28 ottobre 2011
Agricoltura biologica. Italia prima per superficie e produttori, ma pochi acquistano
Quali sono i dati complessivi dell’agricoltura biologica in Italia? Il travolgente aumento, in pochi anni, delle aree destinate all’agricoltura biologica (“organic” nei Paesi anglosassoni, “ecologica” in quelli ispanici) in un Paese di solito lento nell’adeguarsi alle nuove esigenze del mercato e con un’agricoltura tradizionalmente frammentata in una miriade di piccole proprietà, con produzioni ad alti costi e perciò poco redditizia, appare a molti incredibile (qualcuno, malevolo, dice “sospetto”), anche perché di colpo siamo diventati il primo grande produttore in Europa e tra i primi nel Mondo.
Ma per alcuni aspetti è una naturale conseguenza delle caratteristiche dell’agricoltura italiana, perché fa di necessità virtù, trasformando abilmente un antico difetto dell’agricoltura italiana in un pregio.
Infatti, dai prodotti convenzionali e indifferenziati, ad alto costo di produzione e a basso prezzo, tipici di molte zone d’Italia, la conversione biologica porta a prodotti altamente differenziati, di qualità e alto valore aggiunto, che finalmente giustificano, almeno in parte, costi e prezzi maggiori sul mercato. Il che è un altro modo, intelligente, per reagire alla crisi economica.
Nel complesso il fenomeno è altamente positivo, un fattore che fa ben sperare in un ritrovato equilibrio ecologico tra Uomo e Natura, in un Paese in cui ambiente e antropizzazione sono sempre in collisione.
La prima conseguenza dell’estendersi dell’agricoltura biologica, infatti, è che campi agricoli coltivati in modo naturale si risolvono poi in humus, fossi e ruscelli, falde idriche, piantagioni, allevamenti circostanti, insetti e animali selvatici, molto più sani. Ancor più della già utile “agricoltura integrata” (che razionalizza e riduce l’uso di pesticidi, utilizza la lotta biologica tra insetti predatori e parassiti ecc), l’agricoltura biologica è fondamentale per la riconversione del territorio.
Certo, a spulciare tabelle e dati del rapporto sull’agricoltura biologica e la zootecnia biologica in Italia (“Bioreport 2011”) realizzato dal collegamento tra i più diversi enti e uffici specializzati pubblici e privati (“Rete rurale nazionale”) che va dal Ministero per le politiche agricole all’Istituto di economia agricola (INEA), all’Istituto di servizi per il mercato agricolo (ISMEA), all’associazione dei produttori (AIAB), si fanno interessanti scoperte.
L’Italia, tra i Paesi europei a maggiore estensione, è ora prima per rapporto tra superficie agricola convenzionale e biologica (v. tabella ad inizio articolo). Il che meraviglia coloro che ricordano bene come negli anni 80 e 90 fosse l’ultima in Europa.
Colpiscono le improvvise riconversioni di massa di produttori talvolta in difficoltà o marginali, anche nell’intento pienamente legittimo in economia di lucrare prezzi maggiori per prodotto.
Questo fenomeno economico è reso possibile dalla sempre più rapida e ampia diffusione dell’informazione alimentare e agricola (il problema dell’inquinamento del cibo è molto sentito in tutti gli strati della popolazione europea e italiana), il che ha determinato – inizia così il Rapporto – un “elevato ritmo di crescita” dell’agricoltura biologica in tutto il Mondo, e specialmente in Europa e in Italia, Paese che – è una nostra supposizione – avendo ereditato una agricoltura “povera”, cioè da coltivatori diretti, si è trovato paradossalmente più avvantaggiato nella conversione.
Ma che questa conversione sia fatta bene. Al riguardo, sarebbe auspicabile, per garantire una sicura depurazione ad opera dei fattori organici e inorganici operanti sul terreno, che il periodo di passaggio al biologico per convertire un campo agricolo convenzionale fosse portato ad almeno cinque anni, con vantaggio di tutti, consumatori e produttori.
