07 giugno 2011
La ricetta Hack: no centrali, sì ricerca sul nucleare, molte rinnovabili e risparmio
Siamo perfettamente d’accordo con Margherita Hack: "Non è necessario né economico puntare sulla costruzione di centrali nucleari in Italia, ma la ricerca in questo campo va continuata. E' preferibile sviluppare al massimo la ricerca sulle rinnovabili e migliorare l’attenzione al risparmio energetico". Con un articolo scritto per MicroMega, che riportiamo qui di seguito, la Hack precisa il suo pensiero sulle scelte energetiche che attendono l’Italia nei prossimi anni.
Nel frattempo la Corte di Cassazione ha confermato il referendum del 12 e 13 giugno, anche dopo la legge governativa che faceva macchina indietro sul programma nucleare al puro scopo di evitare il voto popolare, restituendo così ai cittadini il diritto di manifestare la propria volontà sul futuro ambientale ed energetico del Paese.
La astrofisica Margherita Hack, progressista, ambientalista e vegetariana, certamente la scienziata più amata e seguita in Italia, insieme con Umberto Veronesi, non ha mai nascosto il suo parere favorevole al nucleare. E tuttavia, a nessuno, neanche agli ecologisti più ultras, è mai passato per la testa di contestarla. Anzi resta sempre un emblema, un personaggio carismatico. Tale è il rispetto che si ha per lei, per la sua personalità, la sua schiettezza, la sua onestà intellettuale. “Il referendum sul nucleare va fatto. Si deve rispettare la volontà del popolo – ha dichiarato la Hack – Non sono d’accordo sull’apertura in Italia di nuovi siti, ma sono fermamente convinta che la ricerca sul nucleare debba in ogni caso continuare”. Intendendo evidentemente per ricerca quella che si indirizzi in un futuro ad un nucleare meno rischioso, magari con nuove tecnologie e combustibili. “Il nucleare oggi in Italia non è necessario – aveva continuato – ma non si deve interrompere la ricerca. In futuro, l’energia sarà necessaria quindi non si può rimanere indietro. E’ paradossale che Carlo Rubbia sulla ricerca nucleare sia costretto a lavorare in Spagna. Si deve lavorare e insistere sulla fusione e cercare un combustibile nucleare che abbia una vita più breve di quella dell’uranio, con scorie che durino meno. Non serve aprire impianti, ma continuare a fare ricerca, anche sulle rinnovabili, è fondamentale”. Ma torniamo all’articolo che Margherita Hack ha scritto per MicroMega. NICO VALERIO
“Sono molti coloro che mi conoscono per persona di sinistra e ambientalista che si meravigliano che mi sia dichiarata a favore dell’energia nucleare. Occorre quindi qualche chiarimento, in base ad argomenti razionali e non emotivi.
Prima di tutto l’energia non è né di destra né di sinistra. La richiesta di energia va continuamente crescendo, soprattutto da parte delle grandi economie emergenti: Cina, India, Brasile. Un intero continente come l’Africa sta ancora dormendo, ma anch’essa si sveglierà, grazie anche a quel potente fattore di globalizzazione che è Internet. Petrolio e metano vanno esaurendosi, il carbone, molto più abbondante, è anche fortemente inquinante. Bisogna evitare scelte emotive, in conseguenza di disastri come quello di Chernobil e ora del Giappone.
L’Italia è quasi completamente dipendente dall’estero per il suo approvvigionamento energetico; compriamo petrolio e metano dalla Libia, dall’Ucraina, energia nucleare dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Slovenia; siamo circondati da centrali nucleari dei paesi confinanti (59 in Francia, 5 in Svizzera, una in Slovenia) e se un disastro succedesse a loro, noi ne avremmo gli stessi danni senza averne avuto i vantaggi.
Io credo che dovremmo comunque non interrompere la ricerca sul nucleare. Se tutte le volte che l’uomo ha scoperto una nuova applicazione della scienza, si fosse fermato al primo inci-dente, saremmo ancora all’età della pietra e non avremmo mai messo piede sulla Luna. Se dopo la scoperta del fuoco, lo si fosse abbandonato dopo il primo incendio della nostra foresta, saremmo ancora nel freddo e buio delle caverne, se dopo la caduta del primo aereo avessimo bloccato la ricerca, l’aviazione non sarebbe mai decollata. D’altra parte da tutti i fallimenti si impara e si progredisce.
La rinuncia al nucleare, decisa in seguito al referendum del 1987 secondo varie stime di e-sperti dell’Enel sarebbe costata all’Italia 120000 miliardi di lire. Inoltre il costo dell’energia elettrica, superiore del 40% a quello della media europea è una delle cause della perdita di competitività che ha colpito l’Italia dal 1990.
Certo che i disastri nucleari possono colpire gran parte del pianeta. Perciò, dato che si parla tanto del villaggio globale, il problema della sicurezza e in particolare quello delle scorie, andrebbe risolto in modo globale, con la collaborazione di tutti, anche se mi rendo conto che è un’utopia. Questo è stato tentato a livello europeo per quanto riguarda il grave problema dello smaltimento delle scorie. Così le centrali nucleari dovrebbero essere situate solo in regioni sicure dal punto di vista sismico e degli tsunami e disposte a vendere energia a basso costo ai paesi che per ragioni geofisiche non possono metterle sul loro suolo. E anche, aggiungerei, in paesi più seri del nostro, in cui anche smaltire la spazzatura di Napoli diventa un problema, e in cui sembra impossibile evitare infiltrazioni della criminalità organizzata.
