15 marzo 2014
Alberi monumentali. L’uomo che cerca, registra e segue lungo la loro vita i maggiori alberi d’Italia.
Sulla sinistra, appoggiato, un altro re, per meriti civili e di divulgazione, il maggiore e più tenace dei cercatori e conoscitori di alberi monumentali italiani, Valido Capodarca, colonnello dell’Esercito a riposo, autore di diversi libri-guida sul tema “Grandi Alberi”, che quasi sempre vuol dire alberi antichi, cioè testimoni della nostra Storia (ultimi libri usciti: Alberi monumentali delle Marche, Alberi monumentali del Lazio, entrambi di Scocco ed., e Viaggio lungo l’Aso. Per gli altri libri v. appendice). abituato a misurare, seguire e controllare ogni grande albero amorosamente, ovunque si trovi, lungo il decorso della sua vita biologica, spesso accidentata. E si sa che centinaia di anni di lento accrescimento possono essere azzerati da un fulmine, da un proprietario incapace, da una colonia di parassiti, dall’inciviltà degli uomini, dall’ignoranza di potatori e sedicenti “esperti”.
Una cura e una passione travolgente, quella di Capodarca, che si prolunga per decenni e decenni, coinvolgendo e sensibilizzando Forestali, Sindaci, proprietari, agronomi e altri cercatori. Per puro amore, un amore disinteressato, degli alberi e della Natura. Viaggiando sempre a sue spese (2), senza nulla chiedere in cambio, spesso distribuendo generosamente copie di foto e libri. «Una volta – ha ricordato su Facebook – diedi ad una Regione 165 diapositive di grandi alberi locali. Non volevo assolutamente niente. Alla fine, su insistenza del funzionario, chiesi 16.500 lire, cioè il puro costo che avevo pagato al fotografo. Credo di avergli fatto pena; infatti mi vidi arrivare un assegno di 165.000 lire».
Così si comporta questo solitario e assolutamente non venale cercatore di alberi centenari e imponenti. Utilizzando ogni mezzo, soprattutto con l’aiuto determinante della fotografia, delle misurazioni (circonferenza del tronco misurata a 1,30 m dal terreno, altezza e ampiezza della chioma ecc.) e delle osservazioni di particolari (p.es. un grande ramo caduto, una potatura eccezionale, una bruciatura a causa d’un fulmine, una colonizzazione da parte di parassiti, funghi e perfino uccelli e piccoli mammiferi che approfittano d’ogni buco per farvi il nido), ricostruisce la storia naturale di ogni albero, la sua “biografia”, utilizzando non solo una memoria vivida, ma anche tutte le competenze proprie e altrui che possono riguardarlo, difenderlo, perfino rinvigorirlo e curarlo, in certi casi. E’ così che alberi che sembravano intaccati da parassiti e morenti, con ampie parti secche o cadenti, sono riportati al loro antico vigore. Ma sono casi eccezionali. Per lo più – testimoniano le periodiche foto e osservazioni del cercatore – anche gli alberi monumentali patiscono l’incuria e l’aggressività stupida degli uomini, oppure la durezza delle intemperie o l’inesorabilità del Tempo.
Ebbene, saremo ottocenteschi, ma nello squallore dei tanti nuovi Italiani, interessati a nulla (anzi no, alla playstation e ai telefonini, oltre che al calcio), vediamo in questa missione di Capodarca un comportamento davvero encomiabile, perché educativo e morale, quindi non solo controcorrente ma addirittura “eroico”. Non è esagerato? No, perché tutto è relativo: in un Paese di pessimi cittadini che non amano gli alberi, uno che non solo li ama, ma cerca, cataloga e ispeziona i più maestosi e antichi esemplari, uno per uno, e con competenza li pubblica in dettagliate guide facendoli conoscere a tutti, è eccezionale. Senza esagerazioni. Il Ministero dell’Agricoltura e i Sindaci dovrebbero stipendiarlo. Ammesso che, modesto e schivo com’è, accettasse.
Un comportamento che insegna le bellezze della Natura ai cittadini più ottusi e ignoranti d'Europa, quelli che vedono con ostilità gli alberi e soprattutto le loro foglie (guai se cadono sulla loro stupida automobilina di latta o nel cortile!), abituati per un nonnulla, per paura o sadismo, a far potare in modo sconcio e tagliare anche gli alberi più antichi e belli, perché un impiegato del Comune o un avvocato li convince che "sono pericolosi" e “potrebbero causare danni a terzi” (grazie tante: e qual è l’attività umana o l’oggetto a rischio zero? tutto può “causare danni”), o anche perché la famigerata e sbrigativa casalinga del piano terra protesta "perché tolgono luce" (sic) e chiama i giardinieri per raderlo al suolo o mutilarlo.
E così, il solitario “cercatore di alberi” non solo segue il suo istinto, quello di esaudire un proprio desiderio e piacere innato, ma pubblica libri bellissimi, con foto uniche e con testi magistrali. Infatti, il Capodarca è anche un vero, grande “scrittore di libri”. Le sue pagine sono non solo molto ben scritte, in ottima lingua, ma piene di quell’humour saggio, di quell’ironia leggera e morale che hanno in genere le personalità ricche di valori e ideali.
La ricerca degli alberi, monumentali o no, educa giovani e vecchi, uomini e donne, scolari e maestre, semplici cittadini e amministratori, chi sa e chi ignora tutto di Natura, di alberi, di verde pubblico e privato, a preservare insieme agli alberi le nostre bellezze, la nostra storia. Anzi, senza darlo a vedere, instilla nel lettore tre valori cardine: la Bellezza, il Paesaggio e la nostra Storia. E sì, perché l’albero, specialmente un albero monumentale, non è solo botanica, agronomia, dendrologia, storia locale ecc., ma soprattutto bellezza del Paesaggio e testimonianza storica. C’è chi un certo incrocio di strade lo riconosce e ricorda meglio grazie a “quel” pino caratteristico, chi una fattoria l’intravede subito per “quella” vecchia e grandissima quercia, chi si orizzonta tra boschi e aie ora seguendo un monumentale castagno, ora un contorto olivo. L’Italia non sarebbe così bella se non avesse i suoi caratteristici alberi grandi e imponenti sparsi qua e là grazie al Caso o all’intelligenza degli Antichi, ben superiori a noi anche in questo.
Per non parlare, infine, del senso del dovere e della responsabilità per il patrimonio comune, primi segni di civismo, che stimola e rafforza la ricerca e la tutela dei grandi alberi monumentali nei quali consiste il nostro paesaggio rurale o urbano.
E vi pare poco? Per noi quello di Capodarca, cercatore, misuratore e scrittore di alberi, è un comportamento commovente. Tanto più che la sua cura si prolunga nei decenni. In questo è l’erede dell’antesignano e decano dei cercatori e misuratori di grandi alberi in Italia, quel mitico e riservato Luigi Scaccabarozzi (1935-2021), ignoto a giornali e largo pubblico, che nessuna guida scrisse mai, famoso per la pignoleria con cui misurava il diametro dei tronchi (a 1,30 m dal terreno, “a petto d’uomo”), spesso operazione molto difficile con alberi contorti, dalle forme strane o lungo pendii; in tali casi effettuava ben tre misure diverse da cui traeva una media.
(1) . Oggi purtroppo è orribilmente spezzato per cause naturali, e dell'antico albero sopravvive, oltre alla base, un solo ramo.
(2). Rispondendo alla domanda d'un lettore, lui stesso ha calcolato che la passione degli alberi gli è costata in 40 anni almeno l'equivalente odierno di circa 100 mila euro.
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OPERE PUBBLICATE DA VALIDO CAPODARCA SUGLI ALBERI
"Toscana, cento alberi da salvare" - Vallecchi Editore - Firenze, 1983
"Marche, cinquanta alberi da salvare" - Vallecchi editore - Firenze, 1984
"Emilia Romagna, ottanta alberi da salvare" - Vallecchi Editore - Firenze, 1986
"Abruzzo, sessanta alberi da salvare" - Edizioni Il Vantaggio - Firenze, 1988
“I Patriarchi Verdi” – Edifir – Firenze 2001
"Alberi Monumentali di Firenze e Provincia" - Edifir - Firenze, 2001
"Alberi Monumentali della Toscana" - Edifir - Firenze, 2003
"Alberi monumentali delle Marche”, Roberto Scocco ed. 2013
“Alberi monumentali del Lazio, Roberto Scocco ed. 2013
AGGIORNATO IL 9 MARZO 2021
Etichette: alberi, costume, educazione, paesaggio, personaggi
11 novembre 2012
Un’alluvione di stupidità. Quella vergognosa passività della gente che non fa nulla per prevenire.
Basta! E’ ora di dire basta all’idiozia di tanti che vivono da decenni, senza fare nulla, con fatalismo e passività, in zone ad alto rischio idro-geologico. E continuano anno dopo anno, come se niente fosse, a non tener conto dell’insegnamento della Natura nell’anno precedente, cioè a insediarsi nei luoghi sbagliati, a costruire case, a versare cemento sulla terra, a non abbattere case e strade abusive, soprattutto a non lasciare liberi o ricreare - se ostruiti - i necessari canali di scolo in caso di piogge torrenziali. E se in Italia continuano a erigere case e strade sul letto di potenziali torrenti (cioè sulle ben note “aree alluvionali”) e cementificano le strade in modo che le acque superficiali non trovino spazio, negli Stati Uniti insistono imperterriti a tirar su quelle loro incredibili casette di legno, senza fondamenta e con tetti leggeri, che ogni nuovo ciclone spazza via. Anche questo ricominciare ogni volta da zero, salvo piangere molte vite umane, serve forse a dare ossigeno all’economia rilanciando spese e investimenti? Ma perché non si spendono soldi per la prevenzione? E’ da pazzi!
E che fanno gli Amministratori locali? Anziché allargare le aree di non edificabilità attorno ai torrenti, le riducono. Guardiamo un po’ di storia e di regolamenti al riguardo:
L’Italia liberale proibiva di costruire a meno di 10 m dalle sponde dei fiumi (Regio Decreto n.523, 1904). “Altri tempi”, come ironizzano alcuni politicanti e amministratori locali corrotti o imprevidenti di oggi? Certamente, in fatto di competenza, prudenza e onestà della classe dirigente verso i cittadini.
Fatto sta che i Governi populisti del Dopoguerra sono andati a caccia di voti elettorali a forza di stendere veli sui reati urbanistici ed edilizi (condoni dei Governi Craxi nel 1984 e Berlusconi nel 1996 e 2003).
