10 febbraio 2014

 

Qualche calcolo sul fotovoltaico. Ora aumenta il rendimento: sarà davvero l’energia dell’avvenire.

Tetto di casa ricoperto da pannelli fotovoltaicoAbbiamo trascorso anni in congetture sullo sviluppo tecnologico e la convenienza economica delle energie ricavate da fonti rinnovabili. Ora poi si affacciano anche i problemi, non certo secondari rispetto all’ambiente, dell’impatto paesaggistico di un eolico e un fotovoltaico mal impiantati per ragioni puramente speculative. Ma nel frattempo, negli ultimissimi tempi, sembra mutato in meglio lo “stato dell’arte” di quest’ultimo settore, nel quale ricerca e tecnologia applicata stanno facendo passi da gigante sul rendimento e sui prezzi. Sul tema, ecco la qualificata opinione dell’ing. Roberto Vacca, pioniere delle prospettive “futuribili” dell’energia e grande disegnatore di scenari possibili (NV).

Dopo i rapidi e notevoli aumenti del prezzo del petrolio a partire dagli anni Settanta, si associa quasi sempre a ogni considerazione su questioni energetiche la parola “crisi”. Continuano a essere citati disastri planetari visti come imminenti in base a dati incompleti e interpretati in modi erronei. Fra questi: il riscaldamento globale del pianeta attribuito al consumo eccessivo di carbone, petrolio e gas e l’esaurimento dei giacimenti petroliferi. L’avvenire del clima viene vaticinato usando modelli non validati, né validabili. La fine del petrolio è temuta da chi ignora che il livello delle riserve accertate continua a crescere, che l’origine dal petrolio non è biologica e che esistono giacimenti enormi a grande profondità.

Invece le tendenze attuali indicano che avremo energia abbondante, non inquinante, a basso prezzo. Assumerà importanza primaria il fotovoltaico. L’ ottimismo non è dovuto solo alla recente notevole crescita, ma al velocissimo aumento dei rendimenti che, in laboratorio, sono saliti molto oltre il 15% tipico delle celle di silicio cristallino che, appunto, trasformano in elettricità meno di un sesto dell’energia dei raggi solari. Il trend di questo progresso sembra avviato a continuare. I rendimenti di celle fotovoltaiche che concentrano la radiazione solare anche 100 volte, crescono rapidamente. Varie industrie e centri di ricerca [fra cui: le americane Spectrolab, Amonix, Solar Junction, la giapponese Sharp e l’università australiana del South Wales] hanno superato il rendimento del 44% con un costo che si stima possa scendere a poco più di 2 dollari per Watt installato (cui bisogna aggiungere i costi delle infrastrutture e dei convertitori da corrente continua in alternata).

Prezzo energia elettrica in Paesi Europei 2012

In Germania e in Italia costruttori e utenti hanno installato molto fotovoltaico. Conveniva perché interessanti incentivi statali andavano a chi lo adottava. Le risorse per questi aiuti sono state ottenute aumentando le tariffe agli altri utenti. Quindi il prezzo del kilowattora in Germania e in Italia è fra i più alti in Europa (vedi tabella accanto), ma non ha una correlazione significativa con la produzione industriale, né con l’andamento dell’economia in generale.

Ora gli incentivi diminuiscono e la crescita del fotovoltaico rallenterà. Però è stato superata una soglia importante: in Italia la potenza degli impianti per la generazione di energia eolici e fotovoltaici (24.500 megawatt) è maggiore di quella installata degli impianti idroelettrici (18.200 MW). Questi possono essere messi in funzione a piacere – in qualsiasi momento – senza vincoli. Gli eolici non danno energia se non c’è vento e i fotovoltaici non ne danno se non c’è il sole. La produzione di energia eolica più solare nel 2012 è stata di 32.269 gigawattora (GWh). Quella di energia idroelettrica è stata di 43.854 GWh. Al tasso di crescita attuale, il fotovoltaico supererà l’idroelettrico entro un paio d’anni.

L’energia solare è tanto abbondante che per soddisfare il fabbisogno mondiale, basterebbe trasformare in elettricità anche solo col rendimento dell’1% la radiazione solare che incide sui deserti. Perché, allora, non si risolvono tutti i problemi energetici sfruttando celle foto-voltaiche? Perchè le celle foto-voltaiche sono ancora costose e il loro rendimento è ancora basso.

Fonti rinnovabili. Energia prodotta in ItaliaIl costo per installare 1 kilowatt di potenza elettrica fotovoltaica è di 3.000 €. Quello per installare 1 kW idroelettrico o termoelettrico è poco più di 1.000 €. Alle nostre latitudini il sole trasmette a ogni m2 di superficie terrestre una potenza di circa 1.000 Watt. Le celle fotovoltaiche producono, quindi, circa 150 Watt/m2. Se coprono 1 km2 , producono 150 megawatt per 2.000 ore l’anno: cioè 300 gigawattora. Gli impianti termoelettrici italiani hanno una potenza di 80 gigawatt (equivalenti a 80 grandi centrali nucleari) e funzionano in media 2.700 ore l’anno producendo 220 TWh (terawattora = migliaia di gigawattora). Sostituendoli col fotovoltaico, si risparmierebbero gas e carbone. La potenza richiesta sarebbe di 110 GW [80 GW x (2700/2000)] e l’area occupata (con rendimento attuale del 15%) di 730 km2 sarebbe (circa il 2,4 per mille di quella del Paese): ingombrante, ma non impensabile. L’impresa richiederebbe un investimento di 330 miliardi di € solo per i pannelli fotovoltaici a cui vanno aggiunte le infrastrutture e i sistemi per immagazzinare l’energia (prodotta quando c’è il sole e utilizzata anche quando non c’è). a questo scopo si possono usare batterie e si può pompare l’acqua dai bacini bassi ai laghi e a nuovi invasi a quote alte degli Appennini e delle Alpi. Abbiamo già oltre 7 GW di impianti di pompaggio; ne andrebbero costruiti altri e andrebbero riprogrammate le attività industriali e civili per ripartire la potenza nel tempo.

Destinando al pompaggio la metà della potenza fotovoltaica, cioè 55 GW, il costo delle centrali necessarie sarebbe di 55 miliardi di euro. Valutando in 2 ore/giorno il tempo in cui la potenza fotovoltaica va immagazzinata, l’energia prodotta richiederebbe in alternativa 110 GWh di batterie al litio con un investimento di 55 miliardi di € [500 €/kWh] dello stesso ordine di quello per le centrali di pompaggio. Con batterie al sale (che paiono imminenti) l’investimento in batterie si ridurrebbe al 40%. Possiamo stimare, per ora. che l’investimento totale debba essere circa di: 400 miliardi di €: un sesto del PIL.

Se il rendimento del fotovoltaico arrivasse al 40%, l’area occupata sarebbe di 270 km2 (meno dell’1 per mille di quella del Paese) e si occuperebbero anche le aree liberate dagli impianti termoelettrici dismessi. Si può anche pensare, con maggior fantasia, a coprire la superficie dei bacini idroelettrici con zattere coperte da pannelli fotovoltaici. Ho fatto il conto sulle centrali abruzzesi di Provvidenza, S. Giacomo e Montoro (900 MW di potenza) alimentate dal lago di Campotosto (superficie di 10 km2). Con la tecnologia attuale, le celle sul lago produrrebbero 1,5 GW e con un rendimento del 40%, 4 GW – oltre 4 volte di più della potenza idroelettrica.

Il rendimento massimo teorico è η = 1–(T2/T1) = 1 – (293/6000) = 0,951, ove T2 è la temperatura ambiente (293°K = 20°C) e T1 (6000°K) è la temperatura della superficie solare. Il fisico inglese P.T. Landsberg ha dimostrato nel 1977 che il rendimento massimo teorico è del 93,3 %.

L’iniziativa più urgente è investire in ricerca e sviluppo per realizzare celle fotovoltaiche con rendimenti crescenti – a costi accettabili. La Commissione Europea dovrebbe indire gare e arruolare le aziende europee hitech. I governi dei 27 Paesi dell’Unione dovrebbero appoggiare energicamente questa impresa raggiungibile e risolutiva.
ROBERTO VACCA.

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02 dicembre 2011

 

Imposte “ambientali”? Ma solo l’1 per cento del gettito va a tutela dell’ambiente

Tassa verde (vignetta stilizzata) Quante e quali sono le imposte che gravano in qualche modo su materie di ambito ambientale? Non sono poche, se calcoliamo carburanti, energia, rifiuti, veicoli a motore, pesticidi e altre sostanze inquinanti.

“Secondo la recente elaborazione realizzata dalla CGIA di Mestre, solo l’1,1% delle imposte ambientali pagate dai cittadini e dalle imprese italiane all’Erario e agli Enti locali è destinato alla protezione dell’ambiente.

Il restante 98,9%, purtroppo,  va a coprire altre voci di spesa. Infatti, a fronte di 41,29 miliardi di euro di gettito incassati  nel 2009 (ultimo dato disponibile) dall’applicazione delle cosiddette imposte “ecologiche” sull’ energia, sui trasporti e sulle attività  inquinanti, solo 459 milioni di euro  vanno a finanziare le spese per la protezione ambientale.

Insomma, tutta quella sequenza di imposte spesso sconosciute che paghiamo quando facciamo il pieno alla nostra autovettura, quando paghiamo la bolletta della luce o del gas/metano, il bollo dell’auto o l’assicurazione della nostra auto non vanno  a sostenere le attività di salvaguardia ambientale per le quali sono state introdotte.

Imposte ambientali in Italia, non utilizzate per l'ambiente (CGIA Mestre 2011)“Questa anomalia tutta italiana – commenta il segretario della CGIA di Mestre Giuseppe Bortolussi – è l’ennesima dimostrazione che il nostro sistema fiscale va completamente  rivisto. In queste settimane abbiamo assistito a vere e proprie catastrofi ambientali in parte causate dalla mancanza di attività manutentive e di messa in sicurezza del nostro territorio. Se a fronte di poco più di 41 miliardi di euro che vengono incassati ogni anno, il 99% finisce a coprire altre voci di spesa, non possiamo più denunciare che questi disastri avvengono anche perché non ci sono le risorse finanziarie disponibili per la tutela del nostro territorio. I soldi ci sono, peccato che ormai da quasi un ventennio finiscono altrove. Con la beffa che ogni qual volta subiamo un’alluvione ci ritroviamo a subire l’ennesimo aumento delle accise sulla benzina od una nuova tassa di scopo”.

La CGIA sottolinea che la selva di tasse ed imposte ambientali che grava sugli italiani è lunghissima. I tre grandi capitoli su cui insistono le imposte “verdi” sono: energia, trasporti ed inquinamento.