Stupisce, poi, o forse non stupisce, che la maggior parte delle massicce conversioni abbia avuto luogo in Sicilia, ormai regione capofila in Italia, come si vede da un’apposita tabella. Tutto merito del clima e del terreno?
Fatto sta che il prezioso volumetto ricco di tabelle e statistiche molto leggibili del Bioreport 2011, presentato al SANA di Bologna il 9 settembre scorso e ora visibile e scaricabile anche sul sito web della Rete Rurale Nazionale (“rurale”? non potevano scegliere un termine meno desueto e… mussoliniano?) costituisce ora un punto di partenza obbligato per tutte le future valutazioni e per gli eventuali interventi sul fenomeno “bio” in Italia.
Un ottimo lavoro, insomma, sintetico come una ricerca anglosassone, presentato a nome del comitato della Rete che ha materialmente organizzato e prodotto il volume (Francesca Marras, Carla Abitabile e Laura Viganò, tutte e tre dell’INEA) dalla coordinatrice Marras. La ricerca del Bioreport 2011 – ha detto Francesca Marras – ha “l'obiettivo di tracciare un quadro conoscitivo della situazione del settore, mettendo a sistema tutte le informazioni e i dati esistenti sul settore biologico, e approfondendo, tramite indagini qualitative, aspetti rilevanti non monitorati dalle fonti ufficiali. Consta di tre parti fondamentali che si dividono in numerosi capitoli molto interessanti che toccano tutti i principali aspetti della produzione e del mercato del biologico:
1. Dati complessivi dell’agricoltura biologica (Situazione strutturale delle aziende, Situazione economica delle aziende, Mercato, Mezzi tecnici, Zootecnia biologica).
2. Politiche per l’agricoltura biologica (Normativa del settore, Piano di azione nazionale, Agricoltura nei piani di sviluppo rurale delle Regioni, Ricerca).
3. Organizzazione e caratteristiche del settore (Controllo e certificazione, Etichettatura, Indicatori di sostenibilità, Commercio internazionale, Agricoltura biologica sociale).
Riguardo ai dati più salienti che si ricavano dal volume segnaliamo le tendenze dell’offerta e della domanda, i risultati economici delle aziende biologiche, un’analisi dei commercio internazionale, l’entità e le caratteristiche dell’agricoltura sociale svolta dalle aziende biologiche”.
E’ confermato che la superficie agricola destinata al biologico è in Italia in forte crescita, ormai stabilizzata (+10% nel 2009 e + 0,6% nel 2010), per un totale di 1,1 milioni di ettari coltivati. Nell’UE-15, l’Italia è prima per numero di aziende, la cui superficie agricola (SAU) media è in crescita (26ha contro 8ha dell’universo aziende). L’incidenza della SAU biologica sulla totale SAU è dell’8,6% secondo il 6° censimento dell’agricoltura ISTAT. Le aziende, pari a 47.663 nel 2010, rappresentano il 2,6% del totale aziende.
Sulla situazione economica delle aziende del settore – ha sintetizzato la Marras – i risultati riportati si riferiscono alle aziende biologiche appartenenti al campione RICA (396 aziende su 11.036). Tali aziende sono fortemente orientate al mercato. Hanno una SAU media di 50 ha e presentano risultati produttivi e reddituali superiori a quelli delle aziende convenzionali. In particolare risultano superiori il fatturato, il valore aggiunto e il reddito netto. In quest’ultimo influisce la maggiore entità di contributi comunitari in favore del settore biologico, che incidono in misura pari al 40% contro il 36% di quello delle convenzionali. Maggiore risulta il costo del lavoro, perché le aziende biologiche sono ad alta intensità di lavoro. I risultati migliori si hanno negli orientamenti produttivi meno intensivi (seminativi e indirizzi misti).