Poi, nel 2011, addirittura sono stati non ampliati, come dovevano suggerire le ricorrenti esondazioni, ma ridotti i limiti di edificabilità. Un incredibile provvedimento della Regione Liguria (art. 4 del Regolamento Regionale, in Bollettino regionale n. 3 del 20 luglio 2011), ha ridotto il limite di edificabilità nei centri urbani per corsi d’acqua di carattere torrentizio da 10 metri a 3 metri dalle sponde, in contrasto con l’art. 115 del Codice dell’ambiente (Decreto legislativo n.152 del 2006), che stabilisce ai fini anche della conservazione della biodiversità, della stabilizzazione delle sponde e della funzionalità dell’alveo, che “le Regioni disciplinano gli interventi di trasformazione e di gestione del suolo e del soprassuolo previsti nella fascia di almeno 10 metri dalla sponda di fiumi, laghi, stagni e lagune, comunque vietando la copertura dei corsi d'acqua che non sia imposta da ragioni di tutela della pubblica incolumità”.
Si noti, poi, che questi corsi d’acqua nei centri urbani (p.es. a Genova) sono già storicamente costretti da coperture innaturali (anch’esse vietate, se non per tutelare l’incolumità pubblica!), plateazioni di cemento armato, tombini (i torrenti ridotti a fognatura?) e canalizzazioni artificiali, come ha fatto notare in un appello al Presidente della Liguria, Burlando, il WWF che chiede il ripristino del limite dei 10 m dalle sponde dei corsi d’acqua.
Che fare, quindi, se gli Amministratori locali non capiscono il problema, non prevengono, non si oppongono per motivi elettorali alla richiesta folle di spazio ai danni dell’ambiente naturale da parte dei cittadini, preferendo cinicamente alluvioni ed esondazioni ricorrenti (magari pagate coi soldi di tutti gli Italiani), anziché programmi razionali di manutenzione, rifacimento e abbattimento anno dopo anno di ciò che è stato costruito, abusivamente o no in riva ai torrenti? E non parliamo dei cittadini, liguri ma anche delle altre Regioni periodicamente colpite dalle esondazioni per colpa unicamente del loro abitanti! “Ben gli sta” è il minimo che si possa dire. Altro che “calamità naturale”.
Ancora una volta i giornali (ma è la psicologia dei lettori, oltre all’utilità di chi chiederà poi soldi allo Stato e ai privati con pubbliche sottoscrizioni, che richiede la “catastrofe”, il “fatto eccezionale”) parlano di pioggia eccezionale, diluvio, addirittura di ciclone. “In poche ore – è l’immagine più usata – caduta tanta pioggia come in sei mesi”. E certo: si compara il momento di picco con una media. L’arte cinica di fare titoli. La cinica arte di ingigantire i danni e chiedere soldi agli altri, anche quando le colpe sono nostre. O magari di addossare le colpe al tardivo intervento della Protezione Civile. Tardivo? Non più di quello delle popolazioni locali, che di solito sono quelle che hanno devastato il territorio ponendo le premesse per l’alluvione o gli smottamenti. In realtà, da che mondo è mondo, ogni autunno, ogni primavera, ogni inverno, ogni estate è “una stagione eccezionale”. La memoria degli uomini è corta, figuriamoci quella di giornali e tv!
Così, è sufficiente un normale autunno per entrare nel dramma: smottamenti, inondazioni, allagamenti, morti, feriti. Addirittura si chiudono le scuole a Genova e si invitano i cittadini della ricca Versilia a non uscire di casa e a rifugiarsi ai piani alti. Loro che, fortunati hanno case a più piani. Ma è una ricchezza immeritata. 70 millimetri di pioggia giustificano il caos nella 7.a o 8.a potenza industriale del Mondo? Piuttosto sono 70 punti di quoziente d'intelligenza! Liguria, Toscana, Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania e tutto il resto del Paese. Che per il suo passato meriterebbe abitanti molto più attivi, cioè più intelligenti e più onesti. E’ sufficiente un po' di normalissima pioggia per dichiarare l'emergenza? Ma allora sono tutti stupidi. Erano stati avvertiti, da anni, hanno avuto alluvioni e morti da molti anni.
E loro che fanno? Che faranno passata l’alluvione? Nulla. Trascorrono tutto l'anno a commentare le grandi piogge dell’anno passato, e ad aspettare le ancor più terribili piogge dell'autunno e della primavera futura. Inattivi. Impiegano il tempo come rimbambiti a guardare la tv, a giocare coi video-giochi, a bere all'osteria o al bar, a esibire l’ultimo tablet o il vestiario firmato, a innaffiare il giardino, a lavare l'auto, al massimo a fare muscoli, aerobica o danza in palestra: questi gli unici sport di massa in Italia. Non capiscono, giovani, vecchi, uomini e donne, che già da molti anni, anziché pensare all’ultimo Ipod, dovevano tirarsi su le maniche, lavorare tutto l’anno, rivoluzionare i loro insediamenti urbani, rimboschire in modo ossessivo la montagna e ogni collina, lasciare libero con ampi margini esondativi ogni torrente, ogni fiume (con tutto il tempo libero che hanno), rafforzare ma talvolta anche togliere del tutto gli argini se cementati o troppo stretti, e soprattutto abbattere le loro schifose casette costruite dove non dovevano essere costruite.
Nessuna solidarietà, no, a questa gente che egoisticamente se ne sta tutto l’anno “per conto suo”, chiusa nel suo salotto o tinello, nella sua stupida, linda e inutile privacy all’italiana, individualisticamente, senza collegarsi agli altri, senza creare comitati di quartiere, di villaggio, squadre di intervento operativo, catene via internet per monitorare boschi e colline, ma aspetta tutto dall’Alto, dalle Autorità, dai presunti Tecnici (che, tranne gli impeccabili Vigili del Fuoco e altre rare istituzioni) altro non sono che gli stessi abitanti pigri in altra veste…), dalle corrotte Regioni, e specialmente dal papà-Stato, che pur con le sue pecche è addirittura migliore dei singoli suoi “componenti”: i suoi cittadini. E che, anzi, viene da loro, ingrati, disprezzato. Ma non sanno gli Italiani che così disprezzano se stessi? Da chi credono che sia fatto lo Stato, se non dai normalissimi cittadini infingardi, poco intelligenti, furbi, corrotti, pigri e pure anarcoidi? Perciò, anche per le presenti e future alluvioni “da forza maggiore”, per questa ed altre prevedibilissime “fatalità”, per l’attuale e le successive puntuali “emergenze”, invito tutti a non esprimere nessuna commozione. Questa gente che si atteggia a vittima, mentre non previene nulla, ma è subito pronta a chiedere soldi per i danni (che essa stessa ha inferto) è la sola colpevole. Colpevole recidiva di non aver controllato per decenni sindaci, capi-regione, politici, tecnici locali ecc. dello sfascio dell'Italia. Che sembra solo uno sfascio idro-geologico e urbanistico, ma è in realtà uno sfascio intellettuale e morale. Le alluvioni, i disastri, le emergenze, i terremoti, sono lo specchio di questo stupido Paese di oggi, che non si merita i suoi antichi Antenati, che erano fatti di ben altra pasta.
AGGIORNATO IL 21 NOVEMBRE 2014
Etichette: alluvioni, catastrofi naturali, città, clima, costume, deforestazione, disastri naturali, edilizia, equilibrio idrogeologico, politica, precipitazioni, urbanistica
10 febbraio 2012
Ecologia chic. E dopo le Maldive “a basso contenuto di CO2”, anche il golf “eco-sostenibile”!
Preoccupati del taglio degli alberi e dell’uccisione inutile di animali? Indignati per l’abbandono e la povertà di mezzi dei parchi italiani? Scandalizzati da moto-cross, moto-slitte e impianti da sci in montagna? Offesi dal cinismo di sindaci che fanno costruire ovunque case e capannoni inutili, per i soldi della concessione? Arrabbiati per la devastazione del paesaggio da parte di impianti di fotovoltaico sul terreno selvaggio o agricolo? Esacerbati dalle foreste di torri eoliche antiestetiche, speculative e inutili sui crinali delle nostre belle montagne del Centro-Sud? Stressati dal caos del traffico automobilistico (quasi sempre una sola persona per auto) nei bellissimi centri storici di Roma e Firenze, e un po’ dovunque? Inquieti per la dieta sbagliata propinata nelle scuola ai bambini (e ammannita a tutti da sconsiderati nutrizionisti alla Tv, che non seguono gli avvertimenti degli scienziati)? Umiliati dal disprezzo – sotto qualunque Governo – per i diritti dei cittadini acquirenti e utenti (la “domanda”), a tutto vantaggio dei soli produttori, dal negozio sotto casa, all’ipermercato, alla grande azienda, alla banca, alla società assicuratrice (cioè la “offerta”)? Depressi per il vergognoso consumismo degli Italiani (troppi telefonini, troppe auto, troppa moda, gadgets e oggetti inutili, alimenti e bevande a base di grassi o zucchero, confezioni esagerate con troppo imballaggio e plastica?
Tranquilli, ecco la notizia che vi acquieterà, dimostrandovi che gli ecologi ed ecologisti italiani lavorano per la Natura e per l’uomo, davvero:
“La Federazione italiana golf ha appena siglato un accordo con Legambiente, Wwf, Federparchi, Fai e MareVivo in linea col programma internazionale della Golf environment organization (Geo), per la salvaguardia di paesaggio, assetto idrogeologico, biodiversità (riduzione dell'uso di fertilizzanti e fitofarmaci) e risparmio idrico ed energetico. I firmatari si impegnano a un confronto per la riqualificazione ambientale dei campi esistenti e perché l'eventuale creazione di nuovi impianti avvenga in base a criteri di sostenibilità” (comunicato su Ecoturismo).
Etichette: costume, ecologisti, paesaggio, parchi nazionali
31 gennaio 2011
Il percolato tossico dei rifiuti gettato nel Golfo di Napoli. E c’è chi giustifica
PREMESSO CHE UN LIBERALE NON HA NIENTE CONTRO UN REPUBBLICANO…Leggo sempre volentieri quanto scrive Davide Giacalone, anche perché mi ricordo di lui quando era Segretario nazionale della FGR (la Federazione giovanile repubblicana) e so, quindi, che la sua formazione politica non è troppo distante dalla mia. Fermo restando che la cultura liberal-democratica abbraccia così tanti autori da poter essere interpretata in molti modi; e senza dimenticare che la semplice circostanza di avere io qualche anno in più si traduce nell'aver fatto esperienze diverse. C'è, infine, un non trascurabile dettaglio che soltanto i conoscitori delle vicende della cosiddetta "prima Repubblica" possono intendere: non ho mai fatto parte del PRI. Ho sempre preferito definirmi liberale e, molti lustri fa, sono stato attivista della GLI (la Gioventù liberale italiana). I rapporti tra liberali e repubblicani sono sempre stati né troppo cattivi, né troppo buoni; come tra "cugini" che non ignorano il tanto che li accomuna, ma preferiscono non frequentarsi assiduamente, per non lasciar prevalere differenze caratteriali che, se non tenute sotto controllo, porterebbero all'insopportazione reciproca.
