01 marzo 2012

 

Il “Governo dell’economia” spreca miliardi nella linea TAV in val di Susa. E l’ambiente?

tav-torino-lione Avevamo lodato il Governo di Mario Monti per aver saputo dire di no al finanziamento delle Olimpiadi a Roma, proposte da un Comitato espresso dal precedente Governo con una faccia tosta senza pari in questi tempi di crisi e in una città già caotica e superaffollata di turisti. Per il medesimo motivo lo abbiamo ringraziato per aver rimandato alle calende greche, cioè “a tempi migliori” – come ha detto la ministra Cancellieri – l’inutile e dispendioso Ponte sullo Stretto di Messina. Eravamo, perciò, convinti che anche l’altra Grande Opera inutile, un doppione devastante per l’ambiente, costosissimo e fuori mercato, cioè la linea ferroviaria TAV lungo la val di Susa, sarebbe stata definitivamente accantonata. Anche se, a dire la verità, eravamo convinti dentro di noi che oramai “i giochi erano stati fatti”, e che era troppo tardi per qualunque Governo tirarsi indietro. Con meraviglia, invece, apprendiamo che, al contrario di quanto era stato detto, i veri “giochi” in realtà sono stati condotti proprio nelle ultime settimane, tra dicembre e gennaio, e proprio dal nuovo Governo “sparagnino”. L’opinione pubblica, insomma, è stata presa in giro e colta di sorpresa, come prova l’articolo di Livio Ghersi che riportiamo di seguito. Così, il Governo che ha fatto stringere la cintola agli Italiani, il ministero dell’economia all’osso, ha il coraggio di buttar via quasi 3 miliardi di euro per un’opera grandiosa quanto inutile, mentre l’intera Italia, franosa, spesso allagata e deturpata, ha bisogno di urgenti sistemazioni idrogeologiche, eliminazione di impianti inquinanti, rifinanziamento e tutela dei Parchi, potenziamento ed estensione delle aree protette. Una scelta insensata che meraviglia. Un nostro articolo esauriente con tutti gli aspetti del problema TAV in val di Susa, compresi i pochi pro e i molti contra, lo abbiamo pubblicato qui. NICO VALERIO

 

E' diffusissimo, in ambito accademico, il vezzo di chiamare "maestro" il professore da cui si è stati avviati alla carriera universitaria. In attesa di essere, a propria volta, appellati allo stesso modo. Vanità umana, laddove l'insegnamento evangelico è chiaro: «Ma voi non fatevi chiamare "maestro"; perché uno solo è il vostro maestro; e voi siete tutti fratelli» (Mt, 23, 8). Il Direttore del quotidiano "Il Giornale", nell'editoriale dedicato al militante della Val di Susa Luca Abbà, ha ritenuto di riprendere la teoria dei "cattivi maestri". Ha scritto: «Abbà è vittima di sé stesso, ma non l'unico responsabile della sua autodistruzione. C'è il lungo elenco di cattivi maestri che soffia sul fuoco della protesta, intellettuali, ex comici, politici con e senza orecchino che giocano con e parole e, senza nulla rischiare, ora pure con la vita degli altri». Non ho alcun titolo accademico che consenta di definirmi un "cattivo maestro". Passando dalla forma alla sostanza, non ho alcunché da insegnare ad altri. Tuttavia, avendo ripetutamente scritto che il progetto di far passare in Val di Susa una nuova linea ferroviaria per treni ad alta velocità mi sembra sbagliato nel merito e nella sua logica ispiratrice, sento anch'io su di me una parte della responsabilità per il sangue di Luca Abbà, per le sue ossa fratturate.

Altri giornalisti, non livorosi, hanno scritto che Abbà «rischia di morire per una causa persa» (Marco Imarisio, nel "Corriere della Sera"). Persa perché «la linea ad alta velocità che deve unire Torino e Lione è già stata approvata da due Parlamenti nazionali, quello italiano e quello francese, e da due trattati internazionali. E' una struttura strategica che viene finanziata con denaro europeo» (Carlo Galli, ne "La Repubblica"). C'è un'ineluttabilità che schiaccia i cosiddetti "No-TAV". Le ferree logiche dell'economia, del progresso, della politica governante e finalmente decisionista. Ci sono addirittura due trattati, anzi "Trattati", con l'iniziale maiuscola. I trattati internazionali, com'è noto, sono sottoscritti dai Governi, ma devono essere autorizzati con legge dal Parlamento.

Poiché mi piace verificare quanto leggo, ho preso atto che c'è la legge 27 settembre 2002, n. 228, titolata "Ratifica ed esecuzione dell'Accordo tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica francese per la realizzazione di una nuova linea ferroviaria Torino-Lione, fatto a a Torino il 29 gennaio 2001". Evidentemente, quel trattato da solo non bastava; qualcosa si era inceppato. E si viene a tempi recentissimi. Il Ministro delle Infrastrutture, Passera, nel mese di dicembre del 2011 partecipa a Bruxelles ad un Consiglio Europeo dei Ministri dei trasporti dell'Unione ed assicura che la connessione ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lione rientra tra le priorità per l'Italia e quindi si realizzerà certamente. Nello stesso mese di dicembre 2011 il Vice-ministro alle Infrastrutture, Mario Caccia, a nome del Governo italiano, firma a Roma un accordo con il Ministro dei Trasporti francese, Thierry Mariani, che rappresenta il Governo della Francia. Anche se molti organi d'informazione, nell'entusiasmo, qualificano quell'accordo come "definitivo", ed alcuni arrivano a scrivere che Caccia e Mariani avrebbero loro stessi "ratificato" un nuovo trattato, è evidente che la ratifica parlamentare debba ancora intervenire. Quale occasione migliore, penso io, perché, invece di considerare la legge di ratifica un mero adempimento burocratico, i Gruppi parlamentari esprimano il proprio punto di vista in un dibattito parlamentare, assumendo fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte al cospetto del Paese?