Le imposte sull’energia sono:

Sovrimposta di confine sul GPL
Sovrimposta di confine sugli oli minerali
Imposta sugli oli minerali e derivati
Imposta sui gas incondensabili
Imposta addizionale sull’energia elettrica di comuni e province
Imposta sull’energia elettrica
Imposta sul gas metano
Imposta consumi di carbone

Le imposte sui trasporti sono:

Pubblico registro automobilistico (PRA)
Imposta sulle assicurazioni Rc auto
Tasse automobilistiche a carico delle imprese
Tasse automobilistiche a carico delle famiglie

Le imposte sulle attività inquinanti

Tributo speciale discarica
Tassa sulle emissioni di anidride solforosa e di ossidi di zolfo
Tributo provinciale per la tutela ambientale
Imposta regionale sulle emissioni sonore degli aeromobili
Contributo sui prodotti fitosanitari e pesticidi pericolosi

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13 luglio 2011

 

Eco-affari. Distrugge la natura il boom della energia “verde” finanziata dallo Stato

Fotovoltaico. Densità in LombardiaL’energia pulita sporca? E’ un paradosso. E’ quello che sta accadendo in Lombardia, e anche nel resto dell’Italia, specie al Sud, dove la speculazione e la criminalità dominano, e certamente non aspettavano altro per riciclarsi in qualcosa di legalmente ed ecologicamente “pulito”. Anche se, ora si vede chiaramente, “sporca” paesaggio e ambiente.
Ma come, si è lamentato un lettore del Corriere, prima gli ecologisti propagandano le energie rinnovabili e poi si accorgono che rovinano l’ambiente? Siete incontentabili. “Eh, ma che potevamo immaginare – rispondono quelli – che ne avrebbero approfittato cani e porci, anche quelli che dispongono di fonti energetiche modeste o addirittura inadeguate?”
Insomma, il solito caso di furbizia all’italiana, oppure una normale speculazione di mercato che sarebbe accaduta ovunque? Eppure, il caso delle altissime e invasive torri eoliche che hanno distrutto il paesaggio da cartolina di tanti crinali montuosi del Centro-Sud avrebbe dovuto mettere sull’avviso. E invece, niente.

Diciamo subito che l’autoproduzione di energia da parte dello stesso consumatore (che può diventare anche piccolo produttore) è un antico concetto della filosofia di vita naturista, bello e utile, anche all’ambiente. Ma il boom dell’autoproduzione con ogni mezzo, anche il più inadeguato, solo in vista dell’alto prezzo, fuori mercato, pagato indirettamente dallo Stato, cioè da tutti noi, sta ponendo problemi gravi, e non è certo né ecologico, né liberale, come invece alcuni sprovveduti o furbi lasciano intendere. Dopo aver promesso di ridurli, infatti, il Governo ha alla fine mantenuto gli attuali alti, troppo alti, incentivi alle energie rinnovabili.

La cosa ricorda molto un altro boom tipicamente italiano, cioè furbo: quello dell’agricoltura bio: solo che qui non ci sono le speranze di maggiori profitti da prezzi di vendita più alti, ma solo la certezza delle provvidenze di Stato. Che ci sono dappertutto, si badi, solo che in Italia sono più alte, troppo più alte, considerando che l’Italia, almeno quella del Centro-Sud, gode di una insolazione record. Come ripete da tempo Giovanni De Pascalis, secondo scienza metereologica e mercato, il sole al Sud andrebbe pagato molto meno che al Nord. E invece non è così.

Ma non è così che di diversificano le fonti e si auto-produce elettricità in modo da ridurre la dipendenza dal petrolio e ridurre l’emissione di anidride carbonica.
L’ambiente e l’economia liberale, anzi, ne sono colpiti duramente, visto che è un sistema inefficiente che, in realtà, nonostante i numeroni, andando a dividere per abitanti, produce pochissima energia pro-capite, pur coprendo o distruggendo gran parte dell’ambiente, quindi attentando a due ordini di veri e propri diritti di libertà dei cittadini: un mercato libero e un ambiente naturale. E’ solo la solita furbizia degli uomini favorita da leggi sbagliate fatte da parlamentari di nessuna intelligenza. Speriamo solo che gli incentivi siano abbassati e meglio regolamentati fino a livelli europei, e diversificati – nel solare – per quantità di insolazione annuale. E speriamo anche che gli ecologisti di oggi, specialmente in vista della rifondazione di novembre in un nuovo soggetto politico, sia pure metapartitico, capiscono il problema e prendano le contromisure per proposte alternative.

In ogni caso, attenti agli eco-affari, cioè al business verde. Ricordiamolo ai deboli di memoria. Per non aver capito che gli affari con l’ambiente e sull’ambiente sono pericolosi, pericolosissimi, anzi sono spesso il vero problema, sia per la Natura, sia per la privata e pubblica moralità, i Verdi si sono giocati la loro credibilità negli anni ’80 e ‘90. Altro che sacralità della Natura, che in Italia è bellissima e “poca”, cioè ristretta da città e attività antropiche come in nessun Paese al mondo, a causa dell’antica civiltà. Perfino tra i Verdi, si rischia di essere considerati “fondamentalisti” a ricordare l’abc ambientalista. Moltissimi, troppi, politici Verdi si sono dichiarati in passato disposti, dispostissimi, a fare in modo che con la Natura si possano fare soldi, tanti soldi.
“Ecologia liberale”? Macché, spesso si è visto che non era né “ecologia”, dato che paradossalmente deturpava il territorio, né “liberale”, se è vero che contravveniva a diritti di libertà e sbilanciava il mercato libero a vantaggio solo di alcuni.

Un effetto paradosso, analogo a quelli manifestati in passato dalle speculazioni (legali o illegali) dell’industria eolica e dell’agricoltura biologica, messo in luce da un articolo, purtroppo generico e non particolareggiato, di Claudio Del Frate sul Corriere della Sera, riportato qui di seguito.
NICO VALERIO

Cresce la protesta contro lo sfruttamento intensivo
CONTADINI E IMPRENDITORI: TUTTI STREGATI DAL BUSINESS DEI KILOWATT «VERDI»
Ma in Lombardia il mercato delle energie rinnovabili è quasi saturo. Pesante l'impatto sull’ambiente

Non c’è più spazio per centrali idroelettriche, quelle a biogas stanno stravolgendo il mercato dell’agricoltura e anche i pannelli solari devono ormai farsi spazio tra mille difficoltà. Il paradosso delle energie rinnovabili trova la sua plastica rappresentazione in Lombardia: nati per bilanciare i consumi di combustibili fossili, spinti dalla generosa erogazione di incentivi statali senza pari in Europa, i kilowatt «verdi» fanno i conti con la sostenibilità e l’impatto determinato sull’ambiente. Non sempre facile da trovare, stando almeno a una serie di casi emersi proprio nella regione più energivora d’Italia. La protesta contro lo sfruttamento intensivo delle risorse rinnovabili ha radunato un fronte molto composito, che va dalle organizzazioni degli agricoltori fino ad associazioni green come Slowfood per arrivare in campo politico alla Lega Nord, favorevole come è noto al taglio in finanziaria dei fondi per le rinnovabili.

ALL’ASCIUTTO – Il primo effetto indotto dagli incentivi sulle fonti alternative lo si vede nelle province dell’arco alpino: nella sola Lombardia sono state depositate domande per costruire ben 299 nuove centrali idroelettriche di piccole e medie dimensioni tra Como, Lecco, Bergamo e Brescia. Dal conto è esclusa Sondrio ma perché qui l’amministrazione provinciale ha strappato una moratoria dal momento che quasi il 90% dei corsi d’acqua è già imbrigliato per produrre elettricità. «Occorre ridiscutere subito le regole – denuncia Dario Bianchi, consigliere regionale della Lega Nord – altrimenti per l’ambiente montano sarà un vero e proprio scempio: fiume e torrenti rischiano di rimanere asciutti con gravi danni idrogeologici perché sfruttati da aziende private sostenute dagli incentivi statali». Dopo l’estate la questione finirà sui tavoli della Regione Lombardia.

ENERGY FARMERS – Molti dei contadini che fino a pochi anni fa si dedicavano ad allevare suini, a seminare mais e foraggio adesso si sono chiamati fuori dalla catena alimentare. Molto più redditizio, sempre per il meccanismo degli incentivi, trasformarsi in produttori di energia. La sezione dello Slowfood di Cremona, una delle città gioiello dell’agroalimentare italiano, ha chiesto alla Provincia di introdurre una moratoria sulla costruzione di centrali biogas che stanno nascendo in tutta la campagna padana: solo nel Cremonese sono già 125 gli impianti funzionanti o in procinto di essere accesi. Secondo stime dello Slowfood, in buona sostanza confermate dal consorzio dei produttori del biogas, il 25% dei suoli destinati al mais oggi serve solo ad alimentare le centrali a biogas. «E’ un danno enorme alla filiera agroalimentare» denuncia Claudio Rambelli di Slowfood. Una stima di Coldiretti sostiene che per produrre un solo megawatt di biogas è necessaria la produzione di 200 – 300 ettari di mais.

PER UNA LAMPADINA – Il terzo caso manifestatosi in Lombardia riguarda i pannelli solari. Stavolta è Confagricoltura a denunciare le storture di questo boom: in un anno la presenza nella regione è passata da 10.800 a oltre 25mila impianti. Sembrano molti, in realtà in base a un calcolo di Regione Lombardia questa «foresta» di pannelli produce all’incirca 348 megawatt di potenza: l’equivalente del consumo di una piccola lampadina per ogni lombardo. A che prezzo? Al prezzo che l’affitto dei terreni è balzato da 600 euro a 2mila euro per ettaro, denuncia Confagricoltura, al punto che molti proprietari smettono anche in questo caso di produrre cibo per dedicarsi all’energia. «E’ necessario introdurre criteri di salvaguardia - aveva annunciato l’assessore regionale Marcello Raimondi – almeno per le zone dedicate a produzioni agricole di pregio».

IMMAGINE. Densità di impianti fotovoltaici per 1000 abitanti in Lombardia nel 2010 (Elaboraz. di G. Carrosio per www.energiafelice.it).

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17 giugno 2011

 

Rifkin risponde ai filo-nuclearisti: “E le scorie? Il nucleare è finito: anti-economico e non risolutivo”.

Non solo il disastro di Fukushima, che ha seminato il panico proprio per la competenza tecnologica e la previdenza di un Paese progredito come il Giappone, già colpito in passato dalla tragedia atomica. Ora anche l’esito vittorioso del referendum anti-nucleare in Italia, con oltre il 57 per cento di cittadini votanti, tra i quali il 95 per cento di sì, un evento elettorale-politico unico al Mondo, che ha fatto rumore nell’ambiente dell’energia e perfino nelle Borse. Insomma, sembra che davvero sia caduta una pesante pietra tombale sugli sviluppi ulteriori dell’energia nucleare, almeno allo stato delle attuali tecnologie.

Ma non ci illudiamo che politici e affaristi si siano messi davvero l’anima in pace. Erano proprio gli altissimi costi delle centrali, con tutto il probabile vorticoso giro di percentuali, parcelle e “mazzette”, insomma un vero e proprio “moto perpetuo” di corruzione (l’unica energia prodotta da una centrale nucleare negli oltre 10 anni che intercorrono tra la decisione di costruirla e la data dell’inaugurazione…), ad attirare così tanti accalorati sostenitori tra avvocati e commercialisti, laureati in scienze politiche e insegnanti, ragionieri e geometri, ovvero le specializzazioni più comuni tra i politici di professione.