Perciò ritengo che la ricerca deve continuare, anche sperimentando l‘impiego di combustibili nucleari che abbiano una vita media più corta dell’uranio, un campo in cui mi sembra sta lavorando uno dei maggiori esperti in campo mondiale, il premo nobel Carlo Rubbia; che la tecnologia nucleare sarà in futuro necessaria, ma prima è auspicabile che si faccia ricorso in modo molto più massiccio alle energie rinnovabili e si attui in modo molto più efficace il risparmio energetico.
Le fonti rinnovabili sono: 1) la solare, nelle applicazioni termiche (pannelli solari) e fotovol-taiche, già in uso ma ancora troppo poco diffuse, e termodinamica, ancora in fase sperimentale. Tutte andrebbero incentivate e soprattutto la ricerca sulla forma più efficiente, la termodinamica, che si sta sperimentando dal 2007 nella centrale di Priolo Gargallo (Siracusa) col progetto Archimede; 2) l’eolica, con il primo impianto del 1984. Si prevedeva di produrre per il 2000 una potenza eolica di 600 megawatt, mentre nel 2004 si era arrivati a produrre 5 megawatt, per le varie discussioni e tentennamenti di origine sia politica che tecnica. Con la politica degli incentivi si è ora arrivati con 10 anni di ritardo a produrre più di 500 megawatt, mentre l’eolico in Germania produce più di 16000 megawatt, 8000 la Spagna e 3000 la Danimarca. In Italia si assiste a continui frenamenti sia da parte dei difensori del paesaggio, sia per le lungaggini burocratiche; 3) la classica idroelettrica; 4) la geotermica; 5) quella da biomasse, biogas, rifiuti.
Tutte insieme le rinnovabili hanno fornito circa il 17% dell’energia prodotta in Italia nel 2008, ma il contributo del solare (nel paese del sole) è stato solo dello 0,06% e quello eolico dell’1,4 %, mentre la classica idroelettrica ha dato più del 12%. Gran parte di questi dati sono stati raccolti e pubblicati da Marzio Bellacci nel suo libro “Italia a lume di candela” (Edizioni L’asino d’oro, 2010).
Da tutti questi dati si può concludere che è necessario incrementare la ricerca e gli incentivi per il solare. Un dato positivo è rappresentato dal decreto interministeriale del 5 maggio scorso che prevede incentivi per gli impianti fotovoltaici che entrino in funzione dopo il 31 maggio 2011 e fino al 31 dicembre 2016.
Un altro dato interessante è fornito da un articolo di Edo Ronchi, ex-ministro dell’ambiente, pubblicato il 24 giugno 2010 su Milano Finanza in cui mostra che in realtà il fabbisogno italiano di energia, grazie al risparmio energetico e ai miglioramenti dell’efficienza degli impianti, è diminuito nel 2009 rispetto al 2008 di 22 miliardi di chilowattore pari al 6,4%.
Tenuto conto dei prevedibili crescenti sviluppi delle centrali di energia rinnovabile, si può concludere che non è necessario né economico puntare sulla costruzione di centrali nucleari, e pur raccomandando di non abbandonare la ricerca in questo campo, sbaglio che fu fatto dopo il referendum e l’emotività dovuta all’incidente di Chernobil, è preferibile sviluppare al massimo la ricerca sulle rinnovabili, seguendo l’esempio della Germania, o addirittura della Svezia, che pur avendo tanto meno sole di noi, utilizzano molto di più l’energia solare ed eolica.
In conclusione: no alla costruzione di centrali nucleari oggi in Italia, ma sì alla ricerca sull’energia nucleare, senza demonizzarla, in previsione di un futuro, forse ancora lontano, in cui anche questa sarà necessaria, e dovremo imparare a dominarne i rischi; incentivare la ricerca e la costruzione di impianti eolici e fotovoltaici, migliorare l’attenzione al risparmio energetico, sia con costruzioni ecologiche che riducano al minimo la necessità di riscaldamento d’inverno e condizionatori d’estate (proprio il contrario di quei grandi palazzoni tanto di moda, con le pareti di vetro, serre d’estate e frigoriferi d’inverno), sia con l’attuazione al 100% della raccolta differenziata dei rifiuti, un fine facilmente raggiungibile ma da cui siamo ancora molto lontani. MARGHERITA HACK
Etichette: crisi energetica, energia, energie alternative, eolico, inquinamento, nucleare, risparmio energetico, solare
04 marzo 2011
Italia “morta” senza centrali nucleari? No, anzi, più viva senza gli sprechi
Ci piace il chirurgo e oncologo Umberto Veronesi, grande figura di scienziato e di divulgatore della scienza, perché questa del saper porgere e argomentare in modo chiaro e semplice, e con un tratto umano, è una dote in più, rara tra chi fa ricerca, che denota maggiore, non minore intelligenza. Tanto che Veronesi è nella lista dei personaggi simbolo da ricordare (blog "Nico Valerio"), accanto a Margherita Hack - anche perché entrambi sono vegetariani - al compianto genetista laico Buzzati Traverso, tanto osteggiato dalla Chiesa, e alla longeva Levi Montalcini.Ma come abbiamo già criticato Veronesi per il favore con cui ha annunciato uno strano e inutile pomodoro nero-viola, solo perché più ricco di banali polifenoli che nel mondo vegetale si trovano dappertutto, così prendiamo le distanze ora che loda con entusiasmo da neofita. e per partito preso, l'energia nucleare. Si sa che è stato nominato presidente dell'Agenzia per la Sicurezza Nucleare. un ente che per quanto faccia o dica non potrà assicurare proprio nulla in fatto di sicurezza. Le scorie delle centrali nucleari, che restano radioattive per milioni di anni, sarebbero un problema insormontabile in un Paese in cui perfino i rifiuti urbani prodotti da una popolazione maleducata dal consumismo come quella campana sono rifiutati.
