17 giugno 2011
Rifkin risponde ai filo-nuclearisti: “E le scorie? Il nucleare è finito: anti-economico e non risolutivo”.
Non solo il disastro di Fukushima, che ha seminato il panico proprio per la competenza tecnologica e la previdenza di un Paese progredito come il Giappone, già colpito in passato dalla tragedia atomica. Ora anche l’esito vittorioso del referendum anti-nucleare in Italia, con oltre il 57 per cento di cittadini votanti, tra i quali il 95 per cento di sì, un evento elettorale-politico unico al Mondo, che ha fatto rumore nell’ambiente dell’energia e perfino nelle Borse. Insomma, sembra che davvero sia caduta una pesante pietra tombale sugli sviluppi ulteriori dell’energia nucleare, almeno allo stato delle attuali tecnologie.
Ma non ci illudiamo che politici e affaristi si siano messi davvero l’anima in pace. Erano proprio gli altissimi costi delle centrali, con tutto il probabile vorticoso giro di percentuali, parcelle e “mazzette”, insomma un vero e proprio “moto perpetuo” di corruzione (l’unica energia prodotta da una centrale nucleare negli oltre 10 anni che intercorrono tra la decisione di costruirla e la data dell’inaugurazione…), ad attirare così tanti accalorati sostenitori tra avvocati e commercialisti, laureati in scienze politiche e insegnanti, ragionieri e geometri, ovvero le specializzazioni più comuni tra i politici di professione.
Sarebbe grave, però, se anche la ricerca ne fosse toccata. Poiché crediamo nella scienza e nel progresso della tecnologia, siamo con Margherita Hack nel dire che non ci piacerebbe affatto che a tirare i remi in barca fossero, invece, i soli scienziati, ai quali spetta il compito – se possibile – di inventare finalmente sistemi diversi e molto più sicuri di produzione di energia nucleare, che eliminino anche il problema della collocazione delle scorie radioattive per migliaia di anni. Fantascienza? Non lo crediamo. La storia della scienza ci ha abituato ad accelerazioni sorprendenti negli ultimi decenni.
Nel frattempo, però, con questi costi pazzeschi, con questi lunghissimi tempi di costruzione e avviamento, con questa obsolescenza rapidissima (dopo Fukushima, appunto) e con questi incidenti, rari ma vissuti come apocalittici ogni volta che si verificano, tanto più in un Paese in cui illegalità, corruzione e faciloneria rendono insicure perfino costruzioni modeste in caso di modesti terremoti (v. la Casa dello Studente all’Aquila), troviamo giusto, logico e razionale il voto “emotivo” espresso dagli Italiani. Perché, esiste forse un voto non emotivo?
Intanto, vogliamo ospitare il parere dato in un’intervista, ben prima del referendum italiano, dal celebre economista e ambientalista Jeremy Rifkin, docente universitario e presidente della Fondazione per le Tendenze Economiche, che nel montaggio del breve filmato sembra rispondere al presidente francese Sarkozy, fautore delle centrali nucleari, per niente scalfito dalla tragedia di Fukushima. E ai nuclearisti che chiedono polemicamente “di che cosa è esperto Rifkin” per poter parlare di centrali nucleari, come se solo i fisici o gli ingegneri nucleari fossero abilitati a farlo, si può rispondere: e allora, ancor meno possono parlare politici incompetenti su tutto, come Sarkozy. E ad ogni modo, come sarebbe impensabile che i generali potessero decidere se fare una guerra o no, così sarebbe grave che i fisici nucleari potessero decidere di costruire centrali nucleari a volontà. Sono scelte politiche, è vero, ma che travalicano le opinioni personali dei singoli politici e, per le conseguenze che possono avere queste decisioni, devono essere demandate ai cittadini.
Il nucleare è ormai finito, sepolto, dice in sostanza Rifkin nell’intervista, perché troppo costoso e pericoloso. Ma, comunque, il problema vero – aggiunge – è che di fatto si rivela energeticamente ininfluente. L’energia prodotta dalle centrali nucleari in tutto il Mondo è poca, pochissima.
La trascrizione schematica della prima parte del video di Rifkin è questa:
“L’energia nucleare si era fermata durante 25 anni, dopo le catastrofi di Three Mile Island e Chernobil. Poi ha avuto una rinascita di interesse a causa del problema del cambiamento climatico. Noi siamo la soluzione – dicevano i nuclearisti – noi siamo ecologici, non emettiamo CO2, la tecnologia nucleare “è pulita”. Ma vi dirò quale è la ragione commerciale per cui l’energia nucleare non serve più a nulla. Non tornerà mai. E’ morta e sepolta. Alcuni vorranno ancora dibattere sul lato ideologico. Ma io presiedo un gruppo di 120 società le più importanti del mondo, di informatica, logistica, trasporti, energia, costruzioni. Le nostre società sanno che il nucleare è terminato. Ecco i primi argomenti elencati dall’interessantissima intervista di Rifkin:
1. Oggi esistono nel mondo 443 centrali nucleari, e sono ormai tutte vecchie. Danno soltanto il 6% dell’energia prodotta, mentre secondo il gruppo di esperti del cambiamento climatico dell’ONU dovrebbero dare almeno il 20% dell’energia, per avere un minimo impatto sul cambiamento del clima. Il che è irrazionale per la rinascita di quel settore. Cioè dovremmo rimpiazzare le vecchie 443 e costruire in più 1000 nuove centrali, e dunque avere 1500 nuove ed efficienti nei prossimi 25 anni. Miliardi e miliardi di dollari. Qualcuno pensa che tutto ciò sia possibile?
2. Non sappiamo ancora che cosa fare dei rifiuti nucleari. Sono 60 anni che si usa questa tecnologia, e da 60 anni l’industria nucleare dichiara che troverà un mezzo per stoccare le scorie. Non si sa tuttora che cosa farne. Nel mio Paese [USA, ndr] si spendono 8 miliardi di dollari di tasse e 18 anni per costruire una caverna dentro la montagna Yucca per le scorie nucleari, che saranno senza pericolo tra 10 mila anni. Ma ecco il problema, terminato di costruire la grotta e prima ancora di metterci i rifiuti, si sono avuti problemi di fondamenta, perché la Terra è in movimento a causa delle placche tettoniche, insomma, non questi rifiuti non li possiamo immagazzinare da nessuna parte. Quando Fukushima è scoppiata so che la Francia non ha neanche parlato della tragedia. La cosa dava fastidio, i giornali si sono censurati
3. In quanto all’uranio….” Be’ il resto lo trovate nel video dell’intervista.
AGGIORNATO IL 26 MARZO 2015
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11 giugno 2011
Premio Nobel Rubbia: "Nucleare? No, costa troppo: meglio geotermia e gas"
Anche l’Italia ha avuto lo tsunami, non lo ricorda mai nessuno. Ed ha causato, con un disastroso terremoto, ben 100 mila morti a Messina e Reggio Calabria (1908). Un secolo dopo, il recente terremoto dell’Aquila, pur di grado modesto, ha tuttavia distrutto tante case antiche e fatto non pochi morti, rivelando errori di progettazione ed esecuzione perfino in palazzi nuovi, crollati anch’essi, e una disorganizzazione e corruzione amministrativa ancora più preoccupanti dello stesso evento sismico.
Figuriamoci se l’Italia, questa Italia, può permettersi delle centrali nucleari. E il fatto che sia circondata da centrali nucleari nei Paesi confinanti, a cui paghiamo l’energia importata, non è una buona argomentazione per costruire anche noi impianti nucleari. Intanto la catena delle Alpi è una buona protezione in caso di eventi castastrofici, e poi le somme spese oggi per l’elettricità importata – una parte è addirittura rivenduta con guadagno - sono nulla rispetto a quelle che dovremmo investire, senza alcuna speranza di ammortizzarle mai, per centrali sul nostro territorio. La costruzione durerebbe oltre 10 anni e la loro vita media, specie dopo la tragedia di Fukushima che ha accoprciato la vita di tutte le centrali, sarebbe di 10 anni, tutt’al più. Quindi sarebbero costosissime: una vera pazzia economica e ambientale.
Lo hanno capito anche gli scienziati. Alla vigilia del referendum sull'atomo in Italia, il premio Nobel 1984 per la fisica, Carlo Rubbia, ha concesso una intervista ad Antonio Cianciullo sulla Repubblica di oggi. "Guai a ignorare la lezione di Fukushima", ha detto Rubbia. Piuttosto, utilizziamo la tanta energia che abbiamo nel sottosuolo italiano, e dalla combinazione di gas ed energia geotermica potremmo trarre grandi vantaggi. Per esempio, ha aggiunto, dal sottosuolo di Lazio, Toscana e Campania potremmo ricavare con opportune tecnologie un potenziale energetico pari a ben quattro centrali atomiche. Se poi, aggiungiamo noi, ci mettiamo anche la razionalizzazione di distribuzione e consumi, a parità di stile di vita, otterremmo risparmi pari fino al 30% complessivo (proiezione ENEA), che sarebbe come ritrovarsi in casa svariate centrali atomiche gratuite e senza i rischi. NICO VALERIO
Ecco l’intervista di Rubbia alla Repubblica:
"Fukushima ha rappresentato una grande sorpresa perché ha evidenziato uno scollamento tra le previsioni e i fatti. È stata una lezione ed è pericoloso non imparare dalle lezioni. Soprattutto per un paese come l'Italia che con il Giappone ha molti problemi in comune: non solo la sismicità ma anche gli tsunami prodotti da un terremoto, come l'onda gigante che ha distrutto Messina nel 1908. È ragionevole fare una centrale atomica in Sicilia?".
Carlo Rubbia, il Nobel che in Italia ha inventato il progetto pilota per il solare termodinamico, osserva il panorama energetico a tre mesi dall'inizio di un incidente nucleare che non si è ancora concluso.
Dopo Fukushima tutto il mondo s'interroga sul futuro del nucleare e paesi come la Germania e la Svizzera hanno deciso di uscire dal club dell'atomo. Il governo italiano invece vuole rientrare. Le sembra una buona scelta?
"Non si può rispondere con un sì o con un no. Bisogna esaminare i problemi partendo da una domanda fondamentale: quanti soldi ci vogliono e chi li mette. Si dice che una centrale nucleare costa 4-5 miliardi di euro. Ma senza calcolare gli oneri a monte e a valle, cioè le spese necessarie per l'arricchimento del combustibile e per la creazione di un deposito geologico per le scorie radioattive come quello che gli americani hanno cercato di fare, senza riuscirci ma spendendo 7 miliardi di dollari, a Yucca Mountain".