E' un fatto che il Governo dei tecnici abbia voluto essere protagonista di questa vicenda. Nel bene e nel male, secondo i punti di vista, bisognerà tenerne conto. Nel merito di quanto deciso da Caccia e Mariani, si possono leggere articoli molto informati. Maurizio Tropeano, il 20 dicembre 2011 nel quotidiano "La Stampa", scriveva che il costo complessivo dell'opera a carico dell'Italia nell'arco di dieci anni, dal 2013 al 2023, sarà di «2,7 miliardi di euro, al netto del cofinanziamento europeo e della quota francese» (si veda l'articolo titolato "Torino-Lione. Firmato il nuovo Trattato"). Sempre Tropeano scriveva che era stata istituita una «nuova Società con sede operativa a Torino e sede legale a Chambery» e che «intanto a gestire il cantiere di Chiomonte arriva una Cooperativa rossa. La CMC di Ravenna (contratto firmato in mattinata) realizzerà il cunicolo esplorativo della Maddalena». Al di là delle ineluttabili leggi del progresso, sembra di capire che qualcuno abbia interesse a che l'opera si realizzi. Ma va?

L'articolo titolato "TAV, un progetto da 8,2 miliardi", a firma di Maria Chiara Voci e Filomena Greco (nel quotidiano "Il Sole-24 Ore", del 27 febbraio 2012), rende conto di tutti i dettagli dell'opera. L'impatto ambientale non può essere contestato: «tunnel di base di 57 chilometri da Saint Jean de Maurienne a Susa, più 1,5 chilometri di connessione con la linea esistente, da Susa a Bussoleno». Sorprendente che ancora non si disponga di un progetto esecutivo: «la progettazione definitiva è stata avviata il 9 gennaio 2012, per un tempo contrattuale previsto in 12 mesi». Per il collegamento con la linea esistente bisognerà costruire un ponte sul fiume Dora. Viene al momento rinviato il progetto di costruire, nella parte italiana, un secondo tunnel di 19 chilometri sotto il monte Orsiera. Tra parentesi, si trova proprio qui il Parco naturale Orsiera-Rocciavré, qualificato di interesse comunitario.

Quanto riportato tende a dimostrare l'infondatezza della tesi secondo cui "da tempo" tutto sarebbe stato deciso. Si sta decidendo ora: dicembre 2011, gennaio/febbraio 2012. L'attuale Governo ha voluto essere della partita, nonostante fosse contemporaneamente impegnato su tanti altri fronti. In questi giorni si stanno completando le procedure di esproprio dei terreni. Luca Abbà era appunto uno dei legittimi proprietari, ora espropriato. Non gli è stato consentito di essere un pacifico contadino, tra le sue montagne.

"Humani nihil a me alienum puto": niente di tutto ciò che riguarda gli esseri umani mi è estraneo, scriveva Terenzio Afro nel 163 a. C.. Portare solidarietà a chi subisce un sopruso, combattere una "causa persa" per senso di giustizia: sono tutti modi di vivere la condizione umana. Penso, non fra i modi peggiori. In questo caso, l'insegnamento cristiano coincide con la saggezza politica. Non bisogna opporre violenza a violenza. Chi ha ragione ed è debole, ha tutto l'interesse ad opporsi in modo creativo, ma sempre pacifico. Se si arriva al dunque, meglio essere vittime, affinché sia evidente chi è dalla parte del torto ed i carnefici siano messi nelle condizioni di doversi vergognare. 

LIVIO GHERSI


10 febbraio 2012

 

ECOLOGIA CHIC. E dopo le Maldive “a basso contenuto di CO2”, anche il golf “eco-sostenibile”!

Golf e veicolo Preoccupati del taglio degli alberi e dell’uccisione inutile di animali? Indignati per l’abbandono e la povertà di mezzi dei parchi italiani? Scandalizzati da moto-cross, moto-slitte e impianti da sci in montagna? Offesi dal cinismo di sindaci che fanno costruire ovunque case e capannoni inutili, per i soldi della concessione? Arrabbiati per la devastazione del paesaggio da parte di impianti di fotovoltaico sul terreno selvaggio o agricolo? Esacerbati dalle foreste di torri eoliche antiestetiche, speculative e inutili sui crinali delle nostre belle montagne del Centro-Sud? Stressati dal caos del traffico automobilistico (quasi sempre una sola persona per auto) nei bellissimi centri storici di Roma e Firenze, e un po’ dovunque? Inquieti per la dieta sbagliata propinata nelle scuola ai bambini (e ammannita a tutti da sconsiderati nutrizionisti alla Tv, che non seguono gli avvertimenti degli scienziati)? Umiliati dal disprezzo – sotto qualunque Governo – per i diritti dei cittadini acquirenti e utenti (la “domanda”), a tutto vantaggio dei soli produttori, dal negozio sotto casa, all’ipermercato, alla grande azienda, alla banca, alla società assicuratrice (cioè la “offerta”)? Depressi per il vergognoso consumismo degli Italiani (troppi telefonini, troppe auto, troppa moda, gadgets e oggetti inutili, alimenti e bevande a base di grassi o zucchero, confezioni esagerate con troppo imballaggio e plastica?

Tranquilli, ecco la notizia che vi acquieterà, dimostrandovi che gli ecologi ed ecologisti italiani lavorano per la Natura e per l’uomo, davvero:

“La Federazione italiana golf ha appena siglato un accordo con Legambiente, Wwf, Federparchi, Fai e MareVivo in linea col programma internazionale della Golf environment organization (Geo), per la salvaguardia di paesaggio, assetto idrogeologico, biodiversità (riduzione dell'uso di fertilizzanti e fitofarmaci) e risparmio idrico ed energetico. I firmatari si impegnano a un confronto per la riqualificazione ambientale dei campi esistenti e perché l'eventuale creazione di nuovi impianti avvenga in base a criteri di sostenibilità” (comunicato su Ecoturismo).