In estrema sintesi: da Benedetto Croce in poi, i liberali hanno sempre dato più importanza all'esigenza di definirsi dal punto di vista degli ideali in cui credono; i repubblicani, da Ugo La Malfa in poi, sono sempre stati più pragmatici: concretezza, programmi realistici, nessuna astrattezza ideologica. Alle origini della storia italiana, ossia ai tempi di Cavour e Mazzini, le parti erano esattamente rovesciate: realisti e pragmatici erano i liberali cavouriani e tali sono rimasti fino a Giovanni Giolitti; mentre alfieri della intransigenza ideale erano i mazziniani. Anche Carlo Cattaneo non scherzava quanto ad intransigenza nel difendere l'idea repubblicana.
La premessa serve a spiegare che non ho alcunché di personale contro Giacalone; eppure, sento di dover replicare ad un suo recente articolo, in cui sostiene tesi che, dal mio punto di vista, sono, non soltanto sbagliate, ma pure pericolose per l'impressione che l'opinione pubblica può trarne. Mi riferisco all'articolo, prima pubblicato dal quotidiano "Il Tempo", riportato da "Il Legno Storto", nell'edizione del 30 gennaio 2011, con il titolo "Immobilismo cautelare".
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RIFIUTI GETTATI IN MARE: LA “SOLUZIONE ECOLOGICA” DELLA REGIONE CAMPANIA.
Giacalone commenta un'inchiesta giudiziaria che vede imputati soprattutto funzionari, sia dello Stato, sia della Regione Campania. Funzionari che hanno avuto responsabilità di vertice, o comunque ai più alti livelli, nella Protezione Civile, nell'ex Commissariato straordinario per l'emergenza rifiuti in Campania, nel Ministero dell'Ambiente, in una struttura dell'Amministrazione della Regione Campania che dovrebbe sovrintendere al "ciclo integrale della depurazione delle acque". Tra le accuse che i giudici dovranno valutare, c'è pure quella che i predetti funzionari avrebbero consentito che, nel periodo temporale 2006-2009 il percolato, ossia quel liquido immondo che si forma quando i rifiuti non sono trattati in modo adeguato e sono lasciati marcire nelle discariche, fosse eliminato gettandolo in mare. Nel mare del Golfo di Napoli e del Golfo di Salerno!
A me sembra un'accusa gravissima; al cui confronto il recente crollo nell'area archeologica di Pompei è una bazzecola. Il buon Dio aveva concentrato in quella zona geografica bellezze naturali e paesaggistiche di incomparabile pregio. Politici, amministratori e funzionari del XXI secolo non trovano soluzione tecnica più adeguata che prendere il percolato e farlo finire, così com'è, in mare. Certo, una misura ben pensata per incoraggiare le attività turistiche; aumenta l'attrattiva della balneazione! Certo, un'iniziativa ben pensata per promuovere la pesca; immaginiamo i benefici effetti per la salute di quanti mangiano pesce, o degustano le cozze coltivate nella zona!
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MA IL GIORNALISTA NON SI INDIGNA (EPPURE ERA REPUBBLICANO…), ANZI, QUASI GIUSTIFICA.
Criminale non è soltanto chi commette omicidio. E' troppo facile dire: ma sì, in fondo, non ha ucciso nessuno. Nelle condizioni attuali di degrado ambientale, chi inquina il mare, ossia la fonte della vita, chi inquina le acque potabili, commette un crimine molto più grave e pericoloso, dal punto di vista dei danni per la comunità sociale, di chi abbia versato sangue umano. Perché dal suo comportamento non discende la morte di una singola persona, ma derivano malattie, dolore, povertà, morte, per un un numero indeterminato e potenzialmente molto alto di persone.
Giacalone non soltanto non s'indigna, ma quasi giustifica: "Gli uomini al servizio dello Stato, un prefetto e il personale della protezione civile, avranno anche sbagliato, ma se fossero stati disponibili luoghi e modalità per fare sparire il tutto, nel rispetto formale e sostanziale della norma, semplicemente si sarebbe dovuto mandare al manicomio quanti non avevano provveduto prima. Hanno agito, quindi, in condizioni d'emergenza".
Si tratta della consueta sottovalutazione del problema dei rifiuti; sottovalutazione che, negli ultimi decenni, ha indotto gli amministratori, soprattutto meridionali, ad appaltare di fatto la gestione dei rifiuti alla criminalità organizzata. Bisognerebbe rovesciare completamente il punto di vista e rendersi conto che, nel 2011, il livello di civiltà di un Paese si misura in primo luogo dal modo in cui è capace di organizzare la raccolta, il trattamento, il possibile riciclo, e lo smaltimento definitivo dei rifiuti. Una gestione dei rifiuti rispettosa del territorio e della salute dei cittadini richiederebbe forti investimenti in tecnologia, nella ricerca applicata, nella formazione di tecnici ed operai altamente specializzati. Tutte cose che hanno un costo, ma da cui poi si avrebbe un ritorno economico, anche dal punto di vista della creazione di occupazione stabile; soprattutto, si avrebbe un salto di civiltà in termini di miglioramento della qualità della vita dei cittadini.
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RIFIUTI GESTITI DA SOCIETA’ CHE HANNO PERSONALE LOTTIZZATO DAI PARTITI.
Invece, andiamo avanti con l'affidamento della gestione dei rifiuti a cooperative, a società, comunque denominate, che hanno la caratteristica di essere soltanto per finta private, perché il personale è reclutato al novanta per cento con logiche di lottizzazione politica. Gli operatori ecologici lottizzati sanno che il loro compito primario è impegnarsi nelle attività proprie dei galoppini dei vari candidati "segnalati dagli amici" nelle diverse, immancabili, consultazioni elettorali, piuttosto che doversi effettivamente occupare della raccolta della spazzatura. Quella è soltanto la copertura. Per quanto riguarda il rispetto delle normative vigenti, che problema c'è? Tutto si risolve in un fatto cartaceo; basta avere documenti teoricamente perfetti, con tutti i timbri a posto.
C'è una seconda questione, rispetto alla quale il mio dissenso è radicale: il modo di intendere il compito dei funzionari e delle pubbliche amministrazioni in genere. Giacalone conclude il suo articolo, scrivendo: "Quindi, la (im)morale di questa storia è: il burocrate faccia il burocrate, si trinceri dietro la mezza manica e se ne freghi delle conseguenze per gli altri, quel che conta, per lui, è solo il rispetto scrupoloso, maniacale e immobilista di tutte le norme e regolamenti. Si blocca tutto, ma la procura non verrà a svegliarti e ammanettarti".
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L’ASSENZA DI REGOLE PSEUDO-LIBERISTA NON E’ LIBERALE.
Qui si ripropone una concezione tipica dei liberisti più spinti e degli anarco-capitalisti: a che servono le pubbliche amministrazioni? Sono solo d'impaccio, meglio se non ci fossero. In ogni caso, per i liberisti più spinti, va attaccato il principio di legalità dell'attività amministrativa, la cui applicazione creerebbe soltanto ritardi e sarebbe pretesto per non fare.
Ricordo che, all'università, studiai economia politica su un buon testo: "Introduzione all'economia" di Richard George Lipsey (un migliaio di pagine, per i tipi di Etas). Ho sempre presente questo esempio fatto da Lipsey. Immaginiamo un'azienda costruita vicino al letto d'un fiume. Se l'imprenditore dota la sua azienda di filtri e depuratori, secondo le normative vigenti, avrà un costo privato molto alto. Viceversa, se scarica liberamente i propri detriti industriali nel fiume, il suo costo sarà zero (a meno che non debba corrompere qualche pubblico funzionario affinché si distragga). Tuttavia, il perseguimento del puro interesse dell'imprenditore si traduce in un alto costo per la collettività, determinato dall'inquinamento ambientale. Di conseguenza, scopo dei pubblici poteri è quello di salvaguardare il bene comune, impedendo che l'operatore privato trasformi i propri costi privati in costi sociali.
L'esempio mi pare calzante e, personalmente, aggiungo il corollario che, in uno Stato ben funzionante, quell'imprenditore dovrebbe pentirsi amaramente dei danni causati alla comunità: non soltanto attraverso il carcere, ma anche con sanzioni economiche fortissime, effettivamente adeguate al valore dei danni arrecati, e, in caso d'insolvenza, con la confisca dei suoi beni, con possibilità di rivalersi pure sui suoi eredi ed aventi causa.
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DOVERI CIVILI E MORALI DEI PUBBLICI FUNZIONARI: GIACALONE NON HA LETTO NE’ MAZZINI, NE’ NATHAN, NE’ L’ART.17 DELLO STATUTO DEGLI IMPIEGATI.
La questione mi sta particolarmente a cuore perché anch'io sono stato un pubblico funzionario. So bene, quindi, che un funzionario potrà facilmente fare carriera e ottenere vantaggi di ogni tipo, se si presta a risolvere prontamente i problemi che i politici gli chiedono di risolvere; tanto più se si tratta di non agire secondo le regole della correttezza amministrativa e di fare il "lavoro sporco". Ma il pubblico funzionario che pensi più alla propria coscienza che alla propria carriera, può anche mettersi di traverso e, nelle questioni più serie, dare effettivamente del filo da torcere ai propri superiori, burocratici e politici, accettando ovviamente di pagarne il prezzo.
Non so se il Ministro semplificatore, Calderoli, o il Ministro ultra-riformatore, Brunetta, abbiano già provveduto a far abrogare una disposizione che, secondo me, andrebbe valorizzata al massimo nel quadro di una effettiva e seria riforma della pubblica amministrazione. L'articolo 17 dello statuto degli impiegati civili dello Stato, rubricato "Limiti al dovere verso il superiore", così recita: "1. L'impiegato, al quale, dal proprio superiore, venga impartito un ordine che egli ritenga palesemente illegittimo, deve farne rimostranza allo stesso superiore, dichiarandone le ragioni.
2. Se l'ordine è rinnovato per iscritto, l'impiegato ha il dovere di darvi esecuzione.
3. L'impiegato non deve comunque eseguire l'ordine del superiore quando l'atto sia vietato dalla legge penale".
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BUROCRATI CAMERIERI DEI POLITICI O DEI SUPERIORI?