Insomma quanto costerebbe il piano italiano che punta ad arrivare al 25 per cento di elettricità dall'atomo?
"Per raggiungere un obiettivo del genere, e o si raggiunge un obiettivo del genere oppure è inutile cominciare perché si hanno solo i problemi senza i vantaggi, serviranno una ventina di centrali e quindi possiamo immaginare un costo diretto che si aggira sui 100 miliardi di euro. Il punto, come dicevo, è chi li mette sul tavolo".
In tutto il mondo i capitali privati tendono a tenersi lontani dal nucleare, li spaventa il rischio.
"Proprio così. Nei paesi che hanno scommesso sull'energia nucleare questa scelta è stata finanziata, in un modo o nell'altro, dallo Stato, spesso perché lo Stato era impegnato nella costruzione di bombe atomiche. Per questo le centrali francesi sono costate tre volte meno di quelle tedesche: buona parte degli investimenti strutturali erano a carico della force de frappe. Ora se in Italia ci sono - e sarebbe una novità - privati interessati a investire in questo settore, bene: si facciano avanti. Altrimenti bisogna dire con onestà che i soldi vanno presi dalle tasse".
La Germania ha deciso di chiudere le centrali nucleari perché considera più conveniente investire nelle fonti rinnovabili. Condivide il giudizio?
"Io ho parlato a lungo proprio con le persone che hanno preso questa decisione. È stato un passo importante perché il futuro è lì, ma bisogna tener presenti i tempi dell'operazione: le fonti rinnovabili per esprimere a pieno il loro potenziale, arrivando a sottrarre quote importanti ai combustibili fossili, hanno bisogno ancora di 10-15 anni. Quindi bisogna pensare a una transizione".
Per questo il centrodestra italiano parla di nucleare.
"Non diciamo sciocchezze, una centrale nucleare approvata oggi sarebbe pronta tra 10-15 anni, alla fine del periodo di transizione. Noi abbiamo bisogno di impianti con un basso impatto ambientale e tempi di costruzione rapidi. Penso a un mix in cui l'aumento di efficienza gioca un ruolo importante, sole e vento crescono e c'è spazio per due fonti che possono produrre subito a costi bassi".
Quali?
"Innanzitutto il gas, che è arrivato al 60 per cento di efficienza e produce una quantità di anidride carbonica due volte e mezza più bassa di quella del carbone: il chilowattora costa poco e le centrali si realizzano in tre anni. E poi c'è la geotermia che nel mondo già oggi dà un contributo pari a 5 centrali nucleari. L'Italia ha una potenzialità straordinaria nella zona compresa tra Toscana, Lazio e Campania, e la sfrutta in maniera molto parziale: si può fare di più a prezzi molto convenienti. Solo dal potenziale geotermico compreso in quest'area si può ottenere l'energia fornita dalle 4 centrali nucleari previste come primo step del piano nucleare. Subito e senza rischi".
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10 giugno 2011
Vacca: «Incompetenti! Perché perfino chi vuole il nucleare ora deve votare sì»
Vota sì, contro il programma nucleare del Governo, contro le centrali a go-go decise da personaggi inaffidabili, l'eccentrico guru dei tecnologi e futurologi italiani, uno dei miei personaggi preferiti, uno scienziato e divulgatore che ha idee proprie e competenza, a differenza di certi divulgatori da tv, pompati, insulsi e seriosi, e forse solo per questo famosissimi. In fondo, penso sempre guardandoli sullo schermo, questi Montanelli della scienza casalinga, basta non ridere mai o portare gli occhiali, parlare in modo pacato ed incerto, e soprattutto avere dietro un’intera redazione di esperti che fa il lavoro per te, ed ecco che sei preso per “serio” dalla casalinga e dal pensionato, o “attendibile” dai giornalisti.
Grande ing.Vacca, alla sua età - oltre 80 - sempre brillante, fuori schema, sorprendente. Ero sicuro, conoscendolo come nuclearista, e politicamente non certo di Sinistra, che al referendum abrogativo contro la legge che dà carta bianca al Governo di varare con suo comodo un piano energetico e nucleare, avrebbe votato no. E invece scopro che vota sì.
E leggete con quali ficcanti argomentazioni risponde all'appello dell’amico Chicco Testa ai nuclearisti! Perché – dice in sostanza - questa legge e questi incompetenti al Governo sono pericolosi, non possono occuparsi di questioni delicate come scienza (dopo aver tagliato le spese per la ricerca) e centrali nucleari, loro che non sanno neppure gestire un modesto terremoto all’Aquila o i rifiuti di Napoli. E vanno spazzati via. Detto, si badi, da un nuclearista... Ecco la sua intervista apparsa oggi sull’Unità (NV).
“È insensato essere pro o contro il nucleare, come lo è essere pro o contro le auto: ottime quelle moderne, mantenute bene, non i ruderi sbidonati. Il nucleare non esiste. Va bene quello modulare a sicurezza intrinseca, non quelli di Chernobyl o Fukushima. Il primo non potrebbe certo esser realizzato in base alla legge 75/2011 del 26/5/2011: un minestrone generico (nelle ultime 3 righe cambia anche il proprio titolo). Parla anche di stampa, tv, Servizio Sanitario in Abruzzo, trattamento scorie radioattive. Stabilisce: «entro un anno il Consiglio dei Ministri adotterà strategie energetiche nazionali, diversificando fra fonti energetiche». Cioè: carta bianca all’attuale governo (che ha dimostrato incompetenza e priorità distorte in tanti settori) per ricorrere a nucleare o qualsiasi altra fonte.
Se il Referendum del 12 e 13 Giugno non raggiungesse il quorum, ci porteremmo dietro per 5 anni questa legge vaga, aperta a improvvisazioni avventate. Ho ricevuto da Chicco Testa un “Appello di intellettuali e scienziati per non chiudere definitivamente l’opzione nucleare in Italia”: invita a disertare le urne, così senza quorum il referendum si annullerebbe. Hanno aderito colti amici fra cui fisici ed esperti. Penso che abbiano fatto male.
Il testo dice: “la vittoria del Si provocherebbe una censura preventiva che impedirebbe agli italiani di essere informati sull’evoluzione del nucleare e … indebolirebbe il ruolo dell’Italia nella discussione internazionale. È, invece, importante che il nostro paese abbia voce in capitolo per stabilire i requisiti di sicurezza da imporre alle decine di centrali alle nostre frontiere.” Non è vero. Cancellare articoli della legge 75 bloccherà iniziative avventate del governo: non l’informazione. Questa è stata bloccata, invece, dai tagli che il Governo ha praticato a ricerca e risorse della scuola. La confusa legge 75, poi, non darebbe voce in capitolo all’Italia per stabilire norme internazionali.
Dunque non aderisco a quell’appello. Disapprovo l’astensione: conserverebbe la legge confusa del 26/5, chiudendo la strada a decisioni sensate. È bene che l’energia nucleare sia prodotta e sottoposta al controllo della società. Per farlo è vitale che il pubblico sappia di più e capisca i problemi. Voterò Sì: eliminata la Legge 75, faremo bene, poi, a diffondere conoscenza, fare ricerca, progettare e realizzare soluzioni energetiche anche nucleari, sicure e condivise.
Taluno dice: “Il nucleare è troppo rischioso: ha prodotto un disastro perfino in Giappone - che usa tecnologia alta ed eccellente. Figurarsi che accadrebbe in Italia col nostro pressappochismo.” Ma anche il Giappone è inaffidabile. Perfino la rete elettrica è suddivisa in due, nelle regioni orientali a 50 Hertz, nelle regioni occidentali a 60 Hertz. Le due reti, incompatibili, hanno dimensioni simili. Le centrali dell'Ovest, non coinvolte nel recente disastro, non possono alimentare l'Est. Inoltre anche Fukushima non è stata modernizzata per 40 anni. Il Kaizen (= miglioramento continuo) giapponese è un mito. Pratichiamolo noi: ma sul serio.
La sicurezza deve essere intrinseca: gli interventi di raffreddamento non vanno affidati a circuiti di controllo che fanno partire motori (sempre vulnerabili), ma a fenomeni naturali (dilatazione di metalli, forza di gravità). Piccoli reattori nucleari a sicurezza intrinseca sono stati progettati anche a Roma. L’eccellenza della qualità non può essere solo vantata: va progettata, realizzata e controllata. Le opzioni sono tante. Fra queste anche il ricorso ai più sicuri reattori di quarta generazione ad alta temperatura raffreddati a gas. Per prendere queste decisioni complesse bisogna studiare e capire, non ripetere slogan pro e contro”. ROBERTO VACCA
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07 giugno 2011
La ricetta Hack: no centrali, sì ricerca sul nucleare, molte rinnovabili e risparmio
Siamo perfettamente d’accordo con Margherita Hack: "Non è necessario né economico puntare sulla costruzione di centrali nucleari in Italia, ma la ricerca in questo campo va continuata. E' preferibile sviluppare al massimo la ricerca sulle rinnovabili e migliorare l’attenzione al risparmio energetico". Con un articolo scritto per MicroMega, che riportiamo qui di seguito, la Hack precisa il suo pensiero sulle scelte energetiche che attendono l’Italia nei prossimi anni.
Nel frattempo la Corte di Cassazione ha confermato il referendum del 12 e 13 giugno, anche dopo la legge governativa che faceva macchina indietro sul programma nucleare al puro scopo di evitare il voto popolare, restituendo così ai cittadini il diritto di manifestare la propria volontà sul futuro ambientale ed energetico del Paese.