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14 gennaio 2012

 

DOOMSDAY (Giudizio Universale). Scienziati atomici pazzi? No, ma se avessero più giudizio…

Fine del mondo New York “Anche gli scienziati atomici ragionano in modo peculiare”, intitola una sua nota Roberto Vacca. Tipico, voleva dire. Ma l’etimologia è irresistibile: peculiare deriva dal latino peculium, cioè il patrimonio, che all’origine della nostra Storia era costituito (tutte le nostre civiltà erano di pastori, non dimentichiamolo) dal gregge di pecore. Ecco, appunto, qui vogliamo arrivare, come si vedrà in fondo a questo commento.

Perché gli scienziati atomici o nucleari (c’è tra i due termini qualche minima, impercettibile, ma comunque inquietante differenza semantica) sembrano comportarsi nei loro blog e siti come goliardi con la testa tra le nuvole e l’ironia facile? Ma non sanno di maneggiare roba che è peggio del tritolo? Da che cosa gli deriva tutta questa ironia leggera, tutto questo sense of humour?

Niente a che fare col dr. Stranamore del cinema, però lascia un po’ interdetti il loro gioco catastrofista, molto anglosassone e molto “IgNobel”, per rifare il verso al divertente anti-premio Nobel della scienza goliardica, che consiste nel prevedere l’ipotetico “ultimo giorno” di vita sulla Terra, una sorta di giorno del biblico Giudizio Universale (e poi dicono che gli scienziati sono atei: nelle barzellette sono credenti, eccome…). Possibile? Ma si.

“Perché, si sa, signora mia, con tutte queste guerre, questi dittatori islamici, e ora anche – Dio non voglia – con i cibi Ogm, tutte ‘ste malattie che girano oggigiorno, e ora pure il cambiamento climatico, davvero non si sa dove andremo a finire… La fine del Mondo, davvero!”.

Ecco, se queste sparate, in cui viene mescolato un po’ di tutto in un  tipico minestrone da brava casalinga, le dice la sciura Cesira o la sora Barbara del terzo piano, può andar bene: farà parte del colore, diciamo così, ambientale di un tipico condominio di periferia. Ma che le dicano, facendo finta di scherzare, degli scienziati, e per di più atomici, non si sa se fa più pena o paura.

E se poi questi scienziati atomici sono o “fanno” gli Americani, sono dolori. Ecco il mito tutto United States e goliardico del Doomsday, come adattamento nuclear-ecologico della passione morbosa che i più infantili degli anglosassoni hanno per i disastri, le auto-scontro, le esplosioni, le grandi sparatorie e stragi da film.

Così – perché nelle cavolate sono precisi e minuziosi – è nato addirittura il Doomsday Clock, un vero e proprio indicatore a tempo della autodistruzione dell’umanità “calcolato” (si fa per dire) dal Bullettin of Atomic Scientists, come se fosse uno studio serio.

Gli scienziati atomici hanno messo nello stesso mazzo dati sulla proliferazione nucleare, il cambiamento del clima (e il pericolo paventato del riscaldamento globale), i dati delle scienze biologiche sugli alimenti, le grandi malattie, compresi virus ed epidemie, farmaci, bio-diversità, e anche la bio-sicurezza, cioè le difese organizzate dalla scienza contro questi nuovi “flagelli” medievali del XXI secolo. Ne è venuta fuori una sorta di equazione ipotetica folle che vorrebbe dirci, per la felicità morbosa dei tanti masochisti, quanto manca alla “autodistruzione globale”.

Insomma, uno studio (e un pensiero) “peculiare” – gli scappa detto al nostro Vacca – infatti hanno mescolato pecore e cavoli, facendo solo un gioco goliardico, un’astrazione di fantasia degna dei vari film apocalittici di Hollywood, non per caso con lo stesso nome: Doomsday (Nido d'amore), film del 1928, Superman Doomsday, film d'animazione del 2007, Doomsday (Il giorno del giudizio), film del 2008, 2012 Doomsday, altro film del 2008.

Fatto sta che con questa fissazione della spettacolarizzazione della scienza come nel cinema per palati adolescenziali di bocca buona si danneggia, non si facilita la divulgazione scientifica, e non si corregge neanche la tendenza ecologica. E a nulla servono gli scienziati goliardici, spesso più dannosi degli scienziati pazzi.
Ecco sull’imbarazzante argomento, una breve nota-commento, perfino troppo moderata, di Roberto Vacca.
NICO VALERIO

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“Il Bulletin of Atomic Scientists pubblica da decenni l'ora segnata dal Doomsday Clock, orologio del giorno del giudizio. Questo disastro finale fu fissato immaginosamente a mezzanotte. Le lancette di questo orologio virtuale venivano avvicinate alle 24 tanto più quanto più numerose e distruttive erano le armi nucleari e quanto più tesa era la situazione internazionale, aumentando la probabilità di un olocausto nucleare.

Due giorni fa il Bulletin ha avanzato le lancette da 6 a 5 minuti prima della mezzanotte per i seguenti sintomi: "clear and present dangers of nuclear proliferation and climate change, and the need to find sustainable and safe sources of energy, world leads are failing to change business as usual. Inaction on key issues including climate change, and rising international tensions motivate the movement of the clock."

"L'inazione su problemi chiave incluso il cambiamento climatico"  non ha
ovviamente alcun rapporto con un conflitto nucleare generalizzato [che
potrebbe far esplodere l'equivalente di 700 kg di TNT per ogni essere umano]. Triste confusione.
ROBERTO VACCA


19 dicembre 2011

 

Faggi di 500 anni sull’Appennino. E il freddo fa bene agli alberi: li spinge alla longevità

Grande esemplare faggio secolare Lucretili Che molti vecchi alberi delle nostre foreste più antiche avessero visto il passaggio delle truppe napoleoniche, nel primo 800, e anche la fuga dei briganti verso qualche grotta, e già nel ‘700, e forse ancor prima, l’andirivieni sulle sassose mulattiere delle carovane di muli che ogni giorno passavano le selle montane, da valle a valle, carichi di acciughe sottosale, aringhe, olio e verdure conservate, e al ritorno di lardo e strutto di maiale, salsicce, formaggio e castagne, era risaputo, e personalmente usavo ripetere questi particolari coloriti ad ogni escursione in cui ci si imbatteva in una vecchia mulattiera.

