11 novembre 2012

 

Un’alluvione di stupidità. Quella vergognosa passività della gente che non fa nulla per prevenire.

alluvionati-250-200-90-c Basta! E’ ora di dire basta all’idiozia degli Italiani che vivono da decenni, senza fare nulla, con fatalismo e passività orientali, nelle zone a rischio idro-geologico. Ma siamo in Europa o no? Ancora una volta basta il normale autunno per entrare nel dramma: smottamenti, inondazioni, allagamenti, morti, feriti. Addirittura si chiudono le scuole a Genova e si invitano i cittadini della ricca Versilia a non uscire di casa e a rifugiarsi ai piani alti. Loro che, fortunati hanno case a più piani. Ma è una ricchezza immeritata. 70 millimetri di pioggia giustificano il caos nella 7.a o 8.a potenza industriale del Mondo? Piuttosto sono 70 punti di quoziente d'intelligenza! Liguria, Toscana, Sicilia, Calabria e tutto il resto del Paese. Che per il suo passato meriterebbe abitanti molto più attivi, cioè più intelligenti e più onesti. E’ sufficiente un po' di normalissima pioggia per dichiarare l'emergenza? Ma allora sono tutti stupidi. Erano stati avvertiti, da anni, hanno avuto alluvioni e morti da molti anni. E loro che fanno? Nulla. Passano tutto l'anno aspettando le piogge dell'autunno e della primavera. Inattivi. Trascorrono il tempo come rimbambiti a guardare la tv, a giocare coi video-giochi, a bere all'osteria o al bar, a esibire l’ultimo tablet o il vestiario firmato, a innaffiare il giardino, a lavare l'auto, al massimo a fare muscoli, aerobica o danza in palestra: questi gli unici sport di massa in Italia. Non capiscono, giovani, vecchi, uomini e donne, che già da molti anni, anziché pensare all’ultimo Ipod, dovevano tirarsi sù le maniche, lavorare tutto l’anno, rivoluzionare i loro insediamenti urbani, rimboschire in modo ossessivo la montagna e ogni collina, lasciare libero con ampi margini esondativi ogni torrente, ogni fiume (con tutto il tempo libero che hanno), rafforzare ma talvolta anche togliere del tutto gli argini se cementati o troppo stretti, e soprattutto abbattere le loro schifose casette costruite dove non dovevano essere costruite. Nessuna solidarietà, no, a questa gente che egoisticamente se ne sta tutto l’anno “per conto suo”, chiusa nel suo salotto o tinello, nella sua stupida, linda e inutile privacy all’italiana, individualisticamente, senza collegarsi agli altri, senza creare comitati di quartiere, di villaggio, squadre di intervento operativo, catene via internet per monitorare boschi e colline, ma aspetta tutto dall’Alto, dalle Autorità, dai presunti Tecnici (che, tranne gli impeccabili Vigili del Fuoco e altre rare istituzioni) altro non sono che gli stessi abitanti pigri in altra veste…), dalle corrotte Regioni, e specialmente dal papà-Stato, che pur con le sue pecche è addirittura migliore dei singoli suoi “componenti”: i suoi cittadini. E che, anzi, viene da loro, ingrati, disprezzato. Ma non sanno gli Italiani che così disprezzano se stessi? Da chi credono che sia fatto lo Stato, se non dai normalissimi cittadini infingardi, poco intelligenti, furbi, corrotti, pigri e pure anarcoidi? Perciò, anche per le presenti e future alluvioni “da forza maggiore”, per questa ed altre prevedibilissime “fatalità”, per l’attuale e le successive puntuali “emergenze”, invito tutti a non esprimere nessuna commozione. Questa gente che si atteggia a vittima, mentre non previene nulla, ma è subito pronta a chiedere soldi per i danni (che essa stessa ha inferto) è la sola colpevole. Colpevole recidiva di non aver controllato per decenni sindaci, capi-regione, politici, tecnici locali ecc. dello sfascio dell'Italia. Che sembra solo uno sfascio idro-geologico e urbanistico, ma è in realtà uno sfascio intellettuale e morale. Le alluvioni, i disastri, le emergenze, i terremoti, sono lo specchio di questo stupido Paese di oggi, che non si merita i suoi antichi Antenati, che erano fatti di ben altra pasta.

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26 aprile 2012

 

Piantare alberi. La grande foresta di Mulai (Assam, India) sorta grazie a un solo uomo.

Foresta di Mulai (India, Assam) ed elefante Un uomo, da solo, che con caparbia volontà e amore passionale per la Natura, anno dopo anno, crea una vera e propria foresta di 550 ettari dove prima esisteva solo terreno incolto, deserto, sabbia. E ricrea a poco a poco un’intera ecologia, un ambiente ricco di specie vegetali e animali, ad alta complessità biologica, che diventa un parco naturale con piante e animali protetti (tanto che molte specie a rischio vi si rifugiano).

Proprio quello che aveva immaginato Giono. Anche in Israele alcune zone aride e desertiche sono state riconvertite al verde (per lo più alberi da frutto), verde che probabilmente in tempi remoti le ricopriva, ristabilendo oltre ad un equilibrio infranto, benefici pratici per la Natura e la salute dei cittadini.

Insomma, è la stupenda favola – diventata realtà di oggi – del mitico Bouffier nel racconto L’homme qui plantait les arbres, scritto nel 1953 dallo scrittore francese di origine italiana Jean Giono. Ma soprattutto viene in mente il bellissimo filmato con disegni animati, forse ancora più avvincente e poetico del racconto stesso, realizzato dal disegnatore canadese Frédéric Back nel 1987 (visibile qui: è uno dei nostri filmati di culto).

