle ragioni del Sì non si poteva avere, superando le beghe provinciali dei politicanti italiani.

CLUB ECOLOGISTI ED ESPERTI. Dal canto loro, la totalità degli ecologisti italiani e quasi tutte le associazioni del settore, dal WWF a Legambiente, compresa la moderata FAI, hanno invitato a votare Sì. Anche gran parte dei Radicali d’impronta liberal-ecologista, seguendo le analisi, sottili e non banali, dell’esperto Michele Governatori, è per un Sì “critico” e con riserve (quelle che abbiamo riferito sopra), ma pur sempre un Sì. Perché dire di sì a questo referendum nato male, gestito male e fatto conoscere poco e male, è pur sempre il “male minore”, rispetto al “No” o all’astensione, per i quali tutto resterà come prima. Bisogna accontentarsi.
      Anche gli uomini di scienza si sono mobilitati. Cinquanta professori e scienziati italiani hanno redatto e sottoscritto un appello motivato per il Sì al referendum, con tutte le ragioni del voto: energetiche, economiche, occupazionali, ambientali, etiche e culturali.

LE DIECI DOMANDE IRONICHE D’UN LIBERALE. Una sintesi efficace e implacabile delle ragioni del Sì, sotto forma di questionario ironico, è quella del liberale Vittorio Vivona su Facebook:
«Al Referendum io non mi asterrò e voterò Sì, essenzialmente per le ragioni che qui espongo sotto forma di domanda.
1. Cosa ci fa questa norma mimetizzata tra i 999 commi dell'art.1 della legge di stabilità?
2. Che c'azzecca con la legge di stabilità (attenzione, non il "milleproroghe") ?
3. Da quando una concessione ha come termine il venir meno dell'utilità per il privato?
4. Perchè allora non "prorogare" le concessioni balneari finchè il mare non si è mangiato la spiaggia ?
5. Perchè continuare a chiamarla concessione e non usufrutto vitalizio ?
6. Perchè le royalties al 10% (quelle ufficiali) sono le più basse al mondo (dal 25% della Guinea allo 80% della Norvegia?
7. Perchè nella concessione non sono indicate latitudine e longitudine, ma la concessione è "unica" e valevole per più trivellazioni?
8. Perchè al di sotto delle 50 mila tonnellate scatta la franchigia e le società non pagano nulla, ma rivendono petrolio e gas al prezzo pieno di mercato?
9. Costa di più smantellare le piattaforme o farle funzionare in eterno estraendo sotto la soglia della franchigia?
10. Perchè il PD che ha confezionato e votato la norma oggetto del referendum, non ha il coraggio di sostenerla pubblicamente? Personalmente, anche senza ricorrere ai profili di tutela ambientale (peraltro da me pienamente condivisi) ce ne è abbastanza per convincersi che la norma oggetto del referendum altro non è che un "grazie" alle compagnie petrolifere. Il pasticcio è stato fatto ed è stato scoperto; sostenere il No al referendum significa dichiarasi apertamente collusi con quanti traggono un cospicuo vantaggio da una simile porcata. Idem per l'astensione (peraltro legittima, ma non è questo il problema) ».

AGGIORNATO IL 20 APRILE 2016

14 maggio 2015

 

Foreste distrutte per la palma? Ma anche per olivo, vite, agrumi, mais. E soia e girasole fanno peggio.


Palma da olio con frutti maturi Le foreste primarie di Malesia, Indonesia, Sumatra e Borneo, senza contare le altre in Africa e Sud America, si stanno riducendo sempre di più, e ormai animali preziosi per l’ecosistema come l’orango e la tigre non trovano più il loro ambiente ideale e stanno scomparendo. Un disastro.
      Senonché, una lobby occidentale, di cui fanno parte anche Greenpeace e Wwf (in Italia la campagna è stata ripresa anche dalla testata per consumatori Il Fatto Alimentare), ha accusato di questo scempio ambientale non i Governi o i popoli dell’Asia sud-orientale, come avrebbe dovuto, ma curiosamente i produttori dell’olio di palma e, indirettamente, l'olio stesso. Con la diffusione delle coltivazioni intensive di palma da olio, una pianta molto fruttifera e redditizia, autorità locali e piccoli produttori verrebbero attratti – questa l’accusa – da facili guadagni e immolerebbero sull’altare del profitto gli ultimi lembi di Natura vergine.
      Per raggiungere lo scopo, art director e copy writer della campagna di disinformazione hanno deciso – e mal gliene incolse – di attaccare rozzamente lo stesso olio di palma in quanto tale, cioè come alimento, condimento e ingrediente di migliaia di prodotti alimentari industriali e artigianali, definendolo di volta in volta in un crescendo parossistico “dannoso al cuore”, “cancerogeno”, “tossico”, diabetogeno”, insomma “veleno mortale”.  Hanno perfino inventato vari marchi pubblicitari con cui intendono catturare l’ingenuo, credulone, influenzabile e consumista popolo giovanile, pubblico ideale per i persuasori occulti delle lobbies e della pubblicità internazionale, perché non ha il minimo senso critico, ama poco la scienza e “se le beve tutte”. Ecco, quindi slogan come “No Palm Oil” o “Palm Oil Free”, dove quel free è l’unica cosa libera che riescono a concepire.
      Naturalmente non è vero niente di queste “colpe” nutrizionali. Gli ideatori, i mandanti e gli esecutori materiali della campagna allarmistica (loro la chiamano “di sensibilizzazione”), forse conoscono un pochino botanica e zoologia, ma sono del tutto ignoranti in scienza della nutrizione e biochimica degli alimenti (oppure i loro consulenti scientifici sono delle schiappe), fatto sta che ci è stato facile smontare con un articolo monografico tutte le sciocchezze di cui l’olio di palma, in tutte le sue versioni, era accusato.
      Come ampiamente dimostrato scientificamente, è un grasso come gli altri da noi comunemente usati nella nostra lunga Storia, innocuo se consumato con la prudenza e parsimonia che sempre bisogna avere con tutti i grassi (questi, sì, in toto a rischio se eccessivi o inseriti in diete sbagliate), un olio neutro – a essere severi – dal punto di vista dei parametri lipidici e della salute, anzi in certi casi perfino protettivo (p.es. come olio di palma vergine o red palm oil).
      Ciò detto, la vera motivazione della campagna mondiale anti-palma dovrebbe essere ambientale, mentre in realtà è politica ed economica (lotta tra monopoli concorrenti). E’ vero che la dissennata deforestazione, per star dietro al folle consumismo alimentare del junk food (o cibo spazzatura: merendine, patatine, biscotti, dolci industriali ecc.) e impiantare sempre nuove coltivazioni di palma da olio, sta distruggendo l’ambiente originario e le foreste pluviali dell’Asia, evidentemente più amate dagli Occidentali che dagli Orientali, tanto che l’orango del Borneo e la tigre di Sumatra sono in via di sparizione.
      Ma non è a causa dell’olio di palma. Anzi, il palmeto intensivo è un male minore. Se al posto delle palme da olio in Indonesia e Malesia ci fossero piantagioni di semi di piccole oleaginose, la quota di foresta vergine distrutta sarebbe stata molto maggiore (da 6 a 10 volte). Allora, sì, davvero ci sarebbe stato il disastro ambientale più irreparabile. Infatti, il palmeto ha un’altissima produttività: da un ettaro di palme si ottiene molto più olio che dalle altre oleaginose. Per ottenere 1 tonn di olio la palma distrugge foresta 4 o 5 volte meno dell’olivo, 6 volte meno della colza, 7 o 8 volte meno del girasole, quasi 10 volte meno della soia (v. tabella). Il consumo di suolo, quindi è molto minore con il palmeto, al contrario di quanto va dicendo la campagna di disinformazione.
      Sul piano ambientale le piantagioni di palma non soltanto non sono il peggio, ma anzi si dimostrano, cifre alla mano, il meno peggio in assoluto tra le oleaginose. Se infatti le sostituiamo con le altre coltivazioni da olio ci accorgiamo che queste sono ancora meno eco-compatibili, cioè divorano più territorio, inquinano di più e sprecano più energia, come ha dimostrato uno studio-confronto tra coltivazioni di palma e cocco (Malesia), semi di rapa o colza (Germania), soia (Brasile), girasole (Francia), olivo (Spagna). I sei parametri con cui è stata valutata la produzione dei vari oli sono: 1. Energia, 2. Riscaldamento globale. 3. Acifidicazione, 4. Eutrofizzazione, 5. Smog fotochimico. 6. Uso del territorio.
Environmental profile of plant oils (Dumelin 2009)Dalla tabella sui “costi energetici e ambientali si vede chiaramente che gli oli di girasole e di oliva, seguiti dall’olio di colza, hanno i maggiori costi ambientali, mentre cocco e palma hanno i costi ambientali più bassi.