Ma era poco credibile che nel Parco dei Lucretili, una bellissima e misteriosa zona selvaggia vicino a Tivoli (solo 30 km in linea d’aria da Roma), che ha anfratti così complicati che molti vi si perdono non appena escono dal sentiero, si fossero conservati i faggi che videro nel Seicento le escursioni con cui Federico Cesi e, sembra, anche il suo amico Galileo Galilei, i primi Lincei (la lince doveva essere di casa nelle foreste attorno ai pratoni del monte Gennaro, e così dette nome nel 1603 alla Accademia dei Lincei), partendo da S.Polo dei Cavalieri andavano ad “erborizzare”, cioè a cercare erbe e fiori da identificare, classificare e conservare in erbari, secondo le nuove tendenze scientifiche.

E invece è altamente plausibile. Il bellissimo faggio (Fagus sylvatica: non ho mai capito perché il primo classificatore, Linneo, non l’ha denominato sylvestris…), certamente l’albero simbolo della Natura spontanea in Italia peninsulare, che copre gran parte dei pendii montani degli Appennini, fornendo d’estate un’ombra così fitta da rendere difficile in alcuni casi la lettura di un giornale, è stato studiato da scienziati dendrologi (dendron è il nome greco antico di pianta) che hanno confermato che può arrivare fino a 400-500 anni di vita. Ma, ecco la novità, il caldo ne abbrevia la vita, mentre il freddo l’allunga. Perciò quei faggi contorti e più piccoli verso i 1800 metri di altitudine – i limite per le piante superiori – che durante le escursioni, con drammatizzazione eccessiva (ora me ne rendo conto), descrivo “in evidenti difficoltà, a causa del vento, delle rigide temperature o dell’escursione termica giorno-notte”, sollevando moti di compassione tra le fanciulle presenti, in realtà non dico che se la godano allegramente, ma pur rattrappiti come sono, spesso più legno che foglie, arrivano proprio grazie a quelle difficoltà a diversi secoli di vita. Nel Parco d’Abruzzo, in alcuni valloni solitari, sono stati censiti diversi faggi di 500 anni. E altro che Federico Cesi e Galileo, Cavour e Napoleone: quelli avrebbero potuto vedere perfino Leonardo, Raffaello e Michelangelo.

Insomma, che alberi più grandi non fossero anche i più vecchi era noto tra gli studiosi e gli esperti, anche se la gente comune, perfino quelli che frequentano boschi e montagne, si ostina ancora a crederlo. Ma che il freddo facesse bene agli alberi, tanto da aiutarli ad essere più longevi, non era noto, o almeno non era stato ancora provato.

Ora c’è una bella ricerca italiana condotta dalle Alpi all’Appennino che lo dimostra con ricchezza di dati e molte novità anche per gli studiosi, come riferisce Massimo Spampani sul Corriere nella pagina dell’ambiente.
NICO VALERIO

Inizio di fitta faggeta in periodo estivo Se fa più caldo la longevità diminuisce di 23 anni ogni grado in più
GLI ALBERI PIU’ VECCHI SONO QUELLI CHE VIVONO IN CONDIZIONI PIU’ DURE
I più antichi non sono quelli più grandi, ma quelli che vivono in ambienti difficili. Ora una ricerca lo ha dimostrato

“Una ricerca tutta italiana ha dimostrato per la prima volta che gli alberi più vecchi non solo continuano a crescere anche in età avanzata (e la produzione di legno, foglie, radici non declina con l’età una volta arrivati alla maturità, come si pensava), ma anche che la loro veneranda età è stata raggiunta paradossalmente perché hanno incontrato difficoltà ambientali. Come a dire: se la vita per gli alberi è troppo facile ha più probabilità di essere anche più breve. Era noto da tempo che gli alberi più antichi non sono quelli più grandi, ma quelli che vivono in condizioni difficili, però mancava fino a oggi una ricerca che dimostrasse in modo sistematico come nel mondo delle foreste la crescita e la longevità siano inversamente correlate al variare di un importante fattore ambientale quale la temperatura: più è alta meno vivono.

Grande faggio d'inverno Pratone m. Gennaro NV (media)i FREDDO - In particolare lo studio guidato da Gianluca Piovesan, professore di selvicoltura dell’Università della Tuscia, insieme ad Alfredo Di Filippo e Maurizio Maugeri, climatologo dell’Università di Milano, oltre ad altri ricercatori, è basato su numerose faggete vetuste distribuite sia sulle Alpi che sull’Appennino. I faggi più longevi infatti (di circa 400 anni sulle Alpi e di oltre 500 sull’Appennino) vivono in aree remote di alta montagna (per esempio a Lateis sulle Alpi Carniche e a Coppo del Morto nel Parco d’Abruzzo). La ricerca ha evidenziato che per ogni grado di aumento della temperatura, la longevità diminuisce di 23 anni, per cui sull’Appennino nella fascia bioclimatica delle faggete, passando da 900 a 1.800 metri di quota (dove fa più freddo) la longevità raddoppia: da circa 200 anni a 400-450 anni. «Se ci riferiamo ai cambiamenti climatici degli ultimi decenni, l’impatto ha sfaccettature diverse», spiega Piovesan. «Infatti sulle Alpi il riscaldamento sta producendo una accelerazione di crescita che si tradurrà in una minore longevità. Sull’Appennino invece, dove piove meno che sulle Alpi, entrano in gioco anche gli stress idrici che potrebbero portare a una morte più precoce degli alberi vetusti».

