15 marzo 2014
Alberi monumentali. L’uomo che cerca, registra e segue lungo la loro vita i maggiori alberi d’Italia.
Sulla sinistra, appoggiato, un altro re, per meriti civili e di divulgazione, il maggiore e più tenace dei cercatori e conoscitori di alberi monumentali italiani, Valido Capodarca, colonnello dell’Esercito a riposo, autore di diversi libri-guida sul tema “Grandi Alberi”, che quasi sempre vuol dire alberi antichi, cioè testimoni della nostra Storia (ultimi libri usciti: Alberi monumentali delle Marche, Alberi monumentali del Lazio, entrambi di Scocco ed., e Viaggio lungo l’Aso. Per gli altri libri v. appendice). abituato a misurare, seguire e controllare ogni grande albero amorosamente, ovunque si trovi, lungo il decorso della sua vita biologica, spesso accidentata. E si sa che centinaia di anni di lento accrescimento possono essere azzerati da un fulmine, da un proprietario incapace, da una colonia di parassiti, dall’inciviltà degli uomini, dall’ignoranza di potatori e sedicenti “esperti”.
Una cura e una passione travolgente, quella di Capodarca, che si prolunga per decenni e decenni, coinvolgendo e sensibilizzando Forestali, Sindaci, proprietari, agronomi e altri cercatori. Per puro amore, un amore disinteressato, degli alberi e della Natura. Viaggiando sempre a sue spese (2), senza nulla chiedere in cambio, spesso distribuendo generosamente copie di foto e libri. «Una volta – ha ricordato su Facebook – diedi ad una Regione 165 diapositive di grandi alberi locali. Non volevo assolutamente niente. Alla fine, su insistenza del funzionario, chiesi 16.500 lire, cioè il puro costo che avevo pagato al fotografo. Credo di avergli fatto pena; infatti mi vidi arrivare un assegno di 165.000 lire».
Così si comporta questo solitario e assolutamente non venale cercatore di alberi centenari e imponenti. Utilizzando ogni mezzo, soprattutto con l’aiuto determinante della fotografia, delle misurazioni (circonferenza del tronco misurata a 1,30 m dal terreno, altezza e ampiezza della chioma ecc.) e delle osservazioni di particolari (p.es. un grande ramo caduto, una potatura eccezionale, una bruciatura a causa d’un fulmine, una colonizzazione da parte di parassiti, funghi e perfino uccelli e piccoli mammiferi che approfittano d’ogni buco per farvi il nido), ricostruisce la storia naturale di ogni albero, la sua “biografia”, utilizzando non solo una memoria vivida, ma anche tutte le competenze proprie e altrui che possono riguardarlo, difenderlo, perfino rinvigorirlo e curarlo, in certi casi. E’ così che alberi che sembravano intaccati da parassiti e morenti, con ampie parti secche o cadenti, sono riportati al loro antico vigore. Ma sono casi eccezionali. Per lo più – testimoniano le periodiche foto e osservazioni del cercatore – anche gli alberi monumentali patiscono l’incuria e l’aggressività stupida degli uomini, oppure la durezza delle intemperie o l’inesorabilità del Tempo.
Ebbene, saremo ottocenteschi, ma nello squallore dei tanti nuovi Italiani, interessati a nulla (anzi no, alla playstation e ai telefonini, oltre che al calcio), vediamo in questa missione di Capodarca un comportamento davvero encomiabile, perché educativo e morale, quindi non solo controcorrente ma addirittura “eroico”. Non è esagerato? No, perché tutto è relativo: in un Paese di pessimi cittadini che non amano gli alberi, uno che non solo li ama, ma cerca, cataloga e ispeziona i più maestosi e antichi esemplari, uno per uno, e con competenza li pubblica in dettagliate guide facendoli conoscere a tutti, è eccezionale. Senza esagerazioni. Il Ministero dell’Agricoltura e i Sindaci dovrebbero stipendiarlo. Ammesso che, modesto e schivo com’è, accettasse.
Un comportamento che insegna le bellezze della Natura ai cittadini più ottusi e ignoranti d'Europa, quelli che vedono con ostilità gli alberi e soprattutto le loro foglie (guai se cadono sulla loro stupida automobilina di latta o nel cortile!), abituati per un nonnulla, per paura o sadismo, a far potare in modo sconcio e tagliare anche gli alberi più antichi e belli, perché un impiegato del Comune o un avvocato li convince che "sono pericolosi" e “potrebbero causare danni a terzi” (grazie tante: e qual è l’attività umana o l’oggetto a rischio zero? tutto può “causare danni”), o anche perché la famigerata e sbrigativa casalinga del piano terra protesta "perché tolgono luce" (sic) e chiama i giardinieri per raderlo al suolo o mutilarlo.