La prima cosa che un pubblico funzionario può fare, per difendersi da una richiesta "sconveniente", è quella di chiedere, anzi di pretendere, che l'ordine sia messo per iscritto. Il che già abbatte del cinquanta per cento le richieste "sconvenienti". Qualora poi si incontrasse un superiore, o un politico, tanto cretino da richiedere per iscritto un comportamento che integra una fattispecie di reato, il funzionario non dovrebbe fare altro che prendere quel documento e portarlo alla più vicina Procura della Repubblica.
Non si pensi che le norme del Testo Unico "delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato" siano ispirate da furore ideologico sessantottino. Sono state approvate con Decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3, e rispecchiano una saggezza amministrativa molto risalente nel tempo. Quando, appunto, il principio di legalità dell'attività amministrativa era apprezzato come massimo bene in uno Stato di diritto e si concepivano i funzionari pubblici come se ciascuno, singolarmente, ovviamente nei limiti delle proprie attribuzioni e competenze, fosse custode dell'ordinamento giuridico.
Si intende che gli attuali innovatori e riformatori si fanno beffe del principio di legalità; per loro contano soltanto l'efficienza e l'efficacia dell'azione amministrativa. La cosa strana è che il loro modo di intendere l'efficacia è quello che i funzionari obbediscano senza indugi agli ordini superiori. I burocrati sommamente efficaci sono i camerieri dei politici. O quanti fanno affari con loro. Io, che sono della vecchia scuola, non ritengo che buttare l'immondo percolato nel Mar Tirreno sia una dimostrazione di efficacia amministrativa. Né mi sembra un peccato veniale.
LIVIO GHERSI
Etichette: amministratori, costume, leggi, liberalismo, mare, politica, rifiuti
29 dicembre 2010
La crisi ci fa bene: per la prima volta diminuiscono le auto in Italia
Quello che non poté l’educazione e il buon senso lo sta facendo la crisi economica. Che, come previsto dal nostro vademecum del cittadino consumatore, dà anche frutti buoni. Un’indagine dimostra per la prima volta una bellissima inversione di tendenza. Il numero di automobili, questo feticcio da Terzo Mondo di ex contadini arricchiti che devono mostrare il raggiunto status symbol a parenti e amici, sta diminuendo, per fortuna, in tutta Italia. Perché, ex-contadini sì, ma dài e ridai, perfino i cittadini più nevrotici e incivili, e i provinciali più ottusi e testardi capiscono alla fine che non gli conviene più. Anzi, l’auto non conviene a nessuno.
Questo blog, perciò, canta vittoria: è anche una vittoria personale. Crediamo di essere, fin dalla prima età della ragione, i più duri avversari dell’automobile, specialmente in un Paese di centri storici e di sedentari come l'Italia.
Nemici dell'auto, confessiamo, non in quanto tale, ma solo in quanto mezzo di trasporto "reale", quotidiano, indiscriminato. Infatti ci piacciono le auto non-auto, cioè quelle antiche, storiche (come anche le locomotive, le carrozze a cavalli o le navi d'epoca), che in fondo sono dei modelli 1:1 di una ideale collezione da museo della tecnologia. E, anzi, se vivessimo in una società razionale e giusta, chi conserva a proprie spese (e mantiene perfettamente efficienti) questi mezzi dovrebbe essere benemerito della Cultura e dovrebbe ricevere sovvenzioni dalla Stato, perché offre un servizio alla collettività: conserva e rende visibile a tutti ciò che l'uomo ha fatto di geniale nei decenni passati.
Innanzitutto in opposizione polemica a quelle auto moderne tutta plastica e aggeggi e software fatti apposta per rompersi, tipici dell'attuale consumismo automobilistico. Lo stesso che vaticinava - vi ricordate? - una nuova macchina ogni due-tre anni...
Poi perché sono ormai "musei viaggianti", cioè cultura industriale e artigianale, la dimostrazione che nulla di buono e funzionante, che ha preteso soldi per essere prodotto, deve essere gettato via. E dunque per il tributo alla conservazione dell'energia, della tecnologia e della bellezza. Il che, visto lo scarso numero e la quantità minima delle ore di funzionamento reale sulle strade, rende statisticamente irrilevante il loro inquinamento complessivo.
Ma quella davvero stupida è la moda dell'auto da usare ogni giorno, a lungo e a tutte le ore, magari per un solo viaggiatore. Insomma, l'automobile vera, secondo le statistiche, quella che crea problemi all'ambiente e all'uomo, soprattutto per il modo patologico con cui viene usata da noi, per futili, maniacali e poco sani motivi, insomma "all’italiana".
Così, per la prima volta nelle statistiche diminuiscono i possessori di auto in Italia. E non perché ci sia un’epidemia tra gli automobilisti (anche se confessiamo di averla fortemente sperava per decenni), ma perché sono state rottamate più auto e la gente ha capito che senza auto sta meglio, cammina di più ed ha meno stress. Senza contare le spese.
Il tasso di motorizzazione – riporta l’articolista – finalmente, dopo anni di inarrestabile incremento, cala di oltre mezzo punto percentuale, attestandosi a 60,78 automobili ogni 100 abitanti. Resta comunque lontano dalla media europea di 46 veicoli ogni 100 abitanti. La città con più auto si conferma Latina con 72.3 auto ogni 100 abitanti, seguono L'Aquila (71.0) e Catania (70.3). Roma registra, invece, una diminuzione del tasso di motorizzazione che passa dal 70.6 al 69.2. Le città più virtuose sono Venezia (41.1), Genova (46.7), Bolzano (51.7) e Bologna (52.2). Napoli si conferma in testa alla classifica negativa delle auto più inquinanti (Euro 0) con più del 30% in circolazione, seguita da Catania. Aumentano le auto Euro IV ed Euro V nelle città italiane che costituiscono oggi il 39,4% del parco auto totale: Torino è la città con più veicoli Euro V (2,6%).
Evviva, ogni tanto una buona notizia.
Etichette: automobile, consumi, costume, cultura, inquinamento
29 gennaio 2010
Caccia senza limiti. Quindi, sarà possibile cacciare i parlamentari. O no?
Ieri il Senato, in Commissione Politiche Europe, ha approvato con l'emendamento del senatore PDL Giacomo Santini, una nuova legge sulla caccia (abusivamente chiamata "comunitaria", visto che stravolge le direttiva dell’Unione Europea), che liberalizza il periodo dell’attività venatoria (finora limitato dal I settembre al 31 gennaio), condizionandolo all’autonomia delle Regioni - figuriamoci - e ad un parere consultivo dell’ISPRA, l'ente scientifico sulla fauna selvatica. Soltanto un emendamento aggiunto all’ultimo minuto ha permesso ai senatori di non cadere nella vergogna più totale, escludendo in pratica dalla strage i mammiferi. Ma certo i danni ci saranno. Se la legge fosse approvata così com’è anche dalla Camera, sarebbero colpite 34 specie di uccelli, alcune delle quali molto diffuse in Italia.Si aggrava, così, anziché essere sanato, lo stato di infrazione alle norme europee in cui l’Italia versa da anni. Ma questa volta c'è stato un vero e proprio "tradimento" politico e istituzionale, perché Santini era il relatore della legge Comunitaria, e perciò correttezza avrebbe voluto che si adoperasse perché le procedure di infrazione fossero risolte e non aggravate.
Insomma, è stato un gesto irresponsabile di alcunii parlamentari del Centro-destra legati alla lobby dei cacciatori, non del Governo. L'emendamento infatti aveva avuto il parere negativo dell’ISPRA, richiesto dalla stessa Commissione, ed era stato più volte bocciato dal Governo (la ministra dell'ambiente, Prestigiacomo, era contrarissima) e da varie Commissioni parlamentari.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Nell’impotenza e apatia dell’opinione pubblica, distratta dalle sciocchezze della televisione e da quelle del calcio - pur essendo "anti-caccia" secondo le indagini demoscopiche almeno al 70-90 per cento - le associazioni ambientaliste e protezioniste sono giustamente insorte.
E un ecologista liberale insorge tre volte, visto il cinismo e la furbizia levantina con cui sono state raggirate con improntitudine e arroganza non solo la volontà della stragrande maggioranza degli Italiani, non solo la posizione del Governo, ma le stesse direttive europee.
Santini non è solo. Altri senatori "cacciatori" del PDL , Orsi, Carrara, Asciutti e Vetrella, hanno addirittura considerato moderato il testo, perché - pensate un po' - "è troppo accondiscendente con gli ambientalisti". Una posizione ottusa e sottoculturale. Ci si dà la zappa sui piedi distruggendo la Natura, che è un bene essenziale di tutti, e poi la si consegna in blocco nelle mani degli avversari? Anche solo politicamente, si può essere più sprovveduti?
Il colpo di mano anti-animali, ha mandato su tutte le furie i deputati animalisti del PDL, come Catanoso, Giammanco, Ceccacci Rubino e Mannucci, che ora aspettano il testo alla Camera dove faranno - hanno promesso - il diavolo a quattro. Speriamo. Certo che la ministra Prestigiacomo, sempre del PDL, l'ha presa come un'offesa personale, dato che i patti erano diversi.
Che dire? E' un chiaro segnale elettorale, alla vigilia delle consultazioni regionali, alla lobby dei cacciatori. Un episodio tipico di questa classe politica, in particolare quella del Centro-destra, culturalmente e politicamente situata al livello più basso del Dopoguerra, che ormai lavora solo per i vari gruppi di pressione, non certo per i cittadini, neanche per i propri elettori.
Del resto, basta sentirli parlare in Parlamento attraverso le dirette di Radio Radicale, e con quali profonde argomentazioni logiche! Discorsi talvolta così rozzi e insensati che non si potrebbero ascoltare neanche nel peggior bar di periferia.
Intanto la battaglia si sposta alla Camera dei deputati. Sul tema riportiamo il comunicato emesso dalle associazioni ambientaliste di ogni colore (NV).
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"Ciò che è accaduto oggi in aula del Senato ha del vergognoso nei confronti dell’Europa, che è stata bellamente raggirata, ma soprattutto della natura e dei cittadini italiani, a cui qualcuno dovrà spiegare che la caccia e i fucili vengono prima di tutto".
E’ la dichiarazione a caldo delle associazioni all’approvazione dell’articolo 38 della legge Comunitaria che, tra le altre cose, cancella i limiti della stagione venatoria attualmente contenuti tra il 1° settembre e il 31 gennaio.