Dati positivi – continua la relazione della coordinatrice del Bioreport 2011 – provengono dall’andamento del mercato bio negli ultimi anni. L’Italia si colloca al quarto posto in Europa per il fatturato al consumo con un valore complessivo di 1.500 milioni di euro. Ma permane nel nostro paese una bassa spesa pro capite (25 euro per anno). Il trend positivo dei consumi è stato di gran lunga più favorevole rispetto ai consumi alimentari complessivi. La crescita nel 2010 dei consumi dei prodotti confezionati nei canali non specializzati è pari a quasi il 12%, anche favorita da un calo dei prezzi del 4%.
Dai dati ISMEA si rileva anche il consumatore tipo dei prodotti biologici confezionati. Il biologico acquistato nella grande distribuzione si consuma maggiormente nelle famiglie poco numerose (70% dei consumi in famiglie con max 3 componenti), si tratta di consumatori non abituali dei prodotti bio, con responsabile degli acquisti di età giovane (34-44 anni), con reddito medio più elevato. Ai negozi specializzati fanno riferimento consumatori abituali, meno giovani, con famiglie più numerose (fonte: BioBank). Pur non essendoci dati ufficiali sulle vendite di canali specializzati, da alcune indagini qualitative emerge una tendenza alla crescita degli acquisti anche in questo canale. Crescono in modo rilevante i canali alternativi di vendita e quelli della filiera corta, soprattutto quella effettuata tramite i gruppi di acquisto solidale e la vendita diretta delle aziende.
Stupisce soltanto che gli Italiani acquistino ancora poco cibo biologico, come si vede in una apposita tabella. Rispetto alla Danimarca, il primo Paese per spesa biologica pro capite (euro 139 all’anno), la spesa in Italia è al 12.o posto: appena 25 euro all’anno per persona (2009). Il totale delle vendite “bio” vede prima la Germania, con 5800 milioni di euro all’anno. L’Italia è quarta, cioè l’ultima tra i quattro grandi Paesi, ma con un enorme distacco: solo 1500 milioni di euro (2009). Circa la metà di Francia e Regno Unito, un quarto della Germania. Le cifre dell’Italia, però, non comprendono le esportazioni – che sono importanti – ed il catering (fonte: FIBL-IFOAM).
Ne consegue, in carenza di un grande mercato interno, che il grosso della nostra produzione se ne va all’estero, soprattutto Germania, appunto, e Nord-Europa. Un’altra curiosità è nelle importazioni in Italia di prodotti “bio” dall’estero. Pochi avrebbero scommesso che il 61% dell’olio d’oliva biologico è importato dalla Svizzera, evidentemente Paese a sua volta importatore e commercializzatore. L’Italia, poi, è deficitaria di cereali biologici: ne importiamo per 6.651 tonnellate (Canada, Kazakistan, Thailandia, Olanda). Importiamo anche ortaggi e frutta in contro-stagione soprattutto dal Sud Africa, Nord Africa e Sud America.
Ma moltissime altre sono le scoperte e le notizia interessanti, non solo per gli operatori, ma anche per il comune cittadino-consumatore, contenute in questo Rapporto sulla bio-agricoltura.
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15 marzo 2010
Ogm: che ne pensa un super-ecologista, naturista (anche amante della scienza: Ippocrate) e liberale?