E così, il solitario “cercatore di alberi” non solo segue il suo istinto, quello di esaudire un proprio desiderio e piacere innato, ma pubblica libri bellissimi, con foto uniche e con testi magistrali. Infatti, il Capodarca è anche un vero, grande “scrittore di libri”. Le sue pagine sono non solo molto ben scritte, in ottima lingua, ma piene di quell’humour saggio, di quell’ironia leggera e morale che hanno in genere le personalità ricche di valori e ideali.
La ricerca degli alberi, monumentali o no, educa giovani e vecchi, uomini e donne, scolari e maestre, semplici cittadini e amministratori, chi sa e chi ignora tutto di Natura, di alberi, di verde pubblico e privato, a preservare insieme agli alberi le nostre bellezze, la nostra storia. Anzi, senza darlo a vedere, instilla nel lettore tre valori cardine: la Bellezza, il Paesaggio e la nostra Storia. E sì, perché l’albero, specialmente un albero monumentale, non è solo botanica, agronomia, dendrologia, storia locale ecc., ma soprattutto bellezza del Paesaggio e testimonianza storica. C’è chi un certo incrocio di strade lo riconosce e ricorda meglio grazie a “quel” pino caratteristico, chi una fattoria l’intravede subito per “quella” vecchia e grandissima quercia, chi si orizzonta tra boschi e aie ora seguendo un monumentale castagno, ora un contorto olivo. L’Italia non sarebbe così bella se non avesse i suoi caratteristici alberi grandi e imponenti sparsi qua e là grazie al Caso o all’intelligenza degli Antichi, ben superiori a noi anche in questo.
Per non parlare, infine, del senso del dovere e della responsabilità per il patrimonio comune, primi segni di civismo, che stimola e rafforza la ricerca e la tutela dei grandi alberi monumentali nei quali consiste il nostro paesaggio rurale o urbano.
E vi pare poco? Per noi quello di Capodarca, cercatore, misuratore e scrittore di alberi, è un comportamento commovente. Tanto più che la sua cura si prolunga nei decenni. In questo è l’erede dell’antesignano e decano dei cercatori e misuratori di grandi alberi in Italia, quel mitico e riservato Luigi Scaccabarozzi (1935-2021), ignoto a giornali e largo pubblico, che nessuna guida scrisse mai, famoso per la pignoleria con cui misurava il diametro dei tronchi (a 1,30 m dal terreno, “a petto d’uomo”), spesso operazione molto difficile con alberi contorti, dalle forme strane o lungo pendii; in tali casi effettuava ben tre misure diverse da cui traeva una media.
(1) . Oggi purtroppo è orribilmente spezzato per cause naturali, e dell'antico albero sopravvive, oltre alla base, un solo ramo.
(2). Rispondendo alla domanda d'un lettore, lui stesso ha calcolato che la passione degli alberi gli è costata in 40 anni almeno l'equivalente odierno di circa 100 mila euro.
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OPERE PUBBLICATE DA VALIDO CAPODARCA SUGLI ALBERI
"Toscana, cento alberi da salvare" - Vallecchi Editore - Firenze, 1983
"Marche, cinquanta alberi da salvare" - Vallecchi editore - Firenze, 1984
"Emilia Romagna, ottanta alberi da salvare" - Vallecchi Editore - Firenze, 1986
"Abruzzo, sessanta alberi da salvare" - Edizioni Il Vantaggio - Firenze, 1988
“I Patriarchi Verdi” – Edifir – Firenze 2001
"Alberi Monumentali di Firenze e Provincia" - Edifir - Firenze, 2001
"Alberi Monumentali della Toscana" - Edifir - Firenze, 2003
"Alberi monumentali delle Marche”, Roberto Scocco ed. 2013
“Alberi monumentali del Lazio, Roberto Scocco ed. 2013
AGGIORNATO IL 9 MARZO 2021
Etichette: alberi, costume, educazione, paesaggio, personaggi
28 luglio 2010
“L’uomo che piantava gli alberi” di Frédéric Back, dal racconto di Jean Giono. Così è nato un mito.
Lo scrisse in una notte, dal 24 al 25 febbraio 1953, lo scrittore francese – provenzale di origine italiana – Jean Giono. Il racconto gli era stato commissionato dal mensile americano Reader’s Digest, che allora era al suo massimo fulgore, e secondo lo stile editoriale della rivista doveva essere “vero” (famosa la rubrica “Un personaggio che non dimenticherò mai”). Fu, perciò, rifiutato quando i redattori capirono che i riferimenti reali inseriti dallo scrittore erano vaghi, labili, improbabili: il racconto, insomma, era frutto della fantasia, non una vera corrispondenza giornalistica, sia pure scritta in modo letterario, come pretendeva il popolare mensile. E alla fine fu pubblicato da Vogue.
