14 maggio 2015

 

Foreste distrutte per la palma? Ma anche per olivo, vite, agrumi, mais. E soia e girasole fanno peggio.


Palma da olio con frutti maturi Le foreste primarie di Malesia, Indonesia, Sumatra e Borneo, senza contare le altre in Africa e Sud America, si stanno riducendo sempre di più, e ormai animali preziosi per l’ecosistema come l’orango e la tigre non trovano più il loro ambiente ideale e stanno scomparendo. Un disastro.
      Senonché, una lobby occidentale, di cui fanno parte anche Greenpeace e Wwf (in Italia la campagna è stata ripresa anche dalla testata per consumatori Il Fatto Alimentare), ha accusato di questo scempio ambientale non i Governi o i popoli dell’Asia sud-orientale, come avrebbe dovuto, ma curiosamente i produttori dell’olio di palma e, indirettamente, l'olio stesso. Con la diffusione delle coltivazioni intensive di palma da olio, una pianta molto fruttifera e redditizia, autorità locali e piccoli produttori verrebbero attratti – questa l’accusa – da facili guadagni e immolerebbero sull’altare del profitto gli ultimi lembi di Natura vergine.
      Per raggiungere lo scopo, art director e copy writer della campagna di disinformazione hanno deciso – e mal gliene incolse – di attaccare rozzamente lo stesso olio di palma in quanto tale, cioè come alimento, condimento e ingrediente di migliaia di prodotti alimentari industriali e artigianali, definendolo di volta in volta in un crescendo parossistico “dannoso al cuore”, “cancerogeno”, “tossico”, diabetogeno”, insomma “veleno mortale”.  Hanno perfino inventato vari marchi pubblicitari con cui intendono catturare l’ingenuo, credulone, influenzabile e consumista popolo giovanile, pubblico ideale per i persuasori occulti delle lobbies e della pubblicità internazionale, perché non ha il minimo senso critico, ama poco la scienza e “se le beve tutte”. Ecco, quindi slogan come “No Palm Oil” o “Palm Oil Free”, dove quel free è l’unica cosa libera che riescono a concepire.
      Naturalmente non è vero niente di queste “colpe” nutrizionali. Gli ideatori, i mandanti e gli esecutori materiali della campagna allarmistica (loro la chiamano “di sensibilizzazione”), forse conoscono un pochino botanica e zoologia, ma sono del tutto ignoranti in scienza della nutrizione e biochimica degli alimenti (oppure i loro consulenti scientifici sono delle schiappe), fatto sta che ci è stato facile smontare con un articolo monografico tutte le sciocchezze di cui l’olio di palma, in tutte le sue versioni, era accusato.
      Come ampiamente dimostrato scientificamente, è un grasso come gli altri da noi comunemente usati nella nostra lunga Storia, innocuo se consumato con la prudenza e parsimonia che sempre bisogna avere con tutti i grassi (questi, sì, in toto a rischio se eccessivi o inseriti in diete sbagliate), un olio neutro – a essere severi – dal punto di vista dei parametri lipidici e della salute, anzi in certi casi perfino protettivo (p.es. come olio di palma vergine o red palm oil).
      Ciò detto, la vera motivazione della campagna mondiale anti-palma dovrebbe essere ambientale, mentre in realtà è politica ed economica (lotta tra monopoli concorrenti). E’ vero che la dissennata deforestazione, per star dietro al folle consumismo alimentare del junk food (o cibo spazzatura: merendine, patatine, biscotti, dolci industriali ecc.) e impiantare sempre nuove coltivazioni di palma da olio, sta distruggendo l’ambiente originario e le foreste pluviali dell’Asia, evidentemente più amate dagli Occidentali che dagli Orientali, tanto che l’orango del Borneo e la tigre di Sumatra sono in via di sparizione.
      Ma non è a causa dell’olio di palma. Anzi, il palmeto intensivo è un male minore. Se al posto delle palme da olio in Indonesia e Malesia ci fossero piantagioni di semi di piccole oleaginose, la quota di foresta vergine distrutta sarebbe stata molto maggiore (da 6 a 10 volte). Allora, sì, davvero ci sarebbe stato il disastro ambientale più irreparabile. Infatti, il palmeto ha un’altissima produttività: da un ettaro di palme si ottiene molto più olio che dalle altre oleaginose. Per ottenere 1 tonn di olio la palma distrugge foresta 4 o 5 volte meno dell’olivo, 6 volte meno della colza, 7 o 8 volte meno del girasole, quasi 10 volte meno della soia (v. tabella). Il consumo di suolo, quindi è molto minore con il palmeto, al contrario di quanto va dicendo la campagna di disinformazione.
      Sul piano ambientale le piantagioni di palma non soltanto non sono il peggio, ma anzi si dimostrano, cifre alla mano, il meno peggio in assoluto tra le oleaginose. Se infatti le sostituiamo con le altre coltivazioni da olio ci accorgiamo che queste sono ancora meno eco-compatibili, cioè divorano più territorio, inquinano di più e sprecano più energia, come ha dimostrato uno studio-confronto tra coltivazioni di palma e cocco (Malesia), semi di rapa o colza (Germania), soia (Brasile), girasole (Francia), olivo (Spagna). I sei parametri con cui è stata valutata la produzione dei vari oli sono: 1. Energia, 2. Riscaldamento globale. 3. Acifidicazione, 4. Eutrofizzazione, 5. Smog fotochimico. 6. Uso del territorio.
Environmental profile of plant oils (Dumelin 2009)Dalla tabella sui “costi energetici e ambientali si vede chiaramente che gli oli di girasole e di oliva, seguiti dall’olio di colza, hanno i maggiori costi ambientali, mentre cocco e palma hanno i costi ambientali più bassi.