"E’ stato ignorato il parere negativo del Ministero dell’Ambiente, che specificava come l’articolo peggiorava anziché risolvere la situazione di infrazione in cui l’Italia si trova sul tema caccia. E’ stato ignorato il parere negativo dell’ISPRA, l’autorità scientifica nazionale che si occupa della materia. Sono stati ignorati e anzi dimenticati i pareri negativi dati dalle Commissioni competenti della Camera e dello stesso Governo, a partire dal ministro Ronchi, che aveva già bocciato un identico emendamento nel recente passato. E tutto questo per assecondare una minoranza di cacciatori non ancora contenti di poter cacciare cinque mesi all’anno, per giunta facendo ingresso nei terreni privati.
"Il risultato è che con questo emendamento, qualora dovesse essere confermato dalla Camera, la stagione venatoria si allungherebbe ai mesi delicatissimi di febbraio e agosto, con un danno grave alla natura e l’aggravarsi del disturbo e dei rischi arrecati alle persone.
"Per non parlare degli altri aspetti, solo apparentemente marginali, comportati da questa pessima norma: il carattere giuridico dato alla guida europea sulla caccia (con il rischio-certezza di un vero e proprio corto circuito tra norma e interpretazione e il caos giuridico che ne conseguirà) o l’assenza di qualsivoglia intervento sul grave problema delle deroghe di caccia alle specie protette.
"Insomma una situazione disastrosa e imbarazzante, resa persino beffarda dall’approvazione di un subemendamento presentato come "soluzione" ma che non cambia di una virgola la sostanza e la gravità della norma approvata e sul quale, a leggere le ultimissime agenzie, persino il ministro Prestigiacomo dichiara di aver subito un raggiro.
"Ora si dovrà spiegare il perché di questa incredibile scelta a quel 90% di italiani che respingono ogni idea di allungamento della stagione venatoria. E dovranno farlo in prima istanza il ministro Ronchi, che si è assunto la responsabilità di una scelta così clamorosamente sbagliata, e il Presidente Berlusconi, cui 150 associazioni di cittadini, professionisti, ambientalisti, animalisti hanno oggi chiesto invano un intervento risolutore.
"Ma una cosa è certa. La battaglia alla Camera, per cui comincia da subito la mobilitazione, sarà epocale".
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Amici Della Terra, Animalisti Italiani, Enpa, Fare Verde, Greenpeace, Lac, Lav, Legambiente, Lida, Lipu, Memento Naturae, No Alla Caccia, Oipa, Ass.Vittime Della Caccia, Vas, Wwf Italia
Etichette: animali, caccia, costume, leggi, lobbies, politica
17 dicembre 2009
Una volta tanto d’accordo col Vaticano: il Belpaese e l’ignoranza degli Italiani
Non sarà una famosa testata, d’accordo, ma il sito Affari Italiani, come altri blog e siti sul web, non è certo fatto e scritto peggio del Corriere della Sera, ex "grande quotidiano", o della Repubblica, che invece grande non è mai stata, ormai decaduti a tabloid popolari pieni di pubblicità, tv, calcio, pettegolezzo politico, cronaca nera, scandali, titoli sbagliati ed errori d’italiano. Però l’intervista di un ex dirigente dei musei di Firenze, poi ministro dei Beni Culturali e ora direttore dei Musei Vaticani, è di quelle che lasciano il segno. Solo il provincialismo snob e l’inadeguatezza dei giornalisti italioti, per lo più raccomandati, a cui fa comodo considerarsi "giornalisti che fanno opinione", lo ha fatto passare sotto silenzio.E’ la prima volta che una dichiarazione, una posizione proveniente dal Vaticano, ci trova d’accordo. Paolucci spara duramente contro l’ottusità degli Italiani e, lo si arguisce, anche della classe politica che dovrebbe governarli ed educarli, ma che – aggiungiamo noi – è spesso peggiore del peggiore popolino. Avete ascoltato a Radio Radicale i discorsi dal vivo di deputati o senatori? In alcuni casi fanno rabbrividire dalla vergogna: parlano e ragionano molto meglio certi baristi e meccanici di nostra conoscenza.
Paolucci collega sapientemente la crisi di affluenza dei musei al decadimento del Paesaggio italiano, che in fin dei conti è l’immagine dell’Italia nel mondo, la cartolina illustrata che dovrebbe invogliare i turisti a "visitare l’Italia" e quindi "anche" i suoi musei. Ragionamento ineccepibile, perché chi si muove dall’Arkansas o dal Giappone non pensa d’istinto ai musei italiani, ma all’Italia in sé, anzi, ad una certa immagine dell’Italia che gli è stata tramandata dai grandi viaggiatori dell’Ottocento.
E invece, l’Italia, ormai è brutta, sempre più brutta, altro che Belpaese. Perché i turisti dovrebbero accorrervi? Il territorio è devastato come in poche aree in Europa. Periferie squallide? Certo, ma le periferie in Italia cominciano dai Centri storici. Spesso sono brutte e da abbattere anche le "periferie" costruite nel Novecento. Roma, per dirne una, è una città brutta, bruttissima. Appena si esce dalle mura Aureliane, per esempio da Porta del Popolo, o da Porta Pia o da Porta Capena o da Porta San Pancrazio. Uno si gode la scenografica piazza del Popolo del Valadier, varca la Porta e subito è immerso nella bruttezza dell’orrido piazzale Flaminio. Possibile che nessun amministratore o politico lo noti?
Ma, soprattutto se torniamo in treno dal Nord Europa, stringe il cuore nel vedere le campagne italiane. Come i dolci declivi, i poggi meravigliosi e i filari di alberi sono maltrattati dagli unici frequentatori e padroni della campagna: i contadini.
Abbiamo in Italia una natura addomesticata (ché tale è la campagna) governata da agricoltori per bisogno o fatalità, spesso senza alcuna passione, rozzi e ignoranti, ottusi nella loro pigrizia, incapacità e parsimonia. E non sia scusa la passata o presente povertà. Quando si trattava non di acquistare materiali edilizi costosi, ma di utilizzare col proprio lavoro le ottime pietre del campo per costruire le case coloniche, come in tutti i Paesi d’Europa, il contadino italiano medio, per pigrizia e mancanza di modelli di riferimento, tirava su alla bell’e meglio delle mura degne di una stalla, non di una casa. Che differenza con gli avi Etruschi e Romani, le cui case, anche quelle agricole, destarono la meraviglia dei barbari invasori che ancora abitavano capanne di legno e argilla cruda. Ma che distanza oggi con le belle e raffinate case rustiche di Gran Bretagna, Germania, Francia, che pure hanno paesaggi naturali molto inferiori ai nostri.
L’Italia vista dal treno è tutta un’orribile sequela di gabbiotti per gli animali fatti di cartoni, vetri, armadi abbandonati, letti e brande. Nei campi troneggiano ovunque bianche, oscene, vasche da bagno smaltate, adibite a fontanili per gli animali. Con tutte le pietre a disposizione.
E se ci si inoltra nei campi – una vergogna per la patria di Columella, Catone e Leon Battista Alberti – non c’è più il nobile legno, che pure abbonda in Italia, Paese tra i più ricchi di vegetazione e di boschi. Ma ovunque, regnano incontrastati come in Africa, i materiali di riporto, i rifiuti: lamiere di ferro, ondulex, amianto, gli squallidi mattoni di cemento cavo del Terzo Mondo, e la plastica, tanta plastica, d’ogni forma, consistenza e colore.
Una vergogna. Un degrado materiale che nasconde un più profondo degrado intellettuale e morale, che coinvolge i Governi, il Parlamento, la classe politica, la scuola (l'incultura degli insegnanti italiani è unica: basta vedere o intervistare gli alunni) e le famiglie.
Ha ragione, quindi, il direttore dei Musei Vaticani (nell'intervista su Affari Italiani): perfino la crisi del turismo deriva dall’ignoranza diffusa degli italiani che si riflette sulla devastazione del territorio e dell’ambiente. La stessa ignoranza che fa preferire perfino agli abitanti degli oscuri villaggi un viaggio all’estero (Canarie, Maldive, Grecia ecc) piuttosto che nella bella Italia, che non conoscono. Tanto è vero che usano tutti come falsa scusa i presunti "alti prezzi" del turismo in Italia. E così si fanno spellare in Grecia e altrove, dove si spende ancora di più, e senza le bellezze, le comodità e le gentilezze a cui siamo abituati. (NV)
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La crisi colpisce anche i Musei Vaticani.
IL DIRETTORE: "ABBIAMO SPUTTANATO IL PAESAGGIO"
di Fabio Carosi
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"Crolla la domanda di cultura, in particolare di musei, con una forte diminuzione di visitatori soprattutto nel sud Italia. Ma le maggiori preoccupazioni sono complessivamente per l’offerta turistica italiana a causa del Belpaese che non c’è più. "Le colpe? Un ambiente devastato e un’ignoranza che ci porta ad andare all’estero ignorando i nostri musei civici".
Dalla poltrona comoda anche se delicatissima di direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci, in esclusiva per Affaritaliani, denuncia la crisi del sistema museale nostrano, alle prese con un vistoso calo di visitatori. E di introiti. Per il professor Paolucci, già sovrintendente del Polo Museale fiorentino e ministro tecnico dei Beni Culturali del governo Dini, la crisi ha cause ben evidenti che vanno dalla cementificazione del paesaggio, alla costruzione delle città con "orrende periferie", sino alla scarsa cultura degli italiani, transitando anche per quel vizietto italico di truffare i turisti.
Apre con i dati di casa: "A fronte di un calo del 10-12 per cento riferito dal nostro Ministero, i Musei Vaticani tengono botta. Nel 2008 abbiamo chiuso con 4 milioni e 444mila visitatori, quest’anno chiuderemo al 31 dicembre con 4milioni e 250 mila. Ciò significa 2 milioni di euro di incassi in meno tra biglietti e merchandising".
Per il direttore del più importante museo d’Italia (anche se protetto dalle mura dell’extraterritorialità), la colpa della crisi è tutta italiana: "Abbiamo sputtanato il paesaggio – dice senza mezzi termini – trasformando le città in orrende periferie e rincorrendo la concorrenza con l’estero. Dobbiamo invece inseguire un turismo che esca dal classico "turisdotto", cioè l’oleodotto nel quale vengoni infilati i tursiti, spediti tra Firenze, Roma e Pompei. Dobbiamo andare a Empoli, a Castelfranco Veneto, a Belluno a Vicenza e poi a Todi e a Narni. Siamo ancora salvi perché esiste lo stereotipo di vacanze romane".
Quindi la profezia: "La colpa del declino è degli italiani – spiega il professore – se avessero fatto come in Svizzera con efficienza e servizi saremo al primo posto. Invece siamo condannati al declino, perché prima o poi lo stereotipo del Belpaese finirà".