Ma così tanto a lungo il forte e poetico racconto è stato creduto vero, che lo stupendo film di animazione che ne ha tratto il disegnatore canadese Frédéric Back nel 1987, ha davvero creato un mito. E un personaggio.
Il protagonista, quell’Elzéard Bouffier che sembra tratteggiato a rapidi tratti di matita grossa, con strabiliante forza plastica, su qualche cartone di Chagall, Monet, o addirittura di Leonardo, come ha detto qualcuno, appare l’eroe eponimo d’una favola che è anche una parabola. Il mito dell’Uomo che dopo averla distrutta e desertificata, ricostruisce la Natura, a cominciare dagli alberi, adoperando le virtù misconosciute della pazienza, della laboriosità, della tenacia, seguendo un disegno forte e preciso.
L’albero, tanti alberi, migliaia e migliaia di alberi, dove prima c’era il deserto. E così per la caparbia e solitaria dedizione del pastore Bouffier, non solo il paesaggio, ma un po’ tutto, perfino il clima, e l’equilibrio tra acque e foreste, viene cambiato nella squallida regione del sud della Francia dove l’incuria e l’avidità ottusa degli uomini aveva sparso il deserto, perfino dell’anima. A proposito, è impressionistica, con punte di stupendo grottesco secentesco, la descrizione di come il degrado della Natura esterna finisce per riflettersi su quella interna, cioè sul decadimento mentale e morale degli abitanti dei villaggi.
Un racconto morale e pedagogico per adulti (felici le stoccate agli amministratori locali ottusi e pieni di sé), più che per bambini (come invece hanno capito le maestre francesi che lo usano – e gliene siamo grati: questo è il minimo che questo messaggio pretende – come sussidio scolastico). E’, invece, un piccolo Manifesto che lancia un messaggio non negativo ma positivo, perfino duro e forte, che ridà valore all’inventiva e all’iniziativa dell’uomo, del singolo, dell’individuo, dopo tante lamentazioni masochistiche sulla Natura abbandonata, le altrui colpe e l’inanità degli sforzi umani. Dimostra, umilmente però, senza l’arroganza di certi pseudo-individualisti da Far West che usano polemicamente il loro individualismo come arma impropria per punire qualcuno, che neanche sugli alberi, sul clima, sulla Natura possiamo protestare, se prima non abbiamo compiuto fino in fondo il nostro dovere di cittadini singoli, cioè se non abbiamo dato ascolto alla nostra coscienza..
Mirabile nel mirabile, l’interpretazione che ne dà il disegnatore e regista Back, che sembra più Giono di Giono, e tiene sempre sospeso il filmato tra i due registri (che si alternano magistralmente di continuo, ma in modo imprevedibile) di lirismo e lampi improvvisi di dramma. Quel disegnare a schizzo forte e rapido, come sanguigna, figure umane, animali, rocce, profili di colline e vecchie case dirute, con un tratto evanescente, incerto e tremolante, che dà l’idea di quanto possano essere percosse e sbattute dal vento ululante dell’alta Provenza, è una bellezza nella bellezza, forse il pregio maggiore dell’opera, oltre al montaggio preciso, nervoso, implacabile. Proprio quello che serviva per movimentare un testo che altrimenti avrebbe potuto essere rappresentato cadendo nel banale e nel dolciastro, la cosa peggiore per la Natura. Questo sulla forma.
In quanto al contenuto del messaggio, è tutto nella sua poetica semplicità. C’è ben altro che un incitamento poetico ma anche pratico alla diffusione dei semi, insomma al tornare a piantare piante e alberi sui terreni spogli e desertici per colpa degli uomini, o comunque troppo antropizzati. Una vera missione. Che poi è davvero l’uovo di Colombo: se ognuno di noi piantasse anche solo un albero al mese, se non al giorno (che ci vuole? è facilissimo, basta seguire due o tre regole elementari che dipendono dalla specie che si vuole piantare e dalla stagione), la Terra sarebbe diversa. Molto più bella, naturale e, paradossalmente, più umana. Basterebbe dirlo e farlo già alle scuole elementari. Già, ma chi alleva le maestre?