La astrofisica Margherita Hack, progressista, ambientalista e vegetariana, certamente la scienziata più amata e seguita in Italia, insieme con Umberto Veronesi, non ha mai nascosto il suo parere favorevole al nucleare. E tuttavia, a nessuno, neanche agli ecologisti più ultras, è mai passato per la testa di contestarla. Anzi resta sempre un emblema, un personaggio carismatico. Tale è il rispetto che si ha per lei, per la sua personalità, la sua schiettezza, la sua onestà intellettuale. “Il referendum sul nucleare va fatto. Si deve rispettare la volontà del popolo – ha dichiarato la Hack – Non sono d’accordo sull’apertura in Italia di nuovi siti, ma sono fermamente convinta che la ricerca sul nucleare debba in ogni caso continuare”. Intendendo evidentemente per ricerca quella che si indirizzi in un futuro ad un nucleare meno rischioso, magari con nuove tecnologie e combustibili. “Il nucleare oggi in Italia non è necessario – aveva continuato – ma non si deve interrompere la ricerca. In futuro, l’energia sarà necessaria quindi non si può rimanere indietro. E’ paradossale che Carlo Rubbia sulla ricerca nucleare sia costretto a lavorare in Spagna. Si deve lavorare e insistere sulla fusione e cercare un combustibile nucleare che abbia una vita più breve di quella dell’uranio, con scorie che durino meno. Non serve aprire impianti, ma continuare a fare ricerca, anche sulle rinnovabili, è fondamentale”. Ma torniamo all’articolo che Margherita Hack ha scritto per MicroMega. NICO VALERIO
“Sono molti coloro che mi conoscono per persona di sinistra e ambientalista che si meravigliano che mi sia dichiarata a favore dell’energia nucleare. Occorre quindi qualche chiarimento, in base ad argomenti razionali e non emotivi.
Prima di tutto l’energia non è né di destra né di sinistra. La richiesta di energia va continuamente crescendo, soprattutto da parte delle grandi economie emergenti: Cina, India, Brasile. Un intero continente come l’Africa sta ancora dormendo, ma anch’essa si sveglierà, grazie anche a quel potente fattore di globalizzazione che è Internet. Petrolio e metano vanno esaurendosi, il carbone, molto più abbondante, è anche fortemente inquinante. Bisogna evitare scelte emotive, in conseguenza di disastri come quello di Chernobil e ora del Giappone.
L’Italia è quasi completamente dipendente dall’estero per il suo approvvigionamento energetico; compriamo petrolio e metano dalla Libia, dall’Ucraina, energia nucleare dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Slovenia; siamo circondati da centrali nucleari dei paesi confinanti (59 in Francia, 5 in Svizzera, una in Slovenia) e se un disastro succedesse a loro, noi ne avremmo gli stessi danni senza averne avuto i vantaggi.
Io credo che dovremmo comunque non interrompere la ricerca sul nucleare. Se tutte le volte che l’uomo ha scoperto una nuova applicazione della scienza, si fosse fermato al primo inci-dente, saremmo ancora all’età della pietra e non avremmo mai messo piede sulla Luna. Se dopo la scoperta del fuoco, lo si fosse abbandonato dopo il primo incendio della nostra foresta, saremmo ancora nel freddo e buio delle caverne, se dopo la caduta del primo aereo avessimo bloccato la ricerca, l’aviazione non sarebbe mai decollata. D’altra parte da tutti i fallimenti si impara e si progredisce.
La rinuncia al nucleare, decisa in seguito al referendum del 1987 secondo varie stime di e-sperti dell’Enel sarebbe costata all’Italia 120000 miliardi di lire. Inoltre il costo dell’energia elettrica, superiore del 40% a quello della media europea è una delle cause della perdita di competitività che ha colpito l’Italia dal 1990.
Certo che i disastri nucleari possono colpire gran parte del pianeta. Perciò, dato che si parla tanto del villaggio globale, il problema della sicurezza e in particolare quello delle scorie, andrebbe risolto in modo globale, con la collaborazione di tutti, anche se mi rendo conto che è un’utopia. Questo è stato tentato a livello europeo per quanto riguarda il grave problema dello smaltimento delle scorie. Così le centrali nucleari dovrebbero essere situate solo in regioni sicure dal punto di vista sismico e degli tsunami e disposte a vendere energia a basso costo ai paesi che per ragioni geofisiche non possono metterle sul loro suolo. E anche, aggiungerei, in paesi più seri del nostro, in cui anche smaltire la spazzatura di Napoli diventa un problema, e in cui sembra impossibile evitare infiltrazioni della criminalità organizzata.
Perciò ritengo che la ricerca deve continuare, anche sperimentando l‘impiego di combustibili nucleari che abbiano una vita media più corta dell’uranio, un campo in cui mi sembra sta lavorando uno dei maggiori esperti in campo mondiale, il premo nobel Carlo Rubbia; che la tecnologia nucleare sarà in futuro necessaria, ma prima è auspicabile che si faccia ricorso in modo molto più massiccio alle energie rinnovabili e si attui in modo molto più efficace il risparmio energetico.
Le fonti rinnovabili sono: 1) la solare, nelle applicazioni termiche (pannelli solari) e fotovol-taiche, già in uso ma ancora troppo poco diffuse, e termodinamica, ancora in fase sperimentale. Tutte andrebbero incentivate e soprattutto la ricerca sulla forma più efficiente, la termodinamica, che si sta sperimentando dal 2007 nella centrale di Priolo Gargallo (Siracusa) col progetto Archimede; 2) l’eolica, con il primo impianto del 1984. Si prevedeva di produrre per il 2000 una potenza eolica di 600 megawatt, mentre nel 2004 si era arrivati a produrre 5 megawatt, per le varie discussioni e tentennamenti di origine sia politica che tecnica. Con la politica degli incentivi si è ora arrivati con 10 anni di ritardo a produrre più di 500 megawatt, mentre l’eolico in Germania produce più di 16000 megawatt, 8000 la Spagna e 3000 la Danimarca. In Italia si assiste a continui frenamenti sia da parte dei difensori del paesaggio, sia per le lungaggini burocratiche; 3) la classica idroelettrica; 4) la geotermica; 5) quella da biomasse, biogas, rifiuti.
Tutte insieme le rinnovabili hanno fornito circa il 17% dell’energia prodotta in Italia nel 2008, ma il contributo del solare (nel paese del sole) è stato solo dello 0,06% e quello eolico dell’1,4 %, mentre la classica idroelettrica ha dato più del 12%. Gran parte di questi dati sono stati raccolti e pubblicati da Marzio Bellacci nel suo libro “Italia a lume di candela” (Edizioni L’asino d’oro, 2010).
Da tutti questi dati si può concludere che è necessario incrementare la ricerca e gli incentivi per il solare. Un dato positivo è rappresentato dal decreto interministeriale del 5 maggio scorso che prevede incentivi per gli impianti fotovoltaici che entrino in funzione dopo il 31 maggio 2011 e fino al 31 dicembre 2016.
Un altro dato interessante è fornito da un articolo di Edo Ronchi, ex-ministro dell’ambiente, pubblicato il 24 giugno 2010 su Milano Finanza in cui mostra che in realtà il fabbisogno italiano di energia, grazie al risparmio energetico e ai miglioramenti dell’efficienza degli impianti, è diminuito nel 2009 rispetto al 2008 di 22 miliardi di chilowattore pari al 6,4%.
Tenuto conto dei prevedibili crescenti sviluppi delle centrali di energia rinnovabile, si può concludere che non è necessario né economico puntare sulla costruzione di centrali nucleari, e pur raccomandando di non abbandonare la ricerca in questo campo, sbaglio che fu fatto dopo il referendum e l’emotività dovuta all’incidente di Chernobil, è preferibile sviluppare al massimo la ricerca sulle rinnovabili, seguendo l’esempio della Germania, o addirittura della Svezia, che pur avendo tanto meno sole di noi, utilizzano molto di più l’energia solare ed eolica.
In conclusione: no alla costruzione di centrali nucleari oggi in Italia, ma sì alla ricerca sull’energia nucleare, senza demonizzarla, in previsione di un futuro, forse ancora lontano, in cui anche questa sarà necessaria, e dovremo imparare a dominarne i rischi; incentivare la ricerca e la costruzione di impianti eolici e fotovoltaici, migliorare l’attenzione al risparmio energetico, sia con costruzioni ecologiche che riducano al minimo la necessità di riscaldamento d’inverno e condizionatori d’estate (proprio il contrario di quei grandi palazzoni tanto di moda, con le pareti di vetro, serre d’estate e frigoriferi d’inverno), sia con l’attuazione al 100% della raccolta differenziata dei rifiuti, un fine facilmente raggiungibile ma da cui siamo ancora molto lontani. MARGHERITA HACK
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30 marzo 2011
Incidenti nucleari e impreparazione: Fukushima ricorda Three Mile Island
La mancanza di dati precisi, o meglio i dati contraddittori sulle emissioni di radionuclidi resi noti dall’azienda proprietaria e dal Governo giapponese dopo il disastroso incidente nella centrale nucleare di Fukushima, non sono certo una novità nella drammatica storia delle catastrofi atomiche. L’impreparazione nel prefigurare tutti i livelli di rischio (nella centrale giapponese, posta sulla costa dell’oceano, incredibilmente non era stato tenuto contro del rischio di uno tsunami), la difficoltà stessa delle rilevazioni, la diluizione di compiti e responsabilità in un gran numero di tecnici e funzionari, tutto insomma contribuisce dopo un incidente nucleare a creare panico nella popolazione, senza che siano diffuse tempestivamente notizie certe e dati esaurienti. Il pensiero va all’incidente di Three Mile Island, negli Stati Uniti (1979), a cui comincia a somigliare maledettamente la vicenda di Fukushima, se non altro perché causata dal medesimo incidente: il blocco delle pompe di raffreddamento. Vediamone una ricostruzione con foto e diagrammi dell’epoca. Anche allora silenzi colpevoli, sviamento delle indagini, cifre contraddittorie, incompetenza tecnica. Con la variante di coraggiosi esperti allontanati per aver parlato troppo:"Prima della fusione accidentale del nucleo di Three Mile Island, l’industria nucleare diceva che la possibilità che accadesse una fusione del nucleo era la stessa che una persona venisse colpita da un fulmine in un’area di parcheggio. Tutto è iniziato alle 4 di mattina del 28 marzo 1979. La fusione alla centrale di Three Mile Island in Pennsylvania fu innescata quando un errore meccanico e uno spegnimento automatico delle pompe idriche principali del sistema di raffreddamento secondario fecero chiudere le valvole, con ciò causando un surriscaldamento dell’acqua del sistema di raffreddamento primario che ricopriva il nucleo radioattivo. Questo ebbe veloci conseguenze a cascata, in una sequenza di eventi automatizzati e di interpretazioni umani errate, che portarono al surriscaldamento e alla fusione del nucleo di 100 tonnellate di uranio. Durante l’incidente, acqua di raffreddamento altamente contaminata venne pompata attraverso una valvola verso la base del reattore e da lì in una cisterna collocata in un edificio ausiliare adiacente, dove grandi quantità di gas radioattivo vennero espulse nell’atmosfera esterna da una valvola difettosa. Il clima caldo al tempo dell’incidente peggiorò la situazione di crisi, con venti deboli e masse d’aria fredda a livelli più alti che impedivano all’aria calda di sollevarsi, producendo le condizioni ideali per l’intrappolamento delle emissioni radioattive. Ormai è un fatto assodato che grandi quantità di radioattività sono derivate dall’incidente di Three Mile Island. Ma l’industria nucleare e il governo non hanno raccolto stime sulle fughe di isotopi specifici, e ad oggi non ci sono informazioni disponibili su quali di essi siano fuoriusciti, nè la reale quantità di radiazioni rilasciate nell’ambiente. Il misuratore di radiazioni gamma all’interno dell’edificio ausiliario dove tutte le radiazioni vennero rilasciate non era stato progettato per misurare concentrazioni radioattive così alte, e andò fuori scala fin dall’inizio dell’incidente, registrando un’emergenza che continuò per parecchi giorni. Così le sole stime sulle radiazioni rilasciate vennero fatte estrapolando i dati ottenuti dai misuratori di radiazioni gamma (dosimetri termoluminescenti, TLD) che erano collocati centinaia di metri dai camini, in basso presso il recinto che circondava il reattore. Dei venti TLD (che misurano solo le radiazioni gamma, non le radiazioni beta, che erano dalle tre alle cinque volte più delle radiazioni gamma), solo due erano più o meno vicini al punto dove passò la nuvola "calda", ed è quindi impossibile giudicare la dose assorbita da migliaia di persone basandosi solo su due rilevazioni…" La ricostruzione completa dell’incidente si può leggere qui.
