31 dicembre 2009

 

Ripa di Meana: “Su clima, energia e salvezza della Terra stanno sbagliando”

L'anno si conclude con il previsto fallimento del vertice sul clima di Copenhagen, la summa di tutti gli errori sul clima e sull'ambiente secondo Carlo Ripa di Meana, presidente del Comitato Nazionale del Paesaggio già commissario europeo per l'ambiente e presidente di Italia Nostra. Sul tema questo blog ospiterà prossimamente altre voci.
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"La Conferenza sul Clima di Copenhagen voleva salvare dal global warming gli orsi polari bianchi, ed è invece riuscita a far arrivare in Danimarca gli umani neri e incappucciati, i black bloc, che sfasciano le città storiche, concludendo così con un clamoroso fallimento. È stata una Conferenza partita male: preparata con atteggiamenti retorici e teatrali e, soprattutto, fondata su basi scientifiche controverse e manipolate, messe sotto accusa prima dell’inizio dei Lavori dai dati emersi con lo scandalo del climate-gate dell’Università dell’East Anglia, falsità confermate durante i lavori quando Al Gore, annunciando l’avanzato scongelamento del Polo Nord, ha citato una fonte che a distanza di poche ore ha smentito l’ex Vicepresidente americano di quanto gli aveva attribuito. La gestione della Conferenza da parte del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon, dello stesso Al Gore, del Principe Carlo e del Consigliere del Premier Brown, Nicolas Stern, è stata demagogica e imprudente. Un forte contributo in questa direzione isterica e catastrofista è venuto anche per mesi e mesi dal Presidente Barack Obama. Così, è accaduto che una capitale europea bene organizzata è stata messa in ginocchio per dodici lunghi giorni concludendosi con un flop planetario.
Comunque, è preferibile un fallimento ad un cattivo compromesso. Le parole di Obama hanno fatto altre volte miracoli, ma mi pare che la sua capacità di illusionismo climatico si stia riducendo: nel caso global warming, infatti, il Presidente non ha avuto dalla sua il Senato, e dunque alla fine della recita Hillary Clinton ha annunciato cento miliardi di dollari ai paesi più poveri per abbattere le loro emissioni. Questa decisione priva di altri impegni fermi e vincolanti degli Stati Uniti si iscrive ancora nella politica dei doni salva coscienza che tentano, in questo caso, di occultare gli altri mancati impegni degli USA. Il problema non si risolve certo così. Non sono infatti le emissioni CO2 dei paesi emergenti a costituire il maggior problema. Se si vuole abbattere l’inquinamento antropico del pianeta bisogna cominciare col farlo negli USA, in Cina e, a seguire, in India, in Messico, in Brasile.
La Conferenza ha svelato molte cose importanti di cui si dovrà tener conto. Prima di tutto è emerso che non è all’ordine del giorno la fine della civiltà industriale basata sul carbone, che include la siderurgia, la metalmeccanica, la petrolchimica. La società contemporanea carbon-free non è pronta. Il potere politico, è un’altra constatazione dopo la Conferenza di Copenhagen, non ha imboccato la strada del nucleare che è il modo diretto, piaccia o no, per ridurre il CO2. Eloquente a tale proposito il silenzio della grande Russia nucleare. Si è inoltre visto che la green industry a oggi è molto esile: lo constatiamo con una punta di ironia proprio nel momento in cui ci propongono, con incorreggibile retorica, una nuova generazione di biciclette con pedalata assistita, messa a punto da un italiano negli Stati Uniti. Si deve riconoscere da parte di osservatori onesti e realisti che non si vive di reti digitali intelligenti, le smart grid, peraltro costosissime, che dovrebbero sostituire tutti gli elettrocondotti, le grandi reti energetiche, ecc. . Non basta che l’Enel abbia delle tecnologie per chiudere nelle miniere dismesse il CO2 in eccesso per parlare di una consistente green industry italiana.
La Conferenza di Copenhagen è nata su attese sviluppate in modo abnorme nelle opinioni pubbliche che, sulla base di una cattiva cultura e di dati scientifici manipolati per scolpire nel bronzo che l’uomo sta alterando il clima producendo il riscaldamento globale, e che a tal fine occorrono misure autoritarie e spese sovrumane per evitare l’Apocalisse, si attendevano la palingenesi onusiana. Al Gore e Ban Ki-moon hanno già proposto di fare un nuovo summit a fine 2010 in Messico, preceduto da un incontro preparatorio a Bonn verso la metà del 2010. Anche lì, a Bonn e poi in Messico, si rischia di non concludere alcunché di efficace e reale, se non verrà rimossa la premessa, oggi ancora indiscutibile, che è alla base della teoria del global warming: è l’uomo che governa il clima e che solo lo può modificare. Se si vuol fare davvero qualcosa per sbloccare lo stallo in cui la grande impostura climatica ha paralizzato le Nazioni Unite, come abbiamo visto a Copenhagen quando decine di migliaia di giovani giunti da tutto il mondo hanno vissuto la frustrazione dello scacco, e l’inutilità degli scontri ripetuti contro la polizia secondo il piano dei black bloc, si deve, credo, compiere uno scrupoloso approfondimento scientifico del problema, senza più consegnarci agli apocalittici di professione. Abbiamo veramente bisogno prima di tutto di buona scienza e non del piagnisteo, per giunta violento, come a Copenhagen, sulla ingiustizia economica come capro espiatorio di tutti i problemi. In questo quadro fatto di dure realtà l’Europa deve ripensare a chi affidarsi: non può continuare a mettersi nelle mani delle lobby apocalittiche che serrano il Primo Ministro Gordon Brown, con il maturo Principe ereditario, gli enarchi a Parigi, Legambiente, Greenpeace e Rifkin a Roma. Così si crea solo frustrazione, temporanea retorica e nulla di fatto.
In Italia, ad esempio, una opinione diversa esiste e si è rafforzata nel 2009, ma molti non la conoscono per il silenzio, non innocente, di una parte della Comunicazione ufficiale. Parole di verità, invece, hanno scritto in particolare Il Foglio e Liberal. Le analisi del Centro Bruno Leoni hanno offerto una consistente e accuratissima argomentazione contro gli scenari estremi dell’IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change). Ci sono poi illustri scienziati e grandi divulgatori, come Antonino Zichichi, Franco Prodi, Franco Battaglia, Folco Quilici, che hanno anche loro detto e scritto parole pesate e autorevoli. Anche nel mondo politico non sono mancate posizioni scettiche e propositive. Scettiche verso i pareri adottati a maggioranza dall’IPCC e intrisi di previsioni catastrofiche, grandi città sommerse, i Poli geografici liquefatti, la fine dell’ecosistema. Basti pensare alla posizione, molto critica, assunta autorevolmente dal Presidente della Commissione Ambiente del Senato, Antonio d’Alì. Lo stesso Governo italiano è apparso tra i meno demagogici e dogmatici dell’Unione Europea: penso ad alcune obiezioni che all’inizio dell’anno 2009 vennero dal Ministro dell’Ambiente Prestigiacomo e dallo stesso Presidente Berlusconi. Ciononostante, però, l’Italia a Copenhagen non ha giocato alcun ruolo. Non ha pesato.
Vorrei ricordare, poi, che sull’eolico (la carta preferita dalle lobby italiane per le energie rinnovabili) è scoppiato uno scandalo sovranazionale. Basti leggere l’Herald Tribune americano di lunedì 14 dicembre, dove si racconta in prima pagina che al seguito delle rinnovabili arrivano le frodi. E si citano i paesi dove sono avvenute prima che altrove queste illegalità: l’Italia guida il gruppo che comprende la Spagna e il Portogallo.
Non si può continuare a percorrere piste sbagliate. Ci si romperà la testa. Segnalo che il Presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klauss ha impostato con chiarezza il problema che ci attende, tra i maggiori del futuro, in materia di energia e clima. Quel parere merita di essere studiato.
L’Italia dovrebbe prepararsi ad una stagione di accertamento della verità scientifica affrontando il grande inganno che finora ha dominato la scena ufficiale. Dall’Italia dovrebbe venire una valutazione veritiera delle potenzialità della green economy, che al momento non sono quelle della sua supposta chimerica "travolgente espansione". Prima di Copenhagen alcuni di noi in Italia volevano organizzare, a Volterra, un incontro che ponesse la questione del futuro climatico e energetico del pianeta in modo diverso. Sì, volevamo invitare Vaclav Klauss, uomini politici aperti e problematici, come d’Alì, Casini, Bondi e Granata, numerosi grandi scienziati e tutti coloro che a livello internazionale non vogliono affidarsi solo alle vulgate terrorizzanti promosse anche da interessi non innocenti delle lobby economiche. Quel Convegno avrebbe dovuto riaprire le pregiudiziali scientifiche dell’IPCC, contestandone, dove vi sono, gli errori. Qualcuno ha pensato che non ce l’avremmo fatta a mettere in discussione i presupposti scientifici manipolati del Vertice sul clima, sostenuti ideologicamente e politicamente, senza riserve da una maggioranza dei paesi partecipanti. I fatti hanno dimostrato che avremmo fatto bene a organizzare quel Convegno, anche se è molto faticoso e stressante chiamare un incontro internazionale in controtendenza, libero, indipendente, razionale. Rimango del parere che quello che non abbiamo fatto sarà bene fare in vista delle due tappe di Bonn e del Messico, dopo Copenhagen. La grande impostura è visibile a occhio nudo. Lo stallo egualmente. Ma i molti profeti dell’apocalisse, quelli naif e quelli del business, ci riproveranno. Sarebbe bene che questa volta fossero piegati dalla conoscenza e dalla razionalità.
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CARLO RIPA DI MEANA, esponente di Italia Nostra, presidente del Comitato Nazionale del Paesaggio
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Un documento anticonformista e di buon senso, questo, che Ecologia Liberale in larga parte potrebbe condividere, se non ci fossero lodi o citazioni immeritate per alcuni scienziati, divulgatori e politici. E perché, poi, cercare personaggi da proscenio? La scienza anonima non basta? (NV)