Con la differenza che stavolta si tratta di un episodio vero, e anche dei giorni nostri, in una regione come l’India in cui la modernizzazione copiata malamente dal peggiore Occidente sta distruggendo interi habitat e sottoponendo la popolazione, dopo secolari carestie, fame e malattie, ad un’ulteriore schiavitù, quella della deforestazione, con la scusa della “civiltà”, e dell’inquinamento. Quindi, un’azione che simbolicamente vale ancor più, se possibile, di quella d’un Bouffier, anche a volerlo considerare un personaggio reale. E poi la vicenda di Mulai riporta al centro dell’ambiente gli alberi, troppo a lungo e tuttora considerati solo un elemento “estetico” (mentalità da cittadini) o produttori di frutti (mentalità da agricoltori), e comunque considerati ecologicamente troppo poco perfino dagli ecologisti. Eppure, basterebbe concentrarsi sul piantare alberi, ovunque, a più non posso, per ristabilire buone condizioni di vita e migliorare perfino il microclima, grazie alla regolazione ossigeno-anidride carbonica tipica degli alberi.

Riferendo sulla bellissima vicenda perfino l’anglofono Times of India in un articolo cita il francofono Giono. Riportiamo qui il completo resoconto di L. Pavesi. (NV).

INDIA. Jadav 'Mulai' Payeng è il protagonista di una storia che ha dell’incredibile: da solo ha trasformato un esteso banco di sabbia lungo le rive del fiume indiano Brahmaputra in una rigogliosa foresta. Payeng, nativo del Distretto di Jorhat (nello Stato nord-orientale di Assam) e noto tra la popolazione locale come 'Mulai', nell’arco di 30 anni è riuscito a rimboschire una superficie di circa 550 ettari.

La sua foresta, conosciuta da tutti come 'Mulai Kathoni' o 'la foresta di Mulai', è diventata l’habitat ideale per centinaia di cervidi, conigli, scimmie ed innumerevoli varietà di uccelli. Ciò che una volta era uno sterile banco di sabbia vicino al suo villaggio natale, oggi è un rifugio sicuro per specie in via di estinzione come i rinoceronti unicorno e le tigri reali del Bengala (la cui piccola comunità, di recente, è aumentata grazie alla nascita di due cuccioli).

Payeng, che oggi ha 48 anni, ha cominciato a lavorare alla sua foresta intorno al 1980, poco più che adolescente, quando, dopo una lunga serie di inondazioni, trovò la spiaggia del Brahmaputra invasa da una moltitudine di rettili senza vita. Payeng, che all’epoca aveva solo 17 anni, prese una decisione che gli cambiò la vita: “I serpenti erano morti di caldo, poiché non c’erano alberi sotto cui ripararsi. Mi sono seduto e ho pianto. È stata una carneficina”, ha raccontato. “Ho avvertito il Dipartimento Forestale e chiesto loro di piantare degli alberi. Mi hanno risposto che qui non sarebbe cresciuto niente. Anzi, hanno chiesto a me di provare a piantare dei bambù. Non mi ha aiutato nessuno. È stata davvero dura, ma ce l'ho fatta”.

La 'foresta di Mulai' è un rifugio sicuro per specie in via di estinzione come i rinoceronti unicorno. Mulai decise di lasciare la scuola e la sua casa natale per andare a vivere da solo su quel banco di sabbia. Passava le giornate osservando le piante crescere e così, nel giro di pochi anni, la spiaggia era diventata un bosco di bambù. “È stato allora che ho deciso di piantare alberi adatti alla zona. Li ho raccolti e li ho piantumati qui. Dal mio villaggio ho portato delle formiche rosse, che mi hanno morsicato un sacco di volte. Le formiche rosse migliorano la qualità del suolo. È stata un’esperienza incredibile”, ha spiegato Payeng.

A poco a poco, una zona sterile è stata invasa da una grande biodiversità di flora e fauna selvatica, specie in via di estinzione comprese. “Anche gli uccelli migratori hanno cominciato a vivere qui. Dopo anni e anni, sono arrivati gli avvoltoi. La presenza della fauna selvatica ha attirato i predatori”. Ancora oggi, Payeng prosegue nella sua 'missione' e vive in una capanna ai confini della foresta, con moglie e tre figli.

Il Dipartimento Forestale dello Stato di Assam ha appreso dell’esistenza della foresta di Mulai solo nel 2008, quando un branco di elefanti selvatici vi si era rifugiato. Esiste, infatti, un gruppo di circa 100 elefanti che stanzia regolarmente nella foresta per sei mesi all’anno e, di recente, si è allargata di altri 10 elefantini. “Siamo rimasti impressionati nel trovare una foresta così fitta su un banco di sabbia”, ha dichiarato alla stampa Gunin Saikia, conservatore forestale. “Gli abitanti di un villaggio locale, le cui case erano state abbattute dai pachidermi, volevano distruggere la foresta, ma Payeng li ha sfidati ad uccidere lui per primo. Payeng tratta gli alberi e gli animali della foresta come se fossero dei figli. Per questo abbiamo deciso di aiutarlo”.

La piccola comunità delle tigri reali del Bengala di recente è aumentata grazie alla nascita di due cuccioli. L'Opera di Mulai viene considerata esemplare dal Dipartimento Forestale di Assam, tanto che, secondo il conservatore Saikia, questa sarebbe la più grande foresta del mondo nel letto di un fiume. “Payeng ci ha davvero sbalordito. Si è dato da fare per 30 anni. Se vivesse in un altro paese, sarebbe un eroe”, ha detto Saikia.

Payeng, però, si rammarica del fatto che il governo centrale indiano, finora, non gli abbia dato alcuna assistenza finanziaria: solo il Dipartimento Forestale locale (che ha in programma di estendere la foresta di Mulai di altri 1.000 ettari) gli fornisce, a cadenze regolari, gli alberi da piantare. “Il Dipartimento sta mostrando interesse per la conservazione della foresta, attraverso visite regolari al sito”. E conclude: “Se il Dipartimento Forestale mi garantisce che gestirà questa foresta al meglio, potrò traslocare in altre zone dello Stato per avviare altri progetti, simili a questo”.