IMMAGINE. La centrale nucleare di Three Mile Island (Pennsylvania, Stati Uniti).
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26 marzo 2011
Leggende nucleari. Le importazioni di elettricità reali e il fabbisogno energetico
Ma è vero che l'Italia importa dalla Francia una notevole quantità di elettricità proveniente da centrali nucleari? E' questo un argomento molto usato in queste settimane dai fautori delle centrali nucleari sul nostro territorio. Ecco un articolo che sulla base dei dati forniti dal gestore elettrico Terna intende fare chiarezza. E' chiaro che se trovassimo una tesi contraria sul medesimo argomento sarà nostro dovere pubblicarla:.
LEGGENDE NUCLEARI. TUTTA LA VERITA' SUL FABBISOGNO ENERGETICO NAZIONALE
Dalle centrali atomiche francesi l'Italia importa solo l'uno per cento dell'elettricità totale che consuma
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“Che senso ha continuare a snobbare il nucleare? Alla fine lo importiamo dalla Francia, tanto vale portarcelo in casa”. Lo sentiamo ripetere come un mantra ogni volta che si tocca la questione dell’atomo. Ma è veramente così? E se lo è, quanto pesa effettivamente l’energia atomica francese sul totale del nostro fabbisogno energetico? Per capirlo basta armarsi di pazienza e fare due calcoli. Partiamo dal “fabbisogno nazionale lordo” e cioè dalla richiesta totale di energia elettrica in Italia. Nel 2009, secondo i dati pubblicati da Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale, è stato pari a circa 317.602 Gwh (Gigawatt/ora all’anno). Di questi, circa 278.880 Gwh (87,81%) sono stati prodotti internamente, in buona parte da centrali termoelettriche (77,4% delle produzione nazionale) che funzionano principalmente a gas (65,1% del totale termoelettrico), carbone (17,6%) e derivati petroliferi (7,1%): combustibili fossili, in larga parte importati. Il gas, che è la fonte più rilevante nel mix energetico italiano, arriva per il 90% dall’estero, soprattutto da Algeria (34,44% del totale importato), Russia (29,85%) e Libia (12,49%). La parte di fabbisogno non coperta dalla produzione nazionale viene importata, tramite elettrodotti, dai paesi confinanti.
In tutto, nel 2009, sempre secondo i dati di Terna, abbiamo acquistato dall’estero circa 44.000 Gwh di energia, al netto dei 2.100 circa che abbiamo esportato. 10.701 Gwh ce li ha ceduti la Francia, 24.473 la Svizzera e 6.712 la Slovenia. Tre paesi ai nostri confini che producono elettricità anche con centrali nucleari. In base ai dati pubblicati dalla Iaea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), la Francia produce il 75,17% dell’elettricità con il nucleare, la Svizzera il 39,50% e la Slovenia circa il 38%. In termini di Gwh questo significa che importiamo circa 8.000 Gwh di energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari francesi, 9.700 Gwh dalle centrali svizzere e 2.550 Gwh dall’unica centrale slovena. Quanto pesa quindi il nucleare estero sul fabbisogno italiano? Il conto è presto fatto. Basta dividere i Gwh nucleari importati mettendo a denominatore il fabbisogno nazionale lordo. Si scopre così che solo il 2,5% del fabbisogno nazionale è coperto dal nucleare francese, il 3,05% dal nucleare svizzero e lo 0,8% da quello sloveno.
In realtà, se si considera il mix medio energetico nazionale calcolato dal Gestore servizi energetici (GSE) in collaborazione con Terna, la percentuale di energia nucleare effettivamente utilizzata in Italia è pari ad appena l’1,5% del totale. Se si scompone il dato, si scopre che il nucleare francese pesa per circa lo 0,6% sul mix energetico nazionale. Ma c’è un’altro dato da considerare. Consultando i dati pubblicati da Terna si scopre infatti che l’Italia dal punto di vista energetico è tecnicamente autosufficiente. Le nostre centrali (termoelettriche, idroelettriche, solari, eoliche, geotermiche) sono in grado di sviluppare una potenza totale di 101,45 GW, contro una richiesta massima storica di circa 56,8 GW (picco dell’estate 2007). Perché allora importiamo energia dall’estero? Perché conviene. Soprattutto di notte, quando l’elettricità prodotta dalle centrali nucleari, che strutturalmente non riescono a modulare la potenza prodotta, costa molto meno, perché l’offerta (che più o meno rimane costante) supera la domanda (che di notte scende). E quindi in Italia le centrali meno efficienti vengono spente di notte proprio perché diventa più conveniente comprare elettricità dall’estero.
“E se dovesse succedere un incidente in una delle centrali dei paesi confinanti?”. Beh, non ci sarebbe da rallegrarsi, ma ancora una volta i dati possono esserci (un po’) di conforto. Le tre centrali nucleari più vicine all’Italia sono in Francia a Creys-Malville (regione dell’Isère), in Svizzera a Mühleberg (vicino a Berna) e in Slovenia a Krško, verso il confine con la Croazia. Creys-Malville è a circa 100 Km in linea d’aria dalla Valle d’Aosta, a 250 Km da Torino e a 350 Km da Milano. Mühleberg dista circa 100 Km dal confine piemontese e 220 Km da Milano. Krško è a 140 Km da Trieste. Ammesso che si possa usare come riferimento il disastro di Černobyl‘, in caso di incidente sembra che la più alta esposizione alle radiazioni si verifichi nel raggio di 30-35 chilometri dal reattore. Quindi nelle nostre valli alpine e nelle grandi città del nord si possono dormire ancora sonni abbastanza tranquilli rispetto all’eventualità che si costruisca un reattore dentro i confini nazionali.
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04 marzo 2011
Italia “morta” senza centrali nucleari? No, anzi, più viva senza gli sprechi
Ci piace il chirurgo e oncologo Umberto Veronesi, grande figura di scienziato e di divulgatore della scienza, perché questa del saper porgere e argomentare in modo chiaro e semplice, e con un tratto umano, è una dote in più, rara tra chi fa ricerca, che denota maggiore, non minore intelligenza. Tanto che Veronesi è nella lista dei personaggi simbolo da ricordare (blog "Nico Valerio"), accanto a Margherita Hack - anche perché entrambi sono vegetariani - al compianto genetista laico Buzzati Traverso, tanto osteggiato dalla Chiesa, e alla longeva Levi Montalcini.Ma come abbiamo già criticato Veronesi per il favore con cui ha annunciato uno strano e inutile pomodoro nero-viola, solo perché più ricco di banali polifenoli che nel mondo vegetale si trovano dappertutto, così prendiamo le distanze ora che loda con entusiasmo da neofita. e per partito preso, l'energia nucleare. Si sa che è stato nominato presidente dell'Agenzia per la Sicurezza Nucleare. un ente che per quanto faccia o dica non potrà assicurare proprio nulla in fatto di sicurezza. Le scorie delle centrali nucleari, che restano radioattive per milioni di anni, sarebbero un problema insormontabile in un Paese in cui perfino i rifiuti urbani prodotti da una popolazione maleducata dal consumismo come quella campana sono rifiutati.
Ma da ecologisti liberali, ci preoccupa anche il deficit di libertà, il problema della convenienza economica e il surplus di costi che porterà un programma nucleare, nel caso (periodo ipotetico di III tipo) che fosse davvero realizzato.
Quale strano e masochistico pool di industrie si sobbarcherebbe gli oneri colossali di costruzione e di gestione degli impianti, in tempi di crisi economica stabile, e con la certezza di riavere i primi euro non prima di 10-12 anni?
E nel frattempo che cosa otterranno i malcapitati o furbi investitori di nascosto e di vietato (dal mercato e dalla morale) da parte dei vari Governi che si succederanno? Non ci saranno favori ai soliti industriali amici, fuori di ogni regola di concorrenza e di parità dei punti di partenza? Anzi, non sorgerà il lancinante sospetto che tutta la mastodontica operazione-bluff sia stata solo un costoso fuoco di paglia per favorire qualcuno alle spalle dei cittadini, dilapidando i soldi di tutti?
Sull'energia nucleare in sé, poi, non c'è da parte nostra, laicamente, nessuna posizione ideologica e aprioristica, sia chiaro. Soltanto, prendiamo atto che negli ultimi anni vari studi e interventi hanno appurato che il nucleare è troppo costoso, poco sicuro, insufficiente e perfino tecnologicamente un po' vecchio, come risulta da un esauriente convegno scientifico tenuto sul tema, da una dichiarazione della Bonino per i Radicali, e anche dalla posizione del maggiore ente protezionistico, Italia Nostra.