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28 dicembre 2009

 

Inquinamento e allevamenti. T’amo, o pio bove, ma consumi cereali e legumi, ed emetti troppo metano.

C’è chi ancora ritiene una "leggenda metropolitana" che la maggior quota dell’inquinamento da parte dei cosiddetti "gas serra", in particolare il metano CH4 (circa 20 volte più inquinante dell’anidride carbonica CO2), sia imputabile alle attività agricole di zootecnia e di trattamento del letame. Ebbene, le tabelle qui riportate, di fonte diversa, lo confermano in modo pieno, anche in confronto ad altre attività inquinanti come trattamento di rifiuti, trasporto e produzione di generi alimentari, risicoltura ecc. .
      Tra le fonti agricole altamente inquinanti la prima è l’emissione di gas metano per fermentazioni enteriche, cioè intestinali (in realtà è soprattutto il rumine), di bovini, caprini e ovini, allevati dall’uomo moderno. Oltretutto a costi altissimi, anche nutrizionali: sorgo, soia ed altri legumi e cereali – tutti possibili alimenti diretti per l’uomo, ad altissimo potere energetico e calorico – sono sprecati per alimentare animali da carne o da latte, cibi dal bassissimo potere energetico, ma dall'alto valore aggiunto economico.
Ecco due tra le tante tabelle che mostrano la quantità vulcanica – non ridete – del gas intestinale metano CH4 degli animali da allevamento (bovini, ovini, caprini ecc). La prima è stata da me rielaborata da un’apposita pubblicazione agricola del Governo degli Stati Uniti (citata sotto la tabella), la seconda tratta dallo studio del giapponese Ogino et al. su Animal Science Journal. Ma un nostro articolo illustra vari aspetti ecologici ed economici dell'allevamento di animali. Emissioni metano in agricoltura Usa (NV)
      Nella tabella governativa degli Stati Uniti (v. accanto) si vede benissimo che, limitatamente al comparto agricolo, la zootecnia (183 su 190) è responsabile dell'emissione di quasi tutto il metano liberato nell'atmosfera negli Stati Uniti.
      Il grafico giapponese conferma questo primato, che del resto è un indice diffuso in tutto il mondo, comparandolo con le emissioni prodotte dalla produzione e trasporto di alimenti (feed) e dal trattamento dei rifiuti (waste), che per lo più producono non metano ma anidride carbonica CO2 e ossido nitroso N2O.
      La situazione, quindi, è davvero incresciosa, tanto più perché legata ad un'attività non davvero essenziale per la vita umana, tesa com'è a produrre solo carne e latticini, che depaupera i raccolti di granaglie e legumi di tutto il Mondo. Si capisce perché nel 2003 il Governo della Nuova Zelanda abbia proposto saggiamente una “tassa sulla flatulenza” degli animali da allevamento. Peccato che, com'era da prevedere, sia stato sommerso dalle proteste popolari e abbia cambiato idea.
      Ed ecco, perciò, gli scienziati farsi in quattro per cercare qualche soluzione addomesticata che salvi - è il caso di dirlo - capra e cavoli, senza modificare il modello di sviluppo alimentare oggi imposto come "moderno". Anziché pensare a rieducare la gente a consumare la metà della metà, almeno, dell’inutile carne e dei troppo grassi formaggi, oltretutto entrambi collegati epidemiologicamente a morti da malattie cardiovascolari e tumorali, che fa l’illogica intelligenza umana? Studia e ristudia, trova che le erbe aromatiche e l’aglio, ben noti antibatterici, sono una bestia nera per i batteri del rumine responsabili delle fermentazioni che producono gas metano.
      Quindi: aggiungiamo aglio al mangime degli animali e le emissioni diminuiscono del 50%, come ha dimostrato uno studio sperimentale britannico durato tre anni coordinato da J. Newbold, docente dell’Università di Aberystwyth, nel Galles occidentale, che fa parte d’un programma del costo di 5 milioni di euro, come ha riferito BBC News. Nell'esperimento, come purtroppo accade in molti studi, più che l'aglio naturale fresco è stato usato il suo presunto principio attivo isolato, la allicina. L’unico lato negativo commercialmente è che l’allicina modifica leggermente il sapore del latte, e perciò ora i ricercatori stanno cercando di ottenere il medesimo risultato con metaboliti non odorosi dell’allicina o con altri composti dell’aglio.

      Naturale: per gli inglesi l’aglio è un cibo da animali o, peggio, da francesi, russi e italiani. Peccato che non si rendano conto che il latte acquisterà il gusto dell’aglio, che è la ragione per cui le mamme che allattano sono pregate di non mangiarlo, se non vogliono disgustare e far digiunare il lattante, ancora inadatto ai sapori adulti. Senza queste controindicazioni è invece l'origano, che è stato sperimentato con successo (riduce il metano del 40% e aumenta perfino la produzione di latte) in uno studio americano. Altri inibitori della produzione di metano negli animali da allevamento sono stati sperimentati con successo, come un nitro-ossipropanolo utilizzato “senza effetti negativi sulla produzione di latte” (ma nulla si dice degli effetti sulla salute umana e animale) in uno studio americano (Hristov et al.) pubblicato dalla rivista scientifica PNAS che ha ridotto in media le emissioni di metano dei bovini del 30%.
      Interessanti i risultati di un Congresso tenuto sul tema in Svizzera ("Greenhouse gases and animal agriculture: an update, Zurich, 20-24 September 2005), tra i quali lo studio che ha riferito la diversa efficacia di varie spezie (semi di finocchio, chiodi di garofano, aglio, cipolla, zenzero) nel ridurre la produzione di metano dei bovini (Patra et al. 2006).
      E allora, che fare? Mentre gli scienziati studiano come ridurre la produzione di gas serra nel sistema digestivo dei ruminanti senza - è questo il punto cruciale - modificare in modo sensibile il sapore del latte e dei formaggi, nel frattempo il presente blog non può che esprimere solidarietà al "pio bove", costretto dagli allevamenti insensati e dalla moderna fissazione della "carne a tavola ogni giorno" (una vera pazzia, mai verificatasi nella Storia) a produrre anche decine di litri al giorno pro capite di latte, oltre alle flatulenze di metano CH4, e a una lava inarrestabile di letame, che a sua volta attaccato da batteri fermenta producendo altro metano. Divorando territorio, inquinando il terreno e le falde acquifere e contribuendo all'aumento della temperatura media sulla Terra.
      Vorremmo aiutarlo a fuggire e a guadagnare la libertà, il pio bove, in attesa che non lo facciano più riprodurre e smantellino almeno i due terzi degli allevamenti. Perciò, questo blog vi propone un menù alternativo e politicamente corretto, saporito, sano e per niente generatore di CH4, né indirettamente, né direttamente, nonostante le leggende metropolitane (rièccole) che generalizzano i problemi di chi non mangia mai legumi o è malato di colite spastica: un bel piatto di ceci con crostini all’aglio. Due cibi così buoni, perché dobbiamo sprecarli per gli animali?