Più in particolare, l’olio di girasole (SF nella tabella) ha un alto impatto ambientale perché è ottenuto da raccolti più bassi per ettaro, il che significa più fertilizzanti e pesticidi per tonnellata di olio prodotto. Anche l’olio di semi di rapa, colza o ravizzone (RP) ha un alto impatto ambientale, nonostante una più alta resa, perché è quello che richiede più concimi e pesticidi. L’olio di oliva (OV) ha il più alto impatto ambientale tra le piante perenni, perché richiede più fertilizzanti e pesticidi, e anche più mezzi meccanici. Invece, l’olio di cocco (CN) ha un impatto ambientale molto basso perché richiede scarsissimi livelli di pesticidi, e la maggior parte delle operazioni agricole devono essere compiute a mano, quindi senza carburante. Anche l’olio di palma (PO) ha un basso impatto, soprattutto a causa dell’abbondante resa in tonnellate per ettaro. BO è curiosamente olio di soia (soy Beans Oil).
      Ma nella voce “energia” richiesta dalla pianta entrano numerosissimi fattori, anche molto costosi, come si vede nell’articolo, dai concimi e pesticidi all’acqua delle irrigazioni, dal carburante dei mezzi meccanici alla raccolta e all’estrazione dell’olio, dalle sostanze chimiche e solventi, al trasporto ecc.
      I gas acidificanti sono quelli emessi nell’atmosfera, come quelli a base di ammonio, ossidi di azoto e di zolfo (NH3, NO2, SO3 ecc). L’eutrofizzazione è il versamento di sostanze nutrienti (per lo più fertilizzanti) nelle acque, come fossi, ruscelli, fiumi, laghi, mare, con possibilità di crescita di alghe e altri organismo che sottraggono ossigeno e rendono le acque inadatte a usi alimentari e alla vita degli animali. L’impatto sul riscaldamento globale è valutato sul consumo di anidride carbonica e metano per i combustibili bruciati, ma anche di ossido nitrico. Il potenziale smog fotochimico è dovuto all’emissione di VOC composti organici volatili che reagendo con ossidi di azoto e raggi ultravioletti solari possono produrre ozono a livello terreno (p.es. il gas esano, tradizionale solvente usato negli oli di semi raffinati). Il consumo di territorio è evidente, ma soprattutto nelle colture poco redditizie, che hanno bisogno di maggiore estensione, mentre quelle più redditizie a parità di produzione consumano molto meno terreno. Si noti, infine, che nella tabella PK è l’olio di palmisti, il nocciolo o seme della drupa della palma (Dumelin 2009).
      Ad ogni modo le pressioni dell’opinione pubblica internazionale, informata o disinformata che sia, sono riuscite a imporre ad alcuni Stati produttori di olio di palma (ma perché non ai produttori di girasole e colza, che incidono molto di più sull’ecosistema?) una Tavola Rotonda da cui è scaturita la spinta a un “olio di palma sostenibile”, ottenuto cioè secondo stretti parametri di rispetto per il territorio e l’ecologia. I terreni, certificati col marchio CSPO (Certified Sustainable Palm Oil) o anche RSPO (Roundtable SPO), assommano ormai a ben 2,53 milioni di ettari, così suddivisi: Indonesia 50%, Malesia 41%, Papua Nuova Guinea 5,6%, Altri Paesi 4,2%.
      Le colture di oleaginose più efficienti nel dare olio (tonnellate di olio per ettaro) sono ovviamente quelle che usano meno territorio, e insieme ai costi economici imprenditoriali abbassano anche quelli ambientali per la collettività: Olio di palma RSPO 5,0 t, Olio di palma 3,7 t, Olio di colza 0,7 t, Olio di girasole 0,6 t, Olio di soia 0,4 t (Fonte: Epoa). A queste rese possiamo aggiungere quelle, molto variabili dell’olio di oliva, sempre tonnellata di olio per ettaro: 0,8-1 (fonte: T.Nat.).
Oli vegetali Produzione e terreno occupato (NV 2015)Ma la colpa non è neanche delle “multinazionali”, che seguono solo le richieste degli acquirenti e non è colpa loro se questi sono immaturi. Tanto meno è del “capitalismo”, che è solo un mezzo che bisogna saper usare bene con regole ferree. Ma piuttosto è colpa dei Governi corrotti del Sud del Mondo e delle popolazioni locali ottuse che chiedono o acconsentono alla deforestazione selvaggia e folle in cambio di apparenti e passeggeri vantaggi. E se gli vietiamo la palma da olio, che anzi deforesta meno di altre colture (v. tabella), pianteranno altri alberi ancora più invadenti, ladri di territorio ed ecologicamente rischiosi. Sono stati gli Occidentali, p.es., a suggerire una Tavola rotonda per la coltivazione sostenibile della palma da olio, che ormai si riunisce periodicamente dal 2004. I nuovi palmeti vanno piantati su terreni già trasformati per uso agricolo, non nelle foreste. sia per la salvaguardia degli alberi e dell'ambiente (le ultime colonie di oranghi, soprattutto), sia per evitare l'impatto negativo sul clima, il dilavamento o la desertificazione del terreno. E finalmente il Governo della Malesia, sotto la pressione dell’opinione pubblica internazionale, dopo aver distrutto parte del territorio, ha deciso di limitare le coltivazioni in modo da conservare almeno la metà delle foreste. 
      Certo, bisogna scoraggiare, perché ecologicamente anti-economico, l’uso della palma e del suo olio come bio-diesel (l’olio è anche miscelato direttamente al gasolio, oppure lavorato chimicamente per la produzione di carburante), specialmente se la coltivazione della palma a scopo di bio-carburante sostituisce foresta o coltivazioni alimentari. L’uso arcaico di fare spazio alle nuove coltivazioni di palmeti dando alle fiamme la foresta primaria o la torbiera preesistente è oltremodo inquinante: per questo secondo un rapporto della Banca Mondiale l’Indonesia è diventata il terzo produttore di gas serra al Mondo. Perciò, l’Agenzia di Protezione Ambientale degli Stati Uniti ha escluso dai combustibili ecologici l’olio di palma.
      Coerenza vorrebbe, però, che fosse finalmente ostacolato, privato degli aiuti economici di Stato e poi addirittura vietato, l’uso come bio-combustibile di tutte le piante alimentari in grado si sfamare l’Umanità, come girasole e altri semi oleosi, oltre ai cereali. E anzi, il concetto stesso di bio-massa (legno, trucioli, piante, alimenti, scarti organici ecc.) da “recuperare” energeticamente in modo termico (leggi: bruciare...) è di per sé altamente inquinante.
      Sul piano ambientale, coerenza vorrebbe, però, che chi si straccia le vesti per la tutela delle foreste primigenie del Sud-Est asiatico e contro la loro sostituzione con coltivazioni intensive di palma da olio, estendesse la sua critica a tutte le monocolture, di ogni epoca, anche in casa propria, anche contro i “bellissimi” vigneti del Chianti o dell’Astigiano, o gli “stupendi” oliveti della Liguria o della Puglia. A favore dei nostri ”artificiali” oliveti in Italia, infatti, sono sorti comitati di cittadini (forse gli stessi che protestano contro gli artificiali palmeti in Asia), sensibili sì, ma piuttosto ignoranti di storia dell’agricoltura, e incapaci di cogliere l’atroce contraddizione.
      Ma chi se la prende con la monocoltura della palma non ha studiato la Storia dell’agricoltura e dell’alimentazione, altrimenti saprebbe che furono proprio gli Inglesi, che ora fanno gli schizzinosi (v. il Guardian), a introdurre la coltura della palma in Indonesia dopo il 1870. E saprebbe che il medesimo stravolgimento del territorio è avvenuto con ogni coltura intensiva. In Italia, prima la vite e l’olivo (dal X-VII secolo a.C.), e poi il nuovo frumento (la piana dell’etrusca Arezzo e l’intera Sicilia divennero, da boscose che erano, immense estensioni di campi di grano per alimentare i crescenti bisogni dei Romani), poi secoli dopo il granturco (mais), il riso e l’arancio, dal 1500 in poi hanno finito di distruggere il tipico, selvaggio paesaggio della Penisola, descritto dagli Antichi come una immensa e per loro paurosa distesa di foreste, uno dei luoghi più verdi e affascinanti del Mondo, trasformandolo in banali e spoglie colline, in piatte distese con monotone monoculture senza bio-diversità e il cui terreno esposto nudo alla pioggia e al vento tra un filare e l’altro si dilava e si impoverisce sempre di più, e richiede sempre più concimi. Il Chianti, la Sabina, la Puglia, le piane della Sicilia, l’intera val Padana lo dimostrano: tutte orrendamente deforestate, tutte dedicate alla monocoltura. E se a Sumatra, in Indonesia, gli oranghi sono a rischio per l’estendersi delle coltivazioni e per la caccia, anche in Italia sparirono l’orso e la lince per le medesime ragioni. E, anzi, oggi ci siamo talmente abituati a questo nuovo paesaggio artificiale da considerarlo “bello”, “tipico”, “tradizionale”, e metterlo addirittura in cartolina. Ma è stato tutto pianificato dall’uomo. 
      Del resto, il grande Emilio Sereni, storico dell’agricoltura italiana, nel famoso saggio Terra nuova e buoi rossi scrisse che è sempre stato l’uomo a creare il paesaggio, la cosiddetta “Natura” circostante, mai il contrario. E' vero, ma l’antropocentrismo estremo del marxista Sereni potrebbe essere mitigato così, in chiave più liberale ed ecologica. D’accordo, non potrebbe essere altrimenti, siamo noi - l'Uomo - a “fare” la Storia e l’ambiente circostante, come anche la selezione delle piante alimentari e del cibo. Ma dobbiamo sempre essere attenti ai “costi” di queste trasformazioni, oggi che abbiamo finalmente la consapevolezza che la Terra è finita e troppo piccola per i folli sogni di grandezza. Le modifiche, ormai, devono sempre dare un bilancio attivo in felicità: essere in accordo col clima, la Storia, il Paesaggio, l’ambiente, la salute di piante, animali e uomo. E un boschetto di tuje in mezzo a un bosco originario di querce o di abete rosso resta tuttora un non-senso, come anche – ammettiamolo – i troppi oliveti (e le troppe viti) impiantati in Italia dove non avrebbero mai dovuto essere impiantati.
      Troppo comodo, anzi ipocrita, fare i “saggi” in casa altrui e a pancia piena, quando si è diventati ricchi e si è potuto studiare, anche l’ecologia, proprio grazie ai soldi venuti da padri o antenati che hanno per necessità assoluta di cibo o per speculazione distrutto il Paesaggio e la Natura, sia in Europa sia nel Nord America! Oggi dare da mangiare a tutti, troppi e a poco prezzo, anche ai Paesi ex-poveri che desiderano compiere finalmente i nostri stessi “errori”, compreso il consumismo del cibo industriale, le bevande dolci e il grasso economico e conservabile adatto all’industria e alla frittura (“effetto copia”) ha costi altissimi: aree sempre più estese di Natura vergine che vanno in fumo.
      A proposito, sfidiamo Wwf, Greenpeace e tutti i boicottatori della palma a programmare una campagna anti-natalità e una campagna di vera educazione nutrizionale (niente riso bianco, p.es, e basta coi troppi fritti, col troppo zucchero e troppo sale: ecco, basterebbero già queste tre campagne per rieducare il Sud del Mondo). Meno nascite e cittadini più consapevoli di quello che mangiano vorrebbe dire meno alimenti-spazzatura richiesti, meno condimenti in eccesso, meno inutili cotture in olio, meno coltivazioni di canna da zucchero, colza, arachidi, girasole, soia, olivo, meno foreste distrutte e più ricchezza.
      E quanti Paesi che fanno molti figli sono insieme poveri ma consumisti, avidi di cibi sbagliati e con malattie crescenti, cosicché il dannato “effetto copia” che li divora aumenta i casi di obesità, diabete, malattie cardiovascolari e tumori! E se glielo fai notare replicano indispettiti con l’accusa passe-partout di “razzismo”, e giudicano frutto di paternalismo i nostri avvertimenti che quel modo di mangiare opulento che noi abbiamo inventato è superato e fa male. Loro vogliono imitarci, ma senza neanche riconoscerlo, ripercorrendo senza saggezza in pochi anni tutta la nostra parabola durata millenni, copiando soprattutto gli errori. Ecco perché non serve alla falsa difesa dell’ambiente e della qualità della vita “in casa d’altri” (che noi occidentali non siamo capaci neanche di difendere in casa nostra) dire stupidaggini e falsità sulle foreste di palma da olio.