Qui la salvezza è nelle scelta folle d’un pastore. Giono non sembra credere ad una “rivoluzione” collettiva e miracolosa, o anche il comodo far dipendere tutto dagli “altri”, cioè dai politici, che dovrebbero fare leggi e regolamenti e cambiare per noi la società. Crede ancora, invece, nella qualità dell’uomo. Se ognuno di noi, nel suo piccolo ambiente, nelle sue possibilità (che non sono affatto misere, come dimostra Bouffier), desse il suo contributo per piantare alberi, per salvare la Natura, per rimediare ai delitti che altri uomini e i nostri predecessori hanno compiuto sull’ambiente intorno a noi, la rinascita sarebbe più facile e vicina. In fondo, bastano pochi anni perché un albero cresca e diventi almeno adolescente. E già questo cambia tutto in Natura.
Un montanaro italiano altrettanto testardo e folle, Augusto Girardelli, senza aver letto Giono, ha fatto la stessa cosa di Bouffier. Per trent’anni ha piantato cirmoli (pino cembro) su una montagna del Trentino, il monte Baldo, in precedenza totalmente spoglio e per di più sassoso. Solo che, trovandosi nella realtà e non in un racconto come Bouffier, si è ben presto trovato a dover risolvere vari problemi pratici e locali, come l’ostilità di abitanti e autorità, e soprattutto la carenza d’acqua, su cui Giono invece aveva con licenza poetica sorvolato. E ha dovuto costruire addirittura un sistema di fitte canalizzazioni per irrorare le piantine. Si calcola che abbia piantato, ovviamente contro il parere dei soliti esperti, alcune centinaia di migliaia di alberi, ricreando un vero e proprio bosco dove prima c’erano solo pendii brulli e pieni di pietre. Ne parla questo bel sito di escursionismo in montagna.
Jean Giono nel racconto L’homme qui plantait des arbres vede, insomma, l’albero come simbolo della vita umana ravvicinata, a stretta misura d’uomo, fondamentale non solo per il paesaggio e la consapevolezza del bello, ma anche nell’equilibrio chimico tra ossigeno e anidride carbonica per la conservazione stessa della vita. Invece, il regista Franco Piavoli aveva visto nel documentario Pianeta azzurro – altro film culto degli amanti della Natura – gli oceani come simbolo più appariscente della Terra, ma da lontano, cioè da una prospettiva spaziale, e senza voler neanche affrontare il problema se il mare possa essere da solo capace o no di trasformazioni così importanti e vitali nella vita umana.
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APPENDICE STORICA: MA IL RIMBOSCHIMENTO C’E’ STATO DAVVERO (E UNA LETTERA DI GIONO)
Se Bouffier è un personaggio inventato, qualcuno che nella realtà storica ha piantato alberi in modo intensivo in quella regione c’è stato davvero. Come si legge nella presentazione che riporta un sito svizzero al testo integrale del lavoro di Giono (peccato che il fondo grigio non aiuti la lettura), in quelle montagne e valli «ci fu effettivamente un enorme sforzo di rimboschimento, soprattutto a partire dal 1880. Centomila ettari furono rimboschiti prima della I Guerra Mondiale, soprattutto in pino nero d’Austria e larice europeo. E si tratta effettivamente, a tutt’oggi, di belle foreste che hanno trasformato il paesaggio e il regime delle acque» dell’intera area.
La nota ci sembra interessantissima: ma allora Jean Giono potrebbe essersi ispirato proprio a quell’evento nella sua novella “educativa”. E che questa dovesse essere la sua finalità lo scrive egli stesso – si legge nella stessa presentazione – in una lettera al Conservatore delle Acque e Foreste di Digne, nel 1957. Lo scopo – scrive Giono – era quello di far amare l’albero o più esattamente di diffondere il piacere di piantare alberi. Cosa che è da sempre una delle mie idee più sentite. [«Le but était de faire aimer l'arbre ou plus exactement faire aimer à planter des arbres (ce qui est depuis toujours une de mes idées les plus chères)»]. Per questo «ho concesso i miei diritti gratuitamente per tutte le riproduzioni». Lo scopo dell’opera non era far soldi ma diffondere un’idea. «E’ uno dei miei testi di cui sono più orgoglioso» scrive Giono nella lettera. « Non mi porta un centesimo, ed è perché realizza ciò per cui è stato scritto».
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FILM in lingua originale (francese). “L’homme qui plantait des arbres”, di Frédéric Back (1987, Canada), con testo di Jean Giono. Durata: 30 min. Testo in francese letto magistralmente da Philippe Noiret (https://www.youtube.com/watch?v=iwU85WUZPqk&t=23s). E' il video YouTube riprodotto in alto. Back, autore dell’animazione, è scomparso a Montreal il 24 dicembre 2013, a 89 anni.