AGGIORNATO IL 30 MARZO 2016

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17 dicembre 2009

 

Una volta tanto d’accordo col Vaticano: il Belpaese e l’ignoranza degli Italiani

Non sarà una famosa testata, d’accordo, ma il sito Affari Italiani, come altri blog e siti sul web, non è certo fatto e scritto peggio del Corriere della Sera, ex "grande quotidiano", o della Repubblica, che invece grande non è mai stata, ormai decaduti a tabloid popolari pieni di pubblicità, tv, calcio, pettegolezzo politico, cronaca nera, scandali, titoli sbagliati ed errori d’italiano. Però l’intervista di un ex dirigente dei musei di Firenze, poi ministro dei Beni Culturali e ora direttore dei Musei Vaticani, è di quelle che lasciano il segno. Solo il provincialismo snob e l’inadeguatezza dei giornalisti italioti, per lo più raccomandati, a cui fa comodo considerarsi "giornalisti che fanno opinione", lo ha fatto passare sotto silenzio.
E’ la prima volta che una dichiarazione, una posizione proveniente dal Vaticano, ci trova d’accordo. Paolucci spara duramente contro l’ottusità degli Italiani e, lo si arguisce, anche della classe politica che dovrebbe governarli ed educarli, ma che – aggiungiamo noi – è spesso peggiore del peggiore popolino. Avete ascoltato a Radio Radicale i discorsi dal vivo di deputati o senatori? In alcuni casi fanno rabbrividire dalla vergogna: parlano e ragionano molto meglio certi baristi e meccanici di nostra conoscenza.
Paolucci collega sapientemente la crisi di affluenza dei musei al decadimento del Paesaggio italiano, che in fin dei conti è l’immagine dell’Italia nel mondo, la cartolina illustrata che dovrebbe invogliare i turisti a "visitare l’Italia" e quindi "anche" i suoi musei. Ragionamento ineccepibile, perché chi si muove dall’Arkansas o dal Giappone non pensa d’istinto ai musei italiani, ma all’Italia in sé, anzi, ad una certa immagine dell’Italia che gli è stata tramandata dai grandi viaggiatori dell’Ottocento.
E invece, l’Italia, ormai è brutta, sempre più brutta, altro che Belpaese. Perché i turisti dovrebbero accorrervi? Il territorio è devastato come in poche aree in Europa. Periferie squallide? Certo, ma le periferie in Italia cominciano dai Centri storici. Spesso sono brutte e da abbattere anche le "periferie" costruite nel Novecento. Roma, per dirne una, è una città brutta, bruttissima. Appena si esce dalle mura Aureliane, per esempio da Porta del Popolo, o da Porta Pia o da Porta Capena o da Porta San Pancrazio. Uno si gode la scenografica piazza del Popolo del Valadier, varca la Porta e subito è immerso nella bruttezza dell’orrido piazzale Flaminio. Possibile che nessun amministratore o politico lo noti?
Ma, soprattutto se torniamo in treno dal Nord Europa, stringe il cuore nel vedere le campagne italiane. Come i dolci declivi, i poggi meravigliosi e i filari di alberi sono maltrattati dagli unici frequentatori e padroni della campagna: i contadini.
Abbiamo in Italia una natura addomesticata (ché tale è la campagna) governata da agricoltori per bisogno o fatalità, spesso senza alcuna passione, rozzi e ignoranti, ottusi nella loro pigrizia, incapacità e parsimonia. E non sia scusa la passata o presente povertà. Quando si trattava non di acquistare materiali edilizi costosi, ma di utilizzare col proprio lavoro le ottime pietre del campo per costruire le case coloniche, come in tutti i Paesi d’Europa, il contadino italiano medio, per pigrizia e mancanza di modelli di riferimento, tirava su alla bell’e meglio delle mura degne di una stalla, non di una casa. Che differenza con gli avi Etruschi e Romani, le cui case, anche quelle agricole, destarono la meraviglia dei barbari invasori che ancora abitavano capanne di legno e argilla cruda. Ma che distanza oggi con le belle e raffinate case rustiche di Gran Bretagna, Germania, Francia, che pure hanno paesaggi naturali molto inferiori ai nostri.
L’Italia vista dal treno è tutta un’orribile sequela di gabbiotti per gli animali fatti di cartoni, vetri, armadi abbandonati, letti e brande. Nei campi troneggiano ovunque bianche, oscene, vasche da bagno smaltate, adibite a fontanili per gli animali. Con tutte le pietre a disposizione.
E se ci si inoltra nei campi – una vergogna per la patria di Columella, Catone e Leon Battista Alberti – non c’è più il nobile legno, che pure abbonda in Italia, Paese tra i più ricchi di vegetazione e di boschi. Ma ovunque, regnano incontrastati come in Africa, i materiali di riporto, i rifiuti: lamiere di ferro, ondulex, amianto, gli squallidi mattoni di cemento cavo del Terzo Mondo, e la plastica, tanta plastica, d’ogni forma, consistenza e colore.
Una vergogna. Un degrado materiale che nasconde un più profondo degrado intellettuale e morale, che coinvolge i Governi, il Parlamento, la classe politica, la scuola (l'incultura degli insegnanti italiani è unica: basta vedere o intervistare gli alunni) e le famiglie.
Ha ragione, quindi, il direttore dei Musei Vaticani (nell'intervista su Affari Italiani): perfino la crisi del turismo deriva dall’ignoranza diffusa degli italiani che si riflette sulla devastazione del territorio e dell’ambiente. La stessa ignoranza che fa preferire perfino agli abitanti degli oscuri villaggi un viaggio all’estero (Canarie, Maldive, Grecia ecc) piuttosto che nella bella Italia, che non conoscono. Tanto è vero che usano tutti come falsa scusa i presunti "alti prezzi" del turismo in Italia. E così si fanno spellare in Grecia e altrove, dove si spende ancora di più, e senza le bellezze, le comodità e le gentilezze a cui siamo abituati. (NV)
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La crisi colpisce anche i Musei Vaticani.
IL DIRETTORE: "ABBIAMO SPUTTANATO IL PAESAGGIO"

di Fabio Carosi
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"Crolla la domanda di cultura, in particolare di musei, con una forte diminuzione di visitatori soprattutto nel sud Italia. Ma le maggiori preoccupazioni sono complessivamente per l’offerta turistica italiana a causa del Belpaese che non c’è più. "Le colpe? Un ambiente devastato e un’ignoranza che ci porta ad andare all’estero ignorando i nostri musei civici".
Dalla poltrona comoda anche se delicatissima di direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci, in esclusiva per Affaritaliani, denuncia la crisi del sistema museale nostrano, alle prese con un vistoso calo di visitatori. E di introiti. Per il professor Paolucci, già sovrintendente del Polo Museale fiorentino e ministro tecnico dei Beni Culturali del governo Dini, la crisi ha cause ben evidenti che vanno dalla cementificazione del paesaggio, alla costruzione delle città con "orrende periferie", sino alla scarsa cultura degli italiani, transitando anche per quel vizietto italico di truffare i turisti.
Apre con i dati di casa: "A fronte di un calo del 10-12 per cento riferito dal nostro Ministero, i Musei Vaticani tengono botta. Nel 2008 abbiamo chiuso con 4 milioni e 444mila visitatori, quest’anno chiuderemo al 31 dicembre con 4milioni e 250 mila. Ciò significa 2 milioni di euro di incassi in meno tra biglietti e merchandising".
Per il direttore del più importante museo d’Italia (anche se protetto dalle mura dell’extraterritorialità), la colpa della crisi è tutta italiana: "Abbiamo sputtanato il paesaggio – dice senza mezzi termini – trasformando le città in orrende periferie e rincorrendo la concorrenza con l’estero. Dobbiamo invece inseguire un turismo che esca dal classico "turisdotto", cioè l’oleodotto nel quale vengoni infilati i tursiti, spediti tra Firenze, Roma e Pompei. Dobbiamo andare a Empoli, a Castelfranco Veneto, a Belluno a Vicenza e poi a Todi e a Narni. Siamo ancora salvi perché esiste lo stereotipo di vacanze romane".
Quindi la profezia: "La colpa del declino è degli italiani – spiega il professore – se avessero fatto come in Svizzera con efficienza e servizi saremo al primo posto. Invece siamo condannati al declino, perché prima o poi lo stereotipo del Belpaese finirà".
Paolucci conclude con un consiglio: "Bisogna tornare a Pasolini e agli Scritti Corsari e diventare sanamente reazionari, convincendo la gente che sono ignoranti e che devono curare la loro ignoranza".