Più in particolare, l’olio di girasole (SF nella tabella) ha un alto impatto ambientale perché è ottenuto da raccolti più bassi per ettaro, il che significa più fertilizzanti e pesticidi per tonnellata di olio prodotto. Anche l’olio di semi di rapa, colza o ravizzone (RP) ha un alto impatto ambientale, nonostante una più alta resa, perché è quello che richiede più concimi e pesticidi. L’olio di oliva (OV) ha il più alto impatto ambientale tra le piante perenni, perché richiede più fertilizzanti e pesticidi, e anche più mezzi meccanici. Invece, l’olio di cocco (CN) ha un impatto ambientale molto basso perché richiede scarsissimi livelli di pesticidi, e la maggior parte delle operazioni agricole devono essere compiute a mano, quindi senza carburante. Anche l’olio di palma (PO) ha un basso impatto, soprattutto a causa dell’abbondante resa in tonnellate per ettaro. BO è curiosamente olio di soia (soy Beans Oil).
      Ma nella voce “energia” richiesta dalla pianta entrano numerosissimi fattori, anche molto costosi, come si vede nell’articolo, dai concimi e pesticidi all’acqua delle irrigazioni, dal carburante dei mezzi meccanici alla raccolta e all’estrazione dell’olio, dalle sostanze chimiche e solventi, al trasporto ecc.
      I gas acidificanti sono quelli emessi nell’atmosfera, come quelli a base di ammonio, ossidi di azoto e di zolfo (NH3, NO2, SO3 ecc). L’eutrofizzazione è il versamento di sostanze nutrienti (per lo più fertilizzanti) nelle acque, come fossi, ruscelli, fiumi, laghi, mare, con possibilità di crescita di alghe e altri organismo che sottraggono ossigeno e rendono le acque inadatte a usi alimentari e alla vita degli animali. L’impatto sul riscaldamento globale è valutato sul consumo di anidride carbonica e metano per i combustibili bruciati, ma anche di ossido nitrico. Il potenziale smog fotochimico è dovuto all’emissione di VOC composti organici volatili che reagendo con ossidi di azoto e raggi ultravioletti solari possono produrre ozono a livello terreno (p.es. il gas esano, tradizionale solvente usato negli oli di semi raffinati). Il consumo di territorio è evidente, ma soprattutto nelle colture poco redditizie, che hanno bisogno di maggiore estensione, mentre quelle più redditizie a parità di produzione consumano molto meno terreno. Si noti, infine, che nella tabella PK è l’olio di palmisti, il nocciolo o seme della drupa della palma (Dumelin 2009).
      Ad ogni modo le pressioni dell’opinione pubblica internazionale, informata o disinformata che sia, sono riuscite a imporre ad alcuni Stati produttori di olio di palma (ma perché non ai produttori di girasole e colza, che incidono molto di più sull’ecosistema?) una Tavola Rotonda da cui è scaturita la spinta a un “olio di palma sostenibile”, ottenuto cioè secondo stretti parametri di rispetto per il territorio e l’ecologia. I terreni, certificati col marchio CSPO (Certified Sustainable Palm Oil) o anche RSPO (Roundtable SPO), assommano ormai a ben 2,53 milioni di ettari, così suddivisi: Indonesia 50%, Malesia 41%, Papua Nuova Guinea 5,6%, Altri Paesi 4,2%.
      Le colture di oleaginose più efficienti nel dare olio (tonnellate di olio per ettaro) sono ovviamente quelle che usano meno territorio, e insieme ai costi economici imprenditoriali abbassano anche quelli ambientali per la collettività: Olio di palma RSPO 5,0 t, Olio di palma 3,7 t, Olio di colza 0,7 t, Olio di girasole 0,6 t, Olio di soia 0,4 t (Fonte: Epoa). A queste rese possiamo aggiungere quelle, molto variabili dell’olio di oliva, sempre tonnellata di olio per ettaro: 0,8-1 (fonte: T.Nat.).