Nel frattempo Pranon Kalita, governatore del distretto di Jorhat, riguardo alla foresta di Mulai ha dichiarato alla stampa: “Stiamo convincendo il governo centrale ad avviare le pratiche necessarie a dichiarare questa zona un piccolo “santuario della fauna selvatica”. Ed ha aggiunto che anche B.K. Handique, ex ministro indiano e oggi membro del Parlamento del Jorhat, si è interessato alla questione (Laura Pavesi).

Lai Pei-yuan detto il re degli alberi a Taiwan CINA (TAIWAN). Una vicenda assai simile a quelle di Mulai e di Bouffier l’ha vissuta il cinese di Taiwan Lai Pei-yuan. “Il re degli alberi vive a Taiwan” ha intitolato il sito web LifeGate un articolo di T. Perrone:

«Ha piantato 270mila alberi nel giro di trent'anni, pari a circa 130 ettari, per far fronte alla deforestazione che Taiwan ha subìto nell'ultimo secolo. Si chiama Lai Pei-yuan ed è già stato ribattezzato "re degli alberi". Lai Pei-yuan è un imprenditore taiwanese di 57 anni che ha avuto successo nel settore immobiliare e dei trasporti. Oggi ha cambiato vita e nelle fotografie appare come un moderno cowboy, cappello blu, stivali e gilet grigio. Solo che al posto di far pascolare il bestiame, Lai pianta alberi. Negli ultimi trent’anni ne ha messi a dimora 270mila coprendo di verde un versante montano di 130 ettari, vicino a Taichung, a Taiwan. Un’attività che gli è valsa il titolo di “re degli alberi”.

La sua storia comincia quando, trentenne, decide di fare qualcosa di concreto per rimediare allo scempio cominciato nel 1895, sotto il dominio coloniale giapponese. In nome del progresso, alberi secolari vennero tagliati ed esportati. Una pratica proseguita anche per buona parte del Ventesimo secolo. Solo nel 1989 le autorità di Taiwan decisero di vietare la deforestazione, ma a quel punto il danno era già stato fatto. La superficie boschiva era calata dal 90 al 55 per cento.

“L’idea che ho avuto è molto semplice. Per salvaguardare l’isola, avrei dovuto piantare alberi”, ha raccontato Lai all’agenzia Afp. E per farlo ha speso centinaia di milioni di dollari taiwanesi (milioni di euro). Persino il presidente di Taiwan, Ma Ying-jeou, lo ha definito “una persona straordinaria. Nessuno aveva mai piantato così tanti alberi a Taiwan”. Così ogni mattina, per trent'anni, Lai andava sui monti tornando dalla sua famiglia solo al tramonto. I figli, confusi e a volte delusi dall’assenza del padre, hanno ammesso di aver capito cosa stesse facendo loro padre solo molto tempo dopo.

Oggi il figlio più grande di Lai, Lai Chien-chung, vende caffè col marchio “Coffee & Tree” i cui chicchi vengono coltivati all’interno della foresta del padre. Il 95 per cento dei profitti viene usato per tutelare la foresta e piantare nuovi alberi. Per garantire un futuro a quanto da lui creato, Lai Pei-yuan ha promesso che la foresta non verrà mai svenduta, né la lascerà alla sua famiglia dopo la sua morte. Continuerà a essere gestita da una organizzazione non governativa da lui stesso fondata (Tommaso Perrone).

IMMAGINE. 1. La foresta intricata ricca di specie vegetali e animali, creata dal nulla, nella regione dell’Assam (India), dove prima c’era solo terreno infertile e sabbioso, per opera di Jadav 'Mulai' Payeng. 2. L’imprenditore “piantatore” di Taiwan, Lai Pei-yuan.

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07 marzo 2012

 

Tempeste solari. Anche questa volta l’abbiamo scampata, ma le piogge di protoni sono terribili.

Flusso protoni dal sole.Tempesta magnetica 24 gennaio 2012 .

E’ in atto la tempesta solare più vasta degli ultimi cinque anni: è iniziata ieri 7 marzo, ed è ancora più potente di quella del 23-24 gennaio scorso, su cui riferisce qui di seguito l’articolo di Roberto Vacca. “La tempesta in atto è composta di tre fasi”, ha spiegato Joe Kunches, scienziato della National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) di Boulder, in Colorado. “Nella prima le due eruzioni solari che si sono mosse quasi alla velocità della luce hanno raggiunto la Terra martedì sera; nella seconda – che può durare giorni – la radiazione solare ha raggiunto il campo magnetico della Terra mercoledì, con possibili conseguenze sul traffico aereo e i satelliti; nella terza la nube di plasma ha raggiunto la Terra giovedì mattina e può interessare le reti elettriche, i satelliti, i Gps più sofisticati (non quelli impiegati nelle auto)”. Così l’articolo del Corriere della Sera online, che fa da integrazione e aggiornamento dell’articolo di Roberto Vacca (NV):

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L’abbiamo scampata. Il 23 gennaio scorso satelliti e stazioni a terra segnalarono in arrivo dal sole una tempesta di protoni: quelli con alta energia sono passati da 10 a 7500 per cm2 e per secondo [vedi diagramma]. Poi il flusso di protoni si è affievolito.

Se fosse cresciuto molto, avremmo avuto disastri. Anche in Italia il cielo notturno si sarebbe colorato di verde, viola e rosso: aurore boreali che si vedono vicino ai poli. Poi sarebbe diventato rosso sangue. Grossi blackout ci avrebbero tolto l’elettricità. Le linee telefoniche e telegrafiche fuori uso avrebbero impedito gli interventi di emergenza. Ferrovie, gasdotti e oleodotti avrebbero subìto danni gravi. Il blocco di reti e tecnologia nelle società più avanzate, prive di energia, potrebbe causare vittime a milioni.