Sarebbe grave, però, se anche la ricerca ne fosse toccata. Poiché crediamo nella scienza e nel progresso della tecnologia, siamo con Margherita Hack nel dire che non ci piacerebbe affatto che a tirare i remi in barca fossero, invece, i soli scienziati, ai quali spetta il compito – se possibile – di inventare finalmente sistemi diversi e molto più sicuri di produzione di energia nucleare, che eliminino anche il problema della collocazione delle scorie radioattive per migliaia di anni. Fantascienza? Non lo crediamo. La storia della scienza ci ha abituato ad accelerazioni sorprendenti negli ultimi decenni.

Nel frattempo, però, con questi costi pazzeschi, con questi lunghissimi tempi di costruzione e avviamento, con questa obsolescenza rapidissima (dopo Fukushima, appunto) e con questi incidenti, rari ma vissuti come apocalittici ogni volta che si verificano, tanto più in un Paese in cui illegalità, corruzione e faciloneria rendono insicure perfino costruzioni modeste in caso di modesti terremoti (v. la Casa dello Studente all’Aquila), troviamo giusto, logico e razionale il voto “emotivo” espresso dagli Italiani. Perché, esiste forse un voto non emotivo?

Intanto, vogliamo ospitare il parere dato in un’intervista, ben prima del referendum italiano, dal celebre economista e ambientalista Jeremy Rifkin, docente universitario e presidente della Fondazione per le Tendenze Economiche, che nel montaggio del breve filmato sembra rispondere al presidente francese Sarkozy, fautore delle centrali nucleari, per niente scalfito dalla tragedia di Fukushima. E ai nuclearisti che chiedono polemicamente “di che cosa è esperto Rifkin” per poter parlare di centrali nucleari, come se solo i fisici o gli ingegneri nucleari fossero abilitati a farlo, si può rispondere: e allora, ancor meno possono parlare politici incompetenti su tutto, come Sarkozy. E ad ogni modo, come sarebbe impensabile che i generali potessero decidere se fare una guerra o no, così sarebbe grave che i fisici nucleari potessero decidere di costruire centrali nucleari a volontà. Sono scelte politiche, è vero, ma che travalicano le opinioni personali dei singoli politici e, per le conseguenze che possono avere queste decisioni, devono essere demandate ai cittadini.

Il nucleare è ormai finito, sepolto, dice in sostanza Rifkin nell’intervista, perché troppo costoso e pericoloso. Ma, comunque, il problema vero – aggiunge – è che di fatto si rivela energeticamente ininfluente. L’energia prodotta dalle centrali nucleari in tutto il Mondo è poca, pochissima.

La trascrizione schematica della prima parte del video di Rifkin è questa:

“L’energia nucleare si era fermata durante 25 anni, dopo le catastrofi di Three Mile Island e Chernobil. Poi ha avuto una rinascita di interesse a causa del problema del cambiamento climatico. Noi siamo la soluzione – dicevano i nuclearisti – noi siamo ecologici, non emettiamo CO2, la tecnologia nucleare “è pulita”. Ma vi dirò quale è la ragione commerciale per cui l’energia nucleare non serve più a nulla. Non tornerà mai. E’ morta e sepolta. Alcuni vorranno ancora dibattere sul lato ideologico. Ma io presiedo un gruppo di 120 società le più importanti del mondo, di informatica, logistica, trasporti, energia, costruzioni. Le nostre società sanno che il nucleare è terminato. Ecco i primi argomenti elencati dall’interessantissima intervista di Rifkin:

1. Oggi esistono nel mondo 443 centrali nucleari, e sono ormai tutte vecchie. Danno soltanto il 6% dell’energia prodotta, mentre secondo il gruppo di esperti del cambiamento climatico dell’ONU dovrebbero dare almeno il 20% dell’energia, per avere un minimo impatto sul cambiamento del clima. Il che è irrazionale per la rinascita di quel settore. Cioè dovremmo rimpiazzare le vecchie 443 e costruire in più 1000 nuove centrali, e dunque avere 1500 nuove ed efficienti nei prossimi 25 anni. Miliardi e miliardi di dollari. Qualcuno pensa che tutto ciò sia possibile?
2. Non sappiamo ancora che cosa fare dei rifiuti nucleari. Sono 60 anni che si usa questa tecnologia, e da 60 anni l’industria nucleare dichiara che troverà un mezzo per stoccare le scorie. Non si sa tuttora che cosa farne. Nel mio Paese [USA, ndr] si spendono 8 miliardi di dollari di tasse e 18 anni per costruire una caverna dentro la montagna Yucca per le scorie nucleari, che saranno senza pericolo tra 10 mila anni. Ma ecco il problema, terminato di costruire la grotta e prima ancora di metterci i rifiuti, si sono avuti problemi di fondamenta, perché la Terra è in movimento a causa delle placche tettoniche, insomma, non questi rifiuti non li possiamo immagazzinare da nessuna parte. Quando Fukushima è scoppiata so che la Francia non ha neanche parlato della tragedia. La cosa dava fastidio, i giornali si sono censurati

3. In quanto all’uranio….” Be’ il resto lo trovate nel video dell’intervista.

AGGIORNATO IL 26 MARZO 2015

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11 giugno 2011

 

Premio Nobel Rubbia: "Nucleare? No, costa troppo: meglio geotermia e gas"

Anche l’Italia ha avuto lo tsunami, non lo ricorda mai nessuno. Ed ha causato, con un disastroso terremoto, ben 100 mila morti a Messina e Reggio Calabria (1908). Un secolo dopo, il recente terremoto dell’Aquila, pur di grado modesto, ha tuttavia distrutto tante case antiche e fatto non pochi morti, rivelando errori di progettazione ed esecuzione perfino in palazzi nuovi, crollati anch’essi, e una disorganizzazione e corruzione amministrativa ancora più preoccupanti dello stesso evento sismico.

Figuriamoci se l’Italia, questa Italia, può permettersi delle centrali nucleari. E il fatto che sia circondata da centrali nucleari nei Paesi confinanti, a cui paghiamo l’energia importata, non è una buona argomentazione per costruire anche noi impianti nucleari. Intanto la catena delle Alpi è una buona protezione in caso di eventi castastrofici, e poi le somme spese oggi per l’elettricità importata – una parte è addirittura rivenduta con guadagno - sono nulla rispetto a quelle che dovremmo investire, senza alcuna speranza di ammortizzarle mai, per centrali sul nostro territorio. La costruzione durerebbe oltre 10 anni e la loro vita media, specie dopo la tragedia di Fukushima che ha accoprciato la vita di tutte le centrali, sarebbe di 10 anni, tutt’al più. Quindi sarebbero costosissime: una vera pazzia economica e ambientale.

Lo hanno capito anche gli scienziati. Alla vigilia del referendum sull'atomo in Italia, il premio Nobel 1984 per la fisica, Carlo Rubbia, ha concesso una intervista ad Antonio Cianciullo sulla Repubblica di oggi. "Guai a ignorare la lezione di Fukushima", ha detto Rubbia. Piuttosto, utilizziamo la tanta energia che abbiamo nel sottosuolo italiano, e dalla combinazione di gas ed energia geotermica potremmo trarre grandi vantaggi. Per esempio, ha aggiunto, dal sottosuolo di Lazio, Toscana e Campania potremmo ricavare con opportune tecnologie un potenziale energetico pari a ben quattro centrali atomiche. Se poi, aggiungiamo noi, ci mettiamo anche la razionalizzazione di distribuzione e consumi, a parità di stile di vita, otterremmo risparmi pari fino al 30% complessivo (proiezione ENEA), che sarebbe come ritrovarsi in casa svariate centrali atomiche gratuite e senza i rischi. NICO VALERIO

Ecco l’intervista di Rubbia alla Repubblica:

"Fukushima ha rappresentato una grande sorpresa perché ha evidenziato uno scollamento tra le previsioni e i fatti. È stata una lezione ed è pericoloso non imparare dalle lezioni. Soprattutto per un paese come l'Italia che con il Giappone ha molti problemi in comune: non solo la sismicità ma anche gli tsunami prodotti da un terremoto, come l'onda gigante che ha distrutto Messina nel 1908. È ragionevole fare una centrale atomica in Sicilia?".
Carlo Rubbia, il Nobel che in Italia ha inventato il progetto pilota per il solare termodinamico, osserva il panorama energetico a tre mesi dall'inizio di un incidente nucleare che non si è ancora concluso.

Dopo Fukushima tutto il mondo s'interroga sul futuro del nucleare e paesi come la Germania e la Svizzera hanno deciso di uscire dal club dell'atomo. Il governo italiano invece vuole rientrare. Le sembra una buona scelta?

"Non si può rispondere con un sì o con un no. Bisogna esaminare i problemi partendo da una domanda fondamentale: quanti soldi ci vogliono e chi li mette. Si dice che una centrale nucleare costa 4-5 miliardi di euro. Ma senza calcolare gli oneri a monte e a valle, cioè le spese necessarie per l'arricchimento del combustibile e per la creazione di un deposito geologico per le scorie radioattive come quello che gli americani hanno cercato di fare, senza riuscirci ma spendendo 7 miliardi di dollari, a Yucca Mountain".

Insomma quanto costerebbe il piano italiano che punta ad arrivare al 25 per cento di elettricità dall'atomo?

"Per raggiungere un obiettivo del genere, e o si raggiunge un obiettivo del genere oppure è inutile cominciare perché si hanno solo i problemi senza i vantaggi, serviranno una ventina di centrali e quindi possiamo immaginare un costo diretto che si aggira sui 100 miliardi di euro. Il punto, come dicevo, è chi li mette sul tavolo".

In tutto il mondo i capitali privati tendono a tenersi lontani dal nucleare, li spaventa il rischio.

"Proprio così. Nei paesi che hanno scommesso sull'energia nucleare questa scelta è stata finanziata, in un modo o nell'altro, dallo Stato, spesso perché lo Stato era impegnato nella costruzione di bombe atomiche. Per questo le centrali francesi sono costate tre volte meno di quelle tedesche: buona parte degli investimenti strutturali erano a carico della force de frappe. Ora se in Italia ci sono - e sarebbe una novità - privati interessati a investire in questo settore, bene: si facciano avanti. Altrimenti bisogna dire con onestà che i soldi vanno presi dalle tasse".

La Germania ha deciso di chiudere le centrali nucleari perché considera più conveniente investire nelle fonti rinnovabili. Condivide il giudizio?

"Io ho parlato a lungo proprio con le persone che hanno preso questa decisione. È stato un passo importante perché il futuro è lì, ma bisogna tener presenti i tempi dell'operazione: le fonti rinnovabili per esprimere a pieno il loro potenziale, arrivando a sottrarre quote importanti ai combustibili fossili, hanno bisogno ancora di 10-15 anni. Quindi bisogna pensare a una transizione".

Per questo il centrodestra italiano parla di nucleare.

"Non diciamo sciocchezze, una centrale nucleare approvata oggi sarebbe pronta tra 10-15 anni, alla fine del periodo di transizione. Noi abbiamo bisogno di impianti con un basso impatto ambientale e tempi di costruzione rapidi. Penso a un mix in cui l'aumento di efficienza gioca un ruolo importante, sole e vento crescono e c'è spazio per due fonti che possono produrre subito a costi bassi".