Inoltre, una proiezione dell'ENEL ha dimostrato che basterebbe razionalizzare i consumi elettrici ed eliminare gran parte degli innumerevoli sprechi - a parità di tenore di vita e con costi di riconversione bassi - per risparmiare l'equivalente di molte centrali nucleari.
Ma tranne gli studiosi che disegnano grafici e proiezioni, non parla nessuno di risparmio energetico, neanche i Verdi, come se prendessero atto che è un tema impopolare, che porta elettoralmente "sfiga", in un Paese maleducato al consumismo più becero e da "nuovi ricchi" del Terzo Mondo. E' un loro problema di intelligenza e comunicazione.
Senza contare il problema delle scorie, radioattive per l'eternità: i Governi che si succederanno dovranno far ricorso alla forza pubblica, anzi all'esercito in armi, per imporle alla popolazione? Da liberali siamo seriamente preoccupati del sorgere di una sorta di Stato di polizia ad uso energetico. E, visto che i Servizi Segreti non funzionano e da noi entra chiunque, specialmente dal Medio Oriente, non vorremmo che le centrali nucleari offrissero bersagli in più ai terroristi, già abituati in Iran a confondere tra nucleare civile e nucleare militare.
Insomma, come ecologisti e liberali siamo ovviamente per la scienza, per la tecnologia e per il Progresso, ma cercando di prevenire le applicazioni cariche di effetti secondari negativi. E siamo anche anche per la libertà (di tutti, non solo di pochi investitori furbi e raccomandati), per la moralità del mercato, le regole certe che tutti devono rispettare, il buonsenso dei costi in attivo, l'opportunità degli investimenti, il risparmio, la lotta agli sprechi, e anche per il minor danno possibile alla vita degli uomini e alla Natura.
Dopotutto, essere liberali non significa essere dei maniaci "costruttivisti" ad oltranza e a tutti i costi. Ogni persona sensata, liberale o no, si fa un po' di calcoli in tasca prima di investire. Perché un Governo non dovrebbe farlo?
Invece, a sentire certi conservatori ultrà mascherati da "liberisti", sembrerebbe che il mercato sia tutto in mano all'Ordine degli Ingegneri: un ordine e i bravissimi tecnici nucleari italiani, noti in tutto il Mondo, ti sfornano decine di centrali nucleari in pochi anni, realizzando nello stesso tempo, nientemeno, la Autosufficienza Energetica, il Progresso e lo stesso Liberalismo... Figuriamoci, così non è, ovviamente, e gli incolpevoli e bravissimi ingegneri italiani non sanno nulla di queste fantasticherie da Destra americana cara a Bush e ai film western dei cinema di terza visione negli anni Cinquanta.
Anche il Grande Cortile dei frustrati, Facebook, è affollato di gente che confonde il Liberalismo con una specie di società di muratori. Sembra quasi che costruire la migliore delle ideologie possibili significhi fare, anzi far fare, ai soliti amici, qualche Grande Opera. Così, tanto per fare qualcosa, a fondo perduto, solo per propaganda - alla Mussolini - e per far girare i soldi, ovviamente nelle tasche dei soliti noti.
Muratori poco liberi, però. Ricordiamo agli amici conservatori che si vergognano del loro nome (me perché? ripetiamo con Gobetti), che, malgrado cazzuola e compasso ce l'abbiano nel simbolo, le società dei "Liberi Muratori" ("maçonnerie") che al Liberalismo dettero impulso nel '700 e nell'800, erano solo simboliche... NICO VALERIO
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Ecco l'intervista incriminata, pubblicata dalla Stampa, a firma di L.Ubaldeschi, ieri 3 marzo.
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VERONESI: "SENZA NUCLEARE L'ITALIA E' UN PAESE MORTO"
«Spiegherò ai cittadini che si può fare in sicurezza e che non è giusto avere paura»
La Stampa, 3 marzo 2011
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Vista con gli occhi di Umberto Veronesi, la questione del ritorno all’atomo è estremamente semplice. «Senza il nucleare l’Italia muore. Tra 50 anni finirà il petrolio, tra 80-100 il carbone, seguito poi dal gas. Altre fonti non saranno sufficienti a fornire l’energia di cui abbiamo bisogno. Il risultato? Non avremo la luce, non potremo far funzionare i computer o i frigoriferi e neppure far viaggiare i treni. Se lo immagina?».
Se questa è la (apocalittica) premessa, non è difficile capire perché il medico più famoso d’Italia, a 85 anni, abbia deciso di abbandonare il Senato e accettare la presidenza dell’Agenzia per la sicurezza nucleare. L’incarico - c’è da scommetterci - porterà con sé una cospicua dote di polemiche, ma Veronesi non ha dubbi che il piano possa realizzarsi senza pericoli per le persone e l’ambiente.
Professore, recenti sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è contraria al nucleare. Non la preoccupa andare controcorrente?
«No, anzi, la conflittualità mi stimola. Sono abituato ad affrontare problemi scabrosi. L’importante è essere sicuro che la scelta che faccio sia moralmente corretta».
E in questo caso lo è?
«Assolutamente sì. Come oncologo conosco molto bene le radiazioni e i modi per proteggere i pazienti.Voglio dedicare i prossimi anni ad assicurare i cittadini che non corrono rischi».
Conoscerà altrettanto bene le contestazioni mosse dal fronte degli oppositori, vero? «Guardi, ci sono essenzialmente tre problemi per quanto riguarda un reattore nucleare. Primo, garantire la sicurezza nel funzionamento ordinario, obiettivo non difficile. Poi c’è la questione delle scorie e mi creda, nessunomai almondo èmorto per inquinamento da scorie. Infine c’è il fattore umano, la possibilità di poter disporre di personale qualificato è fondamentale. Basta pensare che i due grandi incidenti nelle centrali nucleari hanno avuto una caratteristica comune: sono dipesi da errori umani. E’ stato così a Three Mile Island, negliUsa, come a Cernobil».
Quel nome, Cernobil, a distanza di 25 anni agita ancora negli italiani incubi difficili da scacciare.
«Lo so, ma so anche che Cernobil è qualcosa che non potrà più accadere. Là era tutto sbagliato. C’era una macchina vecchia, pensata per usi militari, non civili. Si decise di fare un esperimento, vera follia in una centrale. E il direttore dell’impianto non era un esperto di nucleare».
Con questo che cosa vuol dire?
«Che poiché il fattore umano è cruciale, la mia attenzione maggiore sarà formare personale adeguato dal punto di vista tecnico, scientifico,ma anche psicologico, perché sappia far fronte alla pressione».
Ma dopo un quarto di secolo lontano dal nucleare, l’Italia ha il bagaglio di conoscenze necessarie?
«Due aspettimi confortano. In primo luogo che abbiamomantenuto viva la ricerca e centri come quello di Casaccia, vicino a Frosinone, sono all’avanguardia. Poi il fatto che partire da zero ci consente di usare le tecnologie più moderne e il tempo necessario a impiantarle ci daràmodo di creare le competenze per usarle almeglio».
C’è chi sostiene che le tecnologie scelte dall’Italia per le nuove centrali rischino di risultare superate una volta che gli impianti entreranno in funzione. Come risponde? «Ma noi non abbiamo ancora fatto una scelta definitiva, per cui l’obiezione non è fondata. E poi, una centrale è studiata per durare da 60 a 100 anni. Se anche ne trascorrono 10 per averla operativa, certo non potrà essere considerata vecchia».
Torniamo al primo problema che lei ha sollevato, il funzionamento del reattore. Gli ambientalisti ripetono che, pure in condizioni di normalità di un impianto, ci sono piccole dispersioni che creano conseguenzeper la salute. E’ vero?
«E’ un’invenzione assoluta. Non esce nulla. Meglio, esce dell’acqua, che può avere minime quantità di radiazioni, ma molto inferiori anche rispetto al livello di legge. Non crea problemi».
Resta la delicatissima questione delle scorie e di come smaltirle. Quando nel 2003 il governo individuò Scanzano Jonico come sede del deposito nazionale, ci fu una sollevazione popolare. Come pensa di affrontare questo aspetto?
«Il discorso è complesso, provo a ridurlo all’essenziale. Solo una piccola parte delle scorie richiede millenni per depotenziarsi completamente. Vanno messe in sicurezza, e ci sono le soluzioni per farlo, dentro una montagna o a grandi profondità. Al tempo stesso, si stanno affinando tecniche per renderle innocue più in fretta. Soprattutto, l’Italia potrà non avere depositi di scorie pericolose».
In che senso?
«Si tende a individuare un unico sito per Continente. In Europa ci sono tre soluzioni allo studio, tutte fuori dai nostri confini. Ma il punto vero è che le scorie sono sì un problema serio e costoso, ma non devono spaventare. Non si sorprenda se dico che c’è più radioattività in un ospedale. O ancora, lo sa che c’è uranio anche in un bicchier d’acqua? ».
Ma tra un bicchier d’acqua e una centrale esiste una bella differenza. La realtà è che c’è ancora paura fra la gente. Questo non conta?
«Ho trascorso lamia vita a combattere le paure ingiustificate. Soltanto 40 anni fa in Italia c’era ancora il timore a usare il forno amicroonde, per non dire di quando cominciò a girare la storia che il pane congelato in freezer fosse cancerogeno. Assurdità, lo sappiamo. Ma voglio dire che spesso la paura è frutto di ignoranza. Sono timori vaghi, confusi, sui quali giocano alcuni movimenti politici. Il risultato? Non si possono usare gli Ogm, non si fa la Tav, si bloccano i termovalorizzatori... ».
Mentre lei non ha dubbi che la soluzione del nucleare sia sicura.
«Certo.Guardiamo che cosa succede nel mondo. Tutti i Paesi puntano sul nucleare. La Cina ha previsto 120 centrali, l’India 60, la Francia ne ha 62, il programma svizzero ne contempla 8 per 8milioni di abitanti. Capisce? E ancora: scommettono sul nucleare Paesi di cui si parla meno, la Lituania, la Slovacchia, l’Armenia. Ma lo sa che anche inMedio Oriente, nella culla del petrolio, hanno imboccato questa strada? Gli Emirati Arabi hanno ordinato 4 reattori, tanti quanti è previsto ne abbia l’Italia. Possibile che siamo noi i più intelligenti a opporci?».
Le fonti rinnovabili non possono essere un’alternativa?