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15 dicembre 2009

 

Nel 2020, a costi pazzeschi, se tutto va bene, sarà nucleare il 4,5% dell’energia

MA L'ATOMO CONVIENE DAVVERO?
di Emma Bonino ed Elisabetta Zamparutti

Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2009
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Le prevedibili polemiche sui siti nucleari e la convocazione a breve da parte del governo di tutte le imprese "interessate" al settore, ci spingono a riproporre alcuni quesiti di fondo che non hanno avuto risposte convincenti, insieme à problemi rimasti insoluti. E ci portano a farlo proprio su un giornale "nuclearista" perché il confronto è utile tra chi ha maturato opinioni diverse.
Ripetiamo la domanda che abbiamo posto nel 2008: in termini di costi/benefici, conviene al nostro paese costruire centrali nucleari impegnando nei prossimi anni 25/30 miliardi per soddisfare, ben che vada a partire dal 2020 il 25% dei` consumi elettrici attuali che corrispondono solo a circa il 4,5% dei consumi finali di energia? Non esiste altro modo per raggiungere e persino superare lo stesso obiettivo?
Una recente valutazione dell'Enea evidenzia che le uniche opzioni tecnologiche con benefici sociali netti o con costi minimi sono quelle riconducibili al miglioramento dell'efficienza energetica nell'industria, nel terziario, nel trasporto, nell'edilizia residenziale e nella produzione e trasmissione di elettricità. Secondo quanto affermato in questo studio, nel solo settore dell'elettricità, si potrebbero evitare 73 twh di energia elettrica, pari al 21,6% dei consumi finali lordi del 2008 (337,6 twh). Questo enorme potenziale di risparmio energetico al 2020 corrisponde alla produzione elettrica di circa 8 grandi centrali nucleari.
Siamo convinte che sia molto importante continuare ad usare risorse pubbliche per potenziare i nostri centri di ricerca e partecipare a programmi internazionali in questo campo. Ma intanto il rapporto dell'Enea ci dà un'indicazione univoca: le misure di efficienza energetica sono immediatamente praticabili, consentono di guadagnare tempo laddove le innovazioni non sono ancora mature in termini di prestazioni e di costi, e permettono di operare scelte strategiche in modo più consapevole e calibrato alle vere esigenze del nostro paese.
In modo acritico ci viene continuamente riproposto l'esempio francese, nonostante notizie d'oltralpe definiscano un "fiasco industriale" il nucleare francese. Quello, per intenderci, che dovremmo realizzare, incentrato sul reattore Epr. "Non si sa se riusciremo a costruirlo, né a che prezzo potrà essere realizzato: dai 3 miliardi di euro si è passati ai 5 e si evoca la cifra di 6 o 7 miliardi", riassumeva pochi giorni fa un dirigente di Edf dalle colonne del giornale francese Mediapart.fr.
Il produttore Areva ha dovuto ammettere che il cantiere finlandese ha già prodotto 2,7 miliardi di perdite destinate a crescere e superare così il prezzo di vendita (3 miliardi) del reattore stesso. Così come ha dovuto riconoscere ritardi tali da far entrare in servizio l'ERP nel 2012 nonostante le previsioni iniziali parlassero del 2009. E il vicepresidente della compagnia elettrica finlandese Tvo, Timo Rajala, dalle pagine di Les Echos si è sentito in obbligo di rispedire al mittente le accuse di essere all'origine dei ritardi, affermando che "il progetto ha richiesto troppo tempo... Noi non vogliamo pagare i costi che si sono resi necessari per ricerca e sviluppo". Più discretamente, Edf ha annunciato il rinvio di almeno un anno della messa in servizio dell'ERP di Flamanville.
Ma soprattutto la Francia non ha risolto con il nucleare la dipendenza da fonti fossili, se consideriamo che consuma pro-capite più petrolio della Germania. E se è vero che nelle ore morte, quando è in una situazione di sovraccapacità, ci vende energia elettrica, è altrettanto vero che nelle ore di punta la compra appunto dalla stessa Germania.
Per non parlare dell'avvertimento pesante lanciato dalle tre autorità per la sicurezza nucleare francese, finlandese e inglese. In un comunicato congiunto hanno rilevato la necessità di rafforzare il sistema di sicurezza dell'ERP perché "nel modo in cui è stato originariamente proposto dai licenziatari e da Areva, non osserva il principio d`indipendenza" tra i sistemi di sicurezza e quelli di controllo, che costituisce un principio basilare della sicurezza, e hanno chiesto una revisione completa del sistema. Sostanzialmente hanno detto: "Così non va". E non è difficile immaginare quanto sia costata all'autorità francese muovere una pubblica critica a quello che viene considerato un simbolo della grandeur francese.
Né molto diversa pare la situazione di quell'altra tecnologia che potrebbe trovare attuazione in Italia, il reattore AP1000 dell'americana Westinghouse: il 27 novembre la direzione Sanità e Sicurezza britannica (Hse) ha avvertito che potrebbe non approvare il progetto se non risponderà alle riserve espresse in tema di sicurezza. Per cultura e prassi politica radicale non siamo affette dalla sindrome Nimby o da psicosi catastrofiste, ma le alternative esistono, come ha proposto la stessa Enea: efficienza energetica, energie alternative, ricerca.
Sicché ripetiamo la domanda: il nucleare conviene? Risolve?

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13 dicembre 2009

 

Roma, corrotta da politici, commercianti, cittadini e turisti, diventa virtuosa?

