28 luglio 2010

 

“L’uomo che piantava gli alberi” di Frédéric Back, dal racconto di Jean Giono. Così è nato un mito.


Lo scrisse in una notte, dal 24 al 25 febbraio 1953, lo scrittore francese – provenzale di origine italiana – Jean Giono. Il racconto gli era stato commissionato dal mensile americano Reader’s Digest, che allora era al suo massimo fulgore, e secondo lo stile editoriale della rivista doveva essere “vero” (famosa la rubrica “Un personaggio che non dimenticherò mai”). Fu, perciò, rifiutato quando i redattori capirono che i riferimenti reali inseriti dallo scrittore erano vaghi, labili, improbabili: il racconto, insomma, era frutto della fantasia, non una vera corrispondenza giornalistica, sia pure scritta in modo letterario, come pretendeva il popolare mensile. E alla fine fu pubblicato da Vogue.

Ma così tanto a lungo il forte e poetico racconto è stato creduto vero, che lo stupendo film di animazione che ne ha tratto il disegnatore canadese Frédéric Back nel 1987, ha davvero creato un mito. E un personaggio.
Il protagonista, quell’Elzéard Bouffier che sembra tratteggiato a rapidi tratti di matita grossa, con strabiliante forza plastica, su qualche cartone di Chagall, Monet, o addirittura di Leonardo, come ha detto qualcuno, appare l’eroe eponimo d’una favola che è anche una parabola. Il mito dell’Uomo che dopo averla distrutta e desertificata, ricostruisce la Natura, a cominciare dagli alberi, adoperando le virtù misconosciute della pazienza, della laboriosità, della tenacia, seguendo un disegno forte e preciso.

L’albero, tanti alberi, migliaia e migliaia di alberi, dove prima c’era il deserto. E così per la caparbia e solitaria dedizione del pastore Bouffier, non solo il paesaggio, ma un po’ tutto, perfino il clima, e l’equilibrio tra acque e foreste, viene cambiato nella squallida regione del sud della Francia dove l’incuria e l’avidità ottusa degli uomini aveva sparso il deserto, perfino dell’anima. A proposito, è impressionistica, con punte di stupendo grottesco secentesco, la descrizione di come il degrado della Natura esterna finisce per riflettersi su quella interna, cioè sul decadimento mentale e morale degli abitanti dei villaggi.

Un racconto morale e pedagogico per adulti (felici le stoccate agli amministratori locali ottusi e pieni di sé), più che per bambini (come invece hanno capito le maestre francesi che lo usano – e gliene siamo grati: questo è il minimo che questo messaggio pretende – come sussidio scolastico). E’, invece, un piccolo Manifesto che lancia un messaggio non negativo ma positivo, perfino duro e forte, che ridà valore all’inventiva e all’iniziativa dell’uomo, del singolo, dell’individuo, dopo tante lamentazioni masochistiche sulla Natura abbandonata, le altrui colpe e l’inanità degli sforzi umani. Dimostra, umilmente però, senza l’arroganza di certi pseudo-individualisti da Far West che usano polemicamente il loro individualismo come arma impropria per punire qualcuno, che neanche sugli alberi, sul clima, sulla Natura possiamo protestare, se prima non abbiamo compiuto fino in fondo il nostro dovere di cittadini singoli, cioè se non abbiamo dato ascolto alla nostra coscienza..

Mirabile nel mirabile, l’interpretazione che ne dà il disegnatore e regista Back, che sembra più Giono di Giono, e tiene sempre sospeso il filmato tra i due registri (che si alternano magistralmente di continuo, ma in modo imprevedibile) di lirismo e lampi improvvisi di dramma. Quel disegnare a schizzo forte e rapido, come sanguigna, figure umane, animali, rocce, profili di colline e vecchie case dirute, con un tratto evanescente, incerto e tremolante, che dà l’idea di quanto possano essere percosse e sbattute dal vento ululante dell’alta Provenza, è una bellezza nella bellezza, forse il pregio maggiore dell’opera, oltre al montaggio preciso, nervoso, implacabile. Proprio quello che serviva per movimentare un testo che altrimenti avrebbe potuto essere rappresentato cadendo nel banale e nel dolciastro, la cosa peggiore per la Natura. Questo sulla forma.

In quanto al contenuto del messaggio, è tutto nella sua poetica semplicità. C’è ben altro che un incitamento poetico ma anche pratico alla diffusione dei semi, insomma al tornare a piantare piante e alberi sui terreni spogli e desertici per colpa degli uomini, o comunque troppo antropizzati. Una vera missione. Che poi è davvero l’uovo di Colombo: se ognuno di noi piantasse anche solo un albero al mese, se non al giorno (che ci vuole? è facilissimo, basta seguire due o tre regole elementari che dipendono dalla specie che si vuole piantare e dalla stagione), la Terra sarebbe diversa. Molto più bella, naturale e, paradossalmente, più umana. Basterebbe dirlo e farlo già alle scuole elementari. Già, ma chi alleva le maestre?

Jean Giono ritratto da Kardas (part.,coll. privata) E infatti il film di Back, come Giono appassionato di Natura, è stato preso alla lettera, come programma d’azione, in molte parti d’Europa e d’America non solo da associazioni ambientaliste, ma anche da gruppi di giovani alternativi amanti della Natura. Come chiamarli? “Naturisti”, visto che molto più di ambientalisti o ecologisti (scientifici o politici) tengono alla coerenza della propria vita.