«Sarebbe bellissimo, ma dobbiamo intenderci. Dalle biomasse può arrivare l’1-2% del fabbisogno italiano, così come dalla geotermica. L’idroelettrica è praticamente già al massimo. L’eolica? Procede, ma abbiamo poco vento e bisogna pensare anche al paesaggio e al turismo. E se comunque, per assurdo, riempissimo la penisola di pale, arriveremmo a coprire il 10-15%. Resta il solare, io sto giusto mettendo un impianto nella mia casa in campagna. Ma è questa la dimensione, va bene per le famiglie, non per una grande fabbrica».
Il nucleare evoca anche scenarimilitari. Lei, che da anni si batte per il disarmo, non si sente un po’ al centro di una contraddizione?
«Per nulla. Lavoro per usare l’atomo a fini di pace. Nel mondo ci sono già oggi 30 mila testate nucleari, non c’entrano con la scelta di realizzare un impianto per produrre energia».
Una centrale agita anche il rischioterrorismo. E’ d’accordo?
«E’ chiaro che servono contromisure, ma non credo sia un pericolo reale pensare a qualcuno che si impossessa di materiale nucleare per costruire una bomba.Troppo difficile».
Lei, pur non essendo iscritto, è stato eletto nelle fila del Pd, un partito contrario al nucleare. Ha provato imbarazzo per questa diversità d’opinione?
«Difendo le mie posizioni di uomo di scienza. So che nel Pd c’è chi ha idee diverse, lo rispetto, ma restiamo distanti. Comunque, non è per questo che mi sono dimesso da senatore».
Così come nel 1987, c’è ancora un referendum che può bloccare il nucleare in Italia. Teme il voto?
«Le rispondo con una battuta. Se dovessero prevalere i contrari, io avrei più tempo libero per dedicarmi alla famiglia e ai miei interessi. Peccato che a rimetterci sarebbe il Paese».
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06 settembre 2010
Sorpasso. Il solare da oggi è meno costoso del nucleare. Ma con gli incentivi.
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E invece l’impatto ambientale genera costi fondamentali nel calcolo finale. Lo si è visto con la diffusione abnorme e patologica dell’energia eolica, per esempio, che ha distrutto il paesaggio di località montane dell’Italia del Sud, oltretutto con scarsissimo guadagno energetico, ed ora lo si sta cominciando a constatare anche negli impianti fotovoltaici, che minacciano di coprire vastissime aree di territorio della Sicilia e di altre regioni meridionali, a vocazione agricola, devastandone la tradizionale immagine e compromettendo per anni il turismo di qualità, vera ricchezza del Sud.
Ma tornando ai puri costi di produzione, è molto interessante che da quest’anno, 2010, la produzione di energia solare – secondo un rapporto pubblicato negli Stati Uniti, per la North Carolina Waste Awareness Network (NC WARN) da John O. Blackburn e Sam Cunningham, economisti specializzati in fonti energetiche – è più conveniente in quanto a costi economici di quella nucleare.
Lo storico crossover, o incrocio delle curve dei costi, appare evidente dal grafico che pubblichiamo, tratto dallo studio dei due esperti.
La verità, preoccupante, è che i costi degli impianti nucleari stanno aumentando vertiginosamente di anno in anno, come si vede dalla tabella che il rapporto pubblica nell’ultima pagina (pag.18), quasi uno scoop, vista la riservatezza interessata di ditte costruttrici e amministrazioni, che spesso ha prodotto dati volutamente disomogenei poco aggregabili tra loro.
Nella tabella, che si riferisce a centrali nucleari degli Stati Uniti e del Canada, si nota che i costi per reattore preventivati nel 2010 sono aumentati quasi del 500 per cento rispetto a quelli del 2005. Per esempio, i reattori della Constellation Energy (1600 Mw), che nel 2005 avevano ciascuno un costo di 2 miliardi di dollari, nel 2010 costano 9,60 miliardi di dollari. E i reattori della PPL (medesima capacità di energia) sono rincarati enormemente in soli due anni: da 4 miliardi di dollari (ciascuno) nel 2008-2009 ai 13-15 miliardi di dollari del 2010. Tanto che un progetto dell’Atomic Energy of Canada, a Darlington, è stato cancellato. In due anni, dal 2007 al 2009, era moltiplicato da 3,48 a 12.96 miliardi di dollari ciascuno. Una follia. Per "soli" 1200 Mw.
Il rapporto, dopo il New York Times, è stato ripreso anche dal Corriere della Sera con un favorevole articolo.
Voi credete che questo nuovo rapporto di costi farà rinsavire i politicanti e i procacciatori di affari che gravitano attorno al sottobosco politico, che mestano nelle "Grandi Opere" con evidenti secondi fini? Ma neanche per sogno: non cambieranno idea. Semmai, cercheranno di dimostrare che non è vero: il nucleare è ancora conveniente. Se solo l’opinione pubblica, condizionata dagli ambientalisti, li lasciasse "liberi" di impiantare 1, 10, 100 centrali nucleari…
Immaginiamo poi che succederebbe in Italia, dove il giochino delle aste al ribasso è diffusissimo, vero malcostume mafioso nazionale, tanto che perfino un chilometro di autostrada raddoppia il suo costo in pochi anni. Immaginiamo l’entità delle commesse sul nucleare, e la cascata di soldi per mille rivoli. Non certo le volgari "bustarelle", figuriamoci (non si tratta della copertura abusiva di un terrazzo, con l’assessore del paesino che chiude un occhio), ma le percentuali dell’ordine di miliardi di euro riconosciute ad affaristi e politicanti intermediari.
Non fa certo parte di questo sottobosco l’Istituto Bruno Leoni, serissimo e prestigioso think tank liberista, con cui spesso – ma di rado sull’ecologia e quasi mai sul nucleare – concordiamo. Ebbene, stavolta dobbiamo complimentarci con loro, da buoni liberali amanti dell’obiettività e dell’esattezza scientifica, anche se – anzi, proprio perché – hanno trovato un grosso difetto di metodo nello studio che abbiamo appena descritto, e che senza il loro contro-studio ci sarebbe certamente sfuggito.
Secondo il contro-rapporto di Daren Bakst e Carlo Stagnaro, dell’IBL, il rapporto americano conterrebbe una serie di inesattezze o "espedienti" metodologici che ne rendono poco credibile il risultato finale a favore dell’energia solare.
Il principale è quello di aver inserito nel calcolo dei costi del solare anche le sovvenzioni pubbliche (in questo caso americane), senza inserire anche quelle per il nucleare. E’ questo il "trucco" – sostengono gli esperti dell’IBL – col quale il rapporto finisce per calcolare i "costi" dell’elettricità prodotta dall’energia solare per consumatore in soli 15,9 centesimi di dollaro/KWh, anziché 35 centesimi che sarebbe la somma reale ricavata dalla formula.
Vero è – argomentano – che i cittadini-consumatori pagherebbero di meno nella bolletta il solare, ma poi gli stessi, a causa dei contributi pubblici, pagherebbero la differenza sotto forma di tasse. Ineccepibile.
Sono così numerosi i modi per opporsi al nucleare in modo razionale e non fanatico, visti gli insormontabili problemi che solleva (dalle scorie agli enormi investimenti), che davvero l’ultimo modo ci sembra quello di inserire dati scorretti o addomesticati nei calcoli.
Etichette: economia, energia, energie alternative, nucleare, ricerca, solare
15 dicembre 2009
Nel 2020, a costi pazzeschi, se tutto va bene, sarà nucleare il 4,5% dell’energia
MA L'ATOMO CONVIENE DAVVERO?di Emma Bonino ed Elisabetta Zamparutti
Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2009
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Le prevedibili polemiche sui siti nucleari e la convocazione a breve da parte del governo di tutte le imprese "interessate" al settore, ci spingono a riproporre alcuni quesiti di fondo che non hanno avuto risposte convincenti, insieme à problemi rimasti insoluti. E ci portano a farlo proprio su un giornale "nuclearista" perché il confronto è utile tra chi ha maturato opinioni diverse.
Ripetiamo la domanda che abbiamo posto nel 2008: in termini di costi/benefici, conviene al nostro paese costruire centrali nucleari impegnando nei prossimi anni 25/30 miliardi per soddisfare, ben che vada a partire dal 2020 il 25% dei` consumi elettrici attuali che corrispondono solo a circa il 4,5% dei consumi finali di energia? Non esiste altro modo per raggiungere e persino superare lo stesso obiettivo?
Una recente valutazione dell'Enea evidenzia che le uniche opzioni tecnologiche con benefici sociali netti o con costi minimi sono quelle riconducibili al miglioramento dell'efficienza energetica nell'industria, nel terziario, nel trasporto, nell'edilizia residenziale e nella produzione e trasmissione di elettricità. Secondo quanto affermato in questo studio, nel solo settore dell'elettricità, si potrebbero evitare 73 twh di energia elettrica, pari al 21,6% dei consumi finali lordi del 2008 (337,6 twh). Questo enorme potenziale di risparmio energetico al 2020 corrisponde alla produzione elettrica di circa 8 grandi centrali nucleari.
Siamo convinte che sia molto importante continuare ad usare risorse pubbliche per potenziare i nostri centri di ricerca e partecipare a programmi internazionali in questo campo. Ma intanto il rapporto dell'Enea ci dà un'indicazione univoca: le misure di efficienza energetica sono immediatamente praticabili, consentono di guadagnare tempo laddove le innovazioni non sono ancora mature in termini di prestazioni e di costi, e permettono di operare scelte strategiche in modo più consapevole e calibrato alle vere esigenze del nostro paese.
In modo acritico ci viene continuamente riproposto l'esempio francese, nonostante notizie d'oltralpe definiscano un "fiasco industriale" il nucleare francese. Quello, per intenderci, che dovremmo realizzare, incentrato sul reattore Epr. "Non si sa se riusciremo a costruirlo, né a che prezzo potrà essere realizzato: dai 3 miliardi di euro si è passati ai 5 e si evoca la cifra di 6 o 7 miliardi", riassumeva pochi giorni fa un dirigente di Edf dalle colonne del giornale francese Mediapart.fr.