IN CRESCITA ANCHE DA VECCHI - Questo studio ha inoltre evidenziato che gli alberi più vecchi si sviluppano incrementando la crescita per quasi tutta la vita e non seguendo invece il consueto modello sigmoidale per cui dopo la maturità l’incremento di biomassa dovrebbe declinare. Recentemente altri studiosi americani hanno dimostrato le stesse relazioni di questa «nuova legge» in alberi vetusti di quercia decidua, tsuga e nyssa (Nyssa selvatica) che vivono nelle foreste dell’est degli Usa. È questo un primo punto di partenza poiché ora gli scienziati vogliono capire se l’effetto della temperatura sulla longevità sia da collegare al metabolismo, ossia se un rallentamento del metabolismo allunghi la vita come sembra essere il caso di tutti gli organismi viventi, o se invece nel caso degli alberi vi sia anche un importante ruolo dei fattori esterni, per cui alberi che si accrescono più velocemente risultano più suscettibili a fattori di disturbo ambientale, quali il vento, e quindi vivano meno. Più in generale la rete di faggete vetuste europee potrà divenire un modello per comprendere a scala continentale l’impatto dell’uso delle risorse naturali da parte dell’uomo anche in relazione ai cambiamenti climatici”.

IMMAGINI. 1.Un faggio plurisecolare del parco regionale dei monti Lucretili (Roma), in veste invernale. 2. Il fronte di una estesa faggeta dell’Appennino centrale, in periodo estivo. Si notino le due caratteristiche più appariscenti del faggio e delle faggete in periodo estivo: l’ombra impenetrabile e la rigorosa equidistanza (che ricorda la regolarità di una potatura) dei primi rami dal terreno, quale che sia la sua ondulazione. 3. Il primo maestoso faggio (qui in veste invernale) che si incontra provenendo dalla mulattiera nota come Scarpellata, all’inizio del Pratone del monte Gennaro (Parco dei Monti Lucretili).

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02 dicembre 2011

 

Imposte “ambientali”? Ma solo l’1 per cento del gettito va a tutela dell’ambiente

Tassa verde (vignetta stilizzata) Quante e quali sono le imposte che gravano in qualche modo su materie di ambito ambientale? Non sono poche, se calcoliamo carburanti, energia, rifiuti, veicoli a motore, pesticidi e altre sostanze inquinanti.

“Secondo la recente elaborazione realizzata dalla CGIA di Mestre, solo l’1,1% delle imposte ambientali pagate dai cittadini e dalle imprese italiane all’Erario e agli Enti locali è destinato alla protezione dell’ambiente.

Il restante 98,9%, purtroppo,  va a coprire altre voci di spesa. Infatti, a fronte di 41,29 miliardi di euro di gettito incassati  nel 2009 (ultimo dato disponibile) dall’applicazione delle cosiddette imposte “ecologiche” sull’ energia, sui trasporti e sulle attività  inquinanti, solo 459 milioni di euro  vanno a finanziare le spese per la protezione ambientale.

Insomma, tutta quella sequenza di imposte spesso sconosciute che paghiamo quando facciamo il pieno alla nostra autovettura, quando paghiamo la bolletta della luce o del gas/metano, il bollo dell’auto o l’assicurazione della nostra auto non vanno  a sostenere le attività di salvaguardia ambientale per le quali sono state introdotte.

Imposte ambientali in Italia, non utilizzate per l'ambiente (CGIA Mestre 2011)“Questa anomalia tutta italiana – commenta il segretario della CGIA di Mestre Giuseppe Bortolussi – è l’ennesima dimostrazione che il nostro sistema fiscale va completamente  rivisto. In queste settimane abbiamo assistito a vere e proprie catastrofi ambientali in parte causate dalla mancanza di attività manutentive e di messa in sicurezza del nostro territorio. Se a fronte di poco più di 41 miliardi di euro che vengono incassati ogni anno, il 99% finisce a coprire altre voci di spesa, non possiamo più denunciare che questi disastri avvengono anche perché non ci sono le risorse finanziarie disponibili per la tutela del nostro territorio. I soldi ci sono, peccato che ormai da quasi un ventennio finiscono altrove. Con la beffa che ogni qual volta subiamo un’alluvione ci ritroviamo a subire l’ennesimo aumento delle accise sulla benzina od una nuova tassa di scopo”.

La CGIA sottolinea che la selva di tasse ed imposte ambientali che grava sugli italiani è lunghissima. I tre grandi capitoli su cui insistono le imposte “verdi” sono: energia, trasporti ed inquinamento.

Le imposte sull’energia sono:

Sovrimposta di confine sul GPL
Sovrimposta di confine sugli oli minerali
Imposta sugli oli minerali e derivati
Imposta sui gas incondensabili
Imposta addizionale sull’energia elettrica di comuni e province
Imposta sull’energia elettrica
Imposta sul gas metano
Imposta consumi di carbone

Le imposte sui trasporti sono:

Pubblico registro automobilistico (PRA)
Imposta sulle assicurazioni Rc auto
Tasse automobilistiche a carico delle imprese
Tasse automobilistiche a carico delle famiglie

Le imposte sulle attività inquinanti

Tributo speciale discarica
Tassa sulle emissioni di anidride solforosa e di ossidi di zolfo
Tributo provinciale per la tutela ambientale
Imposta regionale sulle emissioni sonore degli aeromobili
Contributo sui prodotti fitosanitari e pesticidi pericolosi

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07 novembre 2011

 

Alluvioni. Imprevidenza e fatalismo dei politici, ma anche cattive idee dei cittadini

Genova. Dopo la solita, annuale, alluvione e le ipocrite lacrime di cordoglio, è l’ora della Ragione. Una inchiesta giudiziaria – al solito, tocca ai magistrati gestire la Polis, neanche fossimo alla Città ideale di Platone! – scopre che il torrente Bisagno, interrato e coperto di cemento e costruzioni, ha un inghiottitoio troppo piccolo in caso di piene e forti piogge. Grazie tante: lo sapevamo già.