FILM in edizione italiana, testo tradotto da Luigi Spagnol, con voce recitante di Toni Servillo. Salani editore, 2008. Durata: 30:50.
FOTO. Jean Giono, nato e morto a Manosque, in Provenza, in un bel ritratto di Kardas (coll. priv.).
AGGIORNATO IL 12 MARZO 2019
Etichette: alberi, deforestazione, educazione, naturismo, paesaggio
05 giugno 2010
Un mare di petrolio e crisi economica: ecco la Giornata mondiale dell’Ambiente
TRADIMENTI – "Troppi i tradimenti perpetrati dall’uomo nei confronti dell’ambiente, negli ultimi tempi", continua l’articolo intitolato "Riflessione sui "tradimenti" alla natura" (Corriere della Sera online, 4 giugno). "Nel Golfo del Messico, da oltre un mese, la Bp tenta di arginare il fiume di petrolio che sgorga dal fondo (un milione di litri al giorno), risultato di un incauto sfruttamento delle risorse naturali. Tutti fanno voti che il quarto tentativo di tappare la bocca del pozzo fuori controllo abbia successo, come sembra dalla prime dichiarazioni; in caso contrario la marea nera, trasportata dalle grandi correnti oceaniche, potrebbe diffondersi in tutto l’Atlantico, e il disastro balzare dalla scala locale a quella planetaria. Per restare in Messico, a Cancun, fervono i preparativi della prossima conferenza mondiale sui cambiamenti climatici (29 novembre-10 dicembre) che ha all’ordine del giorno la formulazione di un nuovo Protocollo per la tutela dell’atmosfera e del sistema climatico. Dopo il clamoroso flop dell’anno scorso a Copenaghen, le attese che il vertice di Cancun possa dare continuità ai patti di Kyoto, rilanciando un programma condiviso di riduzione dei gas serra, sono alte. Ma il persistente stallo dei negoziati, proseguiti nel frattempo a Bonn, non lascia ben sperare: Stati Uniti da una parte, Cina India e altri Paesi in rapido sviluppo dall’altra, non sembrano ancora maturi per entrare a pieno titolo nel meccanismo degli impegni di riduzione vincolanti. E mentre incombe la scadenza dell’attuale trattato climatico (2012), già si parla di rinviare la decisione al successivo vertice del Sud Africa.
BIODIVERSITÀ – "Non vanno tanto meglio le cose – continua Foresta Martin – sul fronte delle iniziative per limitare la perdita di biodiversità, cioè la scomparsa delle specie viventi provocata dall’impatto delle attività umane sugli ecosistemi: tema al centro del Wed di quest’anno. Le più recenti valutazioni degli esperti in biodiversità parlano di un’accelerazione del tasso di estinzione, che avrebbe ormai superato di alcune migliaia di volte quello dovuto ai soli fattori naturali. Su circa cento milioni di specie esistenti sul pianeta, almeno diecimila ogni anno starebbero scomparendo a causa del nostro sviluppo non sostenibile. Con questo pesante fardello di colpe sulle spalle, le Nazioni Unite intendono fare della giornata mondiale dell’ambiente qualcosa di più che la solita passerella di celebrazioni retoriche: piuttosto un’opportunità per informare l’opinione pubblica mondiale sulle azioni concrete di riparazione in atto da parte dei vari organismi ambientali e, soprattutto, per svolgere campagne educative rivolte ai giovani.
RISORSE - "Bisogna aver chiaro che tutto l’impianto degli ecosistemi planetari genera risorse e servizi per lo sviluppo dell’umanità valutati, in termini economici, più di 70 mila miliardi di dollari ogni anno", ha dichiarato il direttore generale dell’Unep Achim Steiner, alla vigilia del Wed a Kigali (Ruanda). "Ne consegue che la cattiva gestione o l’aggressione agli ecosistemi può avere effetti economici negativi ben più gravi dell’attuale crisi economica. Gli investimenti per il recupero degli ecosistemi naturali offesi sono da considerare un necessario investimento redditizio, piuttosto che un onere passivo".
