07 giugno 2011
La ricetta Hack: no centrali, sì ricerca sul nucleare, molte rinnovabili e risparmio
Siamo perfettamente d’accordo con Margherita Hack: "Non è necessario né economico puntare sulla costruzione di centrali nucleari in Italia, ma la ricerca in questo campo va continuata. E' preferibile sviluppare al massimo la ricerca sulle rinnovabili e migliorare l’attenzione al risparmio energetico". Con un articolo scritto per MicroMega, che riportiamo qui di seguito, la Hack precisa il suo pensiero sulle scelte energetiche che attendono l’Italia nei prossimi anni.
Nel frattempo la Corte di Cassazione ha confermato il referendum del 12 e 13 giugno, anche dopo la legge governativa che faceva macchina indietro sul programma nucleare al puro scopo di evitare il voto popolare, restituendo così ai cittadini il diritto di manifestare la propria volontà sul futuro ambientale ed energetico del Paese.
La astrofisica Margherita Hack, progressista, ambientalista e vegetariana, certamente la scienziata più amata e seguita in Italia, insieme con Umberto Veronesi, non ha mai nascosto il suo parere favorevole al nucleare. E tuttavia, a nessuno, neanche agli ecologisti più ultras, è mai passato per la testa di contestarla. Anzi resta sempre un emblema, un personaggio carismatico. Tale è il rispetto che si ha per lei, per la sua personalità, la sua schiettezza, la sua onestà intellettuale. “Il referendum sul nucleare va fatto. Si deve rispettare la volontà del popolo – ha dichiarato la Hack – Non sono d’accordo sull’apertura in Italia di nuovi siti, ma sono fermamente convinta che la ricerca sul nucleare debba in ogni caso continuare”. Intendendo evidentemente per ricerca quella che si indirizzi in un futuro ad un nucleare meno rischioso, magari con nuove tecnologie e combustibili. “Il nucleare oggi in Italia non è necessario – aveva continuato – ma non si deve interrompere la ricerca. In futuro, l’energia sarà necessaria quindi non si può rimanere indietro. E’ paradossale che Carlo Rubbia sulla ricerca nucleare sia costretto a lavorare in Spagna. Si deve lavorare e insistere sulla fusione e cercare un combustibile nucleare che abbia una vita più breve di quella dell’uranio, con scorie che durino meno. Non serve aprire impianti, ma continuare a fare ricerca, anche sulle rinnovabili, è fondamentale”. Ma torniamo all’articolo che Margherita Hack ha scritto per MicroMega. NICO VALERIO
“Sono molti coloro che mi conoscono per persona di sinistra e ambientalista che si meravigliano che mi sia dichiarata a favore dell’energia nucleare. Occorre quindi qualche chiarimento, in base ad argomenti razionali e non emotivi.
Prima di tutto l’energia non è né di destra né di sinistra. La richiesta di energia va continuamente crescendo, soprattutto da parte delle grandi economie emergenti: Cina, India, Brasile. Un intero continente come l’Africa sta ancora dormendo, ma anch’essa si sveglierà, grazie anche a quel potente fattore di globalizzazione che è Internet. Petrolio e metano vanno esaurendosi, il carbone, molto più abbondante, è anche fortemente inquinante. Bisogna evitare scelte emotive, in conseguenza di disastri come quello di Chernobil e ora del Giappone.
L’Italia è quasi completamente dipendente dall’estero per il suo approvvigionamento energetico; compriamo petrolio e metano dalla Libia, dall’Ucraina, energia nucleare dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Slovenia; siamo circondati da centrali nucleari dei paesi confinanti (59 in Francia, 5 in Svizzera, una in Slovenia) e se un disastro succedesse a loro, noi ne avremmo gli stessi danni senza averne avuto i vantaggi.
Io credo che dovremmo comunque non interrompere la ricerca sul nucleare. Se tutte le volte che l’uomo ha scoperto una nuova applicazione della scienza, si fosse fermato al primo inci-dente, saremmo ancora all’età della pietra e non avremmo mai messo piede sulla Luna. Se dopo la scoperta del fuoco, lo si fosse abbandonato dopo il primo incendio della nostra foresta, saremmo ancora nel freddo e buio delle caverne, se dopo la caduta del primo aereo avessimo bloccato la ricerca, l’aviazione non sarebbe mai decollata. D’altra parte da tutti i fallimenti si impara e si progredisce.
La rinuncia al nucleare, decisa in seguito al referendum del 1987 secondo varie stime di e-sperti dell’Enel sarebbe costata all’Italia 120000 miliardi di lire. Inoltre il costo dell’energia elettrica, superiore del 40% a quello della media europea è una delle cause della perdita di competitività che ha colpito l’Italia dal 1990.