Sono eventi, a decine di anni uno dall’altro, causati dal vento di protoni emessi dal sole: vanno a velocità fino a 7 milioni di km/h e arrivano a noi in circa 20 ore. Queste tempeste si chiamano CME: Coronal Mass Ejection: espulsione di massa dalla corona solare e proiettano miliardi di tonnellate di protoni. Non è fantascienza: Spectrum (la rivista degli ingegneri elettrici USA) questo mese dedica all’argomento un lungo articolo.

I protoni seguono traiettorie elicoidali. Le CME più intense producono campi magnetici giganti interagenti con la magnetosfera terrestre. Quindi correnti elettriche molto intense fluiscono nell’aria della stratosfera che a 50 km di quota è un buon conduttore. La tempesta geomagnetica induce sulla superficie terrestre forti correnti elettriche che passano nel terreno, nelle reti elettriche ad alta tensione, nelle tubazioni, nelle rotaie, nei cavi sottomarini. In conseguenza le reti vanno fuori servizio. Sono più a rischio le centrali elettronucleari: senza energia elettrica dalla rete non possono raffreddare i nuclei che possono fondere. In Europa, USA, Cina si potrebbero avere decine di disastri tipo Fukushima.

È meno tragico, ma molto spiacevole, il rischio di fusione degli avvolgimenti dei grandi trasformatori ad altissima tensione (765 kV in USA, 1000 kV in Cina). Ogni unità pesa 200 tonnellate e costa più di 10 milioni di euro. Non sono tenuti a magazzino e la produzione richiede molti mesi. Anche i terroristi potrebbero farne saltare alcuni, ma un CME ne distruggerebbe decine bloccando per anni l’energia di continenti. I trasformatori si possono proteggere installando condensatori sulla messa a terra del neutro e bypassandoli con tubi elettronici per scaricare a terra le sovracorrenti alternate. Queste tecniche, però, non sono state sperimentate in pratica.

I CME sono rari. Nel 1859 il più grave, negli Stati Uniti fu preceduto da aurore boreali e cielo rosso a basse latitudini. A quel tempo non esistevano reti elettriche, ma andarono distrutte molte linee telegrafiche.

Un altro CME nel 1921 bloccò telefoni e telegrafi in Svezia e negli Stati Uniti e mise fuori servizio i sistemi di scambi e segnali della Ferrovia Centrale di New York. Le reti elettriche di energia, poco estese all’epoca, non subirono danni gravi. Nel 1989 i cieli colorati da un CME furono interpretati come lo scoppio di una guerra nucleare, ma in Canada ci fu un blackout di un giorno che lasciò senza energia elettrica tutto il Quebec.

Qualche giorno fa Pete Riley della Predictive Science di San Diego (un centro di ricerca sponsorizzato dalla NASA e dalla National Science Foundation) ha pubblicato suoi calcoli secondo i quali ci sarebbe una probabilità del 12,5 % che entro il 2020 si verifichi una Coronal Mass Ejection. L’affermazione sembra azzardata – ma il centro di Riley sembra affidabile.

Giornali, televisioni, politici e politologi non parlano dei rischi dovuti agli arsenali nucleari, né di questi, meno letali, ma significativi. Dovrebbero farlo.

ROBERTO VACCA

IMMAGINE. Grafico del flusso di protoni dal sole misurato dal 22 al 24 gennaio 2012 dalla NOAA (Usa).

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01 marzo 2012

 

Il “Governo dell’economia” spreca miliardi nella linea TAV in val di Susa. E l’ambiente?

tav-torino-lione Avevamo lodato il Governo di Mario Monti per aver saputo dire di no al finanziamento delle Olimpiadi a Roma, proposte da un Comitato espresso dal precedente Governo con una faccia tosta senza pari in questi tempi di crisi e in una città già caotica e superaffollata di turisti. Per il medesimo motivo lo abbiamo ringraziato per aver rimandato alle calende greche, cioè “a tempi migliori” – come ha detto la ministra Cancellieri – l’inutile e dispendioso Ponte sullo Stretto di Messina. Eravamo, perciò, convinti che anche l’altra Grande Opera inutile, un doppione devastante per l’ambiente, costosissimo e fuori mercato, cioè la linea ferroviaria TAV lungo la val di Susa, sarebbe stata definitivamente accantonata. Anche se, a dire la verità, eravamo convinti dentro di noi che oramai “i giochi erano stati fatti”, e che era troppo tardi per qualunque Governo tirarsi indietro. Con meraviglia, invece, apprendiamo che, al contrario di quanto era stato detto, i veri “giochi” in realtà sono stati condotti proprio nelle ultime settimane, tra dicembre e gennaio, e proprio dal nuovo Governo “sparagnino”. L’opinione pubblica, insomma, è stata presa in giro e colta di sorpresa, come prova l’articolo di Livio Ghersi che riportiamo di seguito. Così, il Governo che ha fatto stringere la cintola agli Italiani, il ministero dell’economia all’osso, ha il coraggio di buttar via quasi 3 miliardi di euro per un’opera grandiosa quanto inutile, mentre l’intera Italia, franosa, spesso allagata e deturpata, ha bisogno di urgenti sistemazioni idrogeologiche, eliminazione di impianti inquinanti, rifinanziamento e tutela dei Parchi, potenziamento ed estensione delle aree protette. Una scelta insensata che meraviglia. Un nostro articolo esauriente con tutti gli aspetti del problema TAV in val di Susa, compresi i pochi pro e i molti contra, lo abbiamo pubblicato qui. NICO VALERIO

 