Quali?

"Innanzitutto il gas, che è arrivato al 60 per cento di efficienza e produce una quantità di anidride carbonica due volte e mezza più bassa di quella del carbone: il chilowattora costa poco e le centrali si realizzano in tre anni. E poi c'è la geotermia che nel mondo già oggi dà un contributo pari a 5 centrali nucleari. L'Italia ha una potenzialità straordinaria nella zona compresa tra Toscana, Lazio e Campania, e la sfrutta in maniera molto parziale: si può fare di più a prezzi molto convenienti. Solo dal potenziale geotermico compreso in quest'area si può ottenere l'energia fornita dalle 4 centrali nucleari previste come primo step del piano nucleare. Subito e senza rischi".

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10 giugno 2011

 

Vacca: «Incompetenti! Perché perfino chi vuole il nucleare ora deve votare sì»

Vacca in tv Vota sì, contro il programma nucleare del Governo, contro le centrali a go-go decise da personaggi inaffidabili, l'eccentrico guru dei tecnologi e futurologi italiani, uno dei miei personaggi preferiti, uno scienziato e divulgatore che ha idee proprie e competenza, a differenza di certi divulgatori da tv, pompati, insulsi e seriosi, e forse solo per questo famosissimi. In fondo, penso sempre guardandoli sullo schermo, questi Montanelli della scienza casalinga, basta non ridere mai o portare gli occhiali, parlare in modo pacato ed incerto, e soprattutto avere dietro un’intera redazione di esperti che fa il lavoro per te, ed ecco che sei preso per “serio” dalla casalinga e dal pensionato, o “attendibile” dai giornalisti.
Grande ing.Vacca, alla sua età - oltre 80 - sempre brillante, fuori schema, sorprendente. Ero sicuro, conoscendolo come nuclearista, e politicamente non certo di Sinistra, che al referendum abrogativo contro la legge che dà carta bianca al Governo di varare con suo comodo un piano energetico e nucleare, avrebbe votato no. E invece scopro che vota sì.
E leggete con quali ficcanti argomentazioni risponde all'appello dell’amico Chicco Testa ai nuclearisti! Perché – dice in sostanza - questa legge e questi incompetenti al Governo sono pericolosi, non possono occuparsi di questioni delicate come scienza (dopo aver tagliato le spese per la ricerca) e centrali nucleari, loro che non sanno neppure gestire un modesto terremoto all’Aquila o i rifiuti di Napoli. E vanno spazzati via. Detto, si badi, da un nuclearista... Ecco la sua intervista apparsa oggi sull’Unità (NV).

“È insensato essere pro o contro il nucleare, come lo è essere pro o contro le auto: ottime quelle moderne, mantenute bene, non i ruderi sbidonati. Il nucleare non esiste. Va bene quello modulare a sicurezza intrinseca, non quelli di Chernobyl o Fukushima. Il primo non potrebbe certo esser realizzato in base alla legge 75/2011 del 26/5/2011: un minestrone generico (nelle ultime 3 righe cambia anche il proprio titolo). Parla anche di stampa, tv, Servizio Sanitario in Abruzzo, trattamento scorie radioattive. Stabilisce: «entro un anno il Consiglio dei Ministri adotterà strategie energetiche nazionali, diversificando fra fonti energetiche». Cioè: carta bianca all’attuale governo (che ha dimostrato incompetenza e priorità distorte in tanti settori) per ricorrere a nucleare o qualsiasi altra fonte.
Se il Referendum del 12 e 13 Giugno non raggiungesse il quorum, ci porteremmo dietro per 5 anni questa legge vaga, aperta a improvvisazioni avventate. Ho ricevuto da Chicco Testa un “Appello di intellettuali e scienziati per non chiudere definitivamente l’opzione nucleare in Italia”: invita a disertare le urne, così senza quorum il referendum si annullerebbe. Hanno aderito colti amici fra cui fisici ed esperti. Penso che abbiano fatto male.
Il testo dice: “la vittoria del Si provocherebbe una censura preventiva che impedirebbe agli italiani di essere informati sull’evoluzione del nucleare e … indebolirebbe il ruolo dell’Italia nella discussione internazionale. È, invece, importante che il nostro paese abbia voce in capitolo per stabilire i requisiti di sicurezza da imporre alle decine di centrali alle nostre frontiere.” Non è vero. Cancellare articoli della legge 75 bloccherà iniziative avventate del governo: non l’informazione. Questa è stata bloccata, invece, dai tagli che il Governo ha praticato a ricerca e risorse della scuola. La confusa legge 75, poi, non darebbe voce in capitolo all’Italia per stabilire norme internazionali.
Dunque non aderisco a quell’appello. Disapprovo l’astensione: conserverebbe la legge confusa del 26/5, chiudendo la strada a decisioni sensate. È bene che l’energia nucleare sia prodotta e sottoposta al controllo della società. Per farlo è vitale che il pubblico sappia di più e capisca i problemi. Voterò Sì: eliminata la Legge 75, faremo bene, poi, a diffondere conoscenza, fare ricerca, progettare e realizzare soluzioni energetiche anche nucleari, sicure e condivise.
Taluno dice: “Il nucleare è troppo rischioso: ha prodotto un disastro perfino in Giappone - che usa tecnologia alta ed eccellente. Figurarsi che accadrebbe in Italia col nostro pressappochismo.” Ma anche il Giappone è inaffidabile. Perfino la rete elettrica è suddivisa in due, nelle regioni orientali a 50 Hertz, nelle regioni occidentali a 60 Hertz. Le due reti, incompatibili, hanno dimensioni simili. Le centrali dell'Ovest, non coinvolte nel recente disastro, non possono alimentare l'Est. Inoltre anche Fukushima non è stata modernizzata per 40 anni. Il Kaizen (= miglioramento continuo) giapponese è un mito. Pratichiamolo noi: ma sul serio.
La sicurezza deve essere intrinseca: gli interventi di raffreddamento non vanno affidati a circuiti di controllo che fanno partire motori (sempre vulnerabili), ma a fenomeni naturali (dilatazione di metalli, forza di gravità). Piccoli reattori nucleari a sicurezza intrinseca sono stati progettati anche a Roma. L’eccellenza della qualità non può essere solo vantata: va progettata, realizzata e controllata. Le opzioni sono tante. Fra queste anche il ricorso ai più sicuri reattori di quarta generazione ad alta temperatura raffreddati a gas. Per prendere queste decisioni complesse bisogna studiare e capire, non ripetere slogan pro e contro”. ROBERTO VACCA

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07 giugno 2011

 

La ricetta Hack: no centrali, sì ricerca sul nucleare, molte rinnovabili e risparmio

hackSiamo perfettamente d’accordo con Margherita Hack: "Non è necessario né economico puntare sulla costruzione di centrali nucleari in Italia, ma la ricerca in questo campo va continuata. E' preferibile sviluppare al massimo la ricerca sulle rinnovabili e migliorare l’attenzione al risparmio energetico". Con un articolo scritto per MicroMega, che riportiamo qui di seguito, la Hack precisa il suo pensiero sulle scelte energetiche che attendono l’Italia nei prossimi anni.
Nel frattempo la Corte di Cassazione ha confermato il referendum del 12 e 13 giugno, anche dopo la legge governativa che faceva macchina indietro sul programma nucleare al puro scopo di evitare il voto popolare, restituendo così ai cittadini il diritto di manifestare la propria volontà sul futuro ambientale ed energetico del Paese.
La astrofisica Margherita Hack, progressista, ambientalista e vegetariana, certamente la scienziata più amata e seguita in Italia, insieme con Umberto Veronesi, non ha mai nascosto il suo parere favorevole al nucleare. E tuttavia, a nessuno, neanche agli ecologisti più ultras, è mai passato per la testa di contestarla. Anzi resta sempre un emblema, un personaggio carismatico. Tale è il rispetto che si ha per lei, per la sua personalità, la sua schiettezza, la sua onestà intellettuale. “Il referendum sul nucleare va fatto. Si deve rispettare la volontà del popolo – ha  dichiarato la Hack – Non sono d’accordo sull’apertura in Italia di nuovi siti, ma sono fermamente convinta che la ricerca sul nucleare debba in ogni caso continuare”. Intendendo evidentemente per ricerca quella che si indirizzi in un futuro ad un nucleare meno rischioso, magari con nuove tecnologie e combustibili. “Il nucleare oggi in Italia non è necessario – aveva continuato – ma  non si deve interrompere la ricerca. In futuro, l’energia sarà  necessaria quindi non si può rimanere indietro. E’ paradossale che Carlo Rubbia sulla ricerca nucleare sia costretto a lavorare in Spagna. Si deve lavorare e insistere sulla fusione e cercare un combustibile nucleare che abbia una vita più breve di quella dell’uranio, con scorie che durino meno. Non serve aprire impianti, ma continuare a fare ricerca, anche sulle rinnovabili, è fondamentale”. Ma torniamo all’articolo che Margherita Hack ha scritto per MicroMega. NICO VALERIO

“Sono molti coloro che mi conoscono per persona di sinistra e ambientalista che si meravigliano che mi sia dichiarata a favore dell’energia nucleare. Occorre quindi qualche chiarimento, in base ad argomenti razionali e non emotivi.

Prima di tutto l’energia non è né di destra né di sinistra. La richiesta di energia va continuamente crescendo, soprattutto da parte delle grandi economie emergenti: Cina, India, Brasile. Un intero continente come l’Africa sta ancora dormendo, ma anch’essa si sveglierà, grazie anche a quel potente fattore di globalizzazione che è Internet. Petrolio e metano vanno esaurendosi, il carbone, molto più abbondante, è anche fortemente inquinante. Bisogna evitare scelte emotive, in conseguenza di disastri come quello di Chernobil e ora del Giappone.

L’Italia è quasi completamente dipendente dall’estero per il suo approvvigionamento energetico; compriamo petrolio e metano dalla Libia, dall’Ucraina, energia nucleare dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Slovenia; siamo circondati da centrali nucleari dei paesi confinanti (59 in Francia, 5 in Svizzera,  una in Slovenia) e se un disastro succedesse a loro, noi ne avremmo gli stessi danni senza averne avuto i vantaggi.

Io credo che dovremmo comunque non interrompere la ricerca sul nucleare. Se tutte le volte che l’uomo ha scoperto una nuova applicazione della scienza, si fosse fermato al primo inci-dente, saremmo ancora all’età della pietra e non avremmo mai messo piede sulla Luna. Se dopo la scoperta del fuoco, lo si fosse abbandonato dopo il primo incendio della nostra foresta, saremmo ancora nel freddo e buio delle caverne, se dopo la caduta del primo aereo avessimo bloccato la ricerca, l’aviazione non sarebbe mai decollata. D’altra parte da tutti i fallimenti si impara e si progredisce.