Certo che i disastri nucleari possono colpire gran parte del pianeta. Perciò, dato che si parla tanto del villaggio globale, il problema della sicurezza e in particolare quello delle scorie, andrebbe risolto in modo globale, con la collaborazione di tutti, anche se mi rendo conto che è un’utopia. Questo è stato tentato a livello europeo per quanto riguarda il grave problema dello smaltimento delle scorie. Così le centrali nucleari dovrebbero essere situate solo in regioni sicure dal punto di vista sismico e degli tsunami e disposte a vendere energia a basso costo ai paesi che per ragioni geofisiche non possono metterle sul loro suolo. E anche, aggiungerei, in paesi più seri del nostro, in cui anche smaltire la spazzatura di Napoli diventa un problema, e in cui sembra impossibile evitare infiltrazioni della criminalità organizzata.
Perciò ritengo che la ricerca deve continuare, anche sperimentando l‘impiego di combustibili nucleari che abbiano una vita media più corta dell’uranio, un campo in cui mi sembra sta lavorando uno dei maggiori esperti in campo mondiale, il premo nobel Carlo Rubbia; che la tecnologia nucleare sarà in futuro necessaria, ma prima è auspicabile che si faccia ricorso in modo molto più massiccio alle energie rinnovabili e si attui in modo molto più efficace il risparmio energetico.
Le fonti rinnovabili sono: 1) la solare, nelle applicazioni termiche (pannelli solari) e fotovol-taiche, già in uso ma ancora troppo poco diffuse, e termodinamica, ancora in fase sperimentale. Tutte andrebbero incentivate e soprattutto la ricerca sulla forma più efficiente, la termodinamica, che si sta sperimentando dal 2007 nella centrale di Priolo Gargallo (Siracusa) col progetto Archimede; 2) l’eolica, con il primo impianto del 1984. Si prevedeva di produrre per il 2000 una potenza eolica di 600 megawatt, mentre nel 2004 si era arrivati a produrre 5 megawatt, per le varie discussioni e tentennamenti di origine sia politica che tecnica. Con la politica degli incentivi si è ora arrivati con 10 anni di ritardo a produrre più di 500 megawatt, mentre l’eolico in Germania produce più di 16000 megawatt, 8000 la Spagna e 3000 la Danimarca. In Italia si assiste a continui frenamenti sia da parte dei difensori del paesaggio, sia per le lungaggini burocratiche; 3) la classica idroelettrica; 4) la geotermica; 5) quella da biomasse, biogas, rifiuti.
Tutte insieme le rinnovabili hanno fornito circa il 17% dell’energia prodotta in Italia nel 2008, ma il contributo del solare (nel paese del sole) è stato solo dello 0,06% e quello eolico dell’1,4 %, mentre la classica idroelettrica ha dato più del 12%. Gran parte di questi dati sono stati raccolti e pubblicati da Marzio Bellacci nel suo libro “Italia a lume di candela” (Edizioni L’asino d’oro, 2010).
Da tutti questi dati si può concludere che è necessario incrementare la ricerca e gli incentivi per il solare. Un dato positivo è rappresentato dal decreto interministeriale del 5 maggio scorso che prevede incentivi per gli impianti fotovoltaici che entrino in funzione dopo il 31 maggio 2011 e fino al 31 dicembre 2016.
Un altro dato interessante è fornito da un articolo di Edo Ronchi, ex-ministro dell’ambiente, pubblicato il 24 giugno 2010 su Milano Finanza in cui mostra che in realtà il fabbisogno italiano di energia, grazie al risparmio energetico e ai miglioramenti dell’efficienza degli impianti, è diminuito nel 2009 rispetto al 2008 di 22 miliardi di chilowattore pari al 6,4%.
Tenuto conto dei prevedibili crescenti sviluppi delle centrali di energia rinnovabile, si può concludere che non è necessario né economico puntare sulla costruzione di centrali nucleari, e pur raccomandando di non abbandonare la ricerca in questo campo, sbaglio che fu fatto dopo il referendum e l’emotività dovuta all’incidente di Chernobil, è preferibile sviluppare al massimo la ricerca sulle rinnovabili, seguendo l’esempio della Germania, o addirittura della Svezia, che pur avendo tanto meno sole di noi, utilizzano molto di più l’energia solare ed eolica.
In conclusione: no alla costruzione di centrali nucleari oggi in Italia, ma sì alla ricerca sull’energia nucleare, senza demonizzarla, in previsione di un futuro, forse ancora lontano, in cui anche questa sarà necessaria, e dovremo imparare a dominarne i rischi; incentivare la ricerca e la costruzione di impianti eolici e fotovoltaici, migliorare l’attenzione al risparmio energetico, sia con costruzioni ecologiche che riducano al minimo la necessità di riscaldamento d’inverno e condizionatori d’estate (proprio il contrario di quei grandi palazzoni tanto di moda, con le pareti di vetro, serre d’estate e frigoriferi d’inverno), sia con l’attuazione al 100% della raccolta differenziata dei rifiuti, un fine facilmente raggiungibile ma da cui siamo ancora molto lontani. MARGHERITA HACK
Etichette: crisi energetica, energia, energie alternative, eolico, inquinamento, nucleare, risparmio energetico, solare
26 marzo 2011
Leggende nucleari. Le importazioni di elettricità reali e il fabbisogno energetico
Ma è vero che l'Italia importa dalla Francia una notevole quantità di elettricità proveniente da centrali nucleari? E' questo un argomento molto usato in queste settimane dai fautori delle centrali nucleari sul nostro territorio. Ecco un articolo che sulla base dei dati forniti dal gestore elettrico Terna intende fare chiarezza. E' chiaro che se trovassimo una tesi contraria sul medesimo argomento sarà nostro dovere pubblicarla:.