DUMELIN EE. The environmental impact of palm oil and other vegetables oils. Paper at Society of Chemical Industry Conference “Palm Oil the Sustainable 21th Century Oil Food, Fuel and Chemicals”, London, 23-24 March 2009.

AGGIORNATO IL 12 MARZO 2016

31 dicembre 2014

 

Alberi Matusalemme da tutelare come monumenti: sono gli unici testimoni viventi dell’Antichità.

Olivo secolare maestoso Torre Burraco (Ta).picc GLI ALBERI PIÙ ANTICHI, UNICI VERI MONUMENTI VIVENTI

I MATUSALEMME DELLE FORESTE

Hanno visto Napoleone o Galileo, Garibaldi e Montaigne. Gli ultimi misteriosi e taciturni testimoni biologici dell’antichità, sia pure rinsecchiti e contorti, ma spesso ancora con le chiome al vento, vivono nascosti nelle foreste: sono gli alberi-patriarchi. Alcuni hanno anche più di mille anni, molti sono pluricentenari. Gli animali si sognano simili livelli di longevità

NICO VALERIO, Scienza 2000, giugno 1987

Qual è l'albero selvatico più vecchio del mondo? Da tempo questa singolare controversia divide i botanici e l'opinione pubblica. Nel Senegal, nel 1794 Adamson trovò un baobab cui attribuì 5000 anni di età, mentre De Candolle stimava il “cipresso di Montezuma” di Città del Messico vecchio di 6000 anni. Il fico religioso di Sri Lanka, che la leggenda vuole importato dall'India nel 288 a. C., deve essere almeno bimillenario. Ancora più vecchio il celebre “drago della Canarie”, dal tronco smisuratamente largo. La scienza, d'altra parte, ha dimostrato che una sequoia può raggiungere i 3200 anni, mentre un piccolo insignificante pino dell'Arizona (Pinus aristata) può toccare addirittura i 4600 anni. E questo, al di là di leggende e supposizioni, sembra essere l'albero selvatico più vecchio e esistente sulla Terra.

E in Italia? Molti i candidati alla palma di «mister Matusalemme» delle foreste. A San Baltolu, vicino Sassari, vive nella macchia mediterranea un olivo selvatico con un tronco largo quasi 12 metri e alto 15. Avrà due millenni. Almeno lui, unico tra i vecchi sardi, non si vanterà di aver raggiunto la tarda età grazie al “fil de feru” (l’acquavite, in sardo). Più o meno della stessa età dovrebbe essere il castagno “dei cento cavalli”, presso S. Alfio sull'Etna. Nei boschi di tutt'Italia sono più numerosi gli alberi millenari o plurisecolari, come il tiglio di Macugnaga, il castagno di Sostegno, il platano di Caprino Veronese, l'abete bianco della Verna, gli olivi di Canneto Sabino e di S. Maria Navarrese (Arbatax), la vallonea di Tricase, il faggio del bosco di S. Antonio presso Pescocostanzo, il pino gigante della Sila presso Camigliatello, il pino loricato di Serra Crispo sul Pollino.

Il censimento ora promosso dal Corpo Forestale dello Stato, con dati, fotografie e storia di ogni esemplare, servirà a diffondere nell'opinione pubblica il concetto che un albero antico è un vero e proprio monumento vegetale, da tutelare e conservare come e più di un'opera d'arte. E la gran massa degli alberi?

Gli alberi isolati, con ampio spazio intorno e a parità di altre condizioni, raggiungono un'età più che doppia degli esemplari che crescono in gruppo. I faggi isolati, per esempio, arrivano anche a 300-600 anni. Abitualmente i castagni, i cipressi, le farnie (Quercus robur), i tigli e i tassi arrivano quasi tutti a superare i 1000 anni di età. Fino a 900 anni vivono di solito i cedri del Libano e dell'Atlante, fino a 500 l'abete bianco e l'abete rosso, il pino nero, l'olmo (se riesce a sfuggire alle malattie), l'acero, il noce e il larice. Pioppi e robinie, che crescono molto rapidamente, di rado riescono a raggiungere i 200 anni, Stessa età toccano gli ippocastani, che danno precocemente fiori e frutti (a 10 anni), mentre querce e faggi raggiungono la maturità solo verso i 50 anni. Il resto degli alberi, la stragrande maggioranza, produce semi fertili solo tra i 10 e i 20 anni.

IMMAGINE. Maestoso olivo plurisecolare, probabilmente più che millenario, a Torre Burraco (Taranto). La coltura dell’olivo, proveniente dal vicino Oriente mediterraneo, iniziò dall’Italia meridionale.


25 novembre 2014

 

La prima legge di tutela del paesaggio e delle bellezze naturali. Ecco la presentazione di Benedetto Croce.

Benedetto Croce nel 1920 (vir. azzurro) «Perché difendiamo, per il bene di tutti, quadri, musiche e libri, e non difendiamo le bellezze della Natura?» si chiedeva il grande storico e filosofo Benedetto Croce nella presentazione al suo Disegno di legge (oggi riprodotto da un sito internet con qualche errore*) sulla “Tutela delle bellezze naturali”, da lui scritta e letta come proponente e Ministro della Cultura nel Governo Nitti nella seduta del Senato del 25 settembre 1920, e che pubblichiamo qui di seguito.