E' diffusissimo, in ambito accademico, il vezzo di chiamare "maestro" il professore da cui si è stati avviati alla carriera universitaria. In attesa di essere, a propria volta, appellati allo stesso modo. Vanità umana, laddove l'insegnamento evangelico è chiaro: «Ma voi non fatevi chiamare "maestro"; perché uno solo è il vostro maestro; e voi siete tutti fratelli» (Mt, 23, 8). Il Direttore del quotidiano "Il Giornale", nell'editoriale dedicato al militante della Val di Susa Luca Abbà, ha ritenuto di riprendere la teoria dei "cattivi maestri". Ha scritto: «Abbà è vittima di sé stesso, ma non l'unico responsabile della sua autodistruzione. C'è il lungo elenco di cattivi maestri che soffia sul fuoco della protesta, intellettuali, ex comici, politici con e senza orecchino che giocano con e parole e, senza nulla rischiare, ora pure con la vita degli altri». Non ho alcun titolo accademico che consenta di definirmi un "cattivo maestro". Passando dalla forma alla sostanza, non ho alcunché da insegnare ad altri. Tuttavia, avendo ripetutamente scritto che il progetto di far passare in Val di Susa una nuova linea ferroviaria per treni ad alta velocità mi sembra sbagliato nel merito e nella sua logica ispiratrice, sento anch'io su di me una parte della responsabilità per il sangue di Luca Abbà, per le sue ossa fratturate.

Altri giornalisti, non livorosi, hanno scritto che Abbà «rischia di morire per una causa persa» (Marco Imarisio, nel "Corriere della Sera"). Persa perché «la linea ad alta velocità che deve unire Torino e Lione è già stata approvata da due Parlamenti nazionali, quello italiano e quello francese, e da due trattati internazionali. E' una struttura strategica che viene finanziata con denaro europeo» (Carlo Galli, ne "La Repubblica"). C'è un'ineluttabilità che schiaccia i cosiddetti "No-TAV". Le ferree logiche dell'economia, del progresso, della politica governante e finalmente decisionista. Ci sono addirittura due trattati, anzi "Trattati", con l'iniziale maiuscola. I trattati internazionali, com'è noto, sono sottoscritti dai Governi, ma devono essere autorizzati con legge dal Parlamento.

Poiché mi piace verificare quanto leggo, ho preso atto che c'è la legge 27 settembre 2002, n. 228, titolata "Ratifica ed esecuzione dell'Accordo tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica francese per la realizzazione di una nuova linea ferroviaria Torino-Lione, fatto a a Torino il 29 gennaio 2001". Evidentemente, quel trattato da solo non bastava; qualcosa si era inceppato. E si viene a tempi recentissimi. Il Ministro delle Infrastrutture, Passera, nel mese di dicembre del 2011 partecipa a Bruxelles ad un Consiglio Europeo dei Ministri dei trasporti dell'Unione ed assicura che la connessione ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lione rientra tra le priorità per l'Italia e quindi si realizzerà certamente. Nello stesso mese di dicembre 2011 il Vice-ministro alle Infrastrutture, Mario Caccia, a nome del Governo italiano, firma a Roma un accordo con il Ministro dei Trasporti francese, Thierry Mariani, che rappresenta il Governo della Francia. Anche se molti organi d'informazione, nell'entusiasmo, qualificano quell'accordo come "definitivo", ed alcuni arrivano a scrivere che Caccia e Mariani avrebbero loro stessi "ratificato" un nuovo trattato, è evidente che la ratifica parlamentare debba ancora intervenire. Quale occasione migliore, penso io, perché, invece di considerare la legge di ratifica un mero adempimento burocratico, i Gruppi parlamentari esprimano il proprio punto di vista in un dibattito parlamentare, assumendo fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte al cospetto del Paese?

E' un fatto che il Governo dei tecnici abbia voluto essere protagonista di questa vicenda. Nel bene e nel male, secondo i punti di vista, bisognerà tenerne conto. Nel merito di quanto deciso da Caccia e Mariani, si possono leggere articoli molto informati. Maurizio Tropeano, il 20 dicembre 2011 nel quotidiano "La Stampa", scriveva che il costo complessivo dell'opera a carico dell'Italia nell'arco di dieci anni, dal 2013 al 2023, sarà di «2,7 miliardi di euro, al netto del cofinanziamento europeo e della quota francese» (si veda l'articolo titolato "Torino-Lione. Firmato il nuovo Trattato"). Sempre Tropeano scriveva che era stata istituita una «nuova Società con sede operativa a Torino e sede legale a Chambery» e che «intanto a gestire il cantiere di Chiomonte arriva una Cooperativa rossa. La CMC di Ravenna (contratto firmato in mattinata) realizzerà il cunicolo esplorativo della Maddalena». Al di là delle ineluttabili leggi del progresso, sembra di capire che qualcuno abbia interesse a che l'opera si realizzi. Ma va?

L'articolo titolato "TAV, un progetto da 8,2 miliardi", a firma di Maria Chiara Voci e Filomena Greco (nel quotidiano "Il Sole-24 Ore", del 27 febbraio 2012), rende conto di tutti i dettagli dell'opera. L'impatto ambientale non può essere contestato: «tunnel di base di 57 chilometri da Saint Jean de Maurienne a Susa, più 1,5 chilometri di connessione con la linea esistente, da Susa a Bussoleno». Sorprendente che ancora non si disponga di un progetto esecutivo: «la progettazione definitiva è stata avviata il 9 gennaio 2012, per un tempo contrattuale previsto in 12 mesi». Per il collegamento con la linea esistente bisognerà costruire un ponte sul fiume Dora. Viene al momento rinviato il progetto di costruire, nella parte italiana, un secondo tunnel di 19 chilometri sotto il monte Orsiera. Tra parentesi, si trova proprio qui il Parco naturale Orsiera-Rocciavré, qualificato di interesse comunitario.