LEGGENDE NUCLEARI. TUTTA LA VERITA' SUL FABBISOGNO ENERGETICO NAZIONALE
Dalle centrali atomiche francesi l'Italia importa solo l'uno per cento dell'elettricità totale che consuma
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“Che senso ha continuare a snobbare il nucleare? Alla fine lo importiamo dalla Francia, tanto vale portarcelo in casa”. Lo sentiamo ripetere come un mantra ogni volta che si tocca la questione dell’atomo. Ma è veramente così? E se lo è, quanto pesa effettivamente l’energia atomica francese sul totale del nostro fabbisogno energetico? Per capirlo basta armarsi di pazienza e fare due calcoli. Partiamo dal “fabbisogno nazionale lordo” e cioè dalla richiesta totale di energia elettrica in Italia. Nel 2009, secondo i dati pubblicati da Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale, è stato pari a circa 317.602 Gwh (Gigawatt/ora all’anno). Di questi, circa 278.880 Gwh (87,81%) sono stati prodotti internamente, in buona parte da centrali termoelettriche (77,4% delle produzione nazionale) che funzionano principalmente a gas (65,1% del totale termoelettrico), carbone (17,6%) e derivati petroliferi (7,1%): combustibili fossili, in larga parte importati. Il gas, che è la fonte più rilevante nel mix energetico italiano, arriva per il 90% dall’estero, soprattutto da Algeria (34,44% del totale importato), Russia (29,85%) e Libia (12,49%). La parte di fabbisogno non coperta dalla produzione nazionale viene importata, tramite elettrodotti, dai paesi confinanti.
In tutto, nel 2009, sempre secondo i dati di Terna, abbiamo acquistato dall’estero circa 44.000 Gwh di energia, al netto dei 2.100 circa che abbiamo esportato. 10.701 Gwh ce li ha ceduti la Francia, 24.473 la Svizzera e 6.712 la Slovenia. Tre paesi ai nostri confini che producono elettricità anche con centrali nucleari. In base ai dati pubblicati dalla Iaea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), la Francia produce il 75,17% dell’elettricità con il nucleare, la Svizzera il 39,50% e la Slovenia circa il 38%. In termini di Gwh questo significa che importiamo circa 8.000 Gwh di energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari francesi, 9.700 Gwh dalle centrali svizzere e 2.550 Gwh dall’unica centrale slovena. Quanto pesa quindi il nucleare estero sul fabbisogno italiano? Il conto è presto fatto. Basta dividere i Gwh nucleari importati mettendo a denominatore il fabbisogno nazionale lordo. Si scopre così che solo il 2,5% del fabbisogno nazionale è coperto dal nucleare francese, il 3,05% dal nucleare svizzero e lo 0,8% da quello sloveno.
In realtà, se si considera il mix medio energetico nazionale calcolato dal Gestore servizi energetici (GSE) in collaborazione con Terna, la percentuale di energia nucleare effettivamente utilizzata in Italia è pari ad appena l’1,5% del totale. Se si scompone il dato, si scopre che il nucleare francese pesa per circa lo 0,6% sul mix energetico nazionale. Ma c’è un’altro dato da considerare. Consultando i dati pubblicati da Terna si scopre infatti che l’Italia dal punto di vista energetico è tecnicamente autosufficiente. Le nostre centrali (termoelettriche, idroelettriche, solari, eoliche, geotermiche) sono in grado di sviluppare una potenza totale di 101,45 GW, contro una richiesta massima storica di circa 56,8 GW (picco dell’estate 2007). Perché allora importiamo energia dall’estero? Perché conviene. Soprattutto di notte, quando l’elettricità prodotta dalle centrali nucleari, che strutturalmente non riescono a modulare la potenza prodotta, costa molto meno, perché l’offerta (che più o meno rimane costante) supera la domanda (che di notte scende). E quindi in Italia le centrali meno efficienti vengono spente di notte proprio perché diventa più conveniente comprare elettricità dall’estero.