Paolucci conclude con un consiglio: "Bisogna tornare a Pasolini e agli Scritti Corsari e diventare sanamente reazionari, convincendo la gente che sono ignoranti e che devono curare la loro ignoranza".
Etichette: costume, educazione, leggi, paesaggio, politica, scuola
13 dicembre 2009
Roma, corrotta da politici, commercianti, cittadini e turisti, diventa virtuosa?
Anche le pulci hanno la tosse. Roma, capitale mondiale delle cartacce per terra e delle bottiglie sui muretti, dei parchi devastati e abbandonati, degli alberi tagliati dal Servizio Giardini, ma soprattutto capitale delle auto parcheggiate in seconda e terza fila, con i vigili urbani meno vigili e meno urbani al mondo, città mediorientale in tutto, per traffico, incapacità, disorganizzazione e assenza del Comune (qualunque sia il partito al governo, sia chiaro), e ancor più per mentalità e strafottenza dei suoi cittadini, una capitale con una metropolitana ridicola e con i grossi autoveicoli Suv che pretendono di passare indisturbati perfino nei vicoli del Centro storico, dove i pedoni non riescono ad attraversare neanche sulle strisce e rischiano la vita ogni giorno senza che nessuno li difenda, una città gestita direttamente dalle lobbies dei commercianti (che a Roma sono davvero i più ottusi al mondo, visto che si oppongono a qualunque riforma, sia pur timida), ebbene una città così pretende ora di diventare una metropoli moderna e anglosassone, anzi addirittura una città virtuosa in ecologia?Non è credibile. Neanche se chi scrive fosse chiamato come consulente con pieni poteri. Il Comune di Roma non è riuscito neanche a creare banali cordoli in muratura, perciò non attraversabili, per difendere e rendere più veloce il percorso degli autobus principali, figuriamoci se potrebbe fare le cose fantasmagoriche che ora propone, e che ricordano tanto le sparate pubblicitarie delle città del Nord Italia dove regna Legambiente.
Il sindaco di Roma, Alemanno, è "di destra" mentre Legambiente e Verdi sono "di sinistra"? Ma figuriamoci, non c'è differenza: sono tutti politici. Infatti dai buoni propositi dati in pasto alla stampa si capisce subito che se nella burocrazia romana e tra i politici del Comune non si fa una selezione radicale, del "Decalogo" di buoni propositi pubblicitari ben poco o nulla all'atto pratico si trasferirà in comportamenti reali nel cittadino e negli enti comunali.
Invece, serve un cambiamento profondo e generalizzato nella vita della città e nel comportamento dei romani.
Qui siamo solo ai soliti proclami a cui la politica italiana ci ha abituato. Oppure alle piccole misure laterali che non sfiorano il nocciolo del problema: il no alle auto private nel Centro storico. Vi ricordate la "benzina verde", cancerogena, che ha sostituito - invero per decisioni statali ed europee, ma l'analogia è significativa - quella al piombo che cancerogena non era? Avete presente i cassonetti per la raccolta differenziata che dovevano farsi perdonare la loro pesante antiesteticità con un vantaggio reale in termini di ambiente? Ecco, cose così.
Sembra quasi di leggere gli annunci di Legambiente di qualche anno fa: tutti "riciclo" e abbattimento delle polveri sottili e niente sostanza pratica di vita quotidiana.
Insomma, Destra e Sinistra si guardano bene dal toccare il vero punto focale: eliminare le auto dai centri storici e reprimere duramente le soste vietate. Dopodiché il resto verrebbe da sé: i cittadini sarebbero "costretti" a riorganizzare la loro vita quotidiana. Dovrebbero prendere metropolitana e bus come fanno a New York, Londra e Parigi. Dall'avvocato alla signora-bene. Ammesso che a Roma esistano signore-bene.
Costretti. Economicamente, s'intende, perché noi siamo liberali. Perché 200 euro al giorno di multa reale, effettiva, sicura, fermano chiunque, perfino i riottosi, viziatissimi e anarchici romani. E perché anche un solo euro al giorno pagato da chi, non residente, entra all'interno del Raccordo anulare sono pur sempre qualcosa. Roma non può essere la città aperta a tutti: con le migliaia di pullman che bloccano il traffico perché invitati o attratti dal Vaticano, Stato estero che deve pur pagare il disturbo e i danni che arreca ai cittadini romani. Roma non può essere impunemente raggiunta da torme di turisti italiani e stranieri indisciplinati e sporcaccioni. Questi costi altissimi i romani consapevoli sono stuufi di pagarli.
Altro che CO2 e bottiglie di vetro: a Roma bisogna fare una vera e propria rivoluzione impopolare. Il sindaco, qualunque sia, deve desiderare di essere cacciato a furor di popolo. Deve dispiacere a commercianti, professionisti, automobilisti e impiegati dello Stato. Solo così saremo abbastanza sicuri che sta facendo gli interessi della città. Un nuovo Nathan. Altro che. Ed ecco l'articolo che ha originato il nostro commento, del bravo e incolpevole Francesco Amorosino della Newsletter Nanni editore, che presenta l'ambizioso programma capitolino (NV)
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COPENHAGEN: ROMA PUNTA AD ESSERE CAPITALE VERDE D'EUROPA
Con un ambizioso piano all'insegna dell'efficienza energetica e delle rinnovabili, la città abbraccia la causa ambientale in vista di una prossima 'terza rivoluzione industriale.
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"Roma capitale energetica d'Europa. È ancora presto per dirsi, ma è questo l'obiettivo del sindaco Gianni Alemanno, che vuole fare della sua città un simbolo della rivoluzione ecologica. Fonti rinnovabili, efficienza energetica, architettura sostenibile, trasporti puliti: sono solo alcuni dei punti di un Decalogo per la città di Roma studiato insieme all'economista e ambientalista Jeremy Rifkin dopo il 'Workshop for a third industrial revolution' di Roma poco prima dell'inizio della Conferenza sul clima di Copenhagen. E proprio al vertice internazionale promosso dalle Nazioni Unite, il Comune di Roma, ma anche la Provincia con la presenza del presidente Nicola Zingaretti, illusteranno le buone pratiche già avviate e i progetti futuri. A Copenhagen. però, Roma si è classificata quattordicesima nell'European Green City Index, la classifica delle città più ecosostenibili stilata dall'Economist Intelligence Unit per conto della Siemens.
La Capitale è a metà graduatoria tra le 30 grandi città Europee analizzate, in vetta proprio Copenhagen, seguita da Stoccolma e Oslo, mentre a chiudere la lista c'è Kiev. La ricerca si è concentrata su otto settori, emissioni di anidride carbonica, energia, trasporti, acqua, qualità dell'aria, rifiuti e utilizzo della terra, costruzioni e politiche ambientali. Molto bene Roma per quanto riguarda 'emissioni di anidride carbonica' ed 'energia', dove infila due settimi posti, male nelle altre categorie, dove non arrivare mai nella top ten, fermandosi addirittura al diciottesimo posto per quanto riguarda i trasporti, al diciannovesimo per l'acqua e al diciassettesimo per la gestione dei rifiuti e la qualità dell'aria.
Adesso, però, per Roma è tempo di cominciare quella che Rifkin ha definito "la terza rivoluzione industriale", ovvero "un piano di sviluppo economico abbinato a un piano di sviluppo energetico". Per questo il Comune ha preparato un Masterplan, una serie di azioni concrete su energia e ambiente da attuare nell'immediato futuro. Primo punto del decalogo è la riduzione delle emissioni di gas serra, che va attuata, ed è il secondo punto, tramite l'efficienza energetica, con l'obiettivo di ridurre, ad esempio, del 50% i consumi elettrici e dell'80% i consumi termici delle scuole romane grazie all'istallazione di pannelli solari e fotovoltaici, e promuovendo le fonti rinnovabili (terzo punto).
Importante anche la promozione di un'architettura e una urbanistica sostenibili, con l'adozione di sistemi efficienti di conversione e uso dell'energia nelle attività produttive, mentre si scommette sullo sviluppo della tecnologia a base di idrogeno. Il Comune, infatti, vuole istallare nel giro di un anno dieci stazioni per la distribuzione di idrogeno e metano per autoveicoli utilizzando i finanziamenti della comunità europea, oltre a estendere l'infrastruttura per la ricarica delle auto elettriche.
Proprio per promuovere l'efficienza, inoltre, si favoriranno delle 'smart grids', reti intelligenti che sfruttano il principio dell'auto-consumo e della messa in distribuzione solo dell'energia autoprodotta che sia in eccedenza rispetto all'autoconsumo, da utilizzarsi nei più vicini centri di domanda, in modo da minimizzare problemi e dispersioni. Verranno, inoltre, l'attivati 100mila punti luce Led entro il 2020, verrò creato un impianto a cogenerazione all'ospedale Sant'Andrea, un nuovo stadio a zero emissioni e una rete energetica condivisa allìuniversità La Sapienza.
Il settimo punto è rendere più efficienti e puliti i trasporti pubblici, favorendo il 'car sharing' e il 'car pooling', e iniziative che combinano il trasporto pubblico con la bicicletta, mentre l'ottavo proponimento è la creazione di 'isole dell’energia' per settori come ospedali, uffici, scuole, strutture ricettive, fabbriche, case, ville, per i quali si svilupperanno delle 'matrici' in modo da facilitarne e accelerarne l'accesso alle nuove tecnologie energetiche. Tutto questo deve avvenire, ovviamente, anche in un'ottica di sviluppo economico e crescita occupazionale (nono punto), per garantire a Roma una posizione di città attenta ai temi della sostenibilità energetica e ambientale a livello internazionale (decimo punto).
"Vogliamo inviare il messaggio che Roma si mette alla testa di un nuovo modello di sviluppo ambientale ed energetico - ha detto il sindaco Alemanno - perché non si tratta solo di prendere degli impegni astratti, ma di comprendere che bisogna realizzare un nuovo modello di sviluppo che porterà posti di lavoro, innovazione tecnologica, e renderà Roma più competitiva a livello economico.
Da questo punto di vista il sindaco si è impegnato anche ad ampliare il verde della Capitale, come avvenuto pochi giorni fa, quando ha partecipato a 'Roma per Copenaghen', l'intervento di forestazione urbana avviato da Legambiente in cui sono stati piantati cento alberi presso il Pratone delle Valli all'interno del Parco dell'Aniene, che diventeranno mille entro febbraio, in modo da compensare parte delle emissioni di anidride carbonica della città.