Quella che sarà la prima legge di tutela della Natura e del Paesaggio nazionale in Italia (n. 204), viene presentata, sia pure con qualche cautela, al Senato, perché i Senatori essendo di nomina regia a differenza della Camera elettiva – e allora si era nominati soprattutto per censo – erano spesso ricchi proprietari di vaste tenute o palazzi d’arte, e perciò temevano che potesse essere minacciata la loro “proprietà privata” da permessi, controlli o divieti dello Stato, sia pure per il bene o la bellezza del Paese.

La legge Croce fa parte di un’interessante evoluzione degli interventi di protezione del Paesaggio dalla classe liberale del Risorgimento in poi. Molto bello al riguardo il saggio “Benedetto Croce ministro e la prima legge sulla tutela del paesaggio”, letto da S.Settis all’Università di Venezia Ca’ Foscari nel 2011. Sulla storia delle leggi di tutela del Paesaggio si possono leggere anche il saggio di F. Gargallo, e il saggio di S. Marano.

La legge Croce pone per la prima volta, sulla scia delle legislazioni più progredite in Europa, rigorosi criteri per valutare i beni paesaggistici e i primi vincoli sostanziali. Ed è anche dotata di una bellissima e sorprendente premessa, molto moderna e valida ancor oggi. Oggi, però, riteniamo meritevoli di essere protette anche le rarità botaniche e geologiche, pur non esteticamente o storicamente rilevanti.

Dalla relazione apprendiamo che Croce conosceva bene i primi movimenti ecologici in Europa e perfino i primi conservazionisti dell’800. E’ il liberale Croce, nientedimeno, a ricordare agli ecologisti di oggi che la prima protesta “ecologista” fu quella di un certo Ruskin, inglese (1862), Era del resto lui stesso un grande appassionato difensore del Paesaggio naturale oltreché delle bellezze storiche e dei monumenti, tanto che proporrà personalmente anche il primo Parco protetto in Italia, quello d’Abruzzo, e aderirà a tutti comitati per la difesa del verde pubblico e privato. Fu anche tra gli Amici di Villa Borghese, insieme con la Deledda, quando si temeva per la distruzione e urbanizzazione di questo parco urbano nel centro di Roma, così come era avvenuto, scandalosamente, per Villa Boncompagni Ludovisi nell’attuale quartiere romano di via Veneto e piazza Fiume.

Ad ogni modo, da questo disegno di “legge Croce” del 1920 (poi entrato in vigore con piccole modifiche come Legge n.778 dell’11 giugno 1922, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 24 giugno 1922, n.148), trarranno ispirazione le due leggi Bottai del 1939 e 1940 che partendo dai principi e dalle formulazioni di Croce introducono l’importante distinzione fra “bellezze individue” e “bellezze d’insieme”, e soprattutto prevedono la pianificazione paesistica (l’art. 5 attribuisce al ministro dell’Educazione nazionale la “facoltà di disporre un piano territoriale paesistico”, volto a impedire un’utilizzazione pregiudizievole alla bellezza panoramica delle località vincolate dalla medesima legge” (V. De Lucia in un bel saggio storico sulla tutela del Paesaggio dall’Ottocento ai giorni nostri, in Eddybourg).

Ma da Croce prende spunto anche lo stesso innovativo articolo 9 della Costituzione repubblicana, unico tra le Costituzioni di tutto il Mondo, sia nel contenuto, sia per la sua importante collocazione tra i principi generali. E non dimentichiamo che lo stesso Croce era uno dei Costituenti (N.V.).

«Onorevoli Colleghi. Che una legge in difesa delle bellezze naturali d'Italia sia invocata da più tempo e da quanti uomini colti e uomini di studio vivono nel nostro paese, è cosa ormai fuori di ogni dubbio; i numerosi voti di accademie artistiche e d'istituti scientifici, che in varie occasioni, ed anche recentemente, sono pervenuti al nostro Ministero, ne sono la più viva dimostrazione. E che una legge siffatta, la quale ponga finalmente un argine alle ingiustificate devastazioni che si van consumando contro le caratteristiche più note e più amate del nostro suolo, desiderata sia anche dal Parlamento, non è neppure da dubitare, dopo che due ordini del giorno, affermanti la necessità e l'urgenza di essa, furono approvati dalla Camera prima, quando nel 1905 si discusse il disegno di legge sulla pineta di Ravenna, e dal Senato poi in occasione della legge di tutela monumentale del 20 giugno 1909 n. 364.

«Aggiungasi che su questa base di preventiva approvazione di massima l'onorevole Rosadi presentò di sua iniziativa un disegno di legge che la Commissione parlamentare accettò integralmente, e che solo per vicende politiche non giunse all'onore della pubblica discussione. Ma v'ha di più, che recentissimamente, discutendosi alla Camera il disegno di legge di “Modificazioni alla dotazione della Corona e riordinamento del patrimonio artistico nazionale” dal Ministro della pubblica istruzione onorevole Baccelli, e dal Presidente, del Consiglio, onorevole Nitti, fu affermata la necessità e per alte ragioni morali e per non meno importanti ragioni di pubblica economia, di difendere o di mettere in valore, nella più larga misura possibile, le maggiori bellezze d'Italia quelle naturali e quelle artistiche.

«Bene avvisato, dunque, fu il Sottosegretario di Stato alle belle arti, onorevole Molmenti, il quale, come suo primo atto di Governo, volle che una Commissione di competenti persone presieduta dall'onorevole Rosadi, studiasse il problema della difesa delle nostre bellezze naturali.

«In relazione con tale studio, che fu compiuto con encomiabile alacrità, è il presente disegno di legge, che ora sottopongo al Vostro esame e alla vostra approvazione.

«È nella difesa delle bellezze naturali un altissimo interesse morale e artistico che legittima l'intervento dello Stato, e s'identifica con l'interesse posto a fondamento delle leggi protettrici dei monumenti e della proprietà artistica e letteraria.

«Certo il sentimento, tutto moderno, che si impadronisce di noi allo spettacolo di acque precipitanti nell'abisso, di cime nevose, di foreste secolari, di riviere sonanti, di orizzonti infiniti deriva della stessa sorgente, da cui fluisce la gioia che ci pervade alla contemplazione di un quadro dagli armonici colori, all'audizione di una melodia ispirata, alla lettura di un libro fiorito d'immagini e di pensieri. E se dalla civiltà moderna si sentì il bisogno di difendere, per il bene di tutti, il quadro, la musica, il libro, non si comprende, perché siasi tardato tanto a impedire che siano distrutte o, manomesse le bellezze della natura, che danno all'uomo entusiasmi spirituali così puri e sono in realtà ispiratrici di opere eccelse. Non è da ora, del resto, che si rilevò essere le concezioni dell'uomo il prodotto, oltre che delle condizioni sociali del momento storico, in cui egli è nato, del mondo stesso che lo circonda, della natura lieta o triste in cui vive, del clima, del cielo, dell'atmosfera in cui si muove e respira.

«E fuvvi anche chi affermò, con profondo intuito, che anche il patriottismo nasce dalla secolare carezza del suolo agli occhi, ed altro non essere che la rappresentazione materiale e visibile della patria, coi suoi caratteri fisici particolari, con le sue montagne, le sue foreste, le sue pianure, i suoi fiumi, le sue rive, con gli aspetti molteplici e vari del suo suolo, quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli.

«Queste idee, del resto, sono da tempo presso tutti i popoli civili il presupposto di ogni azione di difesa delle bellezze naturali, azione che, in Germania, fu appunto detta di difesa della patria (Heimatschutz). Difesa, cioè, di quel che costituisce la fisonomia, la caratteristica, la singolarità, per cui una nazione si differenzia dall'altra, nell'aspetto delle sue città, nelle linee del suo suolo, nelle sue curiosità geologiche; e da alcuni si aggiunge, (dai tedeschi stessi e dagli inglesi) negli usi, nelle tradizioni, nei ricordi storici, letterari, leggendari, in tutto ciò insomma, che plasma l'anima della razza, o meglio ha influito o maggiormente influisce allo sviluppo dell'anima nazionale.

«Si è insomma compreso come non sia possibile disinteressarsi da quelle peculiari caratteristiche del territorio, in cui il popolo vive e da cui, come da sorgenti sempre fresche, l'anima umana attinga ispirazioni di opere e di pensieri.

«Il movimento a favore della conservazione delle bellezze naturali rimonta al 1862, allorquando John Ruskin sorse in difesa delle quiete valli dell'Inghilterra minacciate dal fuoco strepitante delle locomotive e dal carbone fossile delle officine, e si diffuse lentamente ma tenacemente in tutte le nazioni civili, e specie in quelle in cui più progredite sono le industrie e i mezzi di locomozione. Infatti questi mezzi, togliendo più facilmente gli uomini all'affannosa vita delle città, per avvicinarli più spesso alle pure gioie dei campi, han diffuso questo anelito, tutto moderno, verso le bellezze della natura, mentre le industrie, fatte più esigenti dalla scoperta della trasformazione della forza, elettricità, luce, calore, attentano ogni giorno più alla vergine poesia delle montagne, delle foreste, delle cascate.