“E se dovesse succedere un incidente in una delle centrali dei paesi confinanti?”. Beh, non ci sarebbe da rallegrarsi, ma ancora una volta i dati possono esserci (un po’) di conforto. Le tre centrali nucleari più vicine all’Italia sono in Francia a Creys-Malville (regione dell’Isère), in Svizzera a Mühleberg (vicino a Berna) e in Slovenia a Krško, verso il confine con la Croazia. Creys-Malville è a circa 100 Km in linea d’aria dalla Valle d’Aosta, a 250 Km da Torino e a 350 Km da Milano. Mühleberg dista circa 100 Km dal confine piemontese e 220 Km da Milano. Krško è a 140 Km da Trieste. Ammesso che si possa usare come riferimento il disastro di Černobyl‘, in caso di incidente sembra che la più alta esposizione alle radiazioni si verifichi nel raggio di 30-35 chilometri dal reattore. Quindi nelle nostre valli alpine e nelle grandi città del nord si possono dormire ancora sonni abbastanza tranquilli rispetto all’eventualità che si costruisca un reattore dentro i confini nazionali.
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05 giugno 2010
Un mare di petrolio e crisi economica: ecco la Giornata mondiale dell’Ambiente
TRADIMENTI – "Troppi i tradimenti perpetrati dall’uomo nei confronti dell’ambiente, negli ultimi tempi", continua l’articolo intitolato "Riflessione sui "tradimenti" alla natura" (Corriere della Sera online, 4 giugno). "Nel Golfo del Messico, da oltre un mese, la Bp tenta di arginare il fiume di petrolio che sgorga dal fondo (un milione di litri al giorno), risultato di un incauto sfruttamento delle risorse naturali. Tutti fanno voti che il quarto tentativo di tappare la bocca del pozzo fuori controllo abbia successo, come sembra dalla prime dichiarazioni; in caso contrario la marea nera, trasportata dalle grandi correnti oceaniche, potrebbe diffondersi in tutto l’Atlantico, e il disastro balzare dalla scala locale a quella planetaria. Per restare in Messico, a Cancun, fervono i preparativi della prossima conferenza mondiale sui cambiamenti climatici (29 novembre-10 dicembre) che ha all’ordine del giorno la formulazione di un nuovo Protocollo per la tutela dell’atmosfera e del sistema climatico. Dopo il clamoroso flop dell’anno scorso a Copenaghen, le attese che il vertice di Cancun possa dare continuità ai patti di Kyoto, rilanciando un programma condiviso di riduzione dei gas serra, sono alte. Ma il persistente stallo dei negoziati, proseguiti nel frattempo a Bonn, non lascia ben sperare: Stati Uniti da una parte, Cina India e altri Paesi in rapido sviluppo dall’altra, non sembrano ancora maturi per entrare a pieno titolo nel meccanismo degli impegni di riduzione vincolanti. E mentre incombe la scadenza dell’attuale trattato climatico (2012), già si parla di rinviare la decisione al successivo vertice del Sud Africa.
BIODIVERSITÀ – "Non vanno tanto meglio le cose – continua Foresta Martin – sul fronte delle iniziative per limitare la perdita di biodiversità, cioè la scomparsa delle specie viventi provocata dall’impatto delle attività umane sugli ecosistemi: tema al centro del Wed di quest’anno. Le più recenti valutazioni degli esperti in biodiversità parlano di un’accelerazione del tasso di estinzione, che avrebbe ormai superato di alcune migliaia di volte quello dovuto ai soli fattori naturali. Su circa cento milioni di specie esistenti sul pianeta, almeno diecimila ogni anno starebbero scomparendo a causa del nostro sviluppo non sostenibile. Con questo pesante fardello di colpe sulle spalle, le Nazioni Unite intendono fare della giornata mondiale dell’ambiente qualcosa di più che la solita passerella di celebrazioni retoriche: piuttosto un’opportunità per informare l’opinione pubblica mondiale sulle azioni concrete di riparazione in atto da parte dei vari organismi ambientali e, soprattutto, per svolgere campagne educative rivolte ai giovani.
RISORSE - "Bisogna aver chiaro che tutto l’impianto degli ecosistemi planetari genera risorse e servizi per lo sviluppo dell’umanità valutati, in termini economici, più di 70 mila miliardi di dollari ogni anno", ha dichiarato il direttore generale dell’Unep Achim Steiner, alla vigilia del Wed a Kigali (Ruanda). "Ne consegue che la cattiva gestione o l’aggressione agli ecosistemi può avere effetti economici negativi ben più gravi dell’attuale crisi economica. Gli investimenti per il recupero degli ecosistemi naturali offesi sono da considerare un necessario investimento redditizio, piuttosto che un onere passivo".
AZIONI – "Il responsabile dell’Unep ha pure annunciato una serie di azioni di successo attualmente in fase di sviluppo in varie località del mondo, con il concorso di programmi ambientali nazionali e internazionali. Per esempio, in Ruanda, Congo e Uganda, norme e controlli più severi attuati nei territori montani in cui vivono i gorilla resi famosi dalla zoologa Dian Fossey (e dal film interpretato da Sigourney Weaver), hanno fermato la strage di questi animali, i quali stanno incrementando la loro popolazione. Il loro territorio, trasformato in stupendi parchi naturali, è ora meta di pellegrinaggio di turisti e studiosi da tutto il mondo. A Istanbul in Turchia, nell’arco di due decenni il sistema di depurazione delle acque, prima riservato a poche centinaia di migliaia di abitanti, è stato esteso a 9 milioni di cittadini (il 95% della popolazione), determinando la rinascita di corsi d’acqua superficiali e sotterranei che erano diventati inutilizzabili a causa dell’inquinamento. In India e in Vietnam il recupero di migliaia di ettari di terreni popolati da mangrovie (formazioni vegetali dei litorali bassi), ha riacceso la vita animale e vegetale, con vantaggi economici enormi per l’industria alimentare locale.