AZIONI – "Il responsabile dell’Unep ha pure annunciato una serie di azioni di successo attualmente in fase di sviluppo in varie località del mondo, con il concorso di programmi ambientali nazionali e internazionali. Per esempio, in Ruanda, Congo e Uganda, norme e controlli più severi attuati nei territori montani in cui vivono i gorilla resi famosi dalla zoologa Dian Fossey (e dal film interpretato da Sigourney Weaver), hanno fermato la strage di questi animali, i quali stanno incrementando la loro popolazione. Il loro territorio, trasformato in stupendi parchi naturali, è ora meta di pellegrinaggio di turisti e studiosi da tutto il mondo. A Istanbul in Turchia, nell’arco di due decenni il sistema di depurazione delle acque, prima riservato a poche centinaia di migliaia di abitanti, è stato esteso a 9 milioni di cittadini (il 95% della popolazione), determinando la rinascita di corsi d’acqua superficiali e sotterranei che erano diventati inutilizzabili a causa dell’inquinamento. In India e in Vietnam il recupero di migliaia di ettari di terreni popolati da mangrovie (formazioni vegetali dei litorali bassi), ha riacceso la vita animale e vegetale, con vantaggi economici enormi per l’industria alimentare locale.
UNEP – "Istituita nel lontano 1972, contestualmente alla fondazione del Programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep, United Nation Environment Programme), la Giornata mondiale dell’ambiente viene celebrata contestualmente in molte capitali e città del mondo, ma ha come principali punti di riferimenti due vertici internazionali, uno a Kigali, nella capitale del Ruanda, l’altro a Pittsburgh, negli Stati Uniti. A Kigali il direttore dell’Unep, oltre a presentare il rapporto sul recupero della biodiversità intitolato Dead Planet, Living Planet: Biodiversity and Ecosystem Restoration for Sustainable Development, presenzia a una suggestiva cerimonia di battesimo dei gorilla di montagna. A Pittsburgh la maggior parte delle relazioni presentate ha come il tema dominante l’idrosfera del nostro pianeta e la necessità di preservarla dall’aggressione dei prodotti inquinanti: un tema quanto mai attuale, che era stato scelto prima del disastro petrolifero nel Golfo del Messico. In Italia le iniziative del Wed sono indirizzate prevalentemente agli studenti, con il lancio da parte delle ministre Gelmini e Prestigiacomo di un progetto da un milione di euro riservato alle scuole per realizzare progetti di educazione ambientale".
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17 dicembre 2009
Una volta tanto d’accordo col Vaticano: il Belpaese e l’ignoranza degli Italiani
Non sarà una famosa testata, d’accordo, ma il sito Affari Italiani, come altri blog e siti sul web, non è certo fatto e scritto peggio del Corriere della Sera, ex "grande quotidiano", o della Repubblica, che invece grande non è mai stata, ormai decaduti a tabloid popolari pieni di pubblicità, tv, calcio, pettegolezzo politico, cronaca nera, scandali, titoli sbagliati ed errori d’italiano. Però l’intervista di un ex dirigente dei musei di Firenze, poi ministro dei Beni Culturali e ora direttore dei Musei Vaticani, è di quelle che lasciano il segno. Solo il provincialismo snob e l’inadeguatezza dei giornalisti italioti, per lo più raccomandati, a cui fa comodo considerarsi "giornalisti che fanno opinione", lo ha fatto passare sotto silenzio.E’ la prima volta che una dichiarazione, una posizione proveniente dal Vaticano, ci trova d’accordo. Paolucci spara duramente contro l’ottusità degli Italiani e, lo si arguisce, anche della classe politica che dovrebbe governarli ed educarli, ma che – aggiungiamo noi – è spesso peggiore del peggiore popolino. Avete ascoltato a Radio Radicale i discorsi dal vivo di deputati o senatori? In alcuni casi fanno rabbrividire dalla vergogna: parlano e ragionano molto meglio certi baristi e meccanici di nostra conoscenza.
Paolucci collega sapientemente la crisi di affluenza dei musei al decadimento del Paesaggio italiano, che in fin dei conti è l’immagine dell’Italia nel mondo, la cartolina illustrata che dovrebbe invogliare i turisti a "visitare l’Italia" e quindi "anche" i suoi musei. Ragionamento ineccepibile, perché chi si muove dall’Arkansas o dal Giappone non pensa d’istinto ai musei italiani, ma all’Italia in sé, anzi, ad una certa immagine dell’Italia che gli è stata tramandata dai grandi viaggiatori dell’Ottocento.
E invece, l’Italia, ormai è brutta, sempre più brutta, altro che Belpaese. Perché i turisti dovrebbero accorrervi? Il territorio è devastato come in poche aree in Europa. Periferie squallide? Certo, ma le periferie in Italia cominciano dai Centri storici. Spesso sono brutte e da abbattere anche le "periferie" costruite nel Novecento. Roma, per dirne una, è una città brutta, bruttissima. Appena si esce dalle mura Aureliane, per esempio da Porta del Popolo, o da Porta Pia o da Porta Capena o da Porta San Pancrazio. Uno si gode la scenografica piazza del Popolo del Valadier, varca la Porta e subito è immerso nella bruttezza dell’orrido piazzale Flaminio. Possibile che nessun amministratore o politico lo noti?