Anche le pulci hanno la tosse. Roma, capitale mondiale delle cartacce per terra e delle bottiglie sui muretti, dei parchi devastati e abbandonati, degli alberi tagliati dal Servizio Giardini, ma soprattutto capitale delle auto parcheggiate in seconda e terza fila, con i vigili urbani meno vigili e meno urbani al mondo, città mediorientale in tutto, per traffico, incapacità, disorganizzazione e assenza del Comune (qualunque sia il partito al governo, sia chiaro), e ancor più per mentalità e strafottenza dei suoi cittadini, una capitale con una metropolitana ridicola e con i grossi autoveicoli Suv che pretendono di passare indisturbati perfino nei vicoli del Centro storico, dove i pedoni non riescono ad attraversare neanche sulle strisce e rischiano la vita ogni giorno senza che nessuno li difenda, una città gestita direttamente dalle lobbies dei commercianti (che a Roma sono davvero i più ottusi al mondo, visto che si oppongono a qualunque riforma, sia pur timida), ebbene una città così pretende ora di diventare una metropoli moderna e anglosassone, anzi addirittura una città virtuosa in ecologia?
Non è credibile. Neanche se chi scrive fosse chiamato come consulente con pieni poteri. Il Comune di Roma non è riuscito neanche a creare banali cordoli in muratura, perciò non attraversabili, per difendere e rendere più veloce il percorso degli autobus principali, figuriamoci se potrebbe fare le cose fantasmagoriche che ora propone, e che ricordano tanto le sparate pubblicitarie delle città del Nord Italia dove regna Legambiente.
Il sindaco di Roma, Alemanno, è "di destra" mentre Legambiente e Verdi sono "di sinistra"? Ma figuriamoci, non c'è differenza: sono tutti politici. Infatti dai buoni propositi dati in pasto alla stampa si capisce subito che se nella burocrazia romana e tra i politici del Comune non si fa una selezione radicale, del "Decalogo" di buoni propositi pubblicitari ben poco o nulla all'atto pratico si trasferirà in comportamenti reali nel cittadino e negli enti comunali.
Invece, serve un cambiamento profondo e generalizzato nella vita della città e nel comportamento dei romani.
Qui siamo solo ai soliti proclami a cui la politica italiana ci ha abituato. Oppure alle piccole misure laterali che non sfiorano il nocciolo del problema: il no alle auto private nel Centro storico. Vi ricordate la "benzina verde", cancerogena, che ha sostituito - invero per decisioni statali ed europee, ma l'analogia è significativa - quella al piombo che cancerogena non era? Avete presente i cassonetti per la raccolta differenziata che dovevano farsi perdonare la loro pesante antiesteticità con un vantaggio reale in termini di ambiente? Ecco, cose così.
Sembra quasi di leggere gli annunci di Legambiente di qualche anno fa: tutti "riciclo" e abbattimento delle polveri sottili e niente sostanza pratica di vita quotidiana.
Insomma, Destra e Sinistra si guardano bene dal toccare il vero punto focale: eliminare le auto dai centri storici e reprimere duramente le soste vietate. Dopodiché il resto verrebbe da sé: i cittadini sarebbero "costretti" a riorganizzare la loro vita quotidiana. Dovrebbero prendere metropolitana e bus come fanno a New York, Londra e Parigi. Dall'avvocato alla signora-bene. Ammesso che a Roma esistano signore-bene.
Costretti. Economicamente, s'intende, perché noi siamo liberali. Perché 200 euro al giorno di multa reale, effettiva, sicura, fermano chiunque, perfino i riottosi, viziatissimi e anarchici romani. E perché anche un solo euro al giorno pagato da chi, non residente, entra all'interno del Raccordo anulare sono pur sempre qualcosa. Roma non può essere la città aperta a tutti: con le migliaia di pullman che bloccano il traffico perché invitati o attratti dal Vaticano, Stato estero che deve pur pagare il disturbo e i danni che arreca ai cittadini romani. Roma non può essere impunemente raggiunta da torme di turisti italiani e stranieri indisciplinati e sporcaccioni. Questi costi altissimi i romani consapevoli sono stuufi di pagarli.
Altro che CO2 e bottiglie di vetro: a Roma bisogna fare una vera e propria rivoluzione impopolare. Il sindaco, qualunque sia, deve desiderare di essere cacciato a furor di popolo. Deve dispiacere a commercianti, professionisti, automobilisti e impiegati dello Stato. Solo così saremo abbastanza sicuri che sta facendo gli interessi della città. Un nuovo Nathan. Altro che. Ed ecco l'articolo che ha originato il nostro commento, del bravo e incolpevole Francesco Amorosino della Newsletter Nanni editore, che presenta l'ambizioso programma capitolino (NV)
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COPENHAGEN: ROMA PUNTA AD ESSERE CAPITALE VERDE D'EUROPA
Con un ambizioso piano all'insegna dell'efficienza energetica e delle rinnovabili, la città abbraccia la causa ambientale in vista di una prossima 'terza rivoluzione industriale.
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"Roma capitale energetica d'Europa. È ancora presto per dirsi, ma è questo l'obiettivo del sindaco Gianni Alemanno, che vuole fare della sua città un simbolo della rivoluzione ecologica. Fonti rinnovabili, efficienza energetica, architettura sostenibile, trasporti puliti: sono solo alcuni dei punti di un Decalogo per la città di Roma studiato insieme all'economista e ambientalista Jeremy Rifkin dopo il 'Workshop for a third industrial revolution' di Roma poco prima dell'inizio della Conferenza sul clima di Copenhagen. E proprio al vertice internazionale promosso dalle Nazioni Unite, il Comune di Roma, ma anche la Provincia con la presenza del presidente Nicola Zingaretti, illusteranno le buone pratiche già avviate e i progetti futuri. A Copenhagen. però, Roma si è classificata quattordicesima nell'European Green City Index, la classifica delle città più ecosostenibili stilata dall'Economist Intelligence Unit per conto della Siemens.
La Capitale è a metà graduatoria tra le 30 grandi città Europee analizzate, in vetta proprio Copenhagen, seguita da Stoccolma e Oslo, mentre a chiudere la lista c'è Kiev. La ricerca si è concentrata su otto settori, emissioni di anidride carbonica, energia, trasporti, acqua, qualità dell'aria, rifiuti e utilizzo della terra, costruzioni e politiche ambientali. Molto bene Roma per quanto riguarda 'emissioni di anidride carbonica' ed 'energia', dove infila due settimi posti, male nelle altre categorie, dove non arrivare mai nella top ten, fermandosi addirittura al diciottesimo posto per quanto riguarda i trasporti, al diciannovesimo per l'acqua e al diciassettesimo per la gestione dei rifiuti e la qualità dell'aria.
Adesso, però, per Roma è tempo di cominciare quella che Rifkin ha definito "la terza rivoluzione industriale", ovvero "un piano di sviluppo economico abbinato a un piano di sviluppo energetico". Per questo il Comune ha preparato un Masterplan, una serie di azioni concrete su energia e ambiente da attuare nell'immediato futuro. Primo punto del decalogo è la riduzione delle emissioni di gas serra, che va attuata, ed è il secondo punto, tramite l'efficienza energetica, con l'obiettivo di ridurre, ad esempio, del 50% i consumi elettrici e dell'80% i consumi termici delle scuole romane grazie all'istallazione di pannelli solari e fotovoltaici, e promuovendo le fonti rinnovabili (terzo punto).
Importante anche la promozione di un'architettura e una urbanistica sostenibili, con l'adozione di sistemi efficienti di conversione e uso dell'energia nelle attività produttive, mentre si scommette sullo sviluppo della tecnologia a base di idrogeno. Il Comune, infatti, vuole istallare nel giro di un anno dieci stazioni per la distribuzione di idrogeno e metano per autoveicoli utilizzando i finanziamenti della comunità europea, oltre a estendere l'infrastruttura per la ricarica delle auto elettriche.
Proprio per promuovere l'efficienza, inoltre, si favoriranno delle 'smart grids', reti intelligenti che sfruttano il principio dell'auto-consumo e della messa in distribuzione solo dell'energia autoprodotta che sia in eccedenza rispetto all'autoconsumo, da utilizzarsi nei più vicini centri di domanda, in modo da minimizzare problemi e dispersioni. Verranno, inoltre, l'attivati 100mila punti luce Led entro il 2020, verrò creato un impianto a cogenerazione all'ospedale Sant'Andrea, un nuovo stadio a zero emissioni e una rete energetica condivisa allìuniversità La Sapienza.
Il settimo punto è rendere più efficienti e puliti i trasporti pubblici, favorendo il 'car sharing' e il 'car pooling', e iniziative che combinano il trasporto pubblico con la bicicletta, mentre l'ottavo proponimento è la creazione di 'isole dell’energia' per settori come ospedali, uffici, scuole, strutture ricettive, fabbriche, case, ville, per i quali si svilupperanno delle 'matrici' in modo da facilitarne e accelerarne l'accesso alle nuove tecnologie energetiche. Tutto questo deve avvenire, ovviamente, anche in un'ottica di sviluppo economico e crescita occupazionale (nono punto), per garantire a Roma una posizione di città attenta ai temi della sostenibilità energetica e ambientale a livello internazionale (decimo punto).
"Vogliamo inviare il messaggio che Roma si mette alla testa di un nuovo modello di sviluppo ambientale ed energetico - ha detto il sindaco Alemanno - perché non si tratta solo di prendere degli impegni astratti, ma di comprendere che bisogna realizzare un nuovo modello di sviluppo che porterà posti di lavoro, innovazione tecnologica, e renderà Roma più competitiva a livello economico.
Da questo punto di vista il sindaco si è impegnato anche ad ampliare il verde della Capitale, come avvenuto pochi giorni fa, quando ha partecipato a 'Roma per Copenaghen', l'intervento di forestazione urbana avviato da Legambiente in cui sono stati piantati cento alberi presso il Pratone delle Valli all'interno del Parco dell'Aniene, che diventeranno mille entro febbraio, in modo da compensare parte delle emissioni di anidride carbonica della città.
L'iniziativa dell'amministrazione capitolina è una vera rivoluzione nel panorama italiano e, se gestita nel migliore dei modi, potrebbe davvero diventare un modello per il resto del continente. Ad Alemanno sono andati, ad esempio, anche i complimenti del quotidiano economico Financial Times, evidenziando che Roma è la prima capitale europea a mettere in campo un piano del genere. Ora bisogna passare dalle parole ai fatti e far sì che davvero si possa parlare di una 'terza rivoluzione industriale' e non una delle tante operazione verdi di facciata sparite dopo i vertici internazionali" (Francesco Amorosino).