La rinuncia al nucleare, decisa in seguito al referendum del 1987 secondo varie stime di e-sperti dell’Enel sarebbe costata all’Italia 120000 miliardi di lire. Inoltre il costo dell’energia elettrica, superiore del 40% a quello della media europea è una delle cause della perdita di competitività che ha colpito l’Italia dal 1990.

Certo che i disastri nucleari possono colpire gran parte del pianeta. Perciò, dato che si parla tanto del villaggio globale, il problema della sicurezza e in particolare quello delle scorie, andrebbe risolto in modo globale, con la collaborazione di tutti, anche se mi rendo conto che è un’utopia. Questo è stato tentato a livello europeo per quanto riguarda il grave problema dello smaltimento delle scorie. Così le centrali nucleari dovrebbero essere situate solo in regioni sicure dal punto di vista sismico e degli tsunami e disposte a vendere energia a basso costo ai paesi che per ragioni geofisiche non possono metterle sul loro suolo. E anche, aggiungerei, in paesi più seri del nostro, in cui anche smaltire la spazzatura di Napoli diventa un problema, e in cui sembra impossibile evitare infiltrazioni della criminalità organizzata.

Perciò ritengo che la ricerca deve continuare, anche sperimentando l‘impiego di combustibili nucleari che abbiano una vita media più corta dell’uranio, un campo in cui mi sembra sta lavorando uno dei maggiori esperti in campo mondiale, il premo nobel Carlo Rubbia; che la tecnologia nucleare sarà in futuro necessaria, ma prima è auspicabile che si faccia ricorso in modo molto più massiccio alle energie rinnovabili e si attui in modo molto più efficace il risparmio energetico.

Le fonti rinnovabili sono: 1) la solare, nelle applicazioni termiche (pannelli solari) e fotovol-taiche, già in uso ma ancora troppo poco diffuse, e termodinamica, ancora in fase sperimentale. Tutte andrebbero incentivate e soprattutto la ricerca sulla forma più efficiente, la termodinamica, che si sta sperimentando dal 2007 nella centrale di Priolo Gargallo (Siracusa) col progetto Archimede; 2) l’eolica, con il primo impianto del 1984. Si prevedeva di produrre per il 2000 una potenza eolica di 600 megawatt, mentre nel 2004 si era arrivati a produrre 5 megawatt, per le varie discussioni e tentennamenti di origine sia politica che tecnica. Con la politica degli incentivi si è ora arrivati con 10 anni di ritardo a produrre più di 500 megawatt, mentre l’eolico in Germania produce più di 16000 megawatt, 8000 la Spagna e 3000 la Danimarca. In Italia si assiste a continui frenamenti sia da parte dei difensori del paesaggio, sia per le lungaggini burocratiche; 3) la classica idroelettrica; 4) la geotermica; 5) quella da biomasse, biogas, rifiuti.

Tutte insieme le rinnovabili hanno fornito circa il 17% dell’energia prodotta in Italia nel 2008, ma il contributo del solare (nel paese del sole) è stato solo dello 0,06% e quello eolico dell’1,4 %, mentre la classica idroelettrica ha dato più del 12%. Gran parte di questi dati sono stati raccolti e pubblicati da Marzio Bellacci nel suo libro “Italia a lume di candela” (Edizioni L’asino d’oro, 2010).

Da tutti questi dati si può concludere che è necessario incrementare la ricerca e gli incentivi per il solare. Un dato positivo è rappresentato dal decreto interministeriale del 5 maggio scorso che prevede incentivi per gli impianti fotovoltaici che entrino in funzione dopo il 31 maggio 2011 e fino al 31 dicembre 2016.

Un altro dato interessante è fornito da un articolo di Edo Ronchi, ex-ministro dell’ambiente, pubblicato il 24 giugno 2010 su Milano Finanza in cui mostra che in realtà il fabbisogno italiano di energia, grazie al risparmio energetico e ai miglioramenti dell’efficienza degli impianti, è diminuito nel 2009 rispetto al 2008 di 22 miliardi di chilowattore pari al 6,4%.

Tenuto conto dei prevedibili crescenti sviluppi delle centrali di energia rinnovabile, si può concludere che non è necessario né economico puntare sulla costruzione di centrali nucleari, e pur raccomandando di non abbandonare la ricerca in questo campo, sbaglio che fu fatto dopo il referendum e l’emotività dovuta all’incidente di Chernobil, è preferibile sviluppare al massimo la ricerca sulle rinnovabili, seguendo l’esempio della Germania, o addirittura della Svezia, che pur avendo tanto meno sole di noi, utilizzano molto di più l’energia solare ed eolica.

In conclusione: no alla costruzione di centrali nucleari oggi in Italia, ma sì alla ricerca sull’energia nucleare, senza demonizzarla, in previsione di un futuro, forse ancora lontano, in cui anche questa sarà necessaria, e dovremo imparare a dominarne i rischi; incentivare la ricerca e la costruzione di impianti eolici e fotovoltaici, migliorare l’attenzione al risparmio energetico, sia con costruzioni ecologiche che riducano al minimo la necessità di riscaldamento d’inverno e condizionatori d’estate (proprio il contrario di quei grandi palazzoni tanto di moda, con le pareti di vetro, serre d’estate e frigoriferi d’inverno), sia con l’attuazione al 100% della raccolta differenziata dei rifiuti, un fine facilmente raggiungibile ma da cui siamo ancora molto lontani. MARGHERITA HACK

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30 marzo 2011

 

Incidenti nucleari e impreparazione: Fukushima ricorda Three Mile Island

La mancanza di dati precisi, o meglio i dati contraddittori sulle emissioni di radionuclidi resi noti dall’azienda proprietaria e dal Governo giapponese dopo il disastroso incidente nella centrale nucleare di Fukushima, non sono certo una novità nella drammatica storia delle catastrofi atomiche. L’impreparazione nel prefigurare tutti i livelli di rischio (nella centrale giapponese, posta sulla costa dell’oceano, incredibilmente non era stato tenuto contro del rischio di uno tsunami), la difficoltà stessa delle rilevazioni, la diluizione di compiti e responsabilità in un gran numero di tecnici e funzionari, tutto insomma contribuisce dopo un incidente nucleare a creare panico nella popolazione, senza che siano diffuse tempestivamente notizie certe e dati esaurienti. Il pensiero va all’incidente di Three Mile Island, negli Stati Uniti (1979), a cui comincia a somigliare maledettamente la vicenda di Fukushima, se non altro perché causata dal medesimo incidente: il blocco delle pompe di raffreddamento. Vediamone una ricostruzione con foto e diagrammi dell’epoca. Anche allora silenzi colpevoli, sviamento delle indagini, cifre contraddittorie, incompetenza tecnica. Con la variante di coraggiosi esperti allontanati per aver parlato troppo:

"Prima della fusione accidentale del nucleo di Three Mile Island, l’industria nucleare diceva che la possibilità che accadesse una fusione del nucleo era la stessa che una persona venisse colpita da un fulmine in un’area di parcheggio. Tutto è iniziato alle 4 di mattina del 28 marzo 1979. La fusione alla centrale di Three Mile Island in Pennsylvania fu innescata quando un errore meccanico e uno spegnimento automatico delle pompe idriche principali del sistema di raffreddamento secondario fecero chiudere le valvole, con ciò causando un surriscaldamento dell’acqua del sistema di raffreddamento primario che ricopriva il nucleo radioattivo. Questo ebbe veloci conseguenze a cascata, in una sequenza di eventi automatizzati e di interpretazioni umani errate, che portarono al surriscaldamento e alla fusione del nucleo di 100 tonnellate di uranio. Durante l’incidente, acqua di raffreddamento altamente contaminata venne pompata attraverso una valvola verso la base del reattore e da lì in una cisterna collocata in un edificio ausiliare adiacente, dove grandi quantità di gas radioattivo vennero espulse nell’atmosfera esterna da una valvola difettosa. Il clima caldo al tempo dell’incidente peggiorò la situazione di crisi, con venti deboli e masse d’aria fredda a livelli più alti che impedivano all’aria calda di sollevarsi, producendo le condizioni ideali per l’intrappolamento delle emissioni radioattive.
Ormai è un fatto assodato che grandi quantità di radioattività sono derivate dall’incidente di Three Mile Island. Ma l’industria nucleare e il governo non hanno raccolto stime sulle fughe di isotopi specifici, e ad oggi non ci sono informazioni disponibili su quali di essi siano fuoriusciti, nè la reale quantità di radiazioni rilasciate nell’ambiente. Il misuratore di radiazioni gamma all’interno dell’edificio ausiliario dove tutte le radiazioni vennero rilasciate non era stato progettato per misurare concentrazioni radioattive così alte, e andò fuori scala fin dall’inizio dell’incidente, registrando un’emergenza che continuò per parecchi giorni. Così le sole stime sulle radiazioni rilasciate vennero fatte estrapolando i dati ottenuti dai misuratori di radiazioni gamma (dosimetri termoluminescenti, TLD) che erano collocati centinaia di metri dai camini, in basso presso il recinto che circondava il reattore. Dei venti TLD (che misurano solo le radiazioni gamma, non le radiazioni beta, che erano dalle tre alle cinque volte più delle radiazioni gamma), solo due erano più o meno vicini al punto dove passò la nuvola "calda", ed è quindi impossibile giudicare la dose assorbita da migliaia di persone basandosi solo su due rilevazioni…" La ricostruzione completa dell’incidente si può leggere qui.

IMMAGINE. La centrale nucleare di Three Mile Island (Pennsylvania, Stati Uniti).

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26 marzo 2011

 

Leggende nucleari. Le importazioni di elettricità reali e il fabbisogno energetico

Ma è vero che l'Italia importa dalla Francia una notevole quantità di elettricità proveniente da centrali nucleari? E' questo un argomento molto usato in queste settimane dai fautori delle centrali nucleari sul nostro territorio. Ecco un articolo che sulla base dei dati forniti dal gestore elettrico Terna intende fare chiarezza. E' chiaro che se trovassimo una tesi contraria sul medesimo argomento sarà nostro dovere pubblicarla:
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LEGGENDE NUCLEARI. TUTTA LA VERITA' SUL FABBISOGNO ENERGETICO NAZIONALE
Dalle centrali atomiche francesi l'Italia importa solo l'uno per cento dell'elettricità totale che consuma
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“Che senso ha continuare a snobbare il nucleare? Alla fine lo importiamo dalla Francia, tanto vale portarcelo in casa”. Lo sentiamo ripetere come un mantra ogni volta che si tocca la questione dell’atomo. Ma è veramente così? E se lo è, quanto pesa effettivamente l’energia atomica francese sul totale del nostro fabbisogno energetico? Per capirlo basta armarsi di pazienza e fare due calcoli. Partiamo dal “fabbisogno nazionale lordo” e cioè dalla richiesta totale di energia elettrica in Italia. Nel 2009, secondo i dati pubblicati da Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale, è stato pari a circa 317.602 Gwh (Gigawatt/ora all’anno). Di questi, circa 278.880 Gwh (87,81%) sono stati prodotti internamente, in buona parte da centrali termoelettriche (77,4% delle produzione nazionale) che funzionano principalmente a gas (65,1% del totale termoelettrico), carbone (17,6%) e derivati petroliferi (7,1%): combustibili fossili, in larga parte importati. Il gas, che è la fonte più rilevante nel mix energetico italiano, arriva per il 90% dall’estero, soprattutto da Algeria (34,44% del totale importato), Russia (29,85%) e Libia (12,49%). La parte di fabbisogno non coperta dalla produzione nazionale viene importata, tramite elettrodotti, dai paesi confinanti.