Qui la salvezza è nelle scelta folle d’un pastore. Giono non sembra credere ad una “rivoluzione” collettiva e miracolosa, o anche il comodo far dipendere tutto dagli “altri”, cioè dai politici, che dovrebbero fare leggi e regolamenti e cambiare per noi la società. Crede ancora, invece, nella qualità dell’uomo. Se ognuno di noi, nel suo piccolo ambiente, nelle sue possibilità (che non sono affatto misere, come dimostra Bouffier), desse il suo contributo per piantare alberi, per salvare la Natura, per rimediare ai delitti che altri uomini e i nostri predecessori hanno compiuto sull’ambiente intorno a noi, la rinascita sarebbe più facile e vicina. In fondo, bastano pochi anni perché un albero cresca e diventi almeno adolescente. E già questo cambia tutto in Natura.

Un montanaro italiano altrettanto testardo e folle, Augusto Girardelli, senza aver letto Giono, ha fatto la stessa cosa di Bouffier. Per trent’anni ha piantato cirmoli (pino cembro) su una montagna del Trentino, il monte Baldo, in precedenza totalmente spoglio e per di più sassoso. Solo che, trovandosi nella realtà e non in un racconto come Bouffier, si è ben presto trovato a dover risolvere vari problemi pratici e locali, come l’ostilità di abitanti e autorità, e soprattutto la carenza d’acqua, su cui Giono invece aveva con licenza poetica sorvolato. E ha dovuto costruire addirittura un sistema di fitte canalizzazioni per irrorare le piantine. Si calcola che abbia piantato, ovviamente contro il parere dei soliti esperti, alcune centinaia di migliaia di alberi, ricreando un vero e proprio bosco dove prima c’erano solo pendii brulli e pieni di pietre. Ne parla questo bel sito di escursionismo in montagna.

Jean Giono  nel racconto L’homme qui plantait des arbres vede, insomma, l’albero come simbolo della vita umana ravvicinata, a stretta misura d’uomo, fondamentale non solo per il paesaggio e la consapevolezza del bello, ma anche nell’equilibrio chimico tra ossigeno e anidride carbonica per la conservazione stessa della vita. Invece, il regista Franco Piavoli aveva visto nel documentario Pianeta azzurro – altro film culto degli amanti della Natura – gli oceani come simbolo più appariscente della Terra, ma da lontano, cioè da una prospettiva spaziale, e senza voler neanche affrontare il problema se il mare possa essere da solo capace o no di trasformazioni così importanti e vitali nella vita umana.
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APPENDICE STORICA: MA IL RIMBOSCHIMENTO C’E’ STATO DAVVERO (E UNA LETTERA DI GIONO)
Se Bouffier è un personaggio inventato, qualcuno che nella realtà storica ha piantato alberi in modo intensivo in quella regione c’è stato davvero. Come si legge nella presentazione che riporta un sito svizzero al testo integrale del lavoro di Giono (peccato che il fondo grigio non aiuti la lettura), in quelle montagne e valli «ci fu effettivamente un enorme sforzo di rimboschimento, soprattutto a partire dal 1880. Centomila ettari furono rimboschiti prima della I Guerra Mondiale, soprattutto in pino nero d’Austria e larice europeo. E si tratta effettivamente, a tutt’oggi, di belle foreste che hanno trasformato il paesaggio e il regime delle acque» dell’intera area.
La nota ci sembra interessantissima: ma allora Jean Giono potrebbe essersi ispirato proprio a quell’evento nella sua novella “educativa”. E che questa dovesse essere la sua finalità lo scrive egli stesso – si legge nella stessa presentazione – in una lettera al Conservatore delle Acque e Foreste di Digne, nel 1957. Lo scopo – scrive Giono – era quello di far amare l’albero o più esattamente di diffondere il piacere di piantare alberi. Cosa che è da sempre una delle mie idee più sentite. [«Le but était de faire aimer l'arbre ou plus exactement faire aimer à planter des arbres (ce qui est depuis toujours une de mes idées les plus chères)»]. Per questo «ho concesso i miei diritti gratuitamente per tutte le riproduzioni». Lo scopo dell’opera non era far soldi ma diffondere un’idea. «E’ uno dei miei testi di cui sono più orgoglioso» scrive Giono nella lettera. « Non mi porta un centesimo, ed è perché realizza ciò per cui è stato scritto».
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NOTE. FILM 1. “L’homme qui plantait des arbres”, di Frédéric Back (1987, Canada), con testo di Jean Giono. Durata: 30 min. Testo in francese letto magistralmente da Philippe Noiret, con traduzione letterale completa nei sottotitoli in italiano (o in altra lingua a piacere: il programma lo consente). Back, autore dell’animazione, è scomparso a Montreal il 24 dicembre 2013, a 89 anni. FILM 2. “L’uomo che piantava gli alberi”, in edizione italiana, è stato tradotto da Luigi Spagnol, con voce recitante di Toni Servillo (buona, ma troppo suadente, priva di quelle punte di drammaticità così adatte al testo di Giono e soprattutto ai disegni di Back). Salani editore, 2008. Durata: 30:50. FOTO. Jean Giono, nato e morto a Manosque, in Provenza, in un bel ritratto di Kardas (coll. priv.).
AGGIORNATO IL 18 MARZO 2014

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