Ma un filmato (v. qui sopra) ricorda agli smemorati che il rio Fereggiano, un torrente immissario del Bisagno che nei giorni scorsi si è ingrossato ed ha straripato allagando le vie e piazze più basse di Genova, inondando cantine e negozi, ammassando e schiacciando automobili, e perfino uccidendo qualche ignaro cittadino, era stato coperto, a grandissima richiesta di pubblico, "per avere più posti per i parcheggi di auto". Un "bene prezioso di questi tempi", aveva detto – giustamente, secondo il suo punto di vista “politico” – il presidente Burlando, come si vede nel video ad inizio articolo, ricavato dal sito della Regione Liguria, forse dello scorso anno.

Ora non diamogli la croce addosso: chissà quante migliaia di cittadini lo avranno assediato perché non trovavano posto per le loro scatole di lamiera a quattro e a due ruote. Le stesse, in alcuni casi, che ora giacciono accartocciate dalla furia del Fereggiano e del Bisagno, stanchi di essere trattati come fognature.

Insomma, abbiamo ragione o no? Lo squilibrio in cui vivono i moderni agglomerati urbani, soprattutto in Italia, verte su due caposaldi: la mancata accettazione delle esigenze della Natura circostante, che si vendica riacquistando all’improvviso le sue dimensioni vitali e “penetrando” in città, e lo spazio eccessivo, psicologico e materiale, che si dà alle auto.

Gira e rigira, è sempre l’automobile, il moderno feticcio davanti al quale tutto si piega e col quale tutto si spiega, all’origine di molti problemi della città e del territorio. Togli l’auto e diminuisce perfino la criminalità, come a Venezia. Ve l’immaginate un rapinatore che fugge in gondola? Togli l’auto e spariscono le temibili polveri sottili (purché si… lavino periodicamente le strade: in caso contrario si risollevano dall’asfalto anche al passaggio di un’auto isolata, a ferragosto!).

I politici e gli amministratori anche in questo non sono altro che gli interpreti dei cittadini che li hanno eletti. E, a parte che come idee e cultura sono proprio uguali in tutto all’uomo della strada, non hanno quasi mai il coraggio di dar loro torto e magari di cercare di educarli ad un’altra visione delle cose, il che vorrebbe dire avere altre idee, altri valori. Anzi, se facessero così, potrebbero essere accusati di “autoritarismo illuminista”. Per fortuna i politici non hanno idee, tantomeno difformi da quelle del resto della popolazione da cui provengono, e quindi vengono accusati solo di peculato e altri simili reati.

Ci dovremmo pensare noi ecologisti, o almeno i più coerenti e severi di noi, cioè paradossalmente gli ecologisti liberali. Noi soli sappiamo per la nostra formazione culturale che meriti e demeriti di una società appartengono ai cittadini, più che al Potere, perché la Storia è storia degli uomini, e di ogni singolo uomo, più che degli Stati, delle municipalità o delle istituzioni. E che la Politica non è una “tecnica”, ma è soprattutto cultura, idee, intelligenza, psicologia.

Ecco perché l'ecologista liberale (quello vero, non il conservatore finto-liberale che si occupa di ecologia solo per negarla o svuotarla dal di dentro) è più duro, non meno duro, di un ecologista di origine cattolica o marxista. Perché è razionale, e riporta tutto ai cittadini, ai loro diritti, certo, ma anche alle loro idee e alla loro “cultura”. Quindi sa che le soluzioni sono più lunghe e difficili.

Mettere ecologicamente le cose a posto, specialmente in Italia, Paese di secolare ignoranza popolare perché di secolare servitù, ma in minor misura anche in tutto l’Occidente democratico-liberale, è per paradosso più difficile che in uno Stato assolutista, fascista, teocratico o comunista. Perché si scontra contro il volere pratico, contro la scala dei valori dei cittadini, che spesso non sono né informati, né intelligenti. Altro che un cambio di Governo! Perfino se il più illuminato ecologista del Mondo fosse ministro dell'Ambiente, non risolverebbe, se non con enormi, inenarrabili difficoltà. Non potrebbe certro instaurare uno Stato di polizia!

Insomma, ci vuole una profonda e vasta e precoce educazione dei cittadini per poter fare o vietare senza autoritarismi qualcosa che ha a che fare con l’ambiente, una materia complessa fatta di conoscenze scientifiche. Questo il punto di filosofia politica a cui nessun ecologista tradizionale risponde mai.

Per "fortuna" nella sfortuna le disgrazie qualcosa insegnano anche all'impiegato, alla casalinga o al pensionato medio...

Perché, dunque, il povero e inadeguato Burlando, come tanti altri presidenti di Regione, sindaci o ministri di Destra, Centro o Sinistra, dovrebbe essere migliore, anzi eroico, rispetto ai suoi concittadini? La gente gli chiede posti-macchina, non la salvaguardia del torrente o la pulizia degli alvei nei boschi, tantomeno i fossi di scarico in piena città.

E allora? Cerchiamo di rieducare al meglio i cittadini italiani, che come ex-contadini recenti hanno acquisito ormai più odio che amore per la Natura, per troppi secoli madre e matrigna. Altro che fossi, ruscelli e torrenti, men che mai in piena città! Li vedono come fogne a cielo aperto (e infatti vi gettano di tutto, specialmente a Sud). Anzi in Campania, Calabria e Sicilia nel letto secco delle “fiumare” o dei torrenti addirittura costruiscono case. La gente, i tanto osannati cittadini, non vuole (o non voleva, perché poi oggi si sta instaurando anche una strana e romantica nostalgia snob…) torrenti, canali e scoli di acque tra le case. Perfino se e quando sono esteticamente gradevoli: basta ricordare che fine hanno fatto i Navigli a Milano.