In tutto, nel 2009, sempre secondo i dati di Terna, abbiamo acquistato dall’estero circa 44.000 Gwh di energia, al netto dei 2.100 circa che abbiamo esportato. 10.701 Gwh ce li ha ceduti la Francia, 24.473 la Svizzera e 6.712 la Slovenia. Tre paesi ai nostri confini che producono elettricità anche con centrali nucleari. In base ai dati pubblicati dalla Iaea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), la Francia produce il 75,17% dell’elettricità con il nucleare, la Svizzera il 39,50% e la Slovenia circa il 38%. In termini di Gwh questo significa che importiamo circa 8.000 Gwh di energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari francesi, 9.700 Gwh dalle centrali svizzere e 2.550 Gwh dall’unica centrale slovena. Quanto pesa quindi il nucleare estero sul fabbisogno italiano? Il conto è presto fatto. Basta dividere i Gwh nucleari importati mettendo a denominatore il fabbisogno nazionale lordo. Si scopre così che solo il 2,5% del fabbisogno nazionale è coperto dal nucleare francese, il 3,05% dal nucleare svizzero e lo 0,8% da quello sloveno.

In realtà, se si considera il mix medio energetico nazionale calcolato dal Gestore servizi energetici (GSE) in collaborazione con Terna, la percentuale di energia nucleare effettivamente utilizzata in Italia è pari ad appena l’1,5% del totale. Se si scompone il dato, si scopre che il nucleare francese pesa per circa lo 0,6% sul mix energetico nazionale. Ma c’è un’altro dato da considerare. Consultando i dati pubblicati da Terna si scopre infatti che l’Italia dal punto di vista energetico è tecnicamente autosufficiente. Le nostre centrali (termoelettriche, idroelettriche, solari, eoliche, geotermiche) sono in grado di sviluppare una potenza totale di 101,45 GW, contro una richiesta massima storica di circa 56,8 GW (picco dell’estate 2007). Perché allora importiamo energia dall’estero? Perché conviene. Soprattutto di notte, quando l’elettricità prodotta dalle centrali nucleari, che strutturalmente non riescono a modulare la potenza prodotta, costa molto meno, perché l’offerta (che più o meno rimane costante) supera la domanda (che di notte scende). E quindi in Italia le centrali meno efficienti vengono spente di notte proprio perché diventa più conveniente comprare elettricità dall’estero.

“E se dovesse succedere un incidente in una delle centrali dei paesi confinanti?”. Beh, non ci sarebbe da rallegrarsi, ma ancora una volta i dati possono esserci (un po’) di conforto. Le tre centrali nucleari più vicine all’Italia sono in Francia a Creys-Malville (regione dell’Isère), in Svizzera a Mühleberg (vicino a Berna) e in Slovenia a Krško, verso il confine con la Croazia. Creys-Malville è a circa 100 Km in linea d’aria dalla Valle d’Aosta, a 250 Km da Torino e a 350 Km da Milano. Mühleberg dista circa 100 Km dal confine piemontese e 220 Km da Milano. Krško è a 140 Km da Trieste. Ammesso che si possa usare come riferimento il disastro di Černobyl‘, in caso di incidente sembra che la più alta esposizione alle radiazioni si verifichi nel raggio di 30-35 chilometri dal reattore. Quindi nelle nostre valli alpine e nelle grandi città del nord si possono dormire ancora sonni abbastanza tranquilli rispetto all’eventualità che si costruisca un reattore dentro i confini nazionali.

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13 marzo 2011

 

Appello. Una strategia del tutto nuova per le energie rinnovabili, di qui al 2020

UN RADICALE RIDISEGNO DELLA STRATEGIA ITALIANA PER LE RINNOVABILI FINALIZZATA AL 2020.
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Assistiamo, nel settore delle energie rinnovabili, a uno spettacolo indecoroso e sconcertante. Incentivi generosissimi, i più alti al mondo, hanno determinato una vera e propria “corsa all’oro”, prima, nel settore dell’eolico, poi, nell’ultimo anno e mezzo, anche in quello del solare fotovoltaico.
A pagare sono tutti gli italiani, attraverso le bollette elettriche, mentre sono praticamente azzerati i fondi per la ricerca che, invece, in particolare per il fotovoltaico, sarebbero indispensabili.
La stessa Autority per l’energia ha documentato una crescita esponenziale degli incentivi, considerati tra i “più profittevoli al mondo”, rilevando un crescente fenomeno di speculazione. Per non parlare, poi, dell’esplodere di inchieste giudiziarie che hanno documentato il coinvolgimento della criminalità organizzata nel business delle torri eoliche e dei pannelli fotovoltaici. E' il momento, dunque, di riprogettare dalle fondamenta l'intera strategia italiana per l'energia, nel quadro generale degli obiettivi strategici fissati dall'Europa e nell’orizzonte temporale che è il 31 dicembre 2020, non la fine di quest’anno e di quelli immediatamente a venire. Se teniamo conto della rilevantissima discesa dei prezzi registrata negli ultimi 3 anni nel settore fotovoltaico, e del probabile andamento che seguirà, scegliere di installare grandissime quantità di pannelli tutti adesso, in pochissimi mesi, invece che in un arco di diversi anni, è un errore clamoroso. Dovremmo invece pianificare, da oggi al 2020, una crescita regolata, progressiva e più sostenibile di installazione di impianti fotovoltaici, in armonia con il parallelo calo dei prezzi che inevitabilmente arriverà e a salvaguardia del prezioso terreno agricolo, del suolo naturale ricco di biodiversità, dei valori paesaggistici da preservare.
Una strategia così orientata, fondata su basi di prudenza e sostenibilità, ci permetterebbe non solo di tenere in vita l'intera filiera del fotovoltaico da oggi al 2020, ma soprattutto di raggiungere, a fine 2020, i 30mila MegaWatt di potenza installata: una dimensione ben superiore rispetto ai modesti 8mila MegaWatt che il Governo ha fino ad oggi programmato.
Quanto poi all’eolico industriale, dovrebbe ormai essere evidente a tutti che per l’Italia questa tecnologia energetica dai pesantissimi impatti paesaggistico-territoriali rappresenta una scelta a dir poco infelice. Perché, come valuta Wind Power Barometer, l’osservatorio di settore della Comunità europea, l’Italia vanta in Europa la terza potenza eolica installata, ma è solo settima per produzione totale, e una pala eolica in Italia produce circa la metà di quanto produrrebbe se fosse installata in Irlanda o in Portogallo. Perché, come documentano gli Amici della Terra, l’apporto delle torri eoliche ai consumi finali di energia può al massimo essere del 2%. Ma a quale prezzo, in ogni caso, otterremmo questi davvero modestissimi benefici energetici?
Il turismo in Italia vale infinitamente di più rispetto a quanto potrebbero rendere alcune migliaia di torri eoliche. Perché l’Italia è un paese con poco vento, ma con il più importante patrimonio storico e artistico che esista al mondo, con il più alto numero di siti patrimonio dell’umanità per l’Unesco, con le più importanti e spettacolari aree archeologiche del Mediterraneo.
Pensare di continuare ad innalzare migliaia e migliaia di mega-ventilatori d’acciaio, alti dai 100 ai 130 metri (più o meno come il grattacielo Pirelli…) sull’intera dorsale appenninica del Sud, nell’intero Molise, sugli altopiani siciliani o sardi affacciati sul mare, sulle magiche serre salentine oltre che sulle distese meravigliose di uliveti secolari punteggiati di castelli rinascimentali e di masserie fortificate o nel raggio di pochi chilometri da monumenti straordinari, di altissima rilevanza culturale, come Castel del Monte, la possente acropoli di Lucera, le aree archeologiche di Altilia-Saepinum e di Pietrabbondante, la Reggia di Caserta, i templi di Segesta e di Agrigento non è solo sbagliato, è anti-economico, anti-costituzionale, assolutamente irragionevole, forse criminale.
Per questo, chiediamo al Governo e al Parlamento:
1. di definire una strategia energetica nazionale che ci accompagni fino al 2020 e che assicuri più fondi per la ricerca e l'innovazione tecnologica e dia assoluto rilievo, oltre alla crescita dell'energia rinnovabile, anche al risparmio e all'efficienza energetica, da conseguire anche attraverso la bioedilizia e l'inizio di una politica di ricostruzione/rottamazione edilizia del patrimonio immobiliare post-bellico privo di qualità e di criteri antisismici;
2. di programmare l'uscita dall’eolico industriale e una riconversione dei relativi incentivi a vantaggio delle fonti rinnovabili di energia sviluppate in forme eco-sostenibili di autogenerazione diffusa (solare termico e fotovoltaico, geotermia, micro impianti eolici, ecc.) e della ricerca;
3. di fissare limiti all'installazione degli impianti fotovoltaici al fine di favorirne, in modo deciso, l'installazione sui tetti relativi a qualunque tipo di edificio, in particolare uffici, scuole, depositi, capannoni, fabbriche, distributori di carburante, parcheggi, ecc., o anche a terra nelle aree urbanizzate o industriali, e consentire l'installazione a terra, su terreni agricoli, solo di impianti di piccola taglia, al servizio dell'attività degli agricoltori per fini di auto-consumo, e, in parte, a integrazione del loro reddito personale.
Sarebbe possibile così rispettare, oltre che l’obiettivo strategico energetico fissato dall’Unione europea, finalmente i principi fondamentali della nostra Costituzione che all’articolo 9 proclama solennemente: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”.
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Carlo Ripa di Meana, Italia Nostra, presidente sezione Roma
Oreste Rutigliano,
Comitato Nazionale Paesaggio, segretario nazionale
Andrea Carandini,
docente archeologia classica (Università Roma La Sapienza)
Vittorio Sgarbi,
storico e critico d’arte
Vittorio Emiliani,
Comitato per la Bellezza, presidente
Mario Pirani,
giornalista
Giacomo Marramao,
docente filosofia (Università Roma 3)
Oliviero Toscani, fotografo
Rosa Filippini,
Amici della Terra, segretario nazionale
Carlo Alberto Pinelli,
Mountain Wilderness, presidente nazionale on.
Maria Rita Signorini,
Italia Nostra, cons. nazionale e Commiss. Naz. Energia
Emma Bonino,
vice-presidente Senato
Marco Pannella,
Partito Radicale Transnazionale, presidente
Elisabetta Zamparutti,
deputato Camera dei Deputati
Sergio D’Elia,
Nessuno tocchi Caino, segretario nazionale
Annamaria Procacci,
animalista, già parlamentare dei Verdi
Stefano Allavena,
Altura (Ass. tutela uccelli rapaci), presidente nazionale
Enzo Cripezzi,
Lipu (Lega It. Protezione Uccelli), coordinatore regionale Puglia
Pietro Bellasi,
docente sociologia dell'arte Università Bologna
Luisa Bonesio,
docente Geofilosofia
Alberto Cuppini,
portav. Rete resistenza sui Crinali, Emilia Romagna,
Maurizio Fiori,
portav. Rete Resistenza sui Crinali, Toscana,
Giovanni De Pascalis, Italia Nostra, consigliere sezione Roma

Nico Valerio, animalista, ecologista, Ecologia liberale .