Ma da ecologisti liberali, ci preoccupa anche il deficit di libertà, il problema della convenienza economica e il surplus di costi che porterà un programma nucleare, nel caso (periodo ipotetico di III tipo) che fosse davvero realizzato.
Quale strano e masochistico pool di industrie si sobbarcherebbe gli oneri colossali di costruzione e di gestione degli impianti, in tempi di crisi economica stabile, e con la certezza di riavere i primi euro non prima di 10-12 anni?
E nel frattempo che cosa otterranno i malcapitati o furbi investitori di nascosto e di vietato (dal mercato e dalla morale) da parte dei vari Governi che si succederanno? Non ci saranno favori ai soliti industriali amici, fuori di ogni regola di concorrenza e di parità dei punti di partenza? Anzi, non sorgerà il lancinante sospetto che tutta la mastodontica operazione-bluff sia stata solo un costoso fuoco di paglia per favorire qualcuno alle spalle dei cittadini, dilapidando i soldi di tutti?
Sull'energia nucleare in sé, poi, non c'è da parte nostra, laicamente, nessuna posizione ideologica e aprioristica, sia chiaro. Soltanto, prendiamo atto che negli ultimi anni vari studi e interventi hanno appurato che il nucleare è troppo costoso, poco sicuro, insufficiente e perfino tecnologicamente un po' vecchio, come risulta da un esauriente convegno scientifico tenuto sul tema, da una dichiarazione della Bonino per i Radicali, e anche dalla posizione del maggiore ente protezionistico, Italia Nostra.
Inoltre, una proiezione dell'ENEL ha dimostrato che basterebbe razionalizzare i consumi elettrici ed eliminare gran parte degli innumerevoli sprechi - a parità di tenore di vita e con costi di riconversione bassi - per risparmiare l'equivalente di molte centrali nucleari.
Ma tranne gli studiosi che disegnano grafici e proiezioni, non parla nessuno di risparmio energetico, neanche i Verdi, come se prendessero atto che è un tema impopolare, che porta elettoralmente "sfiga", in un Paese maleducato al consumismo più becero e da "nuovi ricchi" del Terzo Mondo. E' un loro problema di intelligenza e comunicazione.
Senza contare il problema delle scorie, radioattive per l'eternità: i Governi che si succederanno dovranno far ricorso alla forza pubblica, anzi all'esercito in armi, per imporle alla popolazione? Da liberali siamo seriamente preoccupati del sorgere di una sorta di Stato di polizia ad uso energetico. E, visto che i Servizi Segreti non funzionano e da noi entra chiunque, specialmente dal Medio Oriente, non vorremmo che le centrali nucleari offrissero bersagli in più ai terroristi, già abituati in Iran a confondere tra nucleare civile e nucleare militare.
Insomma, come ecologisti e liberali siamo ovviamente per la scienza, per la tecnologia e per il Progresso, ma cercando di prevenire le applicazioni cariche di effetti secondari negativi. E siamo anche anche per la libertà (di tutti, non solo di pochi investitori furbi e raccomandati), per la moralità del mercato, le regole certe che tutti devono rispettare, il buonsenso dei costi in attivo, l'opportunità degli investimenti, il risparmio, la lotta agli sprechi, e anche per il minor danno possibile alla vita degli uomini e alla Natura.
Dopotutto, essere liberali non significa essere dei maniaci "costruttivisti" ad oltranza e a tutti i costi. Ogni persona sensata, liberale o no, si fa un po' di calcoli in tasca prima di investire. Perché un Governo non dovrebbe farlo?
Invece, a sentire certi conservatori ultrà mascherati da "liberisti", sembrerebbe che il mercato sia tutto in mano all'Ordine degli Ingegneri: un ordine e i bravissimi tecnici nucleari italiani, noti in tutto il Mondo, ti sfornano decine di centrali nucleari in pochi anni, realizzando nello stesso tempo, nientemeno, la Autosufficienza Energetica, il Progresso e lo stesso Liberalismo... Figuriamoci, così non è, ovviamente, e gli incolpevoli e bravissimi ingegneri italiani non sanno nulla di queste fantasticherie da Destra americana cara a Bush e ai film western dei cinema di terza visione negli anni Cinquanta.
Anche il Grande Cortile dei frustrati, Facebook, è affollato di gente che confonde il Liberalismo con una specie di società di muratori. Sembra quasi che costruire la migliore delle ideologie possibili significhi fare, anzi far fare, ai soliti amici, qualche Grande Opera. Così, tanto per fare qualcosa, a fondo perduto, solo per propaganda - alla Mussolini - e per far girare i soldi, ovviamente nelle tasche dei soliti noti.