L'iniziativa dell'amministrazione capitolina è una vera rivoluzione nel panorama italiano e, se gestita nel migliore dei modi, potrebbe davvero diventare un modello per il resto del continente. Ad Alemanno sono andati, ad esempio, anche i complimenti del quotidiano economico Financial Times, evidenziando che Roma è la prima capitale europea a mettere in campo un piano del genere. Ora bisogna passare dalle parole ai fatti e far sì che davvero si possa parlare di una 'terza rivoluzione industriale' e non una delle tante operazione verdi di facciata sparite dopo i vertici internazionali" (Francesco Amorosino).
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06 dicembre 2009
Riscaldamento globale. Hacker dà ragione ai negazionisti contro i catastrofisti
Il grafico (cliccarvi sopra per ingrandirlo) pubblicato su World Climate Report mostra la tendenza sostanzialmente orizzontale delle temperature negli Stati Uniti dal 1895 al 2009. In basso, il contestato grafico IPCC delle temperature ricostruite dell’ultimo millennio.
COME RISCALDARE UN MONDO CHE FORSE SI STA RAFFREDDANDO
Gianfranco Bangone, Il Riformista, 25 novembre 2009
Fuga di notizie. Finiscono in rete migliaia di mail trafugate da un server dell'Università dell'East Anglia. A leggerle sembrerebbe che i dati sul global warming siano stati “addomesticati” o quantomeno che siano stati ignorati («dieci anni con temperature relativamente stabili») quelli che non lo confermavano. Un migliaio di mail vengono trafugate da un server dell'Università della East Anglia e finiscono in rete. È la corrispondenza fra alcuni ricercatori che hanno contribuito a provare l'aumento delle temperature degli ultimi decenni e il loro lavoro è alla base dei Rapporti dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i mutamenti climatici.
Nelle mail rese pubbliche c'è di tutto: espedienti per aggiustare i dati che confermino il riscaldamento, proposte per minare la credibilità dei propri avversari e occultare i dati più scomodi.
Il grafico che vedete in questa pagina (v. sotto, cliccarvi sopra per ingrandirlo) è forse il più famoso di tutti i tempi e si è meritato il nome di “hockey stick” (o mazza da hockey). Rappresenta i valori di temperatura dell’ultimo millennio ed è la prova più citata a sostegno della tesi sul contributo delle attività antropiche al riscaldamento globale. La ricostruzione è stata pubblicata nel 1998 e gli autori sono tre climatologi: Michael Mann, Raymond Bradley e Malcom Hughes. Il grafico assume un significato politico assoluto nel 2001 quando diventa l’architrave del terzo Rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i mutamenti climatici (Ipcc), oltre a figurare in centinaia di documenti istituzionali e politici che sostengono la necessità di tagliare drasticamente le emissioni di gas serra.
Va precisato che l’andamento delle temperature indicate nel grafico è una ricostruzione che utilizza varie fonti di dati: misuriamo le temperature a partiredal 1850, per cui per ricostruire quelle precedenti si è dovuto ricorrere ai cosiddetti proxy, ovvero a temperature ricavate dagli anelli degli alberi o a microrganismi contenuti nei sedimenti lacustri e marini.
Ma al di là dei tecnicismi, resta il fatto che la ricostruzione di Mann e colleghi dimostra un andamento pressoché piatto delle temperature fra l’anno 1000 e gli inizi del secolo scorso, dopo di che sale inesorabilmente con una curva molto ripida. È quindi un segno evidente che le attività umane sono responsabili, attraverso le emissioni di gas di serra, di questo precipitoso aumento. Da un punto di vista strettamente politico è la pezza d’appoggio scientifica che giustifica il Protocollo di Kyoto e qualsiasi altro programma di mitigazione seguirà.
La controversia sulla solidità di questa ricostruzione inizia nel 2003 quando un consulente minerario canadese, Stephen McIntyre, la sfida apertamente sostenendo che è viziata da artefatti dovuti a calcoli sbagliati e a dati inaffidabili. Negli anni che seguono si scatenerà un intenso dibattito con decine di lavori pubblicati pro o contro, contesa destinata a restare nell’ambito degli addetti ai lavori. Si occuperanno del caso molte istituzioni accademiche fra cui il National Research Council e la National Academy of Sciences statunitense, oltre a un sottocomitato del Senato americano ed associazioni disciplinari. Il gruppo originario del 1998 nel frattempo recluta altri ricercatori, viene ribattezzato “The Team” e diventa l’anima “tecnica” del gruppo di esperti dell’Ipcc che realizza la parte scientifica del rapporto redatto ogni quattro anni dall’agenzia dell’Onu. Insomma parliamo di climatologi sulla cresta dell’onda che pubblicano su riviste a grande fattore di impatto e hanno un peso notevolissimo anche nell’influenzare le politiche nazionali sulla mitigazione del clima.
Ora però la credibilità di questo gruppo è duramente messa alla prova dalla pubblicazione di un migliaio di mail, che un hacker avrebbe trafugato dal server dell’Università della East Anglia in Gran Bretagna. Anche se l’ipotesi più probabile è che sia stato un ricercatore del gruppo, e non un hacker, a trafugare la documentazione. Il materiale “piratato” è stato appoggiato su un server russo dove generalmente il popolo della rete si collega per scaricare gratuitamente programmi craccati.
Più di mille mail sono oggi disponibili e alcune lasciano sospettare una vera e propria cospirazione per minare la credibilità delle riviste che hanno pubblicato i lavori degli avversari. In un primo momento queste mail sono state definite apocrife, ma siccome potevano diventare un boomerang molti ricercatori chiamati in causa hanno preferito ammettere che sono vere.
È noto da diversi anni, ad esempio, che la temperatura in questo momento non è in crescita, così un ricercatore scrive in una mail: «Sì, non è molto più alta del 1998 e tutto questo mi preoccupa… c’è la possibilità di avere davanti un periodo lungo una decina d’anni con temperature relativamente stabili… forse posso tagliare gli ultimi punti sulla curva prima del mio intervento».
Nel 2008 il solito McIntyre inoltra una domanda utilizzando il Freedom Information Act, un provvedimento che garantisce il libero accesso a dati governativi o istituzionali se non attengono alla sicurezza nazionale. La notizia si sparge e immediatamente dopo c’è un fitto scambio di missive in cui si chiede di cancellare la corrispondenza sull’argomento.
Ma questo è il meno, le mail più preoccupanti - e sono decine - sono quelle che indicano i modi per aggiustare i dati che non convergono con l’interpretazione del Team.
Questa patata bollente arriva in una fase abbastanza delicata: da una parte manca poco al meeting di Copenaghen dove si discuterà di un Kyoto II che ha già un bel po’ di guai, dall’altra diversi gruppi scientifici stanno lavorando al prossimo rapporto dell’Ipcc dove non si potranno truccare le carte come in passato.
Un altro nodo sarà il comportamento delle riviste scientifiche che hanno pubblicato i lavori “addomesticati” e che ora riceveranno non poche contestazioni.
Lo scandalo è certamente di enorme portata perché solleva molti dubbi sull’onesta scientifica del gruppo più influente del settore, ma siccome questi ricercatori hanno lavorato con finanziamenti pubblici c’è anche il rischio che si apra una inchiesta federale.
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Scienziati "negazionisti" contro "catastrofisti"
«SUL CLIMA DATI FALSIFICATIi»
HACKER SCOPRE I TRUCCHI DEGLI SCIENZIATI
Paolo Valentino, Corriere della Sera, 22 novembre 2009
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Gli scettici sul riscaldamento del clima sono in piena euforia. Convinti di aver colto con le mani nella marmellata i profeti di sciagure e gli sciamani del global warming. In pieno negoziato per non far fallire il vertice di dicembre a Copenaghen, lo scandalo dei dati ritoccati rivelato ieri dal New York Times fa riesplodere la disputa pubblica sui danni veri o presunti causati dai gas serra alla sostenibilità climatica del pianeta. Gridano alla truffa i negazionisti, rispondono con uguale veemenza i teorici della responsabilità umana, invocando l’enorme quantità di dati a sostegno delle loro tesi. Qualche dubbio sulla qualità della ricerca rimane. Soprattutto ora, che centinaia di e-mail, rubate da pirati telematici dai computer della University of East Anglia, in Gran Bretagna, rivelano che autorevoli ricercatori e scienziati inglesi e americani hanno spesso «forzato» e in qualche caso alterato i dati in loro possesso, per combattere gli argomenti degli scettici, concordando vere e proprie strategie di comunicazione per convincere l’opinione pubblica. Non mancano nella corposa corrispondenza riferimenti derisori e insulti personali a quanti mettono in dubbio la tesi del global warming, che uno degli autori delle mail definisce «idioti». «Questa non è una pistola fumante, è un fungo atomico », ha detto al quotidiano newyorkese Patrick Michaels, un esperto climatico che da tempo accusa il fronte del surriscaldamento di non produrre prove certe e dati convincenti a sostegno delle tesi catastrofiste.
LA SCOPERTA - La scoperta dell’incursione è avvenuta martedì scorso, dopo che gli hackers erano penetrati nel server di un altro sito, un blog gestito dallo scienziato della Nasa Gavin Schmidt, dove hanno cominciato a scaricare i file degli scambi di posta elettronica tra questi e gli studiosi di East Anglia. Due giorni dopo, le prime mail hanno cominciato ad essere pubblicate su The Air Vent, un sito dedicato agli argomenti degli scettici. La polizia ha aperto un’indagine, anche se i primi dubbi sull’autenticità della posta sono stati sciolti dagli stessi scienziati anglo-americani, che hanno confermato di essere gli autori. «Il fatto è che in questo momento non possiamo dare una spiegazione alla mancanza di riscaldamento ed è una finzione che non possiamo permetterci», scriveva poco più di un mese fa Kevin Trenberth, del National Center for Atmospheric Research di Boulder, in Colorado, in una discussione sulle recenti variazioni atipiche della temperatura. Ancora, nel 1999, Phil Jones, ricercatore della Climate Unit a East Anglia, ammetteva in un messaggio al collega Michael Mann, della Pennsylvania State University, di aver usato un «trick», un accorgimento per «nascondere il declino» registrato in alcune serie di temperature dal 1981 in poi.