UNEP – "Istituita nel lontano 1972, contestualmente alla fondazione del Programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep, United Nation Environment Programme), la Giornata mondiale dell’ambiente viene celebrata contestualmente in molte capitali e città del mondo, ma ha come principali punti di riferimenti due vertici internazionali, uno a Kigali, nella capitale del Ruanda, l’altro a Pittsburgh, negli Stati Uniti. A Kigali il direttore dell’Unep, oltre a presentare il rapporto sul recupero della biodiversità intitolato Dead Planet, Living Planet: Biodiversity and Ecosystem Restoration for Sustainable Development, presenzia a una suggestiva cerimonia di battesimo dei gorilla di montagna. A Pittsburgh la maggior parte delle relazioni presentate ha come il tema dominante l’idrosfera del nostro pianeta e la necessità di preservarla dall’aggressione dei prodotti inquinanti: un tema quanto mai attuale, che era stato scelto prima del disastro petrolifero nel Golfo del Messico. In Italia le iniziative del Wed sono indirizzate prevalentemente agli studenti, con il lancio da parte delle ministre Gelmini e Prestigiacomo di un progetto da un milione di euro riservato alle scuole per realizzare progetti di educazione ambientale".
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18 aprile 2010
Toilette e sprechi energetici. No alla carta igienica che distrugge gli alberi e ci lascia tutti sporchi.
A proposito di uomini (con la minuscola), che pensare di una Civiltà che va avanti a Ipod e Gps ma non ha ancora risolto il secolare problema delle minzioni casalinghe di noi maschi? E meno male che secondo le donne siamo i padroni del Mondo. Inutile che ridacchiate: non è previsto nessun apparecchio specifico.
Certo, in commercio, esiste, ma solo per scuole, caserme, conventi ed altre comunità maschili. Mai in famiglia. Incredibile, ma vero, l’orinatoio, unico insostituibile, ineliminabile, imprescindibile, essenziale, precipuo, doveroso, anzi obbligatorio strumento specializzato atto alla bisogna, non esiste in nessuna casa privata del Mondo tutto. E il maschio che volesse farlo installare dovrebbe vedersela poi con la moglie-madre-nonna-figlia, risolutamente contraria per bizzose ragioni femminili, cioè "estetiche", all'orinatoio incassato nel muro. Insomma, altro che Potere dei Maschi: noi poveretti non abbiamo neanche un luogo dove fare pipì. Segno che non comandiamo un tubo, altroché. Se fosse stato utile alle donne, avreste già visto assemblee vocianti, cortei rumorosi, commissioni incazzate, movimenti estremisti, perfino partiti,"per la difesa della povera donna" cui è impedito il più elementare dei bisogni dopo il cibo. E invece? Di tutt'altra pasta, noi uomini signorilmente, appunto "virilmente", soffriamo in silenzio senza darlo a vedere...
Quel che è certo, ad ogni modo, è che in una ideale Città di Platone o di Tommaso Campanella, saggiamente retta da maschi, vedreste in ogni casa la forma perfetta dell’orinatoio, discretamente incassato nel muro, ora anche autopulibile grazie a una cellula fotoelettrica e chiudibile per la soddisfazione estetica delle donne, che - si sa - badano solo a queste cosette, anziché fondare città, inventare filosofie e redigere Costituzioni. E che si lamentano, ignare di anatomia maschile (il prepuzio impedisce di dirigere il getto di urina dove si vuole), se bambini, giovanotti, maturi o anziani la fanno, spesso sbagliando mira, nella tazza del cesso, che è molto più in basso e quindi adatta solo a chi si siede, quindi alle donne. Tanto che molti anziani, con l’esperienza che viene dagli anni, hanno eletto giustamente a misura di maschio il lavabo. Comunque, anche dopo aver orinato, in qualunque apparecchio sanitario, c'è chi anziché lavarsi usa la carta igienica.
L’ipocrisia, la femminilizzazione dei valori, la crescente “politicamente corretta” svirilizzazione da cui è affetta l’Europa, specie del Centro-Nord (e che sono uno degli elementi della sua decadenza culturale e politica), arriva al punto da costringere l’uomo a orinare seduto, contraddicendo la sua storia e la sua anatomia. In pratica, sono le donne di casa o delle pulizie, e i proprietari di appartamento, a pretendere da familiari o inquilini maschi di orinare seduti come le donne, “per non sporcare”. Ma qualcuno ha mai detto a quegli ottusi che l’anatomia degli uomini è diversa da quella delle donne e che, semmai, la soluzione più logica sarebbe quella di cambiare gli assurdi e anti-fisiologici sanitari in uso, installando pratici orinatoi a parete? Ovviamente, quando ci sono stupidi o prepotenti di mezzo si arriva subito alle questioni legali e alle sentenze (finora sensate), com’è accaduto in Germania.