Muratori poco liberi, però. Ricordiamo agli amici conservatori che si vergognano del loro nome (me perché? ripetiamo con Gobetti), che, malgrado cazzuola e compasso ce l'abbiano nel simbolo, le società dei "Liberi Muratori" ("maçonnerie") che al Liberalismo dettero impulso nel '700 e nell'800, erano solo simboliche... NICO VALERIO
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Ecco l'intervista incriminata, pubblicata dalla Stampa, a firma di L.Ubaldeschi, ieri 3 marzo.
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VERONESI: "SENZA NUCLEARE L'ITALIA E' UN PAESE MORTO"
«Spiegherò ai cittadini che si può fare in sicurezza e che non è giusto avere paura»
La Stampa, 3 marzo 2011
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Vista con gli occhi di Umberto Veronesi, la questione del ritorno all’atomo è estremamente semplice. «Senza il nucleare l’Italia muore. Tra 50 anni finirà il petrolio, tra 80-100 il carbone, seguito poi dal gas. Altre fonti non saranno sufficienti a fornire l’energia di cui abbiamo bisogno. Il risultato? Non avremo la luce, non potremo far funzionare i computer o i frigoriferi e neppure far viaggiare i treni. Se lo immagina?».
Se questa è la (apocalittica) premessa, non è difficile capire perché il medico più famoso d’Italia, a 85 anni, abbia deciso di abbandonare il Senato e accettare la presidenza dell’Agenzia per la sicurezza nucleare. L’incarico - c’è da scommetterci - porterà con sé una cospicua dote di polemiche, ma Veronesi non ha dubbi che il piano possa realizzarsi senza pericoli per le persone e l’ambiente.
Professore, recenti sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è contraria al nucleare. Non la preoccupa andare controcorrente?
«No, anzi, la conflittualità mi stimola. Sono abituato ad affrontare problemi scabrosi. L’importante è essere sicuro che la scelta che faccio sia moralmente corretta».
E in questo caso lo è?
«Assolutamente sì. Come oncologo conosco molto bene le radiazioni e i modi per proteggere i pazienti.Voglio dedicare i prossimi anni ad assicurare i cittadini che non corrono rischi».
Conoscerà altrettanto bene le contestazioni mosse dal fronte degli oppositori, vero? «Guardi, ci sono essenzialmente tre problemi per quanto riguarda un reattore nucleare. Primo, garantire la sicurezza nel funzionamento ordinario, obiettivo non difficile. Poi c’è la questione delle scorie e mi creda, nessunomai almondo èmorto per inquinamento da scorie. Infine c’è il fattore umano, la possibilità di poter disporre di personale qualificato è fondamentale. Basta pensare che i due grandi incidenti nelle centrali nucleari hanno avuto una caratteristica comune: sono dipesi da errori umani. E’ stato così a Three Mile Island, negliUsa, come a Cernobil».
Quel nome, Cernobil, a distanza di 25 anni agita ancora negli italiani incubi difficili da scacciare.
«Lo so, ma so anche che Cernobil è qualcosa che non potrà più accadere. Là era tutto sbagliato. C’era una macchina vecchia, pensata per usi militari, non civili. Si decise di fare un esperimento, vera follia in una centrale. E il direttore dell’impianto non era un esperto di nucleare».
Con questo che cosa vuol dire?
«Che poiché il fattore umano è cruciale, la mia attenzione maggiore sarà formare personale adeguato dal punto di vista tecnico, scientifico,ma anche psicologico, perché sappia far fronte alla pressione».
Ma dopo un quarto di secolo lontano dal nucleare, l’Italia ha il bagaglio di conoscenze necessarie?
«Due aspettimi confortano. In primo luogo che abbiamomantenuto viva la ricerca e centri come quello di Casaccia, vicino a Frosinone, sono all’avanguardia. Poi il fatto che partire da zero ci consente di usare le tecnologie più moderne e il tempo necessario a impiantarle ci daràmodo di creare le competenze per usarle almeglio».
C’è chi sostiene che le tecnologie scelte dall’Italia per le nuove centrali rischino di risultare superate una volta che gli impianti entreranno in funzione. Come risponde? «Ma noi non abbiamo ancora fatto una scelta definitiva, per cui l’obiezione non è fondata. E poi, una centrale è studiata per durare da 60 a 100 anni. Se anche ne trascorrono 10 per averla operativa, certo non potrà essere considerata vecchia».
Torniamo al primo problema che lei ha sollevato, il funzionamento del reattore. Gli ambientalisti ripetono che, pure in condizioni di normalità di un impianto, ci sono piccole dispersioni che creano conseguenzeper la salute. E’ vero?
«E’ un’invenzione assoluta. Non esce nulla. Meglio, esce dell’acqua, che può avere minime quantità di radiazioni, ma molto inferiori anche rispetto al livello di legge. Non crea problemi».
Resta la delicatissima questione delle scorie e di come smaltirle. Quando nel 2003 il governo individuò Scanzano Jonico come sede del deposito nazionale, ci fu una sollevazione popolare. Come pensa di affrontare questo aspetto?