Quanto riportato tende a dimostrare l'infondatezza della tesi secondo cui "da tempo" tutto sarebbe stato deciso. Si sta decidendo ora: dicembre 2011, gennaio/febbraio 2012. L'attuale Governo ha voluto essere della partita, nonostante fosse contemporaneamente impegnato su tanti altri fronti. In questi giorni si stanno completando le procedure di esproprio dei terreni. Luca Abbà era appunto uno dei legittimi proprietari, ora espropriato. Non gli è stato consentito di essere un pacifico contadino, tra le sue montagne.

"Humani nihil a me alienum puto": niente di tutto ciò che riguarda gli esseri umani mi è estraneo, scriveva Terenzio Afro nel 163 a. C.. Portare solidarietà a chi subisce un sopruso, combattere una "causa persa" per senso di giustizia: sono tutti modi di vivere la condizione umana. Penso, non fra i modi peggiori. In questo caso, l'insegnamento cristiano coincide con la saggezza politica. Non bisogna opporre violenza a violenza. Chi ha ragione ed è debole, ha tutto l'interesse ad opporsi in modo creativo, ma sempre pacifico. Se si arriva al dunque, meglio essere vittime, affinché sia evidente chi è dalla parte del torto ed i carnefici siano messi nelle condizioni di doversi vergognare. 

LIVIO GHERSI


10 febbraio 2012

 

Ecologia chic. E dopo le Maldive “a basso contenuto di CO2”, anche il golf “eco-sostenibile”!

Golf e veicolo Preoccupati del taglio degli alberi e dell’uccisione inutile di animali? Indignati per l’abbandono e la povertà di mezzi dei parchi italiani? Scandalizzati da moto-cross, moto-slitte e impianti da sci in montagna? Offesi dal cinismo di sindaci che fanno costruire ovunque case e capannoni inutili, per i soldi della concessione? Arrabbiati per la devastazione del paesaggio da parte di impianti di fotovoltaico sul terreno selvaggio o agricolo? Esacerbati dalle foreste di torri eoliche antiestetiche, speculative e inutili sui crinali delle nostre belle montagne del Centro-Sud? Stressati dal caos del traffico automobilistico (quasi sempre una sola persona per auto) nei bellissimi centri storici di Roma e Firenze, e un po’ dovunque? Inquieti per la dieta sbagliata propinata nelle scuola ai bambini (e ammannita a tutti da sconsiderati nutrizionisti alla Tv, che non seguono gli avvertimenti degli scienziati)? Umiliati dal disprezzo – sotto qualunque Governo – per i diritti dei cittadini acquirenti e utenti (la “domanda”), a tutto vantaggio dei soli produttori, dal negozio sotto casa, all’ipermercato, alla grande azienda, alla banca, alla società assicuratrice (cioè la “offerta”)? Depressi per il vergognoso consumismo degli Italiani (troppi telefonini, troppe auto, troppa moda, gadgets e oggetti inutili, alimenti e bevande a base di grassi o zucchero, confezioni esagerate con troppo imballaggio e plastica?

Tranquilli, ecco la notizia che vi acquieterà, dimostrandovi che gli ecologi ed ecologisti italiani lavorano per la Natura e per l’uomo, davvero:

“La Federazione italiana golf ha appena siglato un accordo con Legambiente, Wwf, Federparchi, Fai e MareVivo in linea col programma internazionale della Golf environment organization (Geo), per la salvaguardia di paesaggio, assetto idrogeologico, biodiversità (riduzione dell'uso di fertilizzanti e fitofarmaci) e risparmio idrico ed energetico. I firmatari si impegnano a un confronto per la riqualificazione ambientale dei campi esistenti e perché l'eventuale creazione di nuovi impianti avvenga in base a criteri di sostenibilità” (comunicato su Ecoturismo).

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14 gennaio 2012

 

Doomsday (Giudizio Universale). Scienziati atomici pazzi? No, ma se avessero più giudizio…

Fine del mondo New York “Anche gli scienziati atomici ragionano in modo peculiare”, intitola una sua nota Roberto Vacca. Tipico, voleva dire. Ma l’etimologia è irresistibile: peculiare deriva dal latino peculium, cioè il patrimonio, che all’origine della nostra Storia era costituito (tutte le nostre civiltà erano di pastori, non dimentichiamolo) dal gregge di pecore. Ecco, appunto, qui vogliamo arrivare, come si vedrà in fondo a questo commento.

Perché gli scienziati atomici o nucleari (c’è tra i due termini qualche minima, impercettibile, ma comunque inquietante differenza semantica) sembrano comportarsi nei loro blog e siti come goliardi con la testa tra le nuvole e l’ironia facile? Ma non sanno di maneggiare roba che è peggio del tritolo? Da che cosa gli deriva tutta questa ironia leggera, tutto questo sense of humour?

Niente a che fare col dr. Stranamore del cinema, però lascia un po’ interdetti il loro gioco catastrofista, molto anglosassone e molto “IgNobel”, per rifare il verso al divertente anti-premio Nobel della scienza goliardica, che consiste nel prevedere l’ipotetico “ultimo giorno” di vita sulla Terra, una sorta di giorno del biblico Giudizio Universale (e poi dicono che gli scienziati sono atei: nelle barzellette sono credenti, eccome…). Possibile? Ma si.

“Perché, si sa, signora mia, con tutte queste guerre, questi dittatori islamici, e ora anche – Dio non voglia – con i cibi Ogm, tutte ‘ste malattie che girano oggigiorno, e ora pure il cambiamento climatico, davvero non si sa dove andremo a finire… La fine del Mondo, davvero!”.

Ecco, se queste sparate, in cui viene mescolato un po’ di tutto in un  tipico minestrone da brava casalinga, le dice la sciura Cesira o la sora Barbara del terzo piano, può andar bene: farà parte del colore, diciamo così, ambientale di un tipico condominio di periferia. Ma che le dicano, facendo finta di scherzare, degli scienziati, e per di più atomici, non si sa se fa più pena o paura.