Il mercato della carta igienica in Europa vale 8,5 miliardi di euro ed è più o meno il 25 per cento del consumo mondiale. Ogni europeo ne consuma in media 13 kg ogni anno, con un consumo totale nell'intera Europa pari a 5,5 milioni di tonnellate, vale a dire 22 miliardi di rotoli di carta igienica. Negli Stati Uniti ogni giorno sono consumati ben 34 milioni di rotoli, per produrre i quali si distruggono ogni anno 221.000 alberi, si consuma un sacco di elettricità e di acqua, e si produce molta anidride carbonica. Un solo rotolo di carta igienica costa, secondo un blog americano, ben 680 grammi di legno, 140 litri d’acqua e 1,3 kW di elettricità (valori, questi ultimi, che sembrano un po’ eccessivi…).E ovviamente anche i famigerati fazzolettini di carta (l' "usa e getta", ahimé, è preso alla lettera. sono gettati per strada e sull'erba dei parchi, e perfino in montagna) e i tovaglioli e rotoli di carta da cucina, oggi molto diffusi, sono un magnifico test di intelligenza per chi li consuma.
La carta igienica, che igienica non è affatto perché non pulisce mai bene lasciando in loco batteri fecali e disgustosi odori, distrugge alberi e intere foreste, perciò alterando addirittura il clima della Terra, visto il ruolo di equilibrio tra ossigeno e anidride carbonica assolto dagli alberi.
E, quello che è più grave, i nuovi consumi di carta igienica dei Paesi orientali, che si affacciano ora al benessere più spensierato, sono già altissimi. Fanno rabbia, perché hanno tutta l’ottusità consumista dei nuovi piccolo-borghesi. Forse la stessa che noi avevamo negli anni Trenta. Quando, appunto, negli Stati Uniti e nel Regno Unito, stupidamente ancora prude, anziché importare dall'Italia i comodi ed economici ma secondo loro "imbarazzanti" bidet, si cominciò a produrre e sprecare carta igienica. Ancora oggi - sembra incredibile - si possono leggere nel Nord America articoli in cui il bidet viene descritto come oggetto "esotico" e peccaminoso..
Quello che non è riuscito a fare neanche l’Occidente capitalistico, perché insieme con l’inquinamento e lo spreco ha prodotto almeno l’ecologia e l’autocritica anti-consumistica per ridurli o evitarli, lo faranno sicuramente l’Oriente e il Sud del Mondo. Aspettiamoci il disastro. A meno che…
A meno che tutti, americani, inglesi, cinesi e indiani, non imparino al più presto – e già sono in enorme ritardo – a lavarsi per bene, usando invece della costosissima e poco igienica carta, acqua e sapone, mediante una delle tante geniali invenzioni della vecchia Italia: il bidet. Nome francese inventato, al solito, dagli italiani esterofili del 700, per dargli dignità e farlo accettare dalle signore Ad ogni modo, quel po’ d’acqua e di sapone, e l’uso di un apposito asciugamano, evitano insieme cattive condizioni igieniche e la distruzione ulteriore del verde. Sporcaccioni di tutto il Mondo, Fantozzi asiatici, arretrati anglosassoni, cafoni del Sud e del Nord, ravvedetevi!
E gli Italiani? Saranno forse più puliti, però sono stupidamente spreconi. Molte donne usano la carta igienica per struccarsi o per altri scopi, e la gettano anziché in un cestino nella tazza, che ai loro occhi è una specie di imbuto senza fondo, un pozzo nero dell'Universo, e tirano lo sciacquone. Questo molte volte al giorno. In un bagno medio italiano le donne e i bambini, entrambi maleducati, tirano lo sciacquone in continuazione: è un'ossessione, una mania. Al di sopra di un livello medio-basso di consumo, l'acqua - che è tutta acqua da bere - andrebbe fatta pagare 10 volte tanto. Ma la stragrande maggioranza degli Italiani, soprattutto delle Italiane, andrebbero rieducati in apposite scuole, visto che manifestano questo atteggiamento strafottente, egoistico e asociale.Ma per limitarsi, diciamo così, all'uso principale della carta igienica? Indovinate che fanno gli Italiani chiusi nel bagno. Prima usano la toilette paper al posto dell'acqua e del sapone (insomma, all'anglosassone), poi i meno sparagnini degli stupidi si lavano anche (all’italiana) sul bidet. Ma i più consumisti degli stupidi fanno addirittura un’intera doccia, sprecando inutilmente molte decine di litri d’acqua, quando col solo bidet basterebbe da mezzo litro ad un litro. Molte donne magari aggiungeranno profumi (alla francese). In pieno sincretismo stilistico, insicuri come sono. Igienismo, salutismo? No, perché tutto questo eccesso fa anche male alla pelle. Ma dico io, si può essere più ecologicamente (e anche logicamente) cretini? Abbiano quel ben di dio che è il bidet, che è un perfetto, geniale, pulitore igienico specializzato, e non lo sappiano utilizzare.