Ma, soprattutto se torniamo in treno dal Nord Europa, stringe il cuore nel vedere le campagne italiane. Come i dolci declivi, i poggi meravigliosi e i filari di alberi sono maltrattati dagli unici frequentatori e padroni della campagna: i contadini.
Abbiamo in Italia una natura addomesticata (ché tale è la campagna) governata da agricoltori per bisogno o fatalità, spesso senza alcuna passione, rozzi e ignoranti, ottusi nella loro pigrizia, incapacità e parsimonia. E non sia scusa la passata o presente povertà. Quando si trattava non di acquistare materiali edilizi costosi, ma di utilizzare col proprio lavoro le ottime pietre del campo per costruire le case coloniche, come in tutti i Paesi d’Europa, il contadino italiano medio, per pigrizia e mancanza di modelli di riferimento, tirava su alla bell’e meglio delle mura degne di una stalla, non di una casa. Che differenza con gli avi Etruschi e Romani, le cui case, anche quelle agricole, destarono la meraviglia dei barbari invasori che ancora abitavano capanne di legno e argilla cruda. Ma che distanza oggi con le belle e raffinate case rustiche di Gran Bretagna, Germania, Francia, che pure hanno paesaggi naturali molto inferiori ai nostri.
L’Italia vista dal treno è tutta un’orribile sequela di gabbiotti per gli animali fatti di cartoni, vetri, armadi abbandonati, letti e brande. Nei campi troneggiano ovunque bianche, oscene, vasche da bagno smaltate, adibite a fontanili per gli animali. Con tutte le pietre a disposizione.
E se ci si inoltra nei campi – una vergogna per la patria di Columella, Catone e Leon Battista Alberti – non c’è più il nobile legno, che pure abbonda in Italia, Paese tra i più ricchi di vegetazione e di boschi. Ma ovunque, regnano incontrastati come in Africa, i materiali di riporto, i rifiuti: lamiere di ferro, ondulex, amianto, gli squallidi mattoni di cemento cavo del Terzo Mondo, e la plastica, tanta plastica, d’ogni forma, consistenza e colore.
Una vergogna. Un degrado materiale che nasconde un più profondo degrado intellettuale e morale, che coinvolge i Governi, il Parlamento, la classe politica, la scuola (l'incultura degli insegnanti italiani è unica: basta vedere o intervistare gli alunni) e le famiglie.
Ha ragione, quindi, il direttore dei Musei Vaticani (nell'intervista su Affari Italiani): perfino la crisi del turismo deriva dall’ignoranza diffusa degli italiani che si riflette sulla devastazione del territorio e dell’ambiente. La stessa ignoranza che fa preferire perfino agli abitanti degli oscuri villaggi un viaggio all’estero (Canarie, Maldive, Grecia ecc) piuttosto che nella bella Italia, che non conoscono. Tanto è vero che usano tutti come falsa scusa i presunti "alti prezzi" del turismo in Italia. E così si fanno spellare in Grecia e altrove, dove si spende ancora di più, e senza le bellezze, le comodità e le gentilezze a cui siamo abituati. (NV)
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La crisi colpisce anche i Musei Vaticani.
IL DIRETTORE: "ABBIAMO SPUTTANATO IL PAESAGGIO"
di Fabio Carosi
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"Crolla la domanda di cultura, in particolare di musei, con una forte diminuzione di visitatori soprattutto nel sud Italia. Ma le maggiori preoccupazioni sono complessivamente per l’offerta turistica italiana a causa del Belpaese che non c’è più. "Le colpe? Un ambiente devastato e un’ignoranza che ci porta ad andare all’estero ignorando i nostri musei civici".
Dalla poltrona comoda anche se delicatissima di direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci, in esclusiva per Affaritaliani, denuncia la crisi del sistema museale nostrano, alle prese con un vistoso calo di visitatori. E di introiti. Per il professor Paolucci, già sovrintendente del Polo Museale fiorentino e ministro tecnico dei Beni Culturali del governo Dini, la crisi ha cause ben evidenti che vanno dalla cementificazione del paesaggio, alla costruzione delle città con "orrende periferie", sino alla scarsa cultura degli italiani, transitando anche per quel vizietto italico di truffare i turisti.