«Il dissidio fra questi nuovi bisogni del senso estetico più raffinato e del godimento materiale eccitatore di una produzione più intensa, fra le ragioni del bello e l'interesse pratico, fra il rispetto alle antiche tradizioni e il bisogno di far luogo alle cose nuove, non poteva non determinarsi; e, dovunque coltura e gentilezza non sono un nome vano, sorsero associazioni potenti per mettere in valore le bellezze naturali, e imporre, premendo sull'opinione pubblica, la necessità di sanzioni positive contro le ingiustificate e spesso inutili manomissioni del paesaggio nazionale: così in Inghilterra, così in Germania, così in Francia, in Austria, in Isvizzera, nel Belgio, ed anche in Italia. In molti di questi paesi, infatti, si promulgarono da tempo (prima della guerra, s'intende) leggi di protezione più o meno efficaci; nel granducato di Hess la legge del 1902 sulla conservazione dei monumenti provvide anche alla tutela dei fenomeni naturali, dei corsi d'acqua, delle rocce, degli alberi; in Baviera, un decreto del 1901 impose la protezione in genere delle bellezze naturali; in Prussia, non solo un decreto del 1904 pose tra i monumenti ciò che serve all'effetto delle scene notevoli e del paesaggio (le rovine, ad esempio), ma un istituto di Stato fu preposto alla difesa della natura; in Austria, dopo un'inchiesta sulle bellezze naturali del paese compiuto dalla Facoltà di filosofia della Università di Vienna, una legge estese ai paesaggi e ai fenomeni naturali la protezione dei monumenti; in Francia è del 21 aprile 1906 la legge “pour organiser la protection des sites et monuments naturels”; in Svizzera, per la quale è noto come i suoi magnifici paesaggi siano la fonte precipua della sua prosperità economica, sono varie le leggi federali e cantonali per la protezione delle bellezze naturali e specialmente delle cascate, e nel 1913 fu creato, col concorso del Governo, il grandioso Parco nazionale della Bassa Engadina.

«E in Italia? Abbiamo accennato agli ordini del giorno votati dalla Camera e dal Senato e al disegno di legge Rosadi, e alle ragioni di pubblica economia che stanco a cuore al Presidente del Consiglio per mettere in valore le bellezze naturali, che furono in ogni tempo e sono il vanto e una della maggiore attrattiva dell'Italia nostra. Aggiungiamo adesso che si è discusso se la legge di tutela monumentale potesse estendersi, sic et simpliciter, alle bellezze naturali, ma l'Ufficio centrale del Senato fu di avviso contrario, considerando che per gli effetti legislativi che ne sarebbero derivati e pei mezzi di applicazione di quella legge si correva il pericolo di fare poco più di una semplice affermazione di principio. Fu, insomma, dello stesso parere del Senato francese, il quale, quando si discusse nel 1887 la legge relative à la conservation des monuments et objets d'art avants un intérét historique et artistique, non credette comprendervi i blocchi erratici, in quanto che, se essi erano interessantissimi come fenomeni naturali non appartenevano né alla storia, né all'arte, e la logica del diritto richiedeva che fossero radiati dall'elenco dei monumenti. Tuttavia, in occasione di minacciate vendite di celebri ville, esistenti anche nel centro di Roma, per farne un'utilizzazione contraria alla loro destinazione, si volle almeno salvare subito queste, in attesa di provvidenze legislative generali per tutte le bellezze naturali; e fu presentata al Parlamento, e il Parlamento approvò, quella che ora è la legge 23 giugno 1912, n. 688 con la quale si estendono le disposizioni della legge di tutela monumentale a ville, parchi e giardini d'interesse storico e artistico.

«Il disegno di legge si propone di tutelare le bellezze naturali e panoramiche, anzitutto imponendo l'obbligo ai proprietari, a norma dell'articolo 2, di presentare preventivamente alla Soprintendenza i progetti delle opere di qualsiasi genere che interessano gli immobili vincolati. E ciò, appunto, perché il Ministero sia posto in grado, dopo l'esame tecnico di tali progetti, di dare o di negare il permesso all'esecuzione dei lavori che si intende eseguire.

«Ma la bellezza naturale o del paesaggio può essere alterata o danneggiata anche da lavori e segnatamente da nuove costruzioni che si facciano fuori del perimetro degli immobili vincolati. Nel disegno di legge si è dovuto, quindi, inserire una disposizione speciale la quale valga ad impedire che il godimento delle bellezze naturali e panoramiche sia comunque impedito, che la vista ne sia ostacolata, che la prospettiva ne venga alterata, che nuove opere possano elevare come un sipario dinanzi alla bella scena paesistica o portare in essa una nota stonata e sgradevole.

«Si è così sulla via tracciata da antichi provvedimenti, trasfusi poi in regolamenti edilizi e ancora in vigore. È noto che i rescritti borbonici del 19 luglio 1841 e 17 gennaio 1842 e 31 maggio 1853 vietavano di alzare fabbriche le quali togliessero amenità o veduta lungo la via di Mergellina, di Posillipo, di Campo di Marte, di Capodimonte; ed il regolamento edilizio della città di Napoli ne fece tesoro aggiungendovi anche il “Corso Vittorio Emanuele” da cui si scopre il golfo meraviglioso. Nulla di nuovo, quindi, si è escogitato nel presente disegno di legge allorché all'art. 4 si è disposto che l'autorità governativa, affinché non sia danneggiato il godimento delle bellezze naturali e panoramiche, ha facoltà di prescrivere la distanza, le misure e tutte le altre norme che si riterranno necessarie nei casi di regolamenti edilizi e di piani regolatori e di ampliamento, nonché nei casi di nuove costruzioni, ricostruzioni e impianti industriali.

«Con le due disposizioni, or ora esaminate, nelle quali si riassume quasi tutta la economia della legge in rapporto ai diritti dei proprietari, nulla di più gravoso si stabilisce di quanto già è in vigore per la tutela dei monumenti. La differenza consiste nel non aver creduto di disporre diversamente (come nella legge 20 giugno 1909 n. 364) a seconda si tratti di cose appartenenti a persone giuridiche o a persone fisiche; e ciò perché non importa, agli effetti di una buona tutela delle bellezze naturali, che queste siano inalienabili quando sono di proprietà degli enti morali. Quel che importa è che non siano distrutte né alterate, chiunque ne sia il proprietario.

«Ma occorre che questi abbia avuta dal Ministero la notificazione dell'importante interesse della cosa da lui posseduta, appunto come impone la legge di tutela monumentale per le cose appartenenti a privati? Si, sebbene quando tale notificazione non sia per anco eseguita, il Ministero, il quale si accorge di lavori che possano distruggere o alterare la cosa, può mediante ingiunzione da farsi al proprietario dal prefetto della Provincia o dalla locale Soprintendenza, far sospendere i lavori iniziati.

«Ma, fatta la notificazione, poiché non s'impone al proprietario di fare la denuncia degli eventuali trapassi di proprietà, come potrà il Ministero aver conoscenza del nuovo proprietario, e come si vorrà pretendere che il nuovo proprietario sia edotto del vincolo che, per effetto di quella notificazione, da lui probabilmente ignorata, grava sulla propria cosa? Ad ovviare agli inconvenienti che ne potrebbero derivare, si è provveduto che la notificazione su istanza del Ministero sia inscritta nei registri catastali e trascritta nei registri delle conservatorie delle ipoteche: così essa avrà efficacia in tutti i tempi nei confronti di ogni successivo proprietario. La utilità di questo provvedimento è d'intuitiva evidenza; e la mancanza di esso costituisce per la legge di tutela monumentale ed artistica del 20 giugno 1909, n. 364 una vera lacuna, da tutti lamentata, e che bisognerà presto colmare.

«In che cosa dunque consistono le limitazioni al diritto di proprietà che s'impongono con questo disegno di legge? in una servitù per pubblica utilità, per la quale il proprietario è costretto a non fare o a fare in un certo modo che il Ministero approverà, o meglio consiglierà. In questo caso, ognun vede come la servitù abbia perduta ogni asprezza, in quanto potrà avvenire, come spesso è avvenuto pei monumenti, che il progetto delle opere da eseguirsi sia migliorato anche in confronto agli interessi economici del proprietario. Poiché, è bene tenere a mente questo: che nella, pratica tutto si riduce all'esame del caso per caso, esame che; fatto come dev'esser fatto senza preconcetti e priva la mente di ogni idea di sopraffazioni, si concreta in definitiva in un sistema di accordi e di reciproche intese, nel quale saranno contemperate le ragioni superiori della bellezza coi legittimi diritti dei privati. Né si dice che sia gravoso l'obbligo del proprietario a presentare alla competente Soprintendenza dei monumenti i progetti delle opere; giacché esso nulla ha di dissimile da quelli che impongono i regolamenti edilizi per la costruzione di nuovi fabbricati o per la modificazione dei vecchi e contro il quale nessuno ha mai protestato. E, d'altra parte, la nostra civiltà ha costituito una rete di simili obblighi, che risponde ad altrettante esigenze della vita moderna più complessa e sensibile.