Facciamogli capire, invece, e fin da piccoli scolari delle elementari, che i torrenti devono sempre avere uno sfogo verso i fiumi o il mare, e che anzi vanno mantenuti sgombri dai tronchi e rami. E che sono “belli”, non brutti, anche quando scorrono lungo i palazzi. E insegniamogli che la Natura ha le sue esigenze, che per l’uomo sono primarie, fondamentali, insopprimibili. Mettiamogli in testa anche che l’automobile sempre “al guinzaglio” è una sciocchezza sottoculturale, una specie di rassicurante “coperta di Linus”, da poveri cafoni di campagna diventati ricchi troppo presto. Non è quasi mai un bene davvero indispensabile, specialmente se si vive in città antiche, dalle strade strette. Spesso conviene affittarla, un’auto, magari in occasione di un viaggio, piuttosto che averla in proprietà. Ma chi le dice alla gente queste cose? Nessuno, neanche i Verdi. Speriamo che gliele dicano, coraggiosamente, i nuovi Ecologisti.

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28 ottobre 2011

 

Agricoltura biologica. Italia prima per superficie e produttori, ma pochi acquistano

Vendite bio in Europa (tabella) Quali sono i dati complessivi dell’agricoltura biologica in Italia? Il travolgente aumento, in pochi anni, delle aree destinate all’agricoltura biologica (“organic” nei Paesi anglosassoni, “ecologica” in quelli ispanici) in un Paese di solito lento nell’adeguarsi alle nuove esigenze del mercato e con un’agricoltura tradizionalmente frammentata in una miriade di piccole proprietà, con produzioni ad alti costi e perciò poco redditizia, appare a molti incredibile (qualcuno, malevolo, dice “sospetto”), anche perché di colpo siamo diventati il primo grande produttore in Europa e tra i primi nel Mondo.

Ma per alcuni aspetti è una naturale conseguenza delle caratteristiche dell’agricoltura italiana, perché fa di necessità virtù, trasformando abilmente un antico difetto dell’agricoltura italiana in un pregio.

Infatti, dai prodotti convenzionali e indifferenziati, ad alto costo di produzione e a basso prezzo, tipici di molte zone d’Italia, la conversione biologica porta a prodotti altamente differenziati, di qualità e alto valore aggiunto, che finalmente giustificano, almeno in parte, costi e prezzi maggiori sul mercato. Il che è un altro modo, intelligente, per reagire alla crisi economica.

Nel complesso il fenomeno è altamente positivo, un fattore che fa ben sperare in un ritrovato equilibrio ecologico tra Uomo e Natura, in un Paese in cui ambiente e antropizzazione sono sempre in collisione.

La prima conseguenza dell’estendersi dell’agricoltura biologica, infatti, è che campi agricoli coltivati in modo naturale si risolvono poi in humus, fossi e ruscelli, falde idriche, piantagioni, allevamenti circostanti, insetti e animali selvatici, molto più sani. Ancor più della già utile “agricoltura integrata” (che razionalizza e riduce l’uso di pesticidi, utilizza la lotta biologica tra insetti predatori e parassiti ecc), l’agricoltura biologica è fondamentale per la riconversione del territorio.

Certo, a spulciare tabelle e dati del rapporto sull’agricoltura biologica e la zootecnia biologica in Italia (“Bioreport 2011”) realizzato dal collegamento tra i più diversi enti e uffici specializzati pubblici e privati (“Rete rurale nazionale”) che va dal Ministero per le politiche agricole all’Istituto di economia agricola (INEA), all’Istituto di servizi per il mercato agricolo (ISMEA), all’associazione dei produttori (AIAB), si fanno interessanti scoperte.

Superficie Agricoltura Biologica Italia Germania Spagna Francia (BioReport 2011) L’Italia, tra i Paesi europei a maggiore estensione, è ora prima per rapporto tra superficie agricola convenzionale e biologica (v. tabella ad inizio articolo). Il che meraviglia coloro che ricordano bene come negli anni 80 e 90 fosse l’ultima in Europa.

Colpiscono le improvvise riconversioni di massa di produttori talvolta in difficoltà o marginali, anche nell’intento pienamente legittimo in economia di lucrare prezzi maggiori per prodotto.

Questo fenomeno economico è reso possibile dalla sempre più rapida e ampia diffusione dell’informazione alimentare e agricola (il problema dell’inquinamento del cibo è molto sentito in tutti gli strati della popolazione europea e italiana), il che ha determinato – inizia così il Rapporto – un “elevato ritmo di crescita” dell’agricoltura biologica in tutto il Mondo, e specialmente in Europa e in Italia, Paese che – è una nostra supposizione – avendo ereditato una agricoltura “povera”, cioè da coltivatori diretti, si è trovato paradossalmente più avvantaggiato nella conversione.

Ma che questa conversione sia fatta bene. Al riguardo, sarebbe auspicabile, per garantire una sicura depurazione ad opera dei fattori organici e inorganici operanti sul terreno, che il periodo di passaggio al biologico per convertire un campo agricolo convenzionale fosse portato ad almeno cinque anni, con vantaggio di tutti, consumatori e produttori.

Stupisce, poi, o forse non stupisce, che la maggior parte delle massicce conversioni abbia avuto luogo in Sicilia, ormai regione capofila in Italia, come si vede da un’apposita tabella. Tutto merito del clima e del terreno?

Fatto sta che il prezioso volumetto ricco di tabelle e statistiche molto leggibili del Bioreport 2011, presentato al SANA di Bologna il 9 settembre scorso e ora visibile e scaricabile anche sul sito web della Rete Rurale Nazionale (“rurale”? non potevano scegliere un termine meno desueto e… mussoliniano?) costituisce ora un punto di partenza obbligato per tutte le future valutazioni e per gli eventuali interventi sul fenomeno “bio” in Italia.