E i famigerati pannolini? Dal 24 aprile al 2 maggio, 14 Paesi sono coinvolti nella Settimana Internazionale del Pannolino Lavabile, un evento di informazione e sensibilizzazione sull’alternativa eco-sostenibile al consumistico e dannosissimo "usa e getta". Tra gli aderenti e promotori della settimana un gruppo di genitori di tutta Italia che consiglia a tutti la "rivoluzione" del pannolino lavabile, e offre consulenza, assistenza e materiale informativo a enti e asili, pediatri e rivenditori. Per almeno quattro motivi:
1. Il pannolino lavabile mette la pelle del bambino a contatto con tessuti traspiranti e assorbenti, invece quello "usa e getta" contiene varie sostanze sintetiche e composti chimici.
2. I pannolini "usa e getta" costano, sommandoli tutti dalla nascita al vasino, 1500-3000 euro (a seconda del modello scelto), contro 150-800 euro per i pannolini lavabili.
3. L’impatto sull’ambiente dei pannolini monouso "usa e getta" è altissimo. Si tratta di prodotti che sprecano risorse preziose (cellulosa, consumo di acqua ed energia, utilizzo di sbiancanti chimici e materie plastiche), destinati a diventare rifiuti che non si possono differenziare e che costituiscono ormai fino al 10% del totale dei rifiuti solidi urbani. In più, per degradarsi totalmente impiegano ben 500 anni.
4. Infine, fare del pannolino lavabile un’abitudine di tutti i giorni è anche un modo per diffondere il messaggio del riutilizzo, del risparmio e dell’ambiente in genere.
Insomma, basta con "l'usa e getta" e il monouso, con la scusa consumistica della (finta) "igiene" diffusa dai produttori che ne hanno tutto l'interesse, con l'aiuto dei soliti finti esperti prezzolati. Il mono-uso fa sempre male alla salute. Boicottiamo questo pazzesco spreco-inquinamento a livello mondiale e privilegiamo ciò che si lava e si riutilizza più volte. Acqua, sapone e asciugamano, anziché carta igienica. No ai fazzoletti di carta, no agli asciugamani di carta. E nei casi rarissimi in cui si usano prodotti di carta, questa almeno deve essere "riciclata al 100 per cento". I fazzoletti di cotone sono facilmente e comodamente lavabili, col massimo dell'igiene e il minimo dispendio energetico. Ora sono tornati anche i pannolini e pannoloni lavabili. Restano i bastoncini netta-orecchie o cotton-fico: li abbiamo trovano perfino sulle spiagge più isolate delle isolette sperdute nel Mediterraneo. Quelli di plastica sono indistruttibili e vengono ingoiati dai pesci, come le buste di plastica. Che almeno i cotton-fico siano tutti integralmente biodegradabili: controllare sull'etichetta e leggere il materiale con cui sono prodotti.
IMMAGINI. 1. Spreco di carta igienica. 2. Un elegante orinatoio da appartamento (Duravi, designer FA.Hester). Vedrete che la fantasia femminile ne farà un vezzoso sanitario specializzato nel lavaggio di tanga, slip e reggiseni. 3. Il nostro banner per una coraggiosa campagna contro la carta igienica. Riproducetelo sui vostri siti e blog.
AGGIORNATO IL 2 MARZO 2017
Etichette: consumi, crisi energetica, deforestazione, effetto serra, inquinamento, sprechi
07 marzo 2009
Nuove centrali? Ma efficienza e risparmio possono dare il 30% di energia in più. Lo dice l’ENEA.
Nel grafico sono visibili le possibili ripartizioni tra fonti energetiche nel 2020, anche al fine di ridurre le emissioni di CO2. Come si vede, il nucleare con tutta probabilità non dovrebbe andare oltre il 7%, mentre quasi 2/3 delle “fonti” dovrebbero basarsi sulla razionalizzazione, a stile di vita immutato, dei consumi elettrici, cioè su varie forme di efficienza produttiva e di risparmio. Che se messe in atto su incentivo di un Governo illuminato, equivarrebbero a diverse nuove centrali nucleari. Potremmo avere, senza nuovi impianti a rischio, più energia e meno emissioni di CO2 (da “Rapporto Energia e Ambiente, Enea 2007”, edito nel luglio 2008).