E se poi questi scienziati atomici sono o “fanno” gli Americani, sono dolori. Ecco il mito tutto United States e goliardico del Doomsday, come adattamento nuclear-ecologico della passione morbosa che i più infantili degli anglosassoni hanno per i disastri, le auto-scontro, le esplosioni, le grandi sparatorie e stragi da film.

Così – perché nelle cavolate sono precisi e minuziosi – è nato addirittura il Doomsday Clock, un vero e proprio indicatore a tempo della autodistruzione dell’umanità “calcolato” (si fa per dire) dal Bullettin of Atomic Scientists, come se fosse uno studio serio.

Gli scienziati atomici hanno messo nello stesso mazzo dati sulla proliferazione nucleare, il cambiamento del clima (e il pericolo paventato del riscaldamento globale), i dati delle scienze biologiche sugli alimenti, le grandi malattie, compresi virus ed epidemie, farmaci, bio-diversità, e anche la bio-sicurezza, cioè le difese organizzate dalla scienza contro questi nuovi “flagelli” medievali del XXI secolo. Ne è venuta fuori una sorta di equazione ipotetica folle che vorrebbe dirci, per la felicità morbosa dei tanti masochisti, quanto manca alla “autodistruzione globale”.

Insomma, uno studio (e un pensiero) “peculiare” – gli scappa detto al nostro Vacca – infatti hanno mescolato pecore e cavoli, facendo solo un gioco goliardico, un’astrazione di fantasia degna dei vari film apocalittici di Hollywood, non per caso con lo stesso nome: Doomsday (Nido d'amore), film del 1928, Superman Doomsday, film d'animazione del 2007, Doomsday (Il giorno del giudizio), film del 2008, 2012 Doomsday, altro film del 2008.

Fatto sta che con questa fissazione della spettacolarizzazione della scienza come nel cinema per palati adolescenziali di bocca buona si danneggia, non si facilita la divulgazione scientifica, e non si corregge neanche la tendenza ecologica. E a nulla servono gli scienziati goliardici, spesso più dannosi degli scienziati pazzi.
Ecco sull’imbarazzante argomento, una breve nota-commento, perfino troppo moderata, di Roberto Vacca.
NICO VALERIO

.

“Il Bulletin of Atomic Scientists pubblica da decenni l'ora segnata dal Doomsday Clock, orologio del giorno del giudizio. Questo disastro finale fu fissato immaginosamente a mezzanotte. Le lancette di questo orologio virtuale venivano avvicinate alle 24 tanto più quanto più numerose e distruttive erano le armi nucleari e quanto più tesa era la situazione internazionale, aumentando la probabilità di un olocausto nucleare.

Due giorni fa il Bulletin ha avanzato le lancette da 6 a 5 minuti prima della mezzanotte per i seguenti sintomi: "clear and present dangers of nuclear proliferation and climate change, and the need to find sustainable and safe sources of energy, world leads are failing to change business as usual. Inaction on key issues including climate change, and rising international tensions motivate the movement of the clock."

"L'inazione su problemi chiave incluso il cambiamento climatico"  non ha
ovviamente alcun rapporto con un conflitto nucleare generalizzato [che
potrebbe far esplodere l'equivalente di 700 kg di TNT per ogni essere umano]. Triste confusione.
ROBERTO VACCA


19 dicembre 2011

 

Faggi di 500 anni sull’Appennino. E il freddo fa bene agli alberi: li spinge alla longevità

Grande esemplare faggio secolare Lucretili Che molti vecchi alberi delle nostre foreste più antiche avessero visto il passaggio delle truppe napoleoniche, nel primo 800, e anche la fuga dei briganti verso qualche grotta, e già nel ‘700, e forse ancor prima, l’andirivieni sulle sassose mulattiere delle carovane di muli che ogni giorno passavano le selle montane, da valle a valle, carichi di acciughe sottosale, aringhe, olio e verdure conservate, e al ritorno di lardo e strutto di maiale, salsicce, formaggio e castagne, era risaputo, e personalmente usavo ripetere questi particolari coloriti ad ogni escursione in cui ci si imbatteva in una vecchia mulattiera.

Ma era poco credibile che nel Parco dei Lucretili, una bellissima e misteriosa zona selvaggia vicino a Tivoli (solo 30 km in linea d’aria da Roma), che ha anfratti così complicati che molti vi si perdono non appena escono dal sentiero, si fossero conservati i faggi che videro nel Seicento le escursioni con cui Federico Cesi e, sembra, anche il suo amico Galileo Galilei, i primi Lincei (la lince doveva essere di casa nelle foreste attorno ai pratoni del monte Gennaro, e così dette nome nel 1603 alla Accademia dei Lincei), partendo da S.Polo dei Cavalieri andavano ad “erborizzare”, cioè a cercare erbe e fiori da identificare, classificare e conservare in erbari, secondo le nuove tendenze scientifiche.

E invece è altamente plausibile. Il bellissimo faggio (Fagus sylvatica: non ho mai capito perché il primo classificatore, Linneo, non l’ha denominato più correttamente sylvestris…), certamente l’albero simbolo della Natura spontanea in Italia peninsulare, che copre gran parte dei pendii montani degli Appennini, fornendo d’estate un’ombra così fitta da rendere difficile in alcuni casi la lettura di un giornale, è stato studiato da scienziati dendrologi (dendron è il nome greco antico di pianta) che hanno confermato che può arrivare fino a 400-500 anni di vita. Ma, ecco la novità, il caldo ne abbrevia la vita, mentre il freddo l’allunga. Perciò quei faggi contorti e più piccoli verso i 1800 metri di altitudine – i limite per le piante superiori – che durante le escursioni, con drammatizzazione eccessiva (ora me ne rendo conto), descrivo “in evidenti difficoltà, a causa del vento, delle rigide temperature o dell’escursione termica giorno-notte”, sollevando moti di compassione tra le fanciulle presenti, in realtà non dico che se la godano allegramente, ma pur rattrappiti come sono, spesso più legno che foglie, arrivano proprio grazie a quelle difficoltà a diversi secoli di vita. Nel Parco d’Abruzzo, in alcuni valloni solitari, sono stati censiti diversi faggi di 500 anni. E altro che Federico Cesi e Galileo, Cavour e Napoleone: quelli avrebbero potuto vedere perfino Leonardo, Raffaello e Michelangelo.