Il produttore Areva ha dovuto ammettere che il cantiere finlandese ha già prodotto 2,7 miliardi di perdite destinate a crescere e superare così il prezzo di vendita (3 miliardi) del reattore stesso. Così come ha dovuto riconoscere ritardi tali da far entrare in servizio l'ERP nel 2012 nonostante le previsioni iniziali parlassero del 2009. E il vicepresidente della compagnia elettrica finlandese Tvo, Timo Rajala, dalle pagine di Les Echos si è sentito in obbligo di rispedire al mittente le accuse di essere all'origine dei ritardi, affermando che "il progetto ha richiesto troppo tempo... Noi non vogliamo pagare i costi che si sono resi necessari per ricerca e sviluppo". Più discretamente, Edf ha annunciato il rinvio di almeno un anno della messa in servizio dell'ERP di Flamanville.
Ma soprattutto la Francia non ha risolto con il nucleare la dipendenza da fonti fossili, se consideriamo che consuma pro-capite più petrolio della Germania. E se è vero che nelle ore morte, quando è in una situazione di sovraccapacità, ci vende energia elettrica, è altrettanto vero che nelle ore di punta la compra appunto dalla stessa Germania.
Per non parlare dell'avvertimento pesante lanciato dalle tre autorità per la sicurezza nucleare francese, finlandese e inglese. In un comunicato congiunto hanno rilevato la necessità di rafforzare il sistema di sicurezza dell'ERP perché "nel modo in cui è stato originariamente proposto dai licenziatari e da Areva, non osserva il principio d`indipendenza" tra i sistemi di sicurezza e quelli di controllo, che costituisce un principio basilare della sicurezza, e hanno chiesto una revisione completa del sistema. Sostanzialmente hanno detto: "Così non va". E non è difficile immaginare quanto sia costata all'autorità francese muovere una pubblica critica a quello che viene considerato un simbolo della grandeur francese.
Né molto diversa pare la situazione di quell'altra tecnologia che potrebbe trovare attuazione in Italia, il reattore AP1000 dell'americana Westinghouse: il 27 novembre la direzione Sanità e Sicurezza britannica (Hse) ha avvertito che potrebbe non approvare il progetto se non risponderà alle riserve espresse in tema di sicurezza. Per cultura e prassi politica radicale non siamo affette dalla sindrome Nimby o da psicosi catastrofiste, ma le alternative esistono, come ha proposto la stessa Enea: efficienza energetica, energie alternative, ricerca.
Sicché ripetiamo la domanda: il nucleare conviene? Risolve?
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07 marzo 2009
Nuove centrali? Ma efficienza e risparmio possono dare il 30% di energia in più. Lo dice l’ENEA.
Nel grafico sono visibili le possibili ripartizioni tra fonti energetiche nel 2020, anche al fine di ridurre le emissioni di CO2. Come si vede, il nucleare con tutta probabilità non dovrebbe andare oltre il 7%, mentre quasi 2/3 delle “fonti” dovrebbero basarsi sulla razionalizzazione, a stile di vita immutato, dei consumi elettrici, cioè su varie forme di efficienza produttiva e di risparmio. Che se messe in atto su incentivo di un Governo illuminato, equivarrebbero a diverse nuove centrali nucleari. Potremmo avere, senza nuovi impianti a rischio, più energia e meno emissioni di CO2 (da “Rapporto Energia e Ambiente, Enea 2007”, edito nel luglio 2008).
Il prof. Gianni Mattioli, nemico acerrimo del nucleare fin dagli anni 70, era a Radio Radicale, intervistato in una trasmissione autogestita dalla rivista Red. In attesa delle mitiche centrali di IV generazione, di là da venire, ha confermato la sua opposizione a quelle attuali, di "cosiddetta" III generazione, perché ha sostenuto che i miglioramenti aggiunti a quelle della II riguardano più che altro tecniche e accorgimenti di ingegneria industriale (pompe, valvole e altri dispositivi di sicurezza passiva). Restano – ha concluso – in caso di incidenti gli altissimi rischi per l’ambiente e la salute. Anche perché è molto difficile trovare località e rocce adatte alle scorie, perfino negli Stati Uniti, figuriamoci in Italia. Ma una centrale nucleare, anche se fosse ordinata ora, sarebbe pronta almeno tra 10 anni, andando a tappe forzate. E nel frattempo?
Nel frattempo, guardiamo più in positivo a tutti i modi alternativi di racimolare energia elettrica e non elettrica. Il risparmio e l’efficienza energetica dovrebbero essere il primo obiettivo, quasi "facile" da ottenere in pochi anni, in un Paese sprecone come l’Italia. Esiste un margine amplissimo su cui lavorare. Basta dire che, solo la dispersione del calore della case private in Italia è il doppio di quella della più fredda Svezia, come denunciano i bio-architetti.
Per conto di ISES Italia, l’ing. Marco Lucentini, dell’Università di Roma La Sapienza, ha presentato un interessante lavoro a Rimini ("Le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica: un connubio necessario") che riassumiamo qui per argomenti, poco più dei titoli dei vari capitoli con diapositive.
L’efficienza e il risparmio energetico devono costituire obiettivi primari per raggiungere gli impegni del 20-20-20 della Unione Europea in ordine al Protocollo di Kyoto. E quest’ultimo pone tra le prime linee strategiche efficienza e risparmio energetico, più ancora delle stesse fonti energetiche rinnovabili.
Oggi, aggiungiamo noi, la crisi economica in atto fa temere (o sperare, secondo alcuni) la caduta in disgrazia o nel dimenticatoio del trattato di Kyoto, che effettivamente colpiva poco gli "sporcaccioni" Paesi emergenti oggi avidi di energia (Cina, India, Brasile ecc.) e colpiva troppo e in modo sospetto l’Europa e l’America del Nord. Ad ogni modo, l’avvio del processo virtuoso innescato da Kyoto, deve servirci in tempi di drammatica crisi di energia, come stimolo per riorganizzare l’intero pool delle fonti e dei consumi interni di energia.
Oggi si parla solo della "fame di energia" che c’è in Italia (spesso limitandosi a quella elettrica), e il tema ricorrente di ogni dibattito è sempre "quante nuove centrali" occorre costruire. E su internet ci si accapiglia.
Ma chi decide? Sempre l’offerta, cioè i produttori e le aziende costruttrici associate. Oltre ai finanziatori, investitori e banche, of course. E soprattutto il Governo, che – sia Prodi o Berlusconi – rappresenta molto più l’offerta della domanda. La domanda (famiglie, industria ecc.) ha invece in Italia ancora un ruolo marginale o inesistente riguardo alle scelte di politica energetica. Cioè il cittadino che ha votato ed eletto i Governi che decidono per lui anche che tipo e quanta energia deve consumare, non conta nulla: tutto gli viene imposto dall’alto. Questo aspetto autoritario, capite bene, è molto grave per un sito di "Ecologia Liberale". E ricorda maledettamente l’autoritarismo reticente che provocò le proteste popolari contro il nucleare negli anni 70. Cerchiamo ora di non fare il bis, se no sarà inevitabile una contrapposizione manichea come allora.
Quindi, valutare e programmare il potenziale di risparmio energetico in Italia, a cominciare dal settore residenziale (abitazioni private ecc.).
Naturalmente, una seria politica dell’efficienza energetica favorirà il decollo della "generazione distribuita di energia" e di conseguenza anche delle energie rinnovabili. Questo sarà anche un fatto di democrazia liberale energetica diffusa: nei piccoli e medi Centri i privati potranno autoprodursi in casa o in piccoli stabilimenti l’energia con ogni mezzo, e rivenderla ai vicini convenzionati. Tutti nel quartiere sapranno chi produce e da dove viene l’elettricità. Oltretutto si abbatteranno i costi e le dispersioni enormi dovute al trasporto di elettricità per le lunghe distanze. E nessuno godrà di odiose rendite di monopolio energetico, come avviene oggi.
Quali sono i potenziali di risparmio energetico in Italia? Nello studio dell’ing.Lucentini i comparti più promettenti sono i motori elettrici (39%), gli elettrodomestici (28%) e l’illuminazione (23%).
Invece, dividendoli per settore, i risparmi ottenibili sono il 33% nelle abitazioni private, il 36% nel settore commerciale e il 31% in quello industriale.
Per concludere, lo studio dell’ing. Lucentini (ISES Italia, 2005), ipotizza che con un completo spostamento degli investimenti per gli usi finali di apparecchiature, stabilimenti ed edifici verso le tecnologie più efficienti disponibili sul mercato, l’Italia potrebbe ridurre fino al 46% della domanda di energia elettrica in un periodo di 15 anni.
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01 marzo 2009
Italia Nostra: “Nucleare poco sicuro, di là da venire, insufficiente per l’Italia”
Italia Nostra, di fronte all’annunciato accordo tra il capo del governo e il presidente Sarkozy per la costruzione di quattro centrali atomiche nel nostro paese, conferma le ragioni di sempre che si oppongono alla ripresa del nucleare in Italia. L’enorme concentrazione di energia potenziale richiede l’impiego di tecnologie complesse, assolutamente affidabili. E solo tecnici ingenui sono sicuri che nessun imprevisto possa accadere. Mentre le centrali di terza generazione lasciano irrisolto il problema dello smaltimento delle scorie. In Italia perfino le piscine di stoccaggio per le nostre centrali dismesse rilasciano acqua radioattiva nell’ambiente.Illusoria la prospettata indipendenza energetica per il contributo in ogni caso limitato (valutabile non oltre il 10 %) che le nuove centrali assicurerebbero al fabbisogno, mentre i tempi di realizzazione sono tali da non soddisfare le esigenze da oggi ai prossimi dieci anni. I costi della centrale finlandese di Olkiluoto (1600 MW, progetto franco-tedesco) sono lievitati a più di 4,5 miliardi di euro: in costruzione dal 1998, dovrebbe entrare in funzione non prima del 2011.
Non viene invece considerata un’alternativa diversa, molto meno costosa, di ritorno immediato e rispettosa dell’ambiente: il risparmio energetico, complessivamente apprezzabile nel 25 %, se perseguito con impegno.
La Commissione Europea ha valutato infatti che i risparmi energetici negli edifici possono raggiungere il 30 %: ma il Governo italiano spinge al risparmio attraverso detrazioni fiscali, perciò usufruibili da pochi, e con disposizioni che ne limitano l’applicabilità. Continua a finanziare il teleriscaldamento, nonostante le elevate perdite di calore nella distribuzione. Continua a permettere la costruzione di nuovi edifici ad alta dispersione di calore, come quelli con grandi superfici vetrate. In Italia il fabbisogno energetico attuale degli edifici è di circa un terzo del fabbisogno totale.