«Il discorso è complesso, provo a ridurlo all’essenziale. Solo una piccola parte delle scorie richiede millenni per depotenziarsi completamente. Vanno messe in sicurezza, e ci sono le soluzioni per farlo, dentro una montagna o a grandi profondità. Al tempo stesso, si stanno affinando tecniche per renderle innocue più in fretta. Soprattutto, l’Italia potrà non avere depositi di scorie pericolose».
In che senso?
«Si tende a individuare un unico sito per Continente. In Europa ci sono tre soluzioni allo studio, tutte fuori dai nostri confini. Ma il punto vero è che le scorie sono sì un problema serio e costoso, ma non devono spaventare. Non si sorprenda se dico che c’è più radioattività in un ospedale. O ancora, lo sa che c’è uranio anche in un bicchier d’acqua? ».
Ma tra un bicchier d’acqua e una centrale esiste una bella differenza. La realtà è che c’è ancora paura fra la gente. Questo non conta?
«Ho trascorso lamia vita a combattere le paure ingiustificate. Soltanto 40 anni fa in Italia c’era ancora il timore a usare il forno amicroonde, per non dire di quando cominciò a girare la storia che il pane congelato in freezer fosse cancerogeno. Assurdità, lo sappiamo. Ma voglio dire che spesso la paura è frutto di ignoranza. Sono timori vaghi, confusi, sui quali giocano alcuni movimenti politici. Il risultato? Non si possono usare gli Ogm, non si fa la Tav, si bloccano i termovalorizzatori... ».
Mentre lei non ha dubbi che la soluzione del nucleare sia sicura.
«Certo.Guardiamo che cosa succede nel mondo. Tutti i Paesi puntano sul nucleare. La Cina ha previsto 120 centrali, l’India 60, la Francia ne ha 62, il programma svizzero ne contempla 8 per 8milioni di abitanti. Capisce? E ancora: scommettono sul nucleare Paesi di cui si parla meno, la Lituania, la Slovacchia, l’Armenia. Ma lo sa che anche inMedio Oriente, nella culla del petrolio, hanno imboccato questa strada? Gli Emirati Arabi hanno ordinato 4 reattori, tanti quanti è previsto ne abbia l’Italia. Possibile che siamo noi i più intelligenti a opporci?».
Le fonti rinnovabili non possono essere un’alternativa?
«Sarebbe bellissimo, ma dobbiamo intenderci. Dalle biomasse può arrivare l’1-2% del fabbisogno italiano, così come dalla geotermica. L’idroelettrica è praticamente già al massimo. L’eolica? Procede, ma abbiamo poco vento e bisogna pensare anche al paesaggio e al turismo. E se comunque, per assurdo, riempissimo la penisola di pale, arriveremmo a coprire il 10-15%. Resta il solare, io sto giusto mettendo un impianto nella mia casa in campagna. Ma è questa la dimensione, va bene per le famiglie, non per una grande fabbrica».
Il nucleare evoca anche scenarimilitari. Lei, che da anni si batte per il disarmo, non si sente un po’ al centro di una contraddizione?
«Per nulla. Lavoro per usare l’atomo a fini di pace. Nel mondo ci sono già oggi 30 mila testate nucleari, non c’entrano con la scelta di realizzare un impianto per produrre energia».
Una centrale agita anche il rischioterrorismo. E’ d’accordo?
«E’ chiaro che servono contromisure, ma non credo sia un pericolo reale pensare a qualcuno che si impossessa di materiale nucleare per costruire una bomba.Troppo difficile».
Lei, pur non essendo iscritto, è stato eletto nelle fila del Pd, un partito contrario al nucleare. Ha provato imbarazzo per questa diversità d’opinione?
«Difendo le mie posizioni di uomo di scienza. So che nel Pd c’è chi ha idee diverse, lo rispetto, ma restiamo distanti. Comunque, non è per questo che mi sono dimesso da senatore».
Così come nel 1987, c’è ancora un referendum che può bloccare il nucleare in Italia. Teme il voto?
«Le rispondo con una battuta. Se dovessero prevalere i contrari, io avrei più tempo libero per dedicarmi alla famiglia e ai miei interessi. Peccato che a rimetterci sarebbe il Paese».
Etichette: energia, energie alternative, nucleare, risparmio energetico
28 dicembre 2009
Inquinamento e allevamenti. T’amo, o pio bove, ma consumi cereali e legumi, ed emetti troppo metano.
C’è chi ancora ritiene una "leggenda metropolitana" che la maggior quota dell’inquinamento da parte dei cosiddetti "gas serra", in particolare il metano CH4 (circa 20 volte più inquinante dell’anidride carbonica CO2), sia imputabile alle attività agricole di zootecnia e di trattamento del letame. Ebbene, le tabelle qui riportate, di fonte diversa, lo confermano in modo pieno, anche in confronto ad altre attività inquinanti come trattamento di rifiuti, trasporto e produzione di generi alimentari, risicoltura ecc. .Tra le fonti agricole altamente inquinanti la prima è l’emissione di gas metano per fermentazioni enteriche, cioè intestinali (in realtà è soprattutto il rumine), di bovini, caprini e ovini, allevati dall’uomo moderno. Oltretutto a costi altissimi, anche nutrizionali: sorgo, soia ed altri legumi e cereali – tutti possibili alimenti diretti per l’uomo, ad altissimo potere energetico e calorico – sono sprecati per alimentare animali da carne o da latte, cibi dal bassissimo potere energetico, ma dall'alto valore aggiunto economico.