IMMAGINE (cliccare per ingrandirla). La selva di altissime torri dell'impianto industriale eolico, fuori scala con l'ambiente circostante, incombe fino a stravolgerne il paesaggio sul piccolo comune di Frigento (Avellino). Un simile scempio non sarebbe stato possibile senza i finanziamenti eccessivi da parte dello Stato.

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08 marzo 2011

 

Energie rinnovabili. Niente eclissi di sole, ma ancora furberie e troppi soldi di Stato

I finanziamenti di Stato dati alle energie alternative stanno non solo falsando il mercato dell’energia e indirettamente distruggendo il paesaggio, ma si prestano a speculazioni e truffe di ogni tipo, tant’è vero che di alcuni scandali collegati all’eolico nel Sud si è occupata la Magistratura, che ha fatto eseguire diversi arresti. Questa manna di finanziamenti fuori mercato, ritenuti da tutti gli osservatori per lo meno eccessivi, e che oltretutto i contribuenti sono poi chiamati a ripianare con aumenti in bolletta, ha attirato ovviamente molte ditte legate alla criminalità, ma ha anche diffuso il malcostume, perfino tra le ditte più serie, di premiare con bustarelle e incentivi vari i comuni poveri del Centro-Sud, per la cessione di terreni adatti agli impianti. Quindi corruzione politica e amministrativa dilagante, e un impatto sul paesaggio e l'ambiente naturale disastroso. Tutto l'opposto di quello che immaginavamo, forse troppo ingenuamento, da giovani. Noi ecologisti, che fin dagli anni 70 abbiamo proposto e patrocinato le energie alternative, ci troviamo ora alle prese con i danni di un’interpretazione industriale e legislativa aberrante delle nuove fonti. Gli impianti, pur di lucrare le percentuali di Stato, sono realizzati anche sui terreni meno adatti, travolgendo antiche vocazioni agricole di qualità o turistiche. Inoltre il meccanismo stesso dei finanziamenti Cip6 è interpretato in modo furbo e molto discutibile. "Una grandissima fetta degli incentivi destinati alle rinnovabili in realtà va all’energia elettrica prodotta da fonti fossili o bruciando i rifiuti - sottolinea Blogeko - che, al contrario del vento e del sole, inquina, fa male alla salute e non costituisce per niente una fonte rinnovabile. E senza gli incentivi Cip6, l’incenerimento dei rifiuti non sarebbe economicamente appetibile". Dalla tabella accanto, elaborata dall’Autorità per l’Energia si vede il modo aberrante con cui sono stati distribuiti nel 2010 gli 1,72 miliardi di euro degli incentivi Cip6, finanziati attraverso la componente A3 delle nostre bollette. Tra l'altro stiamo ancora pagando per gli incentivi allo smantellamento delle centrali nucleari italiane. E’ evidente, insomma, che l’intero settore deve essere ripensato, razionalizzato e moralizzato, nel senso di rispettare contemporaneamente Natura e mercato. Ma come? Riportiamo, intanto, il parere espresso da Michele Governatori, opinionista per l'economia e l'energia di Radio Radicale.
NICO VALERIO
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“Il consiglio dei ministri dello scorso giovedì 3 marzo ha licenziato la versione finale del decreto legislativo che revisiona il sistema di incentivi italiani alle fonti energetiche rinnovabili e agli interventi di efficienza energetica. Un appuntamento in vista del quale s’è assistito a un’escalation di popolarità della materia e a una dicotomizzazione quasi tifosa delle posizioni. Da un lato chi grida al presunto scandalo di troppi soldi alle fonti sostenibili, dall’altro chi accusa la riforma di aver addirittura “ammazzato il sole”, come scrive, in prima pagina, Terra del 4 marzo. Ora, se i circa 3 miliardi all’anno che i consumatori di energia pagano per le rinnovabili siano tanto o poco, dipende da quanto ognuno di noi ritiene strategico lo sviluppo di una filiera energetica sostenibile e il rispetto degli obiettivi UE. Riguardo invece alla presunta eclisse solare, ci arrivo a breve. Il provvedimento del Governo segue una delega del Parlamento che prevede un adeguamento e un potenziamento del sistema di incentivazione alle fonti energetiche rinnovabili e agli interventi pro efficienza energetica, coerenti con l’obbligo italiano di produrre il 17% di energia da fonti rinnovabili entro 2020.
Ecco i punti principali del testo finale:
1. Il sistema dei certificati verdi, applicato oggi per incentivare l’elettricità da fonti rinnovabili di impianti non fotovoltaici, di grandi dimensioni e recenti, scomparirà gradualmente.
2. Verrà sostituito da incentivi fissi per tutta la vita utile degli impianti (non per un periodo limitato a una decina d’anni come oggi).
3. Anche gli impianti vecchi potranno avere il sussidio, se vengono ristrutturati parzialmente o totalmente. (Questo significa che per la prima volta anche la parte storica della potenza elettrica rinnovabile – per lo più idroelettrica – potrà beneficiare direttamente degli incentivi).
4. Entro 3 mesi il ministero dello Sviluppo dovrà decretare un sistema che permetta alle Regioni di scambiarsi tra loro quote di produzione di energia verde, in modo da essere responsabilizzate nel contributo a raggiungere l’obiettivo nazionale. Sistema molto importante perché dovrebbe fornire incentivi alle Regioni ad essere virtuose, eventualmente esportando energia verde se lo ritengono coerente alla loro vocazione.
5. Infine gli incentivi al fotovoltaico, che oggi sono di varie volte più alti a parità di energia prodotta rispetto ai certificati verdi che vanno alle altre fonti rinnovabili. Essi verranno rideterminati –si dà per scontato in riduzione - per gli impianti che partiranno dopo metà 2011.
Che gli incentivi al fotovoltaico siano oggi troppo alti rispetto ad altri, si deduce anche dal fatto che per questi impianti gli obiettivi del governo per il 2020 potrebbero essere già raggiunti entro un anno. Segno che il margine tra incentivo e costi, per il fotovoltaico, è diventato troppo largo.
E tornando alla dicotomia iniziale: c’è stata la sforbiciata invocata, o paventata, alle fonti rinnovabili? No, almeno per ora. C’è un nuovo sistema di incentivi più amministrativo e meno di mercato, che potrebbe comportare vantaggi e svantaggi conseguenti, c’è un’inattesa e forse discutibile concessione a vecchi impianti che funzionavano benissimo anche senza incentivi, c’è infine la prospettiva di rivedere un po’ prima del previsto, per i nuovi impianti, gli incentivi al fotovoltaico.
Se il tutto sarà più efficiente si vedrà solo dopo le tante norme attuative ancora necessarie, e da come funzioneranno le aste per fissare gli incentivi”.
MICHELE GOVERNATORI

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04 marzo 2011

 

Italia “morta” senza centrali nucleari? No, anzi, più viva senza gli sprechi

Ci piace il chirurgo e oncologo Umberto Veronesi, grande figura di scienziato e di divulgatore della scienza, perché questa del saper porgere e argomentare in modo chiaro e semplice, e con un tratto umano, è una dote in più, rara tra chi fa ricerca, che denota maggiore, non minore intelligenza. Tanto che Veronesi è nella lista dei personaggi simbolo da ricordare (blog "Nico Valerio"), accanto a Margherita Hack - anche perché entrambi sono vegetariani - al compianto genetista laico Buzzati Traverso, tanto osteggiato dalla Chiesa, e alla longeva Levi Montalcini.
Ma come abbiamo già criticato Veronesi per il favore con cui ha annunciato uno strano e inutile pomodoro nero-viola, solo perché più ricco di banali polifenoli che nel mondo vegetale si trovano dappertutto, così prendiamo le distanze ora che loda con entusiasmo da neofita. e per partito preso, l'energia nucleare. Si sa che è stato nominato presidente dell'Agenzia per la Sicurezza Nucleare. un ente che per quanto faccia o dica non potrà assicurare proprio nulla in fatto di sicurezza. Le scorie delle centrali nucleari, che restano radioattive per milioni di anni, sarebbero un problema insormontabile in un Paese in cui perfino i rifiuti urbani prodotti da una popolazione maleducata dal consumismo come quella campana sono rifiutati.
Ma da ecologisti liberali, ci preoccupa anche il deficit di libertà, il problema della convenienza economica e il surplus di costi che porterà un programma nucleare, nel caso (periodo ipotetico di III tipo) che fosse davvero realizzato.
Quale strano e masochistico pool di industrie si sobbarcherebbe gli oneri colossali di costruzione e di gestione degli impianti, in tempi di crisi economica stabile, e con la certezza di riavere i primi euro non prima di 10-12 anni?
E nel frattempo che cosa otterranno i malcapitati o furbi investitori di nascosto e di vietato (dal mercato e dalla morale) da parte dei vari Governi che si succederanno? Non ci saranno favori ai soliti industriali amici, fuori di ogni regola di concorrenza e di parità dei punti di partenza? Anzi, non sorgerà il lancinante sospetto che tutta la mastodontica operazione-bluff sia stata solo un costoso fuoco di paglia per favorire qualcuno alle spalle dei cittadini, dilapidando i soldi di tutti?
Sull'energia nucleare in sé, poi, non c'è da parte nostra, laicamente, nessuna posizione ideologica e aprioristica, sia chiaro. Soltanto, prendiamo atto che negli ultimi anni vari studi e interventi hanno appurato che il nucleare è troppo costoso, poco sicuro, insufficiente e perfino tecnologicamente un po' vecchio, come risulta da un esauriente convegno scientifico tenuto sul tema, da una dichiarazione della Bonino per i Radicali, e anche dalla posizione del maggiore ente protezionistico, Italia Nostra.
Inoltre, una proiezione dell'ENEL ha dimostrato che basterebbe razionalizzare i consumi elettrici ed eliminare gran parte degli innumerevoli sprechi - a parità di tenore di vita e con costi di riconversione bassi - per risparmiare l'equivalente di molte centrali nucleari.
Ma tranne gli studiosi che disegnano grafici e proiezioni, non parla nessuno di risparmio energetico, neanche i Verdi, come se prendessero atto che è un tema impopolare, che porta elettoralmente "sfiga", in un Paese maleducato al consumismo più becero e da "nuovi ricchi" del Terzo Mondo. E' un loro problema di intelligenza e comunicazione.
Senza contare il problema delle scorie, radioattive per l'eternità: i Governi che si succederanno dovranno far ricorso alla forza pubblica, anzi all'esercito in armi, per imporle alla popolazione? Da liberali siamo seriamente preoccupati del sorgere di una sorta di Stato di polizia ad uso energetico. E, visto che i Servizi Segreti non funzionano e da noi entra chiunque, specialmente dal Medio Oriente, non vorremmo che le centrali nucleari offrissero bersagli in più ai terroristi, già abituati in Iran a confondere tra nucleare civile e nucleare militare.
Insomma, come ecologisti e liberali siamo ovviamente per la scienza, per la tecnologia e per il Progresso, ma cercando di prevenire le applicazioni cariche di effetti secondari negativi. E siamo anche anche per la libertà (di tutti, non solo di pochi investitori furbi e raccomandati), per la moralità del mercato, le regole certe che tutti devono rispettare, il buonsenso dei costi in attivo, l'opportunità degli investimenti, il risparmio, la lotta agli sprechi, e anche per il minor danno possibile alla vita degli uomini e alla Natura.
Dopotutto, essere liberali non significa essere dei maniaci "costruttivisti" ad oltranza e a tutti i costi. Ogni persona sensata, liberale o no, si fa un po' di calcoli in tasca prima di investire. Perché un Governo non dovrebbe farlo?
Invece, a sentire certi conservatori ultrà mascherati da "liberisti", sembrerebbe che il mercato sia tutto in mano all'Ordine degli Ingegneri: un ordine e i bravissimi tecnici nucleari italiani, noti in tutto il Mondo, ti sfornano decine di centrali nucleari in pochi anni, realizzando nello stesso tempo, nientemeno, la Autosufficienza Energetica, il Progresso e lo stesso Liberalismo... Figuriamoci, così non è, ovviamente, e gli incolpevoli e bravissimi ingegneri italiani non sanno nulla di queste fantasticherie da Destra americana cara a Bush e ai film western dei cinema di terza visione negli anni Cinquanta.
Anche il Grande Cortile dei frustrati, Facebook, è affollato di gente che confonde il Liberalismo con una specie di società di muratori. Sembra quasi che costruire la migliore delle ideologie possibili significhi fare, anzi far fare, ai soliti amici, qualche Grande Opera. Così, tanto per fare qualcosa, a fondo perduto, solo per propaganda - alla Mussolini - e per far girare i soldi, ovviamente nelle tasche dei soliti noti.
Muratori poco liberi, però. Ricordiamo agli amici conservatori che si vergognano del loro nome (me perché? ripetiamo con Gobetti), che, malgrado cazzuola e compasso ce l'abbiano nel simbolo, le società dei "Liberi Muratori" ("maçonnerie") che al Liberalismo dettero impulso nel '700 e nell'800, erano solo simboliche... NICO VALERIO
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Ecco l'intervista incriminata, pubblicata dalla Stampa, a firma di L.Ubaldeschi, ieri 3 marzo.
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VERONESI: "SENZA NUCLEARE L'ITALIA E' UN PAESE MORTO"
«Spiegherò ai cittadini che si può fare in sicurezza e che non è giusto avere paura»
La Stampa, 3 marzo 2011
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Vista con gli occhi di Umberto Veronesi, la questione del ritorno all’atomo è estremamente semplice. «Senza il nucleare l’Italia muore. Tra 50 anni finirà il petrolio, tra 80-100 il carbone, seguito poi dal gas. Altre fonti non saranno sufficienti a fornire l’energia di cui abbiamo bisogno. Il risultato? Non avremo la luce, non potremo far funzionare i computer o i frigoriferi e neppure far viaggiare i treni. Se lo immagina?».
Se questa è la (apocalittica) premessa, non è difficile capire perché il medico più famoso d’Italia, a 85 anni, abbia deciso di abbandonare il Senato e accettare la presidenza dell’Agenzia per la sicurezza nucleare. L’incarico - c’è da scommetterci - porterà con sé una cospicua dote di polemiche, ma Veronesi non ha dubbi che il piano possa realizzarsi senza pericoli per le persone e l’ambiente.