Un ottimo lavoro, insomma, sintetico come una ricerca anglosassone, presentato a nome del comitato della Rete che ha materialmente organizzato e prodotto il volume (Francesca Marras, Carla Abitabile e Laura Viganò, tutte e tre dell’INEA) dalla coordinatrice Marras. La ricerca del Bioreport 2011 – ha detto Francesca Marras – ha “l'obiettivo di tracciare un quadro conoscitivo della situazione del settore,  mettendo a sistema tutte le informazioni e i dati esistenti sul settore biologico, e approfondendo, tramite indagini qualitative, aspetti rilevanti non monitorati dalle fonti ufficiali. Consta di tre parti fondamentali che si dividono in numerosi capitoli molto interessanti che toccano tutti i principali aspetti della produzione e del mercato del biologico:

1. Dati complessivi dell’agricoltura biologica (Situazione strutturale delle aziende, Situazione economica delle aziende, Mercato, Mezzi tecnici, Zootecnia biologica).
2. Politiche per l’agricoltura biologica (Normativa del settore, Piano di azione nazionale, Agricoltura nei piani di sviluppo rurale delle Regioni, Ricerca).
3. Organizzazione e caratteristiche del settore (Controllo e certificazione, Etichettatura, Indicatori di sostenibilità, Commercio internazionale, Agricoltura biologica sociale).

Riguardo ai dati più salienti che si ricavano dal volume segnaliamo le tendenze dell’offerta e della domanda, i risultati economici delle aziende biologiche, un’analisi dei commercio internazionale, l’entità e le caratteristiche dell’agricoltura sociale svolta dalle aziende biologiche”.

E’ confermato che la superficie agricola destinata al biologico è in Italia in forte crescita, ormai stabilizzata (+10% nel 2009 e + 0,6% nel 2010), per un totale di 1,1 milioni di ettari coltivati. Nell’UE-15, l’Italia è prima per numero di aziende, la cui superficie agricola (SAU) media è in crescita (26ha contro 8ha dell’universo aziende). L’incidenza della SAU biologica sulla totale SAU è dell’8,6% secondo il 6° censimento dell’agricoltura ISTAT. Le aziende, pari a 47.663 nel 2010, rappresentano il 2,6% del totale aziende.

Sulla situazione economica delle aziende del settore – ha sintetizzato la Marras – i  risultati riportati si riferiscono alle aziende biologiche appartenenti al campione RICA (396 aziende su 11.036). Tali aziende sono fortemente orientate al mercato. Hanno una SAU media di 50 ha e presentano risultati produttivi e reddituali superiori a quelli delle aziende convenzionali. In particolare risultano superiori il fatturato, il valore aggiunto e il reddito netto. In quest’ultimo influisce la maggiore entità di contributi comunitari in favore del settore biologico, che incidono in misura pari al 40% contro il 36% di quello delle convenzionali. Maggiore risulta il costo del lavoro, perché le aziende biologiche sono ad alta intensità di lavoro. I risultati migliori si hanno negli orientamenti produttivi meno intensivi (seminativi e indirizzi misti).

Dati positivi – continua la relazione della coordinatrice del Bioreport 2011 – provengono dall’andamento del mercato bio negli ultimi anni. L’Italia si colloca al quarto posto in Europa per il fatturato al consumo con un valore complessivo di 1.500 milioni di euro. Ma permane nel nostro paese una bassa spesa pro capite (25 euro per anno). Il trend positivo dei consumi è stato di gran lunga più favorevole rispetto ai consumi alimentari complessivi. La crescita nel 2010 dei consumi dei prodotti confezionati nei canali non specializzati è pari a quasi il 12%, anche favorita da un calo dei prezzi del 4%.

Dai dati ISMEA si rileva anche il consumatore tipo dei prodotti biologici confezionati. Il biologico acquistato nella grande distribuzione si consuma maggiormente nelle famiglie poco numerose (70% dei consumi in famiglie con max 3 componenti), si tratta di consumatori non abituali dei prodotti bio, con responsabile degli acquisti di età giovane (34-44 anni), con reddito medio più elevato. Ai negozi specializzati fanno riferimento consumatori abituali, meno giovani, con famiglie più numerose (fonte: BioBank). Pur non essendoci dati ufficiali sulle vendite di canali specializzati, da alcune indagini qualitative emerge una tendenza alla crescita degli acquisti anche in questo canale. Crescono in modo rilevante i canali alternativi di vendita e quelli della filiera corta, soprattutto quella effettuata tramite i gruppi di acquisto solidale e la vendita diretta delle aziende.

Stupisce soltanto che gli Italiani acquistino ancora poco cibo biologico, come si vede in una apposita tabella. Rispetto alla Danimarca, il primo Paese per spesa biologica pro capite (euro 139 all’anno), la spesa in Italia è al 12.o posto: appena 25 euro all’anno per persona (2009). Il totale delle vendite “bio” vede prima la Germania, con 5800 milioni di euro all’anno. L’Italia è quarta, cioè l’ultima tra i quattro grandi Paesi, ma con un enorme distacco: solo 1500 milioni di euro (2009). Circa la metà di Francia e Regno Unito, un quarto della Germania. Le cifre dell’Italia, però, non comprendono le esportazioni – che sono importanti – ed il catering (fonte: FIBL-IFOAM).

Ne consegue, in carenza di un grande mercato interno, che il grosso della nostra produzione se ne va all’estero, soprattutto Germania, appunto, e Nord-Europa. Un’altra curiosità è nelle importazioni in Italia di prodotti “bio” dall’estero. Pochi avrebbero scommesso che il 61% dell’olio d’oliva biologico è importato dalla Svizzera, evidentemente Paese a sua volta importatore e commercializzatore. L’Italia, poi, è deficitaria di cereali biologici: ne importiamo per 6.651 tonnellate (Canada, Kazakistan, Thailandia, Olanda). Importiamo anche ortaggi e frutta in contro-stagione soprattutto dal Sud Africa, Nord Africa e Sud America.

Ma moltissime altre sono le scoperte e le notizia interessanti, non solo per gli operatori, ma anche per il comune cittadino-consumatore, contenute in questo Rapporto sulla bio-agricoltura.

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