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09 dicembre 2009

 

Meno biodiversità, e le malattie vecchie e nuove si globalizzano come epidemie

Casi di malattia di Lyme, trasmessa dalle zecche (1983-1985): quasi tutti (976) nel Triveneto.
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Rischiamo di ammalarci della malattia di Lyme, e non solo, per colpa della nostra trasandatezza ecologica. La Nemesi che ci tocca per avere per troppo tempo maltrattato la Terra? Ma sì, in fondo le zecche ci mordono e succhiano il sangue, trasmettendoci i batteri terribili, "per conto dell'ecosistema".
Uno studio collega l'emergenza di nuove malattie e la diffusione globale di malattie un tempo locali ai cambiamenti nella biodiversità e al declino e all'estinzione delle specie. Lo riporta l'ultimo numero della newsletter Scienze online. La distruzione e la perdita di biodiversità, trainata dal rimpiazzamento delle specie locali con specie esotiche, dalla deforestazione, dalla globalizzazione dei trasporti e da altri cambiamenti ambientali può aumentare l'incidenza e la diffusione delle malattie infettive fra gli uomini. E' questa la conclusione a cui è giunto uno studio condotto da ricercatori dell'Università del Vermont e della Environmental Protection Agency pubblicato sulla rivista "BioScience" (Biodiversity Loss Affects Global Disease Ecology). "Una quantità di nuove malattie sta emergendo e quelle che un tempo erano locali stanno diventando globali. Malattie come il West Nile Virus si sono diffuse in tutto il mondo molto rapidamente"; osserva Joe Roman, uno degli autori. Questa non è la prima volta che l'uomo deve fronteggiare una raffica di nuove malattie. Già il passaggio dalla caccia all'agricoltura, la domesticazione e la creazione di insediamenti stabili portarono a una prima "transizione epidemiologica". Una successiva fu dettata dalla Rivoluzione industriale, con un declino delle malattie infettive e l'aumento di tumori e allergie. Ora, dicono gli autori, siamo di fronte ancora una volta a una fase di questo tipo. "Questo è il primo lavoro che collega l'attuale transizione epidemiologica ai cambiamenti nella biodiversità e al declino e all'estinzione delle specie", osserva Montira Pongsiri, dell'EPA. "Molte persone hanno lavorato su questo argomento in relazione a singole malattie - dal West Nile virus alla malaria, dalla schistosomiasi agli hantavirus - ma nessuno ha raccolto tutti questi studi e li ha messi a confronto. Noi abbiamo analizzato tutti questi studi e mostrato che l'emergere o il riemergere di molte malattie è legato alla perdita di biodiversità. Guardando da un punto di vista più ampio a questo problema possiamo dire che non si tratta affatto di casi specifici. Sta accadendo qualcosa a scala globale", ha detto la Pongsiri. "Non stiamo dicendo che la perdita di biodiversità sia il fattore primario di tutte queste malattie emergenti, ma è evidente che ha un ruolo importante", ha detto Roman. "Prendiamo il caso della malattia di Lyme, trasmessa da zecche infettate dal batterio Borrelia burgdorferi", spiega la Pongsiri. "La zecca riceve il batterio solitamente succhiando il sangue di piccoli animali, negli Stati Uniti soprattutto da un piccolo roditore, il peromisco dai piedi bianchi. Storicamente la malattia era rara molto probabilmente perché c'era una vasta gamma di mammiferi differenti. La zecca si alimentava di molte di esse, ma dato che molte sono un ospite poco adatto al batterio solo poche zecche la trasmettevano all'uomo. La frammentazione e riduzione delle foreste e dei boschi ha portato a un drastico declino del numero di mammiferi e al prosperare del peromisco. Così, quanto più si diffonde il peromisco nei boschi, tanto maggiore è la probabilità che la zecca sia infetta e quindi di essere morsi proprio da una zecca infetta".

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06 dicembre 2009

 

Riscaldamento globale. Hacker dà ragione ai negazionisti contro i catastrofisti

Il grafico (cliccarvi sopra per ingrandirlo) pubblicato su World Climate Report mostra la tendenza sostanzialmente orizzontale delle temperature negli Stati Uniti dal 1895 al 2009. In basso, il contestato grafico IPCC delle temperature ricostruite dell’ultimo millennio.

COME RISCALDARE UN MONDO CHE FORSE SI STA RAFFREDDANDO
Gianfranco Bangone, Il Riformista, 25 novembre 2009


Fuga di notizie. Finiscono in rete migliaia di mail trafugate da un server dell'Università dell'East Anglia. A leggerle sembrerebbe che i dati sul global warming siano stati “addomesticati” o quantomeno che siano stati ignorati («dieci anni con temperature relativamente stabili») quelli che non lo confermavano. Un migliaio di mail vengono trafugate da un server dell'Università della East Anglia e finiscono in rete. È la corrispondenza fra alcuni ricercatori che hanno contribuito a provare l'aumento delle temperature degli ultimi decenni e il loro lavoro è alla base dei Rapporti dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i mutamenti climatici.
Nelle mail rese pubbliche c'è di tutto: espedienti per aggiustare i dati che confermino il riscaldamento, proposte per minare la credibilità dei propri avversari e occultare i dati più scomodi.

Il grafico che vedete in questa pagina (v. sotto, cliccarvi sopra per ingrandirlo) è forse il più famoso di tutti i tempi e si è meritato il nome di “hockey stick” (o mazza da hockey). Rappresenta i valori di temperatura dell’ultimo millennio ed è la prova più citata a sostegno della tesi sul contributo delle attività antropiche al riscaldamento globale. La ricostruzione è stata pubblicata nel 1998 e gli autori sono tre climatologi: Michael Mann, Raymond Bradley e Malcom Hughes. Il grafico assume un significato politico assoluto nel 2001 quando diventa l’architrave del terzo Rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i mutamenti climatici (Ipcc), oltre a figurare in centinaia di documenti istituzionali e politici che sostengono la necessità di tagliare drasticamente le emissioni di gas serra.

Va precisato che l’andamento delle temperature indicate nel grafico è una ricostruzione che utilizza varie fonti di dati: misuriamo le temperature a partiredal 1850, per cui per ricostruire quelle precedenti si è dovuto ricorrere ai cosiddetti proxy, ovvero a temperature ricavate dagli anelli degli alberi o a microrganismi contenuti nei sedimenti lacustri e marini.

Ma al di là dei tecnicismi, resta il fatto che la ricostruzione di Mann e colleghi dimostra un andamento pressoché piatto delle temperature fra l’anno 1000 e gli inizi del secolo scorso, dopo di che sale inesorabilmente con una curva molto ripida. È quindi un segno evidente che le attività umane sono responsabili, attraverso le emissioni di gas di serra, di questo precipitoso aumento. Da un punto di vista strettamente politico è la pezza d’appoggio scientifica che giustifica il Protocollo di Kyoto e qualsiasi altro programma di mitigazione seguirà.