Ecco due tra le tante tabelle che mostrano la quantità vulcanica – non ridete – del gas intestinale metano CH4 degli animali da allevamento (bovini, ovini, caprini ecc). La prima è stata da me rielaborata da un’apposita pubblicazione agricola del Governo degli Stati Uniti (citata sotto la tabella), la seconda tratta dallo studio del giapponese Ogino et al. su Animal Science Journal. Ma un nostro articolo illustra vari aspetti ecologici ed economici dell'allevamento di animali.
Nella tabella governativa degli Stati Uniti (v. accanto) si vede benissimo che, limitatamente al comparto agricolo, la zootecnia (183 su 190 Tg CO2-eq) è responsabile dell'emissione di quasi tutto il metano liberato nell'atmosfera negli Stati Uniti.
Il grafico giapponese conferma questo primato, che del resto è un indice diffuso in tutto il mondo, comparandolo con le emissioni prodotte dalla produzione e trasporto di alimenti (feed) e dal trattamento dei rifiuti (waste), che per lo più producono non metano ma anidride carbonica CO2 e ossido nitroso N2O.
La situazione, quindi, è davvero incresciosa, tanto più perché legata ad un'attività non davvero essenziale per la vita umana, tesa com'è a produrre solo carne e latticini, che depaupera i raccolti di granaglie e legumi di tutto il Mondo. Si capisce perché nel 2003 il Governo della Nuova Zelanda abbia proposto saggiamente una “tassa sulla flatulenza” degli animali da allevamento. Peccato che, com'era da prevedere, sia stato sommerso dalle proteste popolari e abbia cambiato idea.
Ed ecco, perciò, gli scienziati farsi in quattro per cercare qualche soluzione addomesticata che salvi - è il caso di dirlo - capra e cavoli, senza modificare il modello di sviluppo alimentare oggi imposto come "moderno". Anziché pensare a rieducare la gente a consumare la metà della metà, almeno, dell’inutile carne e dei troppo grassi formaggi, oltretutto entrambi collegati epidemiologicamente a morti da malattie cardiovascolari e tumorali, che fa l’illogica intelligenza umana? Studia e ristudia, trova che le erbe aromatiche e l’aglio, ben noti antibatterici, sono una bestia nera per i batteri del rumine responsabili delle fermentazioni che producono gas metano.
Quindi: aggiungiamo aglio al mangime degli animali e le emissioni diminuiscono del 50%, come ha dimostrato uno studio sperimentale britannico durato tre anni coordinato da J. Newbold, docente dell’Università di Aberystwyth, nel Galles occidentale, che fa parte d’un programma del costo di 5 milioni di euro, come ha riferito BBC News. Nell'esperimento, come purtroppo accade in molti studi, più che l'aglio naturale fresco è stato usato il suo presunto principio attivo isolato, la allicina. L’unico lato negativo commercialmente è che l’allicina modifica leggermente il sapore del latte, e perciò ora i ricercatori stanno cercando di ottenere il medesimo risultato con metaboliti non odorosi dell’allicina o con altri composti dell’aglio.
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Naturale: per gli inglesi l’aglio è un cibo da animali o, peggio, da francesi, russi e italiani. Peccato che non si rendano conto che il latte acquisterà il gusto dell’aglio, che è la ragione per cui le mamme che allattano sono pregate di non mangiarlo, se non vogliono disgustare e far digiunare il lattante, ancora inadatto ai sapori adulti. Senza queste controindicazioni è invece l'origano, che è stato sperimentato con successo (riduce il metano del 40% e aumenta perfino la produzione di latte) in uno studio americano. Altri inibitori della produzione di metano negli animali da allevamento sono stati sperimentati con successo, come un nitro-ossipropanolo utilizzato “senza effetti negativi sulla produzione di latte” (ma nulla si dice degli effetti sulla salute umana e animale) in uno studio americano (Hristov et al.) pubblicato dalla rivista scientifica PNAS che ha ridotto in media le emissioni di metano dei bovini del 30%.
Vorremmo aiutarlo a fuggire e a guadagnare la libertà, il pio bove, in attesa che non lo facciano più riprodurre e smantellino almeno i due terzi degli allevamenti. Perciò, questo blog vi propone un menù alternativo e politicamente corretto, saporito, sano e per niente generatore di CH4, né indirettamente, né direttamente, nonostante le leggende metropolitane (rièccole) che generalizzano i problemi di chi non mangia mai legumi o è malato di colite spastica: un bel piatto di ceci con crostini all’aglio. Due cibi così buoni, perché dobbiamo sprecarli per gli animali?