Oli vegetali Produzione e terreno occupato (NV 2015)Ma la colpa non è neanche delle “multinazionali”, che seguono solo le richieste degli acquirenti e non è colpa loro se questi sono immaturi. Tanto meno è del “capitalismo”, che è solo un mezzo che bisogna saper usare bene con regole ferree. Ma piuttosto è colpa dei Governi corrotti del Sud del Mondo e delle popolazioni locali ottuse che chiedono o acconsentono alla deforestazione selvaggia e folle in cambio di apparenti e passeggeri vantaggi. E se gli vietiamo la palma da olio, che anzi deforesta meno di altre colture (v. tabella), pianteranno altri alberi ancora più invadenti, ladri di territorio ed ecologicamente rischiosi. Sono stati gli Occidentali, p.es., a suggerire una Tavola rotonda per la coltivazione sostenibile della palma da olio, che ormai si riunisce periodicamente dal 2004. I nuovi palmeti vanno piantati su terreni già trasformati per uso agricolo, non nelle foreste. sia per la salvaguardia degli alberi e dell'ambiente (le ultime colonie di oranghi, soprattutto), sia per evitare l'impatto negativo sul clima, il dilavamento o la desertificazione del terreno. E finalmente il Governo della Malesia, sotto la pressione dell’opinione pubblica internazionale, dopo aver distrutto parte del territorio, ha deciso di limitare le coltivazioni in modo da conservare almeno la metà delle foreste. 
      Certo, bisogna scoraggiare, perché ecologicamente anti-economico, l’uso della palma e del suo olio come bio-diesel (l’olio è anche miscelato direttamente al gasolio, oppure lavorato chimicamente per la produzione di carburante), specialmente se la coltivazione della palma a scopo di bio-carburante sostituisce foresta o coltivazioni alimentari. L’uso arcaico di fare spazio alle nuove coltivazioni di palmeti dando alle fiamme la foresta primaria o la torbiera preesistente è oltremodo inquinante: per questo secondo un rapporto della Banca Mondiale l’Indonesia è diventata il terzo produttore di gas serra al Mondo. Perciò, l’Agenzia di Protezione Ambientale degli Stati Uniti ha escluso dai combustibili ecologici l’olio di palma.
      Coerenza vorrebbe, però, che fosse finalmente ostacolato, privato degli aiuti economici di Stato e poi addirittura vietato, l’uso come bio-combustibile di tutte le piante alimentari in grado si sfamare l’Umanità, come girasole e altri semi oleosi, oltre ai cereali. E anzi, il concetto stesso di bio-massa (legno, trucioli, piante, alimenti, scarti organici ecc.) da “recuperare” energeticamente in modo termico (leggi: bruciare...) è di per sé altamente inquinante.
      Sul piano ambientale, coerenza vorrebbe, però, che chi si straccia le vesti per la tutela delle foreste primigenie del Sud-Est asiatico e contro la loro sostituzione con coltivazioni intensive di palma da olio, estendesse la sua critica a tutte le monocolture, di ogni epoca, anche in casa propria, anche contro i “bellissimi” vigneti del Chianti o dell’Astigiano, o gli “stupendi” oliveti della Liguria o della Puglia. A favore dei nostri ”artificiali” oliveti in Italia, infatti, sono sorti comitati di cittadini (forse gli stessi che protestano contro gli artificiali palmeti in Asia), sensibili sì, ma piuttosto ignoranti di storia dell’agricoltura, e incapaci di cogliere l’atroce contraddizione.
      Ma chi se la prende con la monocoltura della palma non ha studiato la Storia dell’agricoltura e dell’alimentazione, altrimenti saprebbe che furono proprio gli Inglesi, che ora fanno gli schizzinosi (v. il Guardian), a introdurre la coltura della palma in Indonesia dopo il 1870. E saprebbe che il medesimo stravolgimento del territorio è avvenuto con ogni coltura intensiva. In Italia, prima la vite e l’olivo (dal X-VII secolo a.C.), e poi il nuovo frumento (la piana dell’etrusca Arezzo e l’intera Sicilia divennero, da boscose che erano, immense estensioni di campi di grano per alimentare i crescenti bisogni dei Romani), poi secoli dopo il granturco (mais), il riso e l’arancio, dal 1500 in poi hanno finito di distruggere il tipico, selvaggio paesaggio della Penisola, descritto dagli Antichi come una immensa e per loro paurosa distesa di foreste, uno dei luoghi più verdi e affascinanti del Mondo, trasformandolo in banali e spoglie colline, in piatte distese con monotone monoculture senza bio-diversità e il cui terreno esposto nudo alla pioggia e al vento tra un filare e l’altro si dilava e si impoverisce sempre di più, e richiede sempre più concimi. Il Chianti, la Sabina, la Puglia, le piane della Sicilia, l’intera val Padana lo dimostrano: tutte orrendamente deforestate, tutte dedicate alla monocoltura. E se a Sumatra, in Indonesia, gli oranghi sono a rischio per l’estendersi delle coltivazioni e per la caccia, anche in Italia sparirono l’orso e la lince per le medesime ragioni. E, anzi, oggi ci siamo talmente abituati a questo nuovo paesaggio artificiale da considerarlo “bello”, “tipico”, “tradizionale”, e metterlo addirittura in cartolina. Ma è stato tutto pianificato dall’uomo. 