«Disposizione di ordine sussidiario devesi ritenere quella contenuta nell'art. 5 contro gli abusi della pubblicità industriale e commerciale, che anche in Italia, sebbene in minor misura che all'estero, deturpa paesaggi, e pur troppo, anche edifici monumentali. Da più tempo (prima della guerra) e da più parti si son levate voci di protesta sui giornali e alla Camera dei deputati contro il brutto andazzo di offendere ogni angolo sacro all'arte e alla storia con una lebbra di quadri mastodontici e cartelloni di tutti i colori, e pitture murali e scritte luminose, diffondenti spesso una nota di volgarità, talvolta anche di disgusto, col ricordo di malattie e d'imperfezioni umane. In tutte le Nazioni civili si è sentito il bisogno di provvedere energicamente contro codesti eccessi, e va segnalata sopra tutto la Francia, dove, pure esistendo sin dal 20 aprile 1910 una legge speciale che proibisce l'affissione di avvisi commerciali sui monumenti e nei siti pittoreschi, si credette necessario di colpire con tasse proibitive la esposizione di cartelloni fuori del perimetro di 100 metri dai centri abitati, e il 9 luglio fu approvata con 530 voti su 3 contrari, la legge, che impone una tassa annua proporzionata alla dimensione dei cartelloni e che da 50 lire al metro quadrato si eleva sino a 400 !

«Noi non si è voluto giungere tanto; ma si è voluto vietare semplicemente l'uso di cartelli e di altri mezzi di pubblicità i quali danneggiano l'aspetto e il pieno godimento delle bellezze naturali e di quelle panoramiche. E vogliamo sperare che il Parlamento approverà questa modesta disposizione, di cui da così lungo tempo si sente il bisogno, imperocché è davvero inammissibile che, per raggiungersi da una sola classe di cittadini una discutibile utilità, che, del resto, può essere raggiunta in vari altri modi, dall'affissione in luoghi autorizzati alla distribuzione di fogli volanti, alla inserzione nei giornali e alla lettera circolare, si deturpi un monumento o si oltraggi una bella scena paesistica, destinati entrambi al godimento di tutti. E non è neppure ammissibile che chi possiede un edificio monumentale, una bella villa, un terreno di per sé di grande bellezza paesistica, o vicino a paesaggi e parchi e monumenti pregevoli, per un piccolo interesse quale può essere quello dell'affitto per l'esposizione di avvisi réclame, affitto che costituisce un uso contrario alla normale destinazione della cosa, sopprima o degradi la vista, che è poi un bene collettivo, di cose belle che sono l'orgoglio del paese e spesso richiamano alla mente le glorie della nostra storia. A nessuno, insomma, può essere lecito anche nell'esercizio di un suo diritto, di danneggiare altrui, o tanto meno la collettività, senza un interesse veramente preponderante ed apprezzabile.

«L'articolo 6 stabilisce la pena dell'ammenda per l'inosservanza degli obblighi stabiliti dal disegno di legge. Esso contempla, altresì, la comminatoria della procedura esecutiva per la remozione delle opere eseguite in contravvenzione alla legge stessa dando all'Amministrazione la facoltà di attuare direttamente e immediatamente l’interesse pubblico.

«Non sembra necessario soffermarsi sulle disposizioni contenute nell'art. 7 del presente disegno. Esso riguarda gli organi, diremo, di vigilanza che, sparsi in tutto il territorio del Regno, dovranno segnalare alla Soprintendenza o al Ministero tutto ciò che si va proponendo o già si va attuando contro le bellezze naturali della loro circoscrizione; pei monumenti e per le opere di antichità e scavi bastano gli ispettori onorari e le Commissioni provinciali previste dall'art. 47 della legge 27 giugno 1907, n. 386; ma per vigilare in tutti gli angoli più remoti del territorio essi non sarebbero sufficienti e perciò si vuol ricorrere anche agli uffici comunali e provinciali, agli uffici dei dipartimenti forestali e del Genio civile e agli Uffici tecnici di finanza i quali tutti mediante le guardie campestri, le guardie forestali i cantonieri stradali, hanno modo di dare le più sicure e sollecite notizie sui pericoli che minacciano le cose che con questo disegno di legge si vogliono tutelare.

«Onorevoli colleghi. Nulla di eccessivo è nel disegno di legge che si sottopone al vostro esame - nulla che offenda o ferisca il diritto di proprietà o, come da taluni si teme, quello dell'attività industriale della nazione. Anzi quel che in fondo ad ogni disposizione risiede è la preoccupazione di costituire un sistema di accordi fra i privati e l'amministrazione delle Belle arti, e fra questa e le altre amministrazioni pubbliche affinché senza gravi sacrifici di ciò che è in cima a’ pensieri di tutti, economia nazionale e conservazione del privilegio di bellezza che vanta l'Italia, siano composti con spirito di conciliazione i vari interessi contrastati.

«Voi giudicherete e farete le vostre osservazioni, apportando quelle modifiche che la vostra esperienza crederà opportune e non lesive dei criteri che ispirano il presente disegno di legge, e sarà vostro vanto se in materia così ardua il Parlamento italiano avrà saputo sapientemente provvedere»

BENEDETTO CROCE, Ministro dell’Istruzione Pubblica, presentatore del Disegno di legge n.204 sulla “Tutela della bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico”. Seduta del Senato del Regno d’Italia del 25 settembre 1920.

(*) NOTA. Il testo oggi leggibile su internet della premessa alla legge di Croce, ripreso da tutti i siti, contiene almeno due madornali refusi dovuti alla digitalizzazione: un “interesse poetico” (cpv: Il dissidio) che deve essere secondo logica “interesse pratico, e un “si tacciano”(cpv: Ma la bellezza) che deve essere evidentemente “si facciano”. Possibile che nessuno se ne sia accorto finora?

IMMAGINE. Benedetto Croce in una fotografia del 1920.

AGGIORNATO IL 1 GENNAIO 2015


19 novembre 2014

 

«Il Paesaggio è un bene primario e assoluto: prevale su leggi, piani di sviluppo economico e urbanistici».

Irpinia_paesaggio La nostra Costituzione, più la leggiamo, più la confrontiamo con le altre, e più ci rendiamo conto che è davvero “la più bella del Mondo”. E pur essendo stata pensata e scritta quando la parola “ecologia” non era di moda, riserva sorprendentemente alla tutela dell’Ambiente un ruolo importantissimo, unico tra le Carte costituzionali. Peccato, soltanto, che non sia rispettata e attuata dai cittadini, dagli amministratori di Regioni e Comuni, e dai politici.

L’indifferenza al paesaggio e all’ambiente è comune in Italia. Altro che “Casta”, i professionisti della politica non vengono da un Paese diverso e lontano che ci tiranneggia e dilapida i nostri soldi, ma sono quei cittadini italiani che amano il Potere e-o le ricchezze che ne derivano, e perciò si danno alla lucrosa carriera politica-amministrativa. Per loro, Natura e territorio sono spesso solo fastidiosi impedimenti all’uso elettorale del consumo del territorio e delle inutili Grandi Opere, ai lauti guadagni, spesso illeciti, legati alle urbanizzazioni, al cemento, alle “qualificazioni”, alle “ristrutturazioni”, ai finti restauri.

Così l’Italia distrugge suolo e ambiente naturale. Un territorio che non è quello dell’Arizona o della Mongolia, dove permangono vasti spazi desertici o poco costruiti, ma è molto limitato, e per di più è stato già abbondantemente antropizzato da una grande civiltà, e quindi costruito, e in muratura già quando gli altri popoli costruivano in legno, almeno a partire da 2500 anni fa. Quindi il territorio italiano è giù saturo, troppo costruito, troppo ricco di strade e di cemento. Tra case abbandonate nei Centri storici vuoti, orribili casacce delle periferie e penose casette in stile finto-rustico immerse nelle campagne, spesso abusive, si stimano in Italia circa 25 milioni di case esistenti. Ebbene, oltre la metà, cioè 13 milioni di case, sono stati costruite negli ultimi 60 anni. E meno figli fanno gli Italiani, più case costruiscono, paradossalmente. In barba al Paesaggio.