La controversia sulla solidità di questa ricostruzione inizia nel 2003 quando un consulente minerario canadese, Stephen McIntyre, la sfida apertamente sostenendo che è viziata da artefatti dovuti a calcoli sbagliati e a dati inaffidabili. Negli anni che seguono si scatenerà un intenso dibattito con decine di lavori pubblicati pro o contro, contesa destinata a restare nell’ambito degli addetti ai lavori. Si occuperanno del caso molte istituzioni accademiche fra cui il National Research Council e la National Academy of Sciences statunitense, oltre a un sottocomitato del Senato americano ed associazioni disciplinari. Il gruppo originario del 1998 nel frattempo recluta altri ricercatori, viene ribattezzato “The Team” e diventa l’anima “tecnica” del gruppo di esperti dell’Ipcc che realizza la parte scientifica del rapporto redatto ogni quattro anni dall’agenzia dell’Onu. Insomma parliamo di climatologi sulla cresta dell’onda che pubblicano su riviste a grande fattore di impatto e hanno un peso notevolissimo anche nell’influenzare le politiche nazionali sulla mitigazione del clima.

Ora però la credibilità di questo gruppo è duramente messa alla prova dalla pubblicazione di un migliaio di mail, che un hacker avrebbe trafugato dal server dell’Università della East Anglia in Gran Bretagna. Anche se l’ipotesi più probabile è che sia stato un ricercatore del gruppo, e non un hacker, a trafugare la documentazione. Il materiale “piratato” è stato appoggiato su un server russo dove generalmente il popolo della rete si collega per scaricare gratuitamente programmi craccati.

Più di mille mail sono oggi disponibili e alcune lasciano sospettare una vera e propria cospirazione per minare la credibilità delle riviste che hanno pubblicato i lavori degli avversari. In un primo momento queste mail sono state definite apocrife, ma siccome potevano diventare un boomerang molti ricercatori chiamati in causa hanno preferito ammettere che sono vere.
È noto da diversi anni, ad esempio, che la temperatura in questo momento non è in crescita, così un ricercatore scrive in una mail: «Sì, non è molto più alta del 1998 e tutto questo mi preoccupa… c’è la possibilità di avere davanti un periodo lungo una decina d’anni con temperature relativamente stabili… forse posso tagliare gli ultimi punti sulla curva prima del mio intervento».

Nel 2008 il solito McIntyre inoltra una domanda utilizzando il Freedom Information Act, un provvedimento che garantisce il libero accesso a dati governativi o istituzionali se non attengono alla sicurezza nazionale. La notizia si sparge e immediatamente dopo c’è un fitto scambio di missive in cui si chiede di cancellare la corrispondenza sull’argomento.
Ma questo è il meno, le mail più preoccupanti - e sono decine - sono quelle che indicano i modi per aggiustare i dati che non convergono con l’interpretazione del Team.

Questa patata bollente arriva in una fase abbastanza delicata: da una parte manca poco al meeting di Copenaghen dove si discuterà di un Kyoto II che ha già un bel po’ di guai, dall’altra diversi gruppi scientifici stanno lavorando al prossimo rapporto dell’Ipcc dove non si potranno truccare le carte come in passato.
Un altro nodo sarà il comportamento delle riviste scientifiche che hanno pubblicato i lavori “addomesticati” e che ora riceveranno non poche contestazioni.
Lo scandalo è certamente di enorme portata perché solleva molti dubbi sull’onesta scientifica del gruppo più influente del settore, ma siccome questi ricercatori hanno lavorato con finanziamenti pubblici c’è anche il rischio che si apra una inchiesta federale.
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Scienziati "negazionisti" contro "catastrofisti"
«SUL CLIMA DATI FALSIFICATIi»
HACKER SCOPRE I TRUCCHI DEGLI SCIENZIATI
Paolo Valentino, Corriere della Sera, 22 novembre 2009

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Gli scet­tici sul riscaldamento del cli­ma sono in piena euforia. Convinti di aver colto con le mani nella marmellata i profe­ti di sciagure e gli sciamani del global warming. In pieno negoziato per non far fallire il vertice di dicembre a Copenaghen, lo scandalo dei da­ti ritoccati rivelato ieri dal New York Times fa riesplode­re la disputa pubblica sui dan­ni veri o presunti causati dai gas serra alla sostenibilità cli­matica del pianeta. Gridano alla truffa i negazionisti, ri­spondono con uguale vee­menza i teorici della responsa­bilità umana, invocando l’enorme quantità di dati a so­stegno delle lo­ro tesi. Qualche dub­bio sulla qualità della ricerca ri­mane. Soprat­tutto ora, che centinaia di e-mail, rubate da pirati telema­tici dai compu­ter della Univer­sity of East An­glia, in Gran Bretagna, rivela­no che autorevo­li ricercatori e scienziati inglesi e americani hanno spesso «forzato» e in qualche caso alterato i dati in loro possesso, per combatte­re gli argomenti degli scetti­ci, concordando vere e pro­prie strategie di comunicazio­ne per convincere l’opinione pubblica. Non mancano nella corposa corrispondenza riferi­menti derisori e insulti perso­nali a quanti mettono in dub­bio la tesi del global war­ming, che uno degli autori delle mail definisce «idioti». «Questa non è una pistola fumante, è un fungo atomi­co », ha detto al quotidiano newyorkese Patrick Micha­els, un esperto climatico che da tempo accusa il fronte del surriscaldamento di non pro­durre prove certe e dati con­vincenti a sostegno delle tesi catastrofiste.

LA SCOPERTA - La scoperta dell’incursione è avvenuta martedì scorso, dopo che gli hackers erano penetrati nel server di un al­tro sito, un blog gestito dallo scienziato della Nasa Gavin Schmidt, dove hanno comin­ciato a scaricare i file degli scambi di posta elettronica tra questi e gli studiosi di East Anglia. Due giorni dopo, le prime mail hanno comin­ciato ad essere pubblicate su The Air Vent, un sito dedicato agli argomenti degli scettici. La polizia ha aperto un’indagi­ne, anche se i primi dubbi sul­l’autenticità della posta sono stati sciolti dagli stessi scien­ziati anglo-americani, che hanno confermato di essere gli autori. «Il fatto è che in questo mo­mento non possiamo dare una spiegazione alla mancan­za di riscaldamento ed è una finzione che non possiamo permetterci», scriveva poco più di un mese fa Kevin Tren­berth, del National Center for Atmospheric Research di Boulder, in Colorado, in una discussione sulle recenti va­riazioni atipiche della tempe­ratura. Ancora, nel 1999, Phil Jones, ricercatore della Clima­te Unit a East Anglia, ammet­teva in un messaggio al colle­ga Michael Mann, della Penn­sylvania State University, di aver usato un «trick», un ac­corgimento per «nascondere il declino» registrato in alcu­ne serie di temperature dal 1981 in poi.

GIUSTIFICAZIONI - Mann ha cercato di sminuire il significato del termine trick, spiegando che è parola spesso usata dagli scienziati per riferirsi a «un buon modo di risolvere un de­terminato problema» e non indica una manipolazione. Nel caso specifico, erano in discussione due serie di dati, una che mostrava gli effetti delle variazioni di temperatu­ra sui cerchi dei tronchi degli alberi, l’altra che considerava l’andamento delle temperatu­re atmosferiche negli ultimi 100 anni. Nel caso dei cerchi degli alberi, l’aumento della temperatura non è più dimo­strato dal 1960 in poi, mentre i termometri hanno continua­to a farlo fino a oggi. Mann ha ammesso che i dati degli alberi non sono stati più im­piegati per individuare la va­riazioni, ma che «questo non è mai stato un segreto». Secondo Trenberth, le e-mail in realtà mostrano «l’integrità sostanziale della nostra ricerca». Ma per Patri­ck Michaels, lo scandalo rive­la l’atteggiamento fondamen­talista dei teorici del global warming, «pronti a violare le regole, pur di screditare e danneggiare seriamente la re­putazione di chi vuole solo un onesto dibattito scientifi­co ».

Una "bomba" riportata da molti giornali in tutto il mondo ma nelle pagine interne, cosicché il largo pubblico l'ha persa. Sul blog di giovani economisti italiani negli Usa sono riportati alcuni grafici. Ed ecco i siti Climate Monitor, BBC News e Il Foglio, e i blog degli scienziati "scettici" Watts e Beauregard. Per un quadro complessivo di un problema così dibattuto si veda anche la voce di Wikipedia.