AGGIORNATO IL 30 MARZO 2016
Etichette: animali, effetto serra, energia, inquinamento, rifiuti, riscaldamento globale, risparmio energetico
22 maggio 2009
Ecco il prototipo di “casa attiva": genera più energia di quella che consuma
Non siamo tra quelli che danno ad intendere che il problema ambientale si risolve costruendo nuove case "in stile ecologico" (vedi certo snobismo estetizzante d'una parte della cosiddetta "bio-architettura") o che anziché assorbire energia la producono in eccesso. Come se ecologia volesse dire energia e non stile di vita, e come se la Natura anziché stare a cuore a tutti gli uomini, fosse ridotta ad una competenza professionale in più per i soliti "mani-in-pasta" (ingegneri, architetti e geometri) che così gravi responsabilità hanno avuto finora nello squallore estetico-urbanistico-sociale delle nostre città, e nella distruzione del territorio. Questo è proprio quello che industria e corporazioni vorrebbe far credere. L'industria della pseudo-ecologia.Però, sul piano del risparmio energetico è un grande vantaggio di partenza che si inizino a costruire prototipi sperimentali di case davvero autosufficienti, come riferisce Francesco Tortora su Corriere online di oggi. Per ora, un po' bruttini ed esteticamente gelidi e impersonali, però dei bravi architetti in futuro potranno fare meglio, soprattutto tenendo conto del paesaggio e delle tradizioni dei vari Paesi europei. La foto è tratta dal Guardian.
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La prima "casa attiva" a emissioni zero: genera più energia di quella che consuma
È stata costruita a Lystrup, vicino Aarhus, in Danimarca. La progettista: «Stiamo costruendo un'idea». L'unica pecca è il prezzo: l'abitazione costa circa 570.000 euro
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Aarhus (Danimarca) - Produce più energia di quella che consuma, ha un computer centralizzato che controlla temperatura e clima degli interni ed è superecologica. La prima "casa attiva" (Active House), abitazione che usa tecnologie innovative in grado non solo di rendere gli alloggi autosufficienti da un punto di vista energetico, ma anche capaci di produrre energia in eccesso, è stata costruita a Lystrup, quartiere periferico di Aarhus, in Danimarca. Un giornalista del quotidiano inglese Guardian è andato sul posto per vedere questo gioiello tecnologico a emissioni zero.
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RISCALDAMENTO ED ELETTRICITA'
La parte del tetto che si affaccia a sud è coperta completamente da pannelli solari e da cellule fotovoltaiche: l'energia assorbita dai primi sarà utilizzata per riscaldare la casa, mentre le seconde convertiranno l'energia dei raggi del sole in elettricità. Il computer controllerà le temperature interne ed esterne e automaticamente aprirà o chiuderà le finestre quando è necessario. L'energia in eccesso potrà essere venduta dai proprietari della casa agli enti pubblici della zona e secondo il Guardian in 30 anni, i guadagni ottenuti dovrebbe coprire la somma versata per costruire la casa.
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CONVENIENZA
Secondo gli studiosi questo tipo di abitazione è molto più conveniente delle cosiddette "case passive", molto di moda in alcuni Stati ecologisti, come l'Austria, la Germania e i paesi scandinavi. Le case passive riescono ad ottenere «il benessere termico> grazie alla particolare forma dell' edificio che consente di risparmiare circa l'80 per cento dell'energia rispetto a una casa normale (in queste abitazioni è quasi nullo l'utilizzo di elettrodomestici o di impianti convenzionali come i termosifoni o le caldaie). Tuttavia, le case attive, grazie alla loro innovativa tecnologia riescono a far meglio perché producono un eccesso di energia e sono completamente ecologiche. «Molte persone credono che se una cosa è ecologica, deve essere per forza complicata» afferma Rikke Lildholdt, project manager che ha ideato questa casa attiva. Invece secondo la progettista non vi è nulla di complesso: «Si tratta di vivere una vita confortevole in una casa che produce più energia di quella che usa» dichiara entusiasta la Lildholdt.
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PRIMA FAMIGLIA
Quella dei Simonsen sarà la prima famiglia a vivere in questa casa supertecnologica. In tutto, il nucleo familiare è costituito dal Sverre, il capofamiglia, Sophie, sua moglie e due bambini, uno di otto anni e l'altro di sei. Si trasferiranno il prossimo primo luglio e resteranno nell'abitazione circa un anno. Durante questo periodo scriveranno giorno dopo giorno un diario per raccontare le loro impressioni e il loro rapporto con la casa. Alla fine l'unica pecca sembra essere il prezzo, forse un po' eccessivo: la casa costa circa 570.000 euro, ma secondo Lildholdt quando diventerà un "prodotto commerciale" il suo prezzo non supererà quello di un normale trilocale. Attualmente altre nove case attive sono in costruzione in Europa. «Non stiamo costruendo case. Stiamo costruendo un'idea» commenta orgogliosa la Lildholdt.
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07 marzo 2009
Nuove centrali? Ma efficienza e risparmio possono dare il 30% di energia in più. Lo dice l’ENEA.
Nel grafico sono visibili le possibili ripartizioni tra fonti energetiche nel 2020, anche al fine di ridurre le emissioni di CO2. Come si vede, il nucleare con tutta probabilità non dovrebbe andare oltre il 7%, mentre quasi 2/3 delle “fonti” dovrebbero basarsi sulla razionalizzazione, a stile di vita immutato, dei consumi elettrici, cioè su varie forme di efficienza produttiva e di risparmio. Che se messe in atto su incentivo di un Governo illuminato, equivarrebbero a diverse nuove centrali nucleari. Potremmo avere, senza nuovi impianti a rischio, più energia e meno emissioni di CO2 (da “Rapporto Energia e Ambiente, Enea 2007”, edito nel luglio 2008).