GIUSTIFICAZIONI - Mann ha cercato di sminuire il significato del termine trick, spiegando che è parola spesso usata dagli scienziati per riferirsi a «un buon modo di risolvere un determinato problema» e non indica una manipolazione. Nel caso specifico, erano in discussione due serie di dati, una che mostrava gli effetti delle variazioni di temperatura sui cerchi dei tronchi degli alberi, l’altra che considerava l’andamento delle temperature atmosferiche negli ultimi 100 anni. Nel caso dei cerchi degli alberi, l’aumento della temperatura non è più dimostrato dal 1960 in poi, mentre i termometri hanno continuato a farlo fino a oggi. Mann ha ammesso che i dati degli alberi non sono stati più impiegati per individuare la variazioni, ma che «questo non è mai stato un segreto». Secondo Trenberth, le e-mail in realtà mostrano «l’integrità sostanziale della nostra ricerca». Ma per Patrick Michaels, lo scandalo rivela l’atteggiamento fondamentalista dei teorici del global warming, «pronti a violare le regole, pur di screditare e danneggiare seriamente la reputazione di chi vuole solo un onesto dibattito scientifico ».
Una "bomba" riportata da molti giornali in tutto il mondo ma nelle pagine interne, cosicché il largo pubblico l'ha persa. Sul blog di giovani economisti italiani negli Usa sono riportati alcuni grafici. Ed ecco i siti Climate Monitor, BBC News e Il Foglio, e i blog degli scienziati "scettici" Watts e Beauregard. Per un quadro complessivo di un problema così dibattuto si veda anche la voce di Wikipedia.
Etichette: costume, politica, ricerca, riscaldamento globale
22 aprile 2009
Oggi, Giornata della Terra: retorica, ipocrisia, e inquinanti concerti di massa
Come per l'8 marzo, ricorrenza delle antiche discriminazioni contro le donne, metabolizzata e neutralizzata ormai come banale "festa" commerciale in cui signore e ragazze di tutto il mondo, e anche i loro parenti e fidanzati, vanno in pizzeria e si fanno regali (e ti pareva che non si risolveva tutto nella furbata commerciale e consumistica, addirittura antifemminista, perché siamo noi maschi galanti a fare i regali alle donne, a cominciare dai fiori di mimose, che all'improvviso spogliano alberi bellissimi!), così per le varie "feste dell'ambiente", "dell'ecologia", "della Terra", siamo ormai al ridicolo più spudorato.Non c'è bisogno di nuove "feste" o "Giornate", che creano facili miti e stanche abitudini, ma più laicamente d'una attività silenziosa e quotidiana di tutti i cittadini, con l'esempio di amministratori e politici. Visto che la famiglia non funziona, le scuole dovrebbero educare i ragazzi non alla retorica della Natura, ma ad una vita quotidiana davvero naturale. Cosa che nessuno fa e nessuno propone, anche perché coloro che dovrebbero proporla, gli "ecologisti", vivono esattamente come tutti. E così si perpetuano i vecchi (Destra) e nuovi (Sinistra) sprechi, i vecchi (Destra) e nuovi (Sinistra) consumismi, magari l'inutile e furbo "shampoo alla vitamina E", vitamina che non si può assimilare attraverso la cute ma andrebbe semmai ingerita (Destra), o la maglietta alla moda firmata con uno slogan finto-ecologico o con l'immagine d'un personaggio dello spettacolo, "testimonial" finto-verde ricco e figo (Sinistra).
Invece, una ricorrenza nata per ricordare agli Stati e ai cittadini che la Terra va difesa giorno per giorno, non a parole, bensì con uno stile di vita naturale, salutistico e non aggressivo verso l'ambiente e gli altri cittadini, cioè con scelte individuali razionali e consapevoli, e con leggi e programmi pubblici che queste scelte facilitino, è diventata una buffonata rumorosa e inquinante, che finisce in gloria con tanto di assurdi concerti rock.
Che cos'è, una captatio benevolentiae verso un pubblico "giovanile" che si immagina rozzo e incapace, dedito solo agli stadi di calcio e alle adunate di musicaccia, e che quindi va contattato solo attraverso questi suoi due "argomenti", gli unici per lui comprensibili? E non è questo realismo mediatico un sottile disprezzo razzistico?
Ma che c'entra poi, anche stilisticamente? Oltretutto, se c'è una musica inquinante dal punto di vista acustico, energetico e ambientale, è proprio il rock. Perfino la sua origine è artificiale e assimilabile ai rifiuti tecnologici: musica di consumo ultra-commerciale inventata a tavolino dagli editori discografici americani, una derivazione di una imitazione di una semplificazione della musica para-jazzistica, cioè il rhythm & blues di Kansas City. Insomma, tra le tante musiche possibili, proprio la meno naturale in assoluto. Quindi, il peggio. Ma poi le modalità dell'ascolto: la folla, l'eccesso di rifiuti, lo spreco di energia elettrica, il rumore inquinante dei concerti rock all'aperto, pongono problemi seri proprio a quella Terra che con grande faccia tosta (di tolla, o di bronzo) si dice di voler proteggere*.
Questo fa capire che razza di retorica furba, politica e buffonesca sono queste ricorrenze, che ormai solo i club pseudo-ecologisti e di potere, e le ingenue maestre elementari, ricordano. Mentre tutt'intorno, l'uomo-massa e gli stessi pseudo-ecologisti furbacchioni vivono proprio come tutti e come sempre, usando la loro automobile e-o il SUV da cafoni anche quando non è utile (al massimo, i Fantozzi più ipocriti, issandovi sopra la costosissima bici al titanio), accendendo i loro tre telefonini, vestendo le magliette firmate che sono esattamente uguali a quelle anonime, mangiando da schifo, inquinando, sprecando acqua da bere per la toilette o per lavare l'auto, accendendo il lava-biancheria per tre camicie, (non) frequentando la Natura, (non) risparmiando energie, insomma vivendo malamente proprio come tutti gli altri. Da perfetti moderni stupidi à la page.
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* Sia chiaro, poiché sono note le mie simpatie per il jazz e, in subordine, per la musica classica, tengo a precisare per onestà che direi cose analoghe, anche se meno forti, se i concerti all'aperto fossero classici o jazzistici, e perfino se poco amplificati. Come infatti sono contrarissimo alle buffonate snob dei concerti di musica sinfonica o jazz sui prati e tra i boschi delle Alpi, che sembrano inventati da menti nevrotiche ossessionate dal cosiddetto "silence de la Nature", in realtà inesistente, gente che odia il fremito del vento, il cinguettare degli uccelli e il rumore delle fronde, cioè il bellissimo e complesso "suono della Natura".
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19 dicembre 2008
Eolico, mafia e soldi al vento. “Su imbrogli e saccheggio del territorio indaghi l’Antimafia”.
L'energia eolica, che consiste in pratica in altissime torri che deturpano per sempre il bellissimo paesaggio delle montagne del Centro-Sud d’Italia, collegate fin sulla cresta da enormi strade adatte ai TIR e sorrette non solo da profonde e inamovibili fondamenta di cemento armato ma soprattutto dai contributi di Stato a carico dei cittadini (bollette elettriche), è di per sé criminogena. Altro che energia “pulita”! E’ ormai provato: l’eolico e la mafia sono ormai collegati, come si temeva e avevamo anticipato già da anni. Il maggiore motore di ricerca, Google, offre su questo binomio ben 79.800 documenti. Oggi. Nei prossimi mesi e anni ci saranno migliaia di pagine e documenti in più. Perfino Le Monde ne ha parlato, dando risalto agli arresti di Avellino e alla vicenda Vigorito, presidente dell’Anev. Dopo l'inchiesta in più puntate apparsa sul Financial Times che trovate sul bellissimo sito "Via dal vento". E l’anno scorso aveva colpito la pubblica denuncia di un "addetto ai lavori" delle installazioni eoliche, l'amministratore delegato di Maestrale Green Energy, Carlo Durante, sulla commistione tra criminalità e i soldi facili fuori mercato delle fonti rinnovabili.
E come sempre la nostra Italia, per l’incoscienza della sua classe politica e la corruzione di molti cittadini, viene ingiustamente screditata all’estero. Che è forse il proposito che si nasconde nell’inconscio di quelli che sono soliti sputare sullo Stato italiano, i soliti che "si vergognano di essere italiani" per ogni futile motivo (quando invece dovrebbero vergognarsi di se stessi), dei neo-borbonici che maledicono Garibaldi e i Savoia ma non fanno nulla per cercare almeno di fare pulizia attorno a sé nelle città del nostro Sud.
Quel che è certo, è che i vari Governi di Destra e Sinistra che con provvidenze legislative hanno puntato stoltamente sull’energia eolica in un’Italia che ha poco vento e molte bellezze montane proprio al Sud, se la sono proprio cercata. Anche uno stupido avrebbe capito che nel Sud quelle facilitazioni ad un eolico senza vento e senza redditività sarebbero state un invito a nozze per la malavita organizzata dei colletti bianchi e per i ceti parassitari che vivono alle spalle delle amministrazioni locali e della para-politica. E intanto la distruzione del territorio non si è arrestata. Riportiamo la denuncia del deputato europeo Musumeci così come l’ha trasmessa l’agenzia AGI (Palermo 19 dic. Rap Mzu 221430 dic 08):.ENERGIA: LA DESTRA, L'ANTIMAFIA INDAGHI SU EOLICO IN SICILIA
"I parchi eolici in Sicilia sono stati più utili agli speculatori che ai siciliani". Lo ha affermato nel corso di una conferenza stampa a Catania l'eurodeputato Nello Musumeci, vicesegretario nazionale de la Destra. "Nella giornata di sabato - ha detto Musumeci - abbiamo inoltrato una richiesta formale alle commissioni Antimafia nazionale e regionale perché c'è il serio sospetto che dietro il business dell'energia eolica si nascondano interessi mafiosi. Non bisogna dimenticare, infatti, che in Sicilia il Comune di Vicari è stato sciolto per inquinamento malavitoso proprio all'indomani dell'approvazione di un concessione per un parco eolico. E la magistratura non ha risparmiato il suo intervento anche in Calabria e in Puglia".
"Musumeci ha sostenuto che "l'assenza dello strumento di pianificazione ha consentito di realizzare parchi eolici accanto a siti di valore culturale, da quelli riconosciuti dall'Unesco, in provincia di Catania e di Ragusa, alla zona di Segesta. Per privilegiare un interesse economico - ha proseguito - si è vanificato il paesaggio, che è un bene culturale dichiarato da tutte le leggi nazionali, ed è incomprensibile che la realizzazione dei parchi non abbia tenuto conto delle ragioni di impatto ambientale".
"L'eurodeputato ha ricordato che "le università siciliane hanno consegnato il Piano richiesto dal governo regionale oltre cinque anni fa. Da allora non si è fatto nulla e, in assenza di regole, il territorio dell'Isola è stato saccheggiato". Il vicesegretario nazionale de la Destra ha segnalato che "alcuni impianti non sarebbero, peraltro, collegati alla rete elettrica, e le pale girerebbero solo per lucrare i fondi europei".
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