Sempre la Commissione Europea ritiene che l’industria manifatturiera possa raggiungere un risparmio del 25 %, con provvedimenti quali la sostituzione di motori ad alta efficienza . Per un consistente risparmio di energia basterebbe variare le tariffe dell’energia elettrica e del gas venduti alle industrie energivore, spingendole ad utilizzare per i cicli termici direttamente il gas invece dell’energia elettrica.
E l’industria assorbe circa un terzo dell’energia nazionale.
L’altro terzo riguarda i trasporti: l’industria automobilistica, stretta dalla crisi, studia modelli a basso consumo. Ma non basta: file interminabili di camion sulle nostre autostrade denunciano la crisi del trasporto su rotaia, da affrontare dunque con modi radicalmente diversi.
In conclusione. L’accordo per le centrali nucleari sembra corrispondere esclusivamente all’interesse dell’industria atomica francese, in crisi di ordini (in Europa tre soltanto le centrali nucleare in costruzione), con subordinate compartecipazioni per l’industria italiana. L’unica e vera motivazione è dunque quella della colossale dimensione dell’affare e ben si spiega che l’accordo bilaterale totalmente prescinda dalle strategie dell’Unione Europea così in tema di politiche dell’energia come in funzione delle misure per contrastare gli effetti sull’ambiente delle modifiche climatiche.
ITALIA NOSTRA
25 febbraio 2009
Un Governo folle dilapida soldi e fa regali alla Francia col nucleare "vecchio"
Sono seduti sulle spine e non stanno fermi sulla sedia. Chi? I due o tre amici liberali, efficientisti e razionali, che ancora appoggiano turandosi il naso questo Governo, insieme populista e autocratico, basato sulle decisioni balzane e personalistiche del Capo, che spesso – non diversamente dal suo amico Putin – usa l’economia per fare regali agli amici (vedi vicenda Alitalia). L’ultima sciocchezza del Berlusconi "faso tutto mi", sempre a suon di migliaia di miliardi di vecchie lire dei contribuenti italiani, fa il paio, anzi amplifica l’errore fatto per l’Alitalia. E va a svantaggio dell’Italia, e a vantaggio della Francia.Un contratto affidato alle ditte francesi, obsolete e fuori mercato, per contruire in Italia (e dove? ne vedremo delle belle) varie costosissime e poco efficienti centrali nucleari di vecchia generazione, che al massimo porteranno il 5 per cento di energia totale, mentre il solo gratuito risparmio, cioè l’eliminazione degli sprechi, ci darebbe fino al 30 per cento di elettricità in più. Perfetta e sottoscritta da "Ecologia Liberale" la dichiarazione al riguardo di Emma Bonino, vice presidente del Senato:
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NUCLEARE, BONINO: E ORA CHI PAGA?
"Sarkozy sarà tornato a casa sicuramente contento dai risultati della sua visita a Roma, in occasione del vertice italo-francese. La tecnologia nucleare francese, che da qualche tempo ha difficoltà a trovare nuovi mercati, specie nei paesi occidentali, e conosce difficoltà tecniche e finanziarie sempre crescenti nella costruzione proprio di una centrale "di terza generazione" in Finlandia, ha trovato l'Eldorado in Italia, con la commessa di ben quattro nuovi/vecchi impianti! Come non mi sono stancata di ripetere in questi mesi questa scelta, tutta politica, non conviene all'Italia.
"E questo non per motivi ideologici, ma semplicemente perché impegnarci per più di venti miliardi di euro per una produzione di energia che nel complesso del fabbisogno italiano, non solo elettrico, potrà rappresentare al massimo neanche il 5% del totale non conviene economicamente al nostro paese, anche tenendo conto dei costi di smantellamento.
"Va bene la politica del "fare", ma non il fare per il fare: i costi sono alti, i tempi lunghi e i benefici estremamente bassi. Non a caso in modo ben diverso si stanno muovendo altri paesi, a cominciare dagli Stati Uniti.
"Inoltre, vorrei proprio sapere chi paga, chi pagherà i costi finali di quest'operazione, che magari vedrà all'opera l'ennesima "cordata italiana" protetta e garantita dalla mano pubblica. "Chi pagherà?" conclude la Bonino. "Temo siano i soliti contribuenti. Intanto a Parigi si stappa champagne"
Perfetto, l’avremmo potuto pubblicare noi. Ed ora il comunicato di Elisabetta Zamparutti, deputata radicale:
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NUCLEARE, ZAMPARUTTI: UNA SCELTA NEL SOLCO DELL'INCAPACITÀ A GOVERNARE
"Il Governo Berlusconi aveva promesso la definizione di una Strategia Energetica Nazionale ed assistiamo invece all'annuncio di aprioristiche scelte industriali com'è quella nucleare.
"Berlusconi è quindi in linea di continuità con chi lo ha preceduto per mancanza di azione di Governo come capacità di scegliere prevedendo e considerando sempre le tutte le alternative possibili.
"Perché il problema di fondo non è nucleare o non nucleare ma quali opportunità intendiamo cogliere a partire dalle nostre condizioni e potenzialità, a quali costi, economici e sociali.
"Noi Radicali, come negli anni '70 ed '80 dentro e fuori dal Parlamento, non poniamo un veto ideologico ad una tecnologia, ma un'opposizione convinta a decisioni di retroguardia, all'assenza di strategie forti capaci di affrontare la questione energetica nella sua complessità, alla mancanza di raffronti con strategie alternative, raffronti basati con consapevolezza sul calcolo di costi e benefici. "Anche oggi i nostri intenti sono gli stessi verso una decisione che avviene dopo quasi vent'anni di assenza di dibattito politico in materia di politica energetica nel nostro paese".
"Ecologia Liberale" condivide i due comunicati parola per parola. Non un provvedimento, in un'Italia sprecona, sul risparmio energetico, nulla sull'incentivazione straordinaria dell'energia solare (termica e fotovoltaico) ecc. Un vero disastro. Peggio di Prodi.
Etichette: economia, energia, inquinamento, nucleare
07 giugno 2008
Nucleare in Italia: perché no? Ma vale davvero la pena? Le ragioni dei perplessi
Insomma, in Italia, centrali nucleari sì o no?
Rischio modesto non vuol dire assenza di rischi. Del resto la "sicurezza totale" non possiamo ragionevolmente pretenderla solo dall’industria nucleare. Che, sia chiaro, come tutte le attività umane, industriali o no, ha dei rischi. L'ex ministro Ferrero sostiene che la sismicità e la densità antropica renderebbero impossibile anche una sola centrale nucleare in Italia, secondo le norme USA. Il fatto nuovo è che il Governo Berlusconi, innovando rispetto agli ultimi 30 anni, ha detto sì al nucleare. E la gran parte del Parlamento è favorevole. Ma sembra quasi una scelta ideologica, uguale e contraria a quella negativa di 20 anni fa. Anzi, solo una petizione di principio. Perché poi, all’atto pratico, la scelta è molto più complessa e laboriosa.
Realisticamente il ministro Scajola ha annunciato che la prima pietra di quella che potrebbe essere la prima centrale italiana dopo Caorso e Latina verrà posta più o meno nel lontano 2012. Il che vuol dire che la centrale sarebbe operante a pieno regime verso il 2020. E chissà quale sarà il Governo dell'epoca, e come la penserà al riguardo. E come la penseranno i sindaci e i comitati locali (e a proposito, saranno ancora vivi Capanna, Grillo e i "capi-popolo" napoletani e meridionali in generale?). Certo, in un'Italia in cui sindaci e cittadinanza del Sud impediscono lo smaltimento di banali rifiuti biologici da loro stessi prodotti in eccesso, per via del loro consumismo sottoculturale, appare poco credibile il consenso allo stoccaggio in appositi siti geologici stabili dei rifiuti nucleari, vari metri cubici all'anno. Tutti problemi, come si vede, non facili da risolvere. Ma l'ostacolo vero è un altro: i costi altissimi dell'installazione e delle materie prime, che anche se li ripartiamo in 20 anni, grosso modo l’ammortamento medio di una centrale, potrebbero non rendere l'energia nucleare conveniente come oggi si dice. Paradossalmente, oggi l'ultimo dei problemi sembra quello del rischio. Lo stesso mini-incidente di Krsko ha fatto ricordare alla gente quanto poco si sia parlato negli ultimni 30 anni di incidenti nucleari. Mentre numerosi incidenti riguardanti altre fonti energetiche si sono verificati. Ripetiamo: ogni attività umana pone dei rischi, spesso elevati, e oggi sembra che la tecnologia evoluta e l'attenzione speciale attorno alle centrali nucleari di personale super-specializzato abbiano abbassato molto i rischi. Sono lontani i tempi delle gravi perdite radioattive dopo l'incidente di Three Miles Island (Stati Uniti) e soprattutto il devastante incidente di Cernobyl (Unione Sovietica) del 1986, quando i controllori, tra una partita a carte e l'altra, si misero a smanettare escludendo alcuni "fastidiosi" allarmi... D'accordo, però, noi che eravamo contrari al nucleare negli anni 80, a causa dell'alto rischio di quella tecnologia arretrata, e soprattutto allarmati da silenzi e reticenze dei tecnici dell'Enel e dall'incomunicabilità dei Governi di allora (e questi erano i motivi per cui erano contrari anche Radicali e Liberali), non vorremmo oggi ritornare ad esser contrari per altri motivi, cioè economici e di opportunità. D'accordo, non farà più nascere bambini a due teste, ma almeno è utile e disponibile davvero questa benedetta energia nucleare? Subito o fra vent'anni? E quanto ci costerà?
E nel frattempo? Possibile che nessuno (Destra, Sinistra, neanche i Verdi e gli amici Radicali) ricordi che una fonte energetica pulita e addirittura totalmente gratuita esiste, e non è né il sole né il vento (i cui impianti costano e nel secondo caso devastano il paesaggio), ma la razionalizzazione dei consumi e il risparmio? Si è calcolato che a parità di tenore di vita, senza sostanziali regressioni tecnologiche o di confort, un normale risparmio "della buona madre di famiglia", ma anche commerciale e industriale, portrebbe ad oltre il 20 per cento dell’energia disponibile in più. Quanto ci darebbero a costo altissimo e tra almeno 12 anni diverse centrali nucleari..
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