Il prof. Gianni Mattioli, nemico acerrimo del nucleare fin dagli anni 70, era a Radio Radicale, intervistato in una trasmissione autogestita dalla rivista Red. In attesa delle mitiche centrali di IV generazione, di là da venire, ha confermato la sua opposizione a quelle attuali, di "cosiddetta" III generazione, perché ha sostenuto che i miglioramenti aggiunti a quelle della II riguardano più che altro tecniche e accorgimenti di ingegneria industriale (pompe, valvole e altri dispositivi di sicurezza passiva). Restano – ha concluso – in caso di incidenti gli altissimi rischi per l’ambiente e la salute. Anche perché è molto difficile trovare località e rocce adatte alle scorie, perfino negli Stati Uniti, figuriamoci in Italia. Ma una centrale nucleare, anche se fosse ordinata ora, sarebbe pronta almeno tra 10 anni, andando a tappe forzate. E nel frattempo?
Nel frattempo, guardiamo più in positivo a tutti i modi alternativi di racimolare energia elettrica e non elettrica. Il risparmio e l’efficienza energetica dovrebbero essere il primo obiettivo, quasi "facile" da ottenere in pochi anni, in un Paese sprecone come l’Italia. Esiste un margine amplissimo su cui lavorare. Basta dire che, solo la dispersione del calore della case private in Italia è il doppio di quella della più fredda Svezia, come denunciano i bio-architetti.
Per conto di ISES Italia, l’ing. Marco Lucentini, dell’Università di Roma La Sapienza, ha presentato un interessante lavoro a Rimini ("Le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica: un connubio necessario") che riassumiamo qui per argomenti, poco più dei titoli dei vari capitoli con diapositive.
L’efficienza e il risparmio energetico devono costituire obiettivi primari per raggiungere gli impegni del 20-20-20 della Unione Europea in ordine al Protocollo di Kyoto. E quest’ultimo pone tra le prime linee strategiche efficienza e risparmio energetico, più ancora delle stesse fonti energetiche rinnovabili.
Oggi, aggiungiamo noi, la crisi economica in atto fa temere (o sperare, secondo alcuni) la caduta in disgrazia o nel dimenticatoio del trattato di Kyoto, che effettivamente colpiva poco gli "sporcaccioni" Paesi emergenti oggi avidi di energia (Cina, India, Brasile ecc.) e colpiva troppo e in modo sospetto l’Europa e l’America del Nord. Ad ogni modo, l’avvio del processo virtuoso innescato da Kyoto, deve servirci in tempi di drammatica crisi di energia, come stimolo per riorganizzare l’intero pool delle fonti e dei consumi interni di energia.
Oggi si parla solo della "fame di energia" che c’è in Italia (spesso limitandosi a quella elettrica), e il tema ricorrente di ogni dibattito è sempre "quante nuove centrali" occorre costruire. E su internet ci si accapiglia.
Ma chi decide? Sempre l’offerta, cioè i produttori e le aziende costruttrici associate. Oltre ai finanziatori, investitori e banche, of course. E soprattutto il Governo, che – sia Prodi o Berlusconi – rappresenta molto più l’offerta della domanda. La domanda (famiglie, industria ecc.) ha invece in Italia ancora un ruolo marginale o inesistente riguardo alle scelte di politica energetica. Cioè il cittadino che ha votato ed eletto i Governi che decidono per lui anche che tipo e quanta energia deve consumare, non conta nulla: tutto gli viene imposto dall’alto. Questo aspetto autoritario, capite bene, è molto grave per un sito di "Ecologia Liberale". E ricorda maledettamente l’autoritarismo reticente che provocò le proteste popolari contro il nucleare negli anni 70. Cerchiamo ora di non fare il bis, se no sarà inevitabile una contrapposizione manichea come allora.
Quindi, valutare e programmare il potenziale di risparmio energetico in Italia, a cominciare dal settore residenziale (abitazioni private ecc.).
Naturalmente, una seria politica dell’efficienza energetica favorirà il decollo della "generazione distribuita di energia" e di conseguenza anche delle energie rinnovabili. Questo sarà anche un fatto di democrazia liberale energetica diffusa: nei piccoli e medi Centri i privati potranno autoprodursi in casa o in piccoli stabilimenti l’energia con ogni mezzo, e rivenderla ai vicini convenzionati. Tutti nel quartiere sapranno chi produce e da dove viene l’elettricità. Oltretutto si abbatteranno i costi e le dispersioni enormi dovute al trasporto di elettricità per le lunghe distanze. E nessuno godrà di odiose rendite di monopolio energetico, come avviene oggi.
Quali sono i potenziali di risparmio energetico in Italia? Nello studio dell’ing.Lucentini i comparti più promettenti sono i motori elettrici (39%), gli elettrodomestici (28%) e l’illuminazione (23%).
Invece, dividendoli per settore, i risparmi ottenibili sono il 33% nelle abitazioni private, il 36% nel settore commerciale e il 31% in quello industriale.
Per concludere, lo studio dell’ing. Lucentini (ISES Italia, 2005), ipotizza che con un completo spostamento degli investimenti per gli usi finali di apparecchiature, stabilimenti ed edifici verso le tecnologie più efficienti disponibili sul mercato, l’Italia potrebbe ridurre fino al 46% della domanda di energia elettrica in un periodo di 15 anni.
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