      Del resto, il grande Emilio Sereni, storico dell’agricoltura italiana, nel famoso saggio Terra nuova e buoi rossi scrisse che è sempre stato l’uomo a creare il paesaggio, la cosiddetta “Natura” circostante, mai il contrario. E' vero, ma l’antropocentrismo estremo del marxista Sereni potrebbe essere mitigato così, in chiave più liberale ed ecologica. D’accordo, non potrebbe essere altrimenti, siamo noi - l'Uomo - a “fare” la Storia e l’ambiente circostante, come anche la selezione delle piante alimentari e del cibo. Ma dobbiamo sempre essere attenti ai “costi” di queste trasformazioni, oggi che abbiamo finalmente la consapevolezza che la Terra è finita e troppo piccola per i folli sogni di grandezza. Le modifiche, ormai, devono sempre dare un bilancio attivo in felicità: essere in accordo col clima, la Storia, il Paesaggio, l’ambiente, la salute di piante, animali e uomo. E un boschetto di tuje in mezzo a un bosco originario di querce o di abete rosso resta tuttora un non-senso, come anche – ammettiamolo – i troppi oliveti (e le troppe viti) impiantati in Italia dove non avrebbero mai dovuto essere impiantati.
      Troppo comodo, anzi ipocrita, fare i “saggi” in casa altrui e a pancia piena, quando si è diventati ricchi e si è potuto studiare, anche l’ecologia, proprio grazie ai soldi venuti da padri o antenati che hanno per necessità assoluta di cibo o per speculazione distrutto il Paesaggio e la Natura, sia in Europa sia nel Nord America! Oggi dare da mangiare a tutti, troppi e a poco prezzo, anche ai Paesi ex-poveri che desiderano compiere finalmente i nostri stessi “errori”, compreso il consumismo del cibo industriale, le bevande dolci e il grasso economico e conservabile adatto all’industria e alla frittura (“effetto copia”) ha costi altissimi: aree sempre più estese di Natura vergine che vanno in fumo.
      A proposito, sfidiamo Wwf, Greenpeace e tutti i boicottatori della palma a programmare una campagna anti-natalità e una campagna di vera educazione nutrizionale (niente riso bianco, p.es, e basta coi troppi fritti, col troppo zucchero e troppo sale: ecco, basterebbero già queste tre campagne per rieducare il Sud del Mondo). Meno nascite e cittadini più consapevoli di quello che mangiano vorrebbe dire meno alimenti-spazzatura richiesti, meno condimenti in eccesso, meno inutili cotture in olio, meno coltivazioni di canna da zucchero, colza, arachidi, girasole, soia, olivo, meno foreste distrutte e più ricchezza.
      E quanti Paesi che fanno molti figli sono insieme poveri ma consumisti, avidi di cibi sbagliati e con malattie crescenti, cosicché il dannato “effetto copia” che li divora aumenta i casi di obesità, diabete, malattie cardiovascolari e tumori! E se glielo fai notare replicano indispettiti con l’accusa passe-partout di “razzismo”, e giudicano frutto di paternalismo i nostri avvertimenti che quel modo di mangiare opulento che noi abbiamo inventato è superato e fa male. Loro vogliono imitarci, ma senza neanche riconoscerlo, ripercorrendo senza saggezza in pochi anni tutta la nostra parabola durata millenni, copiando soprattutto gli errori. Ecco perché non serve alla falsa difesa dell’ambiente e della qualità della vita “in casa d’altri” (che noi occidentali non siamo capaci neanche di difendere in casa nostra) dire stupidaggini e falsità sulle foreste di palma da olio.


DUMELIN EE. The environmental impact of palm oil and other vegetables oils. Paper at Society of Chemical Industry Conference “Palm Oil the Sustainable 21th Century Oil Food, Fuel and Chemicals”, London, 23-24 March 2009.

AGGIORNATO IL 12 MARZO 2016

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