Unico Paese al Mondo, però, noi abbiamo la difesa del paesaggio tra i primi compiti dello Stato, addirittura nei primissimi articoli, tra i 12 “Principi fondamentali”, cioè prima ancora dei Diritti e Doveri e dell’Ordinamento dello Stato. Veramente incredibile, oggi, con la marmaglia che abbiamo al Potere, del resto meritatissima dalla gente qualunque che si vede in giro (dai bar alla tv). Ma per farsi perdonare questo stupendo colpo d’ala dei Padri Costituenti (tra i quali c’era gente come Croce ed Einaudi), quei cafoni sottoculturali dei cittadini italiani, mai contrastati anzi incoraggiati dai politicanti, dagli anni 50 a oggi hanno cercato in tutti i modi di ignorare, alterare, violentare e distruggere lo stupendo Paesaggio italiano, come anche l’arte, la cultura, il patrimonio storico, la scienza:

Art. 9: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Questa norma costituzionale che il Mondo ci invidia non è stata scritta per caso, ma riprende il filone costituito dalle due leggi Bottai del 1939 a protezione delle bellezze naturali, che a loro volta riprendevano la legge Croce, presentata dal filosofo quando era ministro della Cultura nel Governo Nitti, nel 1920. E prima c’erano stati numerosi altri tentativi legislativi. Insomma, l’art. 9 deriva da una linea giuridico-culturale italiana: non ci fu bisogno di ricorrere a un articolo della Costituzione di Weimar come pure era stato proposto ai lavori preparatori da alcuni Costituenti.

Per fortuna, la Magistratura ogni tanto si ricorda di questo nostro bellissimo articolo. Sarà lenta, contraddittoria e poco efficiente, ma non sono state poche negli ultimi tempi le esemplari sentenze sull’ambiente, la natura e il paesaggio che ristabiliscono il giusto ordine di priorità tra la tutela fondamentale del territorio e le attività umane. Non solo da parte della Corte Costituzionale.

Il Consiglio di Stato, supremo organo giurisdizionale del diritto amministrativo, quello cioè che regola i rapporti giuridici tra organi pubblici e privati, ha riconosciuto il paesaggio come bene primario assoluto, prevalente rispetto a qualunque altro interesse. Ce lo ha ricordato (a noi distratti da altri temi e impegni) la piccola agenzia ambientalista AK/News che riporta il sito giuridico Lexambiente, specializzato nelle banche dati di sentenze che hanno a che fare col diritto ambientale, oggi molto sviluppato (Cassazione, Corte Costituzionale, Consiglio di Stato ecc.). Peccato solo che il sito sia poco pratico come banca-dati da consultare: nei titoli delle sentenze trovate dal motore interno di ricerca non ci sono le date, e perciò è molto difficile o impossibile condurre una qualsiasi ricerca cronologica. Abbiamo dovuto affidarci casualmente a Google, che ci ha portato sul sito del Gruppo di Intervento Giuridico, per trovare rapidamente la sentenza n.2222 del Consiglio di Stato che ci interessava, riguardante il ricorso d’una società edile contro una sentenza del Tar ligure sulla approvazione d’un progetto urbanistico operativo che prevedeva nuove edificazioni all’interno di una villa con parco protetto. Ma quello che ci interessava di questa sentenza è la motivazione.

Infatti nella motivazione della sentenza n.2222 del giugno 2014 del Consiglio di Stato (estensore cons. Umberto Realfonzo), il più alto organo di giurisdizione amministrativa scolpisce dei concetti giuridici fondamentali, tra cui spicca la prevalenza giuridica assoluta della tutela del Paesaggio e i “piani paesaggistici” generali, su tutte le norme particolari o locali, compresi i piani urbanistici e i particolari piani di sviluppo economico, “urbanizzazioni” o “valorizzazioni”, emanati da Stato, Regioni e Comuni, e i piani urbanistici operativi dei Comuni e perfino degli Enti di gestione delle Aree protette:

«Come è noto – si legge nella motivazione della sentenza – sotto il profilo costituzionale l’art. 9 Cost. introduce la tutela del “paesaggio” tra le disposizioni fondamentali. Il concetto non va però limitato al significato meramente estetico di “bellezza naturale” ma deve essere considerato come bene “primario” ed “assoluto” (Corte cost., 5 maggio 2006, nn. 182, 183), in quanto abbraccia l’insieme “dei valori inerenti il territorio” concernenti l’ambiente, l’eco-sistema ed i beni culturali che devono essere tutelati nel loro complesso, e non solamente nei singoli elementi che la compongono (cfr. Corte Cost., 7 novembre 1994, n. 379).

«In tale quadro, va riportato il terzo comma dell’art. 145, del d.lgs. n.42/2004, per cui “Le previsioni dei piani paesaggistici … non sono derogabili da parte di piani, programmi e progetti nazionali o regionali di sviluppo economico, sono cogenti per gli strumenti urbanistici dei comuni, delle città metropolitane e delle province, sono immediatamente prevalenti sulle disposizioni difformi eventualmente contenute negli strumenti urbanistici, stabiliscono norme di salvaguardia applicabili in attesa dell’adeguamento degli strumenti urbanistici e sono altresì vincolanti per gli interventi settoriali. Per quanto attiene alla tutela del paesaggio, le disposizioni dei piani paesaggistici sono comunque prevalenti sulle disposizioni contenute negli atti di pianificazione ad incidenza territoriale previsti dalle normative di settore, ivi compresi quelli degli enti gestori delle aree naturali protette”.

«Il paesaggio rappresenta un interesse prevalente rispetto a qualunque altro interesse, pubblico o privato, e, quindi, deve essere anteposto alle esigenze urbanistico-edilizie (cfr. Consiglio di Stato sez. VI 13/09/2012 n.4875; Consiglio di Stato sez. IV 29/07/2003; Consiglio di Stato sez. IV 3/05/2005 n. 2079; n. 4351 Consiglio di Stato sez. V 24/04/2013 n. 2265; Cons. Stato VI, 22 marzo 2005, n. 1186).

«Il piano paesaggistico costituisce infatti una valutazione ex ante della tipologia e dell’incidenza qualitativa degli interventi ammissibili in funzione conservativa degli ambiti reputati meritevoli di tutela per cui i relativi precetti devono essere orientati nel senso di assicurare la tutela del paesaggio per assicurare la conservazione di quei valori che fondano l’identità stessa della nazione (come affermò Benedetto Croce, quale Ministro della Pubblica Istruzione, nella relazione di presentazione della prima legge del 1920 in materia: “… il paesaggio altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della Patria…”)». (Cons. Stato, Sez. IV, 29 aprile 2014, n. 2222),

Questi principi sono ormai un punto fermo del nostro Ordinamento, e in questo senso è orientata la giurisprudenza costituzionale e amministrativa costante (si vedano per tutte, le sentenze: Corte cost., 5 maggio 2006, nn. 182, 183; Corte cost., 26 novembre 2002, n. 478; Corte cost., 24 febbraio 1992, n. 67; Corte cost., 13 luglio 1990, n. 327; Cons. Stato, Sez. V, 24 aprile 2013, n. 2265; Cons. Stato, Sez. VI, 13 settembre 2012, n. 4875;Cons. Stato, Sez. IV, 3 maggio 2005, n. 2079; Cons. Stato, Sez. VI, 22 marzo 2005, n. 1186; Cons. Stato, Sez. VI, 3 maggio 2002, n. 3512; Cons. Stato, Sez. VI, 5 gennaio 2001, n. 25; Cons. Stato, Sez. VI, 4 aprile 1997, n. 553; Cons. Stato, Sez. VI, 30 marzo 1994, n. 450; Cons. Stato, Sez. VI, 26 gennaio 1993, n. 96; Cons. Stato, Sez. VI, 14 novembre 1992, n. 873). (Segnalazione e massimario a cura di F. Albanese sui due siti citati).

Come commentare una sentenza che cita la stupenda, concreta raffigurazione del Paesaggio come l’identità stessa della nostra Nazione, e rappresentazione fisica della Patria? In quanto al potere prevalente del Diritto o della giustizia nella nostra vita, noi amanti della Natura sappiamo ormai che – purtroppo o per fortuna – non saranno i cittadini o i politici a salvarla o a ridurre i danni all’ambiente e alle nostre stupende città d’arte, ma saranno probabilmente i giudici.

Un tempo si diceva che il Liberalismo era intrinsecamente legato alla uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. E noi sappiamo bene come il Diritto, se ben interpretato da giudici coscienziosi, imparziali e onesti, è il pacifico ma severo “braccio armato” contro le prepotenze e gli attentati ai diritti di libertà, anche quelli “pubblici”, come sono il godimento delle bellezze naturali e artistiche, il piacere che dà una foresta, un paesaggio montano o marino non contaminato, un’opera d’arte. Però sono diritti e piaceri che non riguardano solo l’individuo, ma anche l’intera cittadinanza, la collettività.

Anche in Natura, anche per il Paesaggio, non c’è libertà senza limiti, quindi senza diritti, facoltà, doveri, divieti, cioè senza Diritto.

IMMAGINE: Paesaggio naturale in Italia (Irpinia).

AGGIORNATO IL 24 NOVEMBRE 2014


15 marzo 2014

 

Alberi monumentali. L’uomo che cerca, registra e segue lungo la loro vita i maggiori alberi d’Italia.