Insomma, che alberi più grandi non fossero anche i più vecchi era noto tra gli studiosi e gli esperti, anche se la gente comune, perfino quelli che frequentano boschi e montagne, si ostina ancora a crederlo. Ma che il freddo facesse bene agli alberi, tanto da aiutarli ad essere più longevi, non era noto, o almeno non era stato ancora provato.

Ora c’è una bella ricerca italiana condotta dalle Alpi all’Appennino che lo dimostra con ricchezza di dati e molte novità anche per gli studiosi, come riferisce Massimo Spampani sul Corriere nella pagina dell’ambiente.
NICO VALERIO

Inizio di fitta faggeta in periodo estivo Se fa più caldo la longevità diminuisce di 23 anni ogni grado in più
GLI ALBERI PIU’ VECCHI SONO QUELLI CHE VIVONO IN CONDIZIONI PIU’ DURE
I più antichi non sono quelli più grandi, ma quelli che vivono in ambienti difficili. Ora una ricerca lo ha dimostrato

“Una ricerca tutta italiana ha dimostrato per la prima volta che gli alberi più vecchi non solo continuano a crescere anche in età avanzata (e la produzione di legno, foglie, radici non declina con l’età una volta arrivati alla maturità, come si pensava), ma anche che la loro veneranda età è stata raggiunta paradossalmente perché hanno incontrato difficoltà ambientali. Come a dire: se la vita per gli alberi è troppo facile ha più probabilità di essere anche più breve. Era noto da tempo che gli alberi più antichi non sono quelli più grandi, ma quelli che vivono in condizioni difficili, però mancava fino a oggi una ricerca che dimostrasse in modo sistematico come nel mondo delle foreste la crescita e la longevità siano inversamente correlate al variare di un importante fattore ambientale quale la temperatura: più è alta meno vivono.

Grande faggio in inverno Pratone m.Gennaro e Donatella Piccioli (picc.blu) FREDDO - In particolare lo studio guidato da Gianluca Piovesan, professore di silvicoltura dell’Università della Tuscia, insieme ad Alfredo Di Filippo e Maurizio Maugeri, climatologo dell’Università di Milano, oltre ad altri ricercatori, è basato su numerose faggete vetuste distribuite sia sulle Alpi che sull’Appennino. I faggi più longevi infatti (di circa 400 anni sulle Alpi e di oltre 500 sull’Appennino) vivono in aree remote di alta montagna (per esempio a Lateis sulle Alpi Carniche e a Coppo del Morto nel Parco d’Abruzzo). La ricerca ha evidenziato che per ogni grado di aumento della temperatura, la longevità diminuisce di 23 anni, per cui sull’Appennino nella fascia bioclimatica delle faggete, passando da 900 a 1.800 metri di quota (dove fa più freddo) la longevità raddoppia: da circa 200 anni a 400-450 anni. «Se ci riferiamo ai cambiamenti climatici degli ultimi decenni, l’impatto ha sfaccettature diverse», spiega Piovesan. «Infatti sulle Alpi il riscaldamento sta producendo una accelerazione di crescita che si tradurrà in una minore longevità. Sull’Appennino invece, dove piove meno che sulle Alpi, entrano in gioco anche gli stress idrici che potrebbero portare a una morte più precoce degli alberi vetusti».

IN CRESCITA ANCHE DA VECCHI - Questo studio ha inoltre evidenziato che gli alberi più vecchi si sviluppano incrementando la crescita per quasi tutta la vita e non seguendo invece il consueto modello sigmoidale per cui dopo la maturità l’incremento di biomassa dovrebbe declinare. Recentemente altri studiosi americani hanno dimostrato le stesse relazioni di questa «nuova legge» in alberi vetusti di quercia decidua, tsuga e nyssa (Nyssa selvatica) che vivono nelle foreste dell’est degli Usa. È questo un primo punto di partenza poiché ora gli scienziati vogliono capire se l’effetto della temperatura sulla longevità sia da collegare al metabolismo, ossia se un rallentamento del metabolismo allunghi la vita come sembra essere il caso di tutti gli organismi viventi, o se invece nel caso degli alberi vi sia anche un importante ruolo dei fattori esterni, per cui alberi che si accrescono più velocemente risultano più suscettibili a fattori di disturbo ambientale, quali il vento, e quindi vivano meno. Più in generale la rete di faggete vetuste europee potrà divenire un modello per comprendere a scala continentale l’impatto dell’uso delle risorse naturali da parte dell’uomo anche in relazione ai cambiamenti climatici”.

IMMAGINI. 1.Un faggio plurisecolare del parco regionale dei monti Lucretili (Roma), in veste invernale. 2. Il fronte di un’estesa faggeta dell’Appennino centrale, in periodo estivo. Si notino le due caratteristiche più appariscenti del faggio e delle faggete in periodo estivo: l’ombra impenetrabile e la rigorosa equidistanza (che ricorda la regolarità di una potatura) dei primi rami dal terreno, quale che sia la sua inclinazione. 3. Il primo maestoso faggio (qui in veste invernale) che si incontra provenendo dalla mulattiera nota come Scarpellata, all’inizio del Pratone del monte Gennaro (Parco dei Monti Lucretili).

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