Professore, recenti sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è contraria al nucleare. Non la preoccupa andare controcorrente?
«No, anzi, la conflittualità mi stimola. Sono abituato ad affrontare problemi scabrosi. L’importante è essere sicuro che la scelta che faccio sia moralmente corretta».

E in questo caso lo è?
«Assolutamente sì. Come oncologo conosco molto bene le radiazioni e i modi per proteggere i pazienti.Voglio dedicare i prossimi anni ad assicurare i cittadini che non corrono rischi».

Conoscerà altrettanto bene le contestazioni mosse dal fronte degli oppositori, vero? «Guardi, ci sono essenzialmente tre problemi per quanto riguarda un reattore nucleare. Primo, garantire la sicurezza nel funzionamento ordinario, obiettivo non difficile. Poi c’è la questione delle scorie e mi creda, nessunomai almondo èmorto per inquinamento da scorie. Infine c’è il fattore umano, la possibilità di poter disporre di personale qualificato è fondamentale. Basta pensare che i due grandi incidenti nelle centrali nucleari hanno avuto una caratteristica comune: sono dipesi da errori umani. E’ stato così a Three Mile Island, negliUsa, come a Cernobil».

Quel nome, Cernobil, a distanza di 25 anni agita ancora negli italiani incubi difficili da scacciare.
«Lo so, ma so anche che Cernobil è qualcosa che non potrà più accadere. Là era tutto sbagliato. C’era una macchina vecchia, pensata per usi militari, non civili. Si decise di fare un esperimento, vera follia in una centrale. E il direttore dell’impianto non era un esperto di nucleare».

Con questo che cosa vuol dire?
«Che poiché il fattore umano è cruciale, la mia attenzione maggiore sarà formare personale adeguato dal punto di vista tecnico, scientifico,ma anche psicologico, perché sappia far fronte alla pressione».

Ma dopo un quarto di secolo lontano dal nucleare, l’Italia ha il bagaglio di conoscenze necessarie?
«Due aspettimi confortano. In primo luogo che abbiamomantenuto viva la ricerca e centri come quello di Casaccia, vicino a Frosinone, sono all’avanguardia. Poi il fatto che partire da zero ci consente di usare le tecnologie più moderne e il tempo necessario a impiantarle ci daràmodo di creare le competenze per usarle almeglio».

C’è chi sostiene che le tecnologie scelte dall’Italia per le nuove centrali rischino di risultare superate una volta che gli impianti entreranno in funzione. Come risponde? «Ma noi non abbiamo ancora fatto una scelta definitiva, per cui l’obiezione non è fondata. E poi, una centrale è studiata per durare da 60 a 100 anni. Se anche ne trascorrono 10 per averla operativa, certo non potrà essere considerata vecchia».

Torniamo al primo problema che lei ha sollevato, il funzionamento del reattore. Gli ambientalisti ripetono che, pure in condizioni di normalità di un impianto, ci sono piccole dispersioni che creano conseguenzeper la salute. E’ vero?
«E’ un’invenzione assoluta. Non esce nulla. Meglio, esce dell’acqua, che può avere minime quantità di radiazioni, ma molto inferiori anche rispetto al livello di legge. Non crea problemi».

Resta la delicatissima questione delle scorie e di come smaltirle. Quando nel 2003 il governo individuò Scanzano Jonico come sede del deposito nazionale, ci fu una sollevazione popolare. Come pensa di affrontare questo aspetto?
«Il discorso è complesso, provo a ridurlo all’essenziale. Solo una piccola parte delle scorie richiede millenni per depotenziarsi completamente. Vanno messe in sicurezza, e ci sono le soluzioni per farlo, dentro una montagna o a grandi profondità. Al tempo stesso, si stanno affinando tecniche per renderle innocue più in fretta. Soprattutto, l’Italia potrà non avere depositi di scorie pericolose».

In che senso?
«Si tende a individuare un unico sito per Continente. In Europa ci sono tre soluzioni allo studio, tutte fuori dai nostri confini. Ma il punto vero è che le scorie sono sì un problema serio e costoso, ma non devono spaventare. Non si sorprenda se dico che c’è più radioattività in un ospedale. O ancora, lo sa che c’è uranio anche in un bicchier d’acqua? ».

Ma tra un bicchier d’acqua e una centrale esiste una bella differenza. La realtà è che c’è ancora paura fra la gente. Questo non conta?
«Ho trascorso lamia vita a combattere le paure ingiustificate. Soltanto 40 anni fa in Italia c’era ancora il timore a usare il forno amicroonde, per non dire di quando cominciò a girare la storia che il pane congelato in freezer fosse cancerogeno. Assurdità, lo sappiamo. Ma voglio dire che spesso la paura è frutto di ignoranza. Sono timori vaghi, confusi, sui quali giocano alcuni movimenti politici. Il risultato? Non si possono usare gli Ogm, non si fa la Tav, si bloccano i termovalorizzatori... ».

Mentre lei non ha dubbi che la soluzione del nucleare sia sicura.
«Certo.Guardiamo che cosa succede nel mondo. Tutti i Paesi puntano sul nucleare. La Cina ha previsto 120 centrali, l’India 60, la Francia ne ha 62, il programma svizzero ne contempla 8 per 8milioni di abitanti. Capisce? E ancora: scommettono sul nucleare Paesi di cui si parla meno, la Lituania, la Slovacchia, l’Armenia. Ma lo sa che anche inMedio Oriente, nella culla del petrolio, hanno imboccato questa strada? Gli Emirati Arabi hanno ordinato 4 reattori, tanti quanti è previsto ne abbia l’Italia. Possibile che siamo noi i più intelligenti a opporci?».

Le fonti rinnovabili non possono essere un’alternativa?
«Sarebbe bellissimo, ma dobbiamo intenderci. Dalle biomasse può arrivare l’1-2% del fabbisogno italiano, così come dalla geotermica. L’idroelettrica è praticamente già al massimo. L’eolica? Procede, ma abbiamo poco vento e bisogna pensare anche al paesaggio e al turismo. E se comunque, per assurdo, riempissimo la penisola di pale, arriveremmo a coprire il 10-15%. Resta il solare, io sto giusto mettendo un impianto nella mia casa in campagna. Ma è questa la dimensione, va bene per le famiglie, non per una grande fabbrica».

Il nucleare evoca anche scenarimilitari. Lei, che da anni si batte per il disarmo, non si sente un po’ al centro di una contraddizione?
«Per nulla. Lavoro per usare l’atomo a fini di pace. Nel mondo ci sono già oggi 30 mila testate nucleari, non c’entrano con la scelta di realizzare un impianto per produrre energia».

Una centrale agita anche il rischioterrorismo. E’ d’accordo?
«E’ chiaro che servono contromisure, ma non credo sia un pericolo reale pensare a qualcuno che si impossessa di materiale nucleare per costruire una bomba.Troppo difficile».

Lei, pur non essendo iscritto, è stato eletto nelle fila del Pd, un partito contrario al nucleare. Ha provato imbarazzo per questa diversità d’opinione?
«Difendo le mie posizioni di uomo di scienza. So che nel Pd c’è chi ha idee diverse, lo rispetto, ma restiamo distanti. Comunque, non è per questo che mi sono dimesso da senatore».

Così come nel 1987, c’è ancora un referendum che può bloccare il nucleare in Italia. Teme il voto?
«Le rispondo con una battuta. Se dovessero prevalere i contrari, io avrei più tempo libero per dedicarmi alla famiglia e ai miei interessi. Peccato che a rimetterci sarebbe il Paese».

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