Faggio monumentale di Vastogirardi Re Fajone e Valido Capodacqua“I due Re” si potrebbe intitolare questa foto. Sulla destra si vede l’enorme tronco dell’antico faggio di Vastogirardi (IS) detto Re Fajone (ben 7,23 m. di circonferenza misurati, immagino con qualche difficolta, a 1,30 m di altezza).

Sulla sinistra, appoggiato, un altro re, per meriti civili e di divulgazione, il maggiore e più tenace dei cercatori e conoscitori di alberi monumentali italiani, Valido Capodarca, colonnello dell’Esercito a riposo, autore di diversi libri-guida sul tema “Grandi Alberi”, che quasi sempre vuol dire alberi antichi, cioè testimoni della nostra Storia (ultimi libri usciti: Alberi monumentali delle Marche, Alberi monumentali del Lazio, entrambi di Scocco ed., e Viaggio lungo l’Aso. Per gli altri libri v. appendice).  abituato a misurare, seguire e controllare ogni grande albero amorosamente, ovunque si trovi, lungo il decorso della sua vita biologica, spesso accidentata. E si sa che centinaia di anni di lento accrescimento possono essere azzerati da un fulmine, da un proprietario incapace, da una colonia di parassiti, dall’inciviltà degli uomini, dall’ignoranza di potatori e sedicenti “esperti”.

Una cura e una passione travolgente, quella di Capodarca, che si prolunga per decenni e decenni, coinvolgendo e sensibilizzando Forestali, Sindaci, proprietari, agronomi e altri cercatori. Per puro amore, un amore disinteressato, degli alberi e della Natura. Viaggiando sempre a sue spese, senza nulla chiedere in cambio, spesso distribuendo generosamente copie di foto e libri. «Una volta – ha ricordato su Facebook – diedi ad una Regione 165 diapositive di grandi alberi locali. Non volevo assolutamente niente. Alla fine, su insistenza del funzionario, chiesi 16.500 lire, cioè il puro costo che avevo pagato al fotografo. Credo di avergli fatto pena; infatti mi vidi arrivare un assegno di 165.000 lire».

Così si comporta questo solitario e assolutamente non venale cercatore di alberi centenari e imponenti. Utilizzando ogni mezzo, soprattutto con l’aiuto determinante della fotografia, delle misurazioni (circonferenza del tronco misurata a 1,20-1,30 m di altezza, altezza e ampiezza della chioma ecc.) e delle osservazioni di particolari (p.es. un grande ramo caduto, una potatura eccezionale, una bruciatura a causa d’un fulmine, una colonizzazione da parte di parassiti, funghi e perfino uccelli e piccoli mammiferi che approfittano d’ogni buco per farvi il nido), ricostruisce la storia naturale di ogni albero, la sua “biografia”, utilizzando non solo una memoria vivida, ma anche tutte le competenze proprie e altrui che possono riguardarlo, difenderlo, perfino rinvigorirlo e curarlo, in certi casi. E’ così che alberi che sembravano intaccati da parassiti e morenti, con ampie parti secche o cadenti, sono riportati al loro antico vigore. Ma sono casi eccezionali. Per lo più – testimoniano le periodiche foto e osservazioni del cercatore – anche gli alberi monumentali patiscono l’incuria e l’aggressività stupida degli uomini, oppure la durezza delle intemperie o l’inesorabilità del Tempo.

Ebbene, saremo ottocenteschi, ma nello squallore dei tanti nuovi Italiani, interessati a nulla (anzi no, alla playstation e ai telefonini, oltre che al calcio), vediamo in questa missione di Capodarca un comportamento davvero encomiabile, perché educativo e morale, quindi non solo controcorrente ma addirittura “eroico”. Non è esagerato? No, perché tutto è relativo: in un Paese di pessimi cittadini che non amano gli alberi, uno che non solo li ama, ma cerca, cataloga e ispeziona i più maestosi e antichi esemplari, uno per uno, e con competenza li pubblica in dettagliate guide facendoli conoscere a tutti, è eccezionale. Senza esagerazioni. Il Ministero dell’Agricoltura e i Sindaci dovrebbero stipendiarlo. Ammesso che, modesto e schivo com’è, accettasse.

Un comportamento che insegna le bellezze della Natura ai cittadini più ottusi e ignoranti d'Europa, quelli che vedono con ostilità gli alberi e soprattutto le loro foglie (guai se cadono sulla loro stupida automobilina di latta o nel cortile!), abituati per un nonnulla, per paura o sadismo, a far potare in modo sconcio e tagliare anche gli alberi più antichi e belli, perché un impiegato del Comune o un avvocato li convince che "sono pericolosi" e “potrebbero causare danni a terzi” (grazie tante: e qual è l’attività umana o l’oggetto a rischio zero? tutto può “causare danni”), o anche perché la famigerata e sbrigativa casalinga del piano terra protesta "perché tolgono luce" (sic) e chiama i giardinieri per raderlo al suolo o mutilarlo.

E così, il solitario “cercatore di alberi” non solo segue il suo istinto, quello di esaudire un proprio desiderio e piacere innato, ma pubblica libri bellissimi, con foto uniche e con testi magistrali. Infatti, il Capodarca è anche un vero, grande “scrittore di libri”. Le sue pagine sono non solo molto ben scritte, in ottima lingua, ma piene di quell’humour saggio, di quell’ironia leggera e morale che hanno in genere le personalità ricche di valori e ideali.

La ricerca degli alberi, monumentali o no, educa giovani e vecchi, uomini e donne, scolari e maestre, semplici cittadini e amministratori, chi sa e chi ignora tutto di Natura, di alberi, di verde pubblico e privato, a preservare insieme agli alberi le nostre bellezze, la nostra storia. Anzi, senza darlo a vedere, instilla nel lettore tre valori cardine: la Bellezza, il Paesaggio e la nostra Storia. E sì, perché l’albero, specialmente un albero monumentale, non è solo botanica, agronomia, dendrologia, storia locale ecc., ma  soprattutto bellezza del Paesaggio e testimonianza storica. C’è chi un certo incrocio di strade lo riconosce e ricorda meglio grazie a “quel” pino caratteristico, chi una fattoria l’intravede subito per “quella” vecchia e grandissima quercia, chi si orizzonta tra boschi e aie ora seguendo un monumentale castagno, ora un contorto olivo. L’Italia non sarebbe così bella se non avesse i suoi caratteristici alberi grandi e imponenti sparsi qua e là grazie al Caso o all’intelligenza degli Antichi, ben superiori a noi anche in questo.

Per non parlare, infine, del senso del dovere e della responsabilità per il patrimonio comune, primi segni di civismo, che stimola e rafforza la ricerca e la tutela dei grandi alberi monumentali nei quali consiste il nostro paesaggio rurale o urbano.

E vi pare poco? Per noi quello di Capodarca, cercatore, misuratore e scrittore di alberi, è un comportamento commovente. Tanto più che la sua cura si prolunga nei decenni. In questo è l’erede del decano dei “cercatori di alberi” in Italia, Luigi Scaccabarozzi, oggi quasi ottantenne, famoso per la pignoleria con cui misurava il diametro dei tronchi, spesso operazione molto difficile con alberi contorti e dalle forme strane: ben tre misure diverse, da cui traeva una misura media.

Una Comunità illuminata dovrebbe esser grata a un uomini simili. Per meno, molto meno, qualche cittadino è stato insignito di riconoscimenti dallo Stato e dai Comuni. Ecco, quello di Capodarca è un vero e proprio impegno culturale, civile, oso dire morale, che andrebbe premiato dallo Stato, se lo Stato non deve essere solo un neutrale garante delle istituzioni e della dialettica tra cittadini, un arbitro assente come dicono certi conservatori “liberisti”, ma anche un educatore illuminato sia pure non invadente, come ritenevano i grandi liberali del Risorgimento e i grandi pensatori. Ma sì, premiato con un riconoscimento. Se noi fossimo, che so, ministro dell’Agricoltura o della Cultura, Sindaco o Presidente della Repubblica, gli daremmo una medaglia al Merito Civile per la divulgazione culturale e l’educazione ambientale.

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OPERE PUBBLICATE DA VALIDO CAPODARCA SUGLI ALBERI

"Toscana, cento alberi da salvare" - Vallecchi Editore - Firenze, 1983
"Marche, cinquanta alberi da salvare" - Vallecchi editore - Firenze, 1984
"Emilia Romagna, ottanta alberi da salvare" - Vallecchi Editore - Firenze, 1986
"Abruzzo, sessanta alberi da salvare" - Edizioni Il Vantaggio - Firenze, 1988
“I Patriarchi Verdi” – Edifir – Firenze 2001
"Alberi Monumentali di Firenze e Provincia" - Edifir - Firenze, 2001
"Alberi Monumentali della Toscana" - Edifir - Firenze, 2003
"Alberi monumentali delle Marche”, Roberto Scocco ed. 2013
“Alberi monumentali del Lazio, Roberto Scocco ed. 2013

AGGIORNATO IL 19 NOVEMBRE 2014

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