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03 dicembre 2009

 

«Eolico conviene»? Ecco vecchi e nuovi trucchi, e finanziamenti di Stato e Regioni buttati al vento.


L'Italia, notoriamente povera di vento e poverissima di vento regolare (il solo utile ai fini dell'energia eolica), ma curiosamente prima al Mondo negli incentivi di Stato all'eolico. Che, perciò, visti, i problemi estetici-paesaggistici, economici e perfino giudiziari (corruzione di Enti locali e mafia) che sta arrecando, si conferma una fonte energetica invasiva, deturpante, costosa e alla fine inutile. Eppure, questo eolico continua a diffondersi, sia pure meno spensieratamente di prima dopo le denunce penali e i più accurati calcoli economici energetici. Come mai? E' il proverbio a rispondere: "Gatta ci cova".

Quando si parla di eolico e incentivi, in sede di comparazione internazionale, di solito ci si riferisce ai Certificati Verdi, che sono di gran lunga la forma di incentivazione più utilizzata e normalmente anche l’unica.
Da noi invece le cose funzionano diversamente. I Certificati Verdi valgono più che altrove, e ad essi si aggiungono molte altre agevolazioni che fanno dell’Italia la terra promessa per gli industriali del vento, nonostante che il nostro Paese non sia particolarmente vocato per la produzione di energia eolica (in media 1700 ore/anno, di cui effettive immesse in rete appena 1450 ore/anno, contro le oltre 2000-2800 del Nord Europa, NdR, da dati Italia Nostra). Ma i più alti incentivi d’Europa, tramite certificati verdi valutati il doppio che altrove. (oltre 160 euro a MWh ).

Perciò, la corsa a chiedere autorizzazioni per impiantare pale alte un centinaio di metri è, in realtà, una banale corsa agli incentivi e alle agevolazioni, che fanno ricchi pochi a discapito della collettività.
Vediamo in una sintetica guida di Sennuccio Del Bene, del Comitato GEO-Ambiente e Territorio di Monterotondo Marittimo, quali sono le sette fonti d’oro che attirano speculatori e multinazionali da ogni dove. Innanzitutto i


1. Certificati Verdi, soggetti per di più a compravendita. Ogni 50 MWh di energia eolica prodotta dà luogo a un certificato liberamente negoziabile sul mercato. La compravendita di certificati verdi è garantita dal Gse, il Gestore dei servizi elettrici che acquista a un prezzo predeterminato, ma più spesso i certificati vengono venduti ai produttori di energia da fonti tradizionali che per legge devono produrre una determinata quota di energia anche da fonti rinnovabili o, in alternativa, acquistare i certificati verdi. Il prezzo dei certificati era libero di fluttuare; con l’ultima Finanziaria (2008) il governo ha posto un tetto di 112,88 euro/MWh, ma ha anche prolungato da 12 a 15 anni la durata dell’incentivo.


2. Pagamento anticipato sulle "stime" della produzione futura. Su richiesta dei produttori, inoltre, il Gse (che è un ente pubblico) può anticipare il pagamento dei certificati verdi a fronte delle stime produttive per l’anno successivo, con conguaglio a fine periodo basato sui dati reali di produzione. Così capita che le stime vengano gonfiate anche del 30% (dati ufficiali Gse relativi al 2006) per ottenere pronta cassa dall’Ente soldi da impiegare o investire come più aggrada ai titolari degli impianti. Soldi pubblici che vengono dalle nostre bollette (componente Cip6) e che, in caso di fallimento di un produttore, sono difficilmente recuperabili.


3. Il trucco della "ristrutturazione", ed ecco nuovi incentivi. Inoltre, il limite di 15 anni all’incentivo è aggirabile grazie a una legge dalle maniche larghe. Basta una ristrutturazione – peraltro necessaria per le parti soggette a usura – per far risultare come "nuovo" l’impianto e far ripartire da zero il contatore degli anni (15+15!). Potrebbe bastare, ma non basta: quello dei soldi pubblici all’eolico in Italia è un vero e proprio fiume in piena. Così ai Certificati Verdi si aggiunge un quarto elemento di favore:


4. Obbligo d'acquisto dell'energia eolica da parte del Gestore elettrico. E' il burocratico "Dispacciamento prioritario". In pratica il Gse, il gestore dei servizi elettrici, è obbligato ad acquistare "sempre e subito" tutta l’elettricità prodotta da eolico, a prescindere dall’effettivo fabbisogno del sistema e dalla possibilità di acquisto di energia a prezzo inferiore – situazione tipicamente riscontrabile di notte con l’energia da nucleare. Meccanismo che obbliga il GSE a retribuire l’impresa eolica per l’energia prodotta, anche quando per ragioni tecniche non è stata immessa in rete. Per i titolari di impianti eolici ciò si traduce in una garanzia sul venduto sino all’ultimo KW prodotto, consentendo di lavorare in un mercato privo di concorrenza; invece per il Gestore di rete ciò rappresenta costi aggiuntivi, scaricati sull’utenza. Basta così? No.


5. Prezzo prefissato, altro che "mercato". Bisogna considerare che i MWh immessi in rete vengono retribuiti dal Gse a un prezzo prefissato definito di anno in anno (circa 68 €/MWh nel 2007) e che gli speculatori si avvalgono di


6. Infrastrutture a carico del Gestore della Rete, non dei produttori. Le infrastrutture necessarie al collegamento di un impianto eolico alla rete di distribuzione sono a carico del gestore della rete, cioè Terna, e non del produttore. Ma, direte voi, gli investimenti per realizzare un parco eolico sono consistenti, siamo nell’ordine delle decine di milioni di euro, e di quelli si faranno ben carico gli imprenditori dell’eolico. In effetti sarebbe così se non ci fossero anche altri favori di cui nessuno parla, come i


7. Finanziamenti di Stato e Regioni a fondo perduto e/o a tasso agevolato previsti dalla legge 488/92. ll ministero delle Attività Produttive stila annualmente delle graduatorie ed elargisce i finanziamenti che teoricamente sarebbero finalizzati a stimolare lo sviluppo locale. Negli ultimi anni sono stati concesse diverse centinaia di milioni all’eolico (470 milioni nel solo 2006). Per la parte non a fondo perduto la legge prevedeva un tasso dello 0,5%; ora l’interesse è cresciuto, ma è di gran lunga inferiore ai tassi di mercato. Questi finanziamenti statali riducono notevolmente gli oneri dell’investimento iniziale e abbattono (talvolta dimezzano) i tempi di ammortamento dell’impianto. [La recente inchiesta della magistratura che ha portato in carcere l'avv.Vigorito, presidente degli industriali del vento Anev, ha anche bloccato presso il Ministero dell'industria circa 30 milioni di euro di contributi a fondo perduto, per i quali sembra che si siano fatte "carte false", ed ha sequestrato centrali eoliche del valore di 153 milioni di euro. NdR, da comunicato di Italia Nostra]. E dove non arriva lo Stato, arrivano le Regioni, specie al Centro-Nord: nel caso dell’impianto eolico previsto a Monterotondo Marittimo la Regione Toscana ha elargito oltre 3 milioni di contributo a fondo perduto. [E conoscendo il nostro Sud, vi pare che la Sicilia, la Puglia o il Molise, irte di torri eoliche inutili e deturpanti, non le hanno finanziate gratis? Ci piacerebbe saperlo. NdR]


Conclusioni. La somma di tutti questi incentivi e agevolazioni rende purtroppo agli speculatori conveniente impiantare pale eoliche a prescindere dalla loro effettiva produttività. La conclusione, dopo la criminalità organizzata, che - guarda caso - ha scoperto l'eolico, potete
tirarla da soli.
.Per saperne di più, leggere il bel sito-web "Via dal Vento" e quello del Comitato Nazionale del Paesaggio, con i quali Ecologia Liberale ha perfetta concordanza di idee.

IMMAGINE. Il castello di Montepò a Scansano, Toscana (zona tipica del vino Morellino), deturpato vistosamente da imponenti torri eoliche.

AGGIORNATO IL 12 GENNAIO 2016

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