Apre con i dati di casa: "A fronte di un calo del 10-12 per cento riferito dal nostro Ministero, i Musei Vaticani tengono botta. Nel 2008 abbiamo chiuso con 4 milioni e 444mila visitatori, quest’anno chiuderemo al 31 dicembre con 4milioni e 250 mila. Ciò significa 2 milioni di euro di incassi in meno tra biglietti e merchandising".
Per il direttore del più importante museo d’Italia (anche se protetto dalle mura dell’extraterritorialità), la colpa della crisi è tutta italiana: "Abbiamo sputtanato il paesaggio – dice senza mezzi termini – trasformando le città in orrende periferie e rincorrendo la concorrenza con l’estero. Dobbiamo invece inseguire un turismo che esca dal classico "turisdotto", cioè l’oleodotto nel quale vengoni infilati i tursiti, spediti tra Firenze, Roma e Pompei. Dobbiamo andare a Empoli, a Castelfranco Veneto, a Belluno a Vicenza e poi a Todi e a Narni. Siamo ancora salvi perché esiste lo stereotipo di vacanze romane".
Quindi la profezia: "La colpa del declino è degli italiani – spiega il professore – se avessero fatto come in Svizzera con efficienza e servizi saremo al primo posto. Invece siamo condannati al declino, perché prima o poi lo stereotipo del Belpaese finirà".
Paolucci conclude con un consiglio: "Bisogna tornare a Pasolini e agli Scritti Corsari e diventare sanamente reazionari, convincendo la gente che sono ignoranti e che devono curare la loro ignoranza".
Etichette: costume, educazione, leggi, paesaggio, politica, scuola
06 ottobre 2009
Ambiente e cinema. I nostri discendenti la chiameranno "L’èra degli stupidi"
Siccità. Resti di un lago in Sicilia.
In futuro i sopravvissuti alla catastrofe ecologica si chiederanno con rabbia e amarezza come mai i loro bisnonni non si erano accorti di niente. Anzi, quel che è peggio, ricorderanno che gli scienziati avevano avvertito da almeno 60 anni, ma Governi, amministratori locali e cittadini "vivevano e si comportavano come se nulla fosse". Tempi bui, in cui l’ecologia era una materia scolastica, come la letteratura o il latino, ma non pratica quotidiana.
"Era l’Era degli stupidi". Come sul Titanic che sta per affondare la gente continua a ballare al suono d’una orchestrina, gli uomini di oggi non vogliono sapere. Vivere in un eterno, infantile presente è la scappatoia psicologica per allontanare dalla propria mente doveri, responsabilità e previsioni razionali. Se toccherà, sarà un problema dei figli dei nostri figli. Sul tema si apre a Torino un interessante festival di film e documentari, come riferisce il Corriere della sera. (NV)
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Festival "Cinema-Ambiente" dall’8 al 13 ottobre a Torino
AMIANTO, RIFIUTI: ECCO LA NOSTRA TERRA
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Lo sfruttamento delle risorse, il traffico e la mobilità sostenibile, la gestione dei rifiuti, il riscaldamento climatico, la bioetica. Si parla di questo e altro a CinemAmbiente, dall’8 al 13 ottobre a Torino. Nato dodici anni fa su iniziativa del Museo Nazionale del Cinema, il festival torna con un programma reso sempre più attuale dai continui allarmi sulla cattiva salute del nostro pianeta.
Delle tre sezioni principali, il Concorso internazionale documentari vede in giuria Martin Atkin, in rappresentanza del Wwf, e la conduttrice di Report Milena Gabanelli. Tra le opere in gara, "The Age of Stupid", la docu-fiction di Fanny Armstrong ambientata nel 2055, in cui l’attore Pete Postlethwaite ("Nel nome del padre", "I soliti sospetti") veste i panni di un uomo che vive in un mondo ormai devastato e riguarda vecchi filmati chiedendosi "Perché non ci siamo salvati quando ne avevamo l’occasione?". E ancora, "Automat", un no secco del ceco Martin Macerek alle strapotere delle macchine che rendono la sua Praga invivibile. E "Recipes For Disaster", con cui il regista John Webster e la sua famiglia dimostrano come si possa rinunciare all’automobile o alla plastica per ridurre i consumi energetici e l’emissione di CO2 nell’atmosfera. "Il crescente afflusso di pubblico, il nuovo progetto di distribuzione web per le scuole e la proposta di oltre cento film selezionati tra un migliaio - dichiara il direttore della rassegna Gaetano Capizzi - sono le premesse tutte positive dell’edizione di quest’anno". Edizione che, come le precedenti, ospiterà molti cortometraggi, tra cui "Homegrown Revolution", manifesto anti-Ogm incentrato sulla trasformazione della casa del regista losangelino Jules Dervaes in una fattoria urbana.
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