Il prof. Gianni Mattioli, nemico acerrimo del nucleare fin dagli anni 70, era a Radio Radicale, intervistato in una trasmissione autogestita dalla rivista Red. In attesa delle mitiche centrali di IV generazione, di là da venire, ha confermato la sua opposizione a quelle attuali, di "cosiddetta" III generazione, perché ha sostenuto che i miglioramenti aggiunti a quelle della II riguardano più che altro tecniche e accorgimenti di ingegneria industriale (pompe, valvole e altri dispositivi di sicurezza passiva). Restano – ha concluso – in caso di incidenti gli altissimi rischi per l’ambiente e la salute. Anche perché è molto difficile trovare località e rocce adatte alle scorie, perfino negli Stati Uniti, figuriamoci in Italia. Ma una centrale nucleare, anche se fosse ordinata ora, sarebbe pronta almeno tra 10 anni, andando a tappe forzate. E nel frattempo?
Nel frattempo, guardiamo più in positivo a tutti i modi alternativi di racimolare energia elettrica e non elettrica. Il risparmio e l’efficienza energetica dovrebbero essere il primo obiettivo, quasi "facile" da ottenere in pochi anni, in un Paese sprecone come l’Italia. Esiste un margine amplissimo su cui lavorare. Basta dire che, solo la dispersione del calore della case private in Italia è il doppio di quella della più fredda Svezia, come denunciano i bio-architetti.
Per conto di ISES Italia, l’ing. Marco Lucentini, dell’Università di Roma La Sapienza, ha presentato un interessante lavoro a Rimini ("Le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica: un connubio necessario") che riassumiamo qui per argomenti, poco più dei titoli dei vari capitoli con diapositive.
L’efficienza e il risparmio energetico devono costituire obiettivi primari per raggiungere gli impegni del 20-20-20 della Unione Europea in ordine al Protocollo di Kyoto. E quest’ultimo pone tra le prime linee strategiche efficienza e risparmio energetico, più ancora delle stesse fonti energetiche rinnovabili.
Oggi, aggiungiamo noi, la crisi economica in atto fa temere (o sperare, secondo alcuni) la caduta in disgrazia o nel dimenticatoio del trattato di Kyoto, che effettivamente colpiva poco gli "sporcaccioni" Paesi emergenti oggi avidi di energia (Cina, India, Brasile ecc.) e colpiva troppo e in modo sospetto l’Europa e l’America del Nord. Ad ogni modo, l’avvio del processo virtuoso innescato da Kyoto, deve servirci in tempi di drammatica crisi di energia, come stimolo per riorganizzare l’intero pool delle fonti e dei consumi interni di energia.
Oggi si parla solo della "fame di energia" che c’è in Italia (spesso limitandosi a quella elettrica), e il tema ricorrente di ogni dibattito è sempre "quante nuove centrali" occorre costruire. E su internet ci si accapiglia.
Ma chi decide? Sempre l’offerta, cioè i produttori e le aziende costruttrici associate. Oltre ai finanziatori, investitori e banche, of course. E soprattutto il Governo, che – sia Prodi o Berlusconi – rappresenta molto più l’offerta della domanda. La domanda (famiglie, industria ecc.) ha invece in Italia ancora un ruolo marginale o inesistente riguardo alle scelte di politica energetica. Cioè il cittadino che ha votato ed eletto i Governi che decidono per lui anche che tipo e quanta energia deve consumare, non conta nulla: tutto gli viene imposto dall’alto. Questo aspetto autoritario, capite bene, è molto grave per un sito di "Ecologia Liberale". E ricorda maledettamente l’autoritarismo reticente che provocò le proteste popolari contro il nucleare negli anni 70. Cerchiamo ora di non fare il bis, se no sarà inevitabile una contrapposizione manichea come allora.
Quindi, valutare e programmare il potenziale di risparmio energetico in Italia, a cominciare dal settore residenziale (abitazioni private ecc.).
Naturalmente, una seria politica dell’efficienza energetica favorirà il decollo della "generazione distribuita di energia" e di conseguenza anche delle energie rinnovabili. Questo sarà anche un fatto di democrazia liberale energetica diffusa: nei piccoli e medi Centri i privati potranno autoprodursi in casa o in piccoli stabilimenti l’energia con ogni mezzo, e rivenderla ai vicini convenzionati. Tutti nel quartiere sapranno chi produce e da dove viene l’elettricità. Oltretutto si abbatteranno i costi e le dispersioni enormi dovute al trasporto di elettricità per le lunghe distanze. E nessuno godrà di odiose rendite di monopolio energetico, come avviene oggi.
Quali sono i potenziali di risparmio energetico in Italia? Nello studio dell’ing.Lucentini i comparti più promettenti sono i motori elettrici (39%), gli elettrodomestici (28%) e l’illuminazione (23%).
Invece, dividendoli per settore, i risparmi ottenibili sono il 33% nelle abitazioni private, il 36% nel settore commerciale e il 31% in quello industriale.
Per concludere, lo studio dell’ing. Lucentini (ISES Italia, 2005), ipotizza che con un completo spostamento degli investimenti per gli usi finali di apparecchiature, stabilimenti ed edifici verso le tecnologie più efficienti disponibili sul mercato, l’Italia potrebbe ridurre fino al 46% della domanda di energia elettrica in un periodo di 15 anni.
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