Ma ci sono altri casi. Per esempio, è ovvio che i legumi tradizionali sono straricchi di fitati (sostanze chelanti che si legano ad alcuni minerali, come il calcio, riducendone l’assimilazione), antitripsine, saponine e altri principi antinutritivi. E quindi, in pratica, nel nostro organismo i legumi danno meno calcio o ferro o proteine o carboidrati di quanto riportano le tabelle nutrizionali teoriche fondate sul contenuto chimico: ecco perché nei fatti si dice che "fanno dimagrire" (v. gli Indiani e altri popoli che si nutrono di molti legumi). E’ chiaro che un fagiolo Ogm a ridotto contenuto di fitina, pur avendo la medesima composizione e dando le medesime calorie, poiché ha meno sostante antinutritive risulterebbe biologicamente "più nutriente". Però sarebbe meno anti-cancro, per dirne una, perché le sostanze antinutritive degli alimenti hanno una funzione preventiva anti-cancro. Il rischio, insomma, è che legumi Ogm o cereali Ogm privi o con ridotto contenuto di antinutrizionali sarebbero, è vero, più digeribili e nutrirebbero di più i poveri del Sud del Mondo, ma li proteggerebbero meno dalle grandi malattie degenerative (cancro, cardiovascolari, diabete, ecc).
B. DIRITTI. La risposta complessiva sugli Ogm deve essere articolata anche sul piano della libertà di scienza e dei diritti individuali. Da liberali difensori massimi della libera ricerca scientifica, ma anche di tutti i diritti (salute, concorrenza, informazione ecc), non possiamo dire semplicemente sì o no come nel tifo calcistico o nella politica all’italiana.
B2. DIRITTI INDIVIDUALI. Da liberali siamo ovviamente per la tutela dei diritti, tutti e di tutti (ripeto, non di pochissimi, ché questo si chiama privilegio), compresi quello di tutti a conoscere (perché i cittadini possano deliberare, cfr Einaudi), quello alla salute, al gusto, e anche alla varietà biologica che, si è dimostrato, giova alla salute, all’ambiente, al gusto e alla conservazione del patrimonio colturale-culturale.
B3. CONCORRENZA E MERCATO. Da liberali siamo ovviamente per la massima concorrenza e la libertà di mercato, secondo poche regole ma precise e tassative.
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B4. DISCUSSIONE. Proprio da quest'ultimo punto possiamo cominciare la discussione, perché sono evidenti strani silenzi e una allarmante, imbarazzata, omertà da parte delle società (pochissime e in combutta tra loro: c'è oligopolio o monopolio!) che stanno dietro una parte della ricerca Ogm, che mi ricorda tristemente l'analoga reticenza sulle centrali nucleari di tanti anni fa. Ormai gli esperti parte in causa degli Ogm neanche smentiscono le voci degli oppositori. Cosicché la gente non sa. Però i ricercatori Ogm, legati ai produttori, tendono a generiche e apodittiche rassicurazioni. Senza prove né particolari.
Strano atteggiamento questo "tutto bene" e "lasciate manovrare il manovratore" che ne sa più di voi, senza troppe spiegazioni.
Abbiamo visto che gli Ogm non "fanno venire il cancro" o nuove "allergie", come dicevano gli stupidi allarmisti. D’accordo, l’avevamo sempre sostenuto. Perché, si sa, anche tra i no c’erano silenzi, disinformazioni e doppiezze. Infatti, alla stupidità "furba" dei filo-Ogm ad oltranza, che almeno ci guadagnano essendo legati alle industrie del settore, si è contrapposta la stupidità "ottusa", cioè senza guadagni, degli anti-Ogm per partito preso, oltre alla stupidità "furba", cioè con alti guadagni, di quelli che erano anti-Ogm per difendere le cospicue rendite di posizione dell’agricoltura "biologica" italiana, in modo sospetto "la prima in Europa".
Ora, dopo vari altri studi, c'è anche una lunga indagine scientifica (meta-analisi critica sugli studi pubblicati in 21 anni:1996-2016) della Scuola Superiore Sant'Anna e dell'Università di Pisa sugli effetti di colture di mais o granturco nel Mondo, condotta da ricercatori molto qualificati (Laura Ercoli, docente di Agronomia e Coltivazioni Erbacee all'Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant'Anna, oltre a Elisa Pellegrino, Stefano Bedini e Marco Nuti). E quello che è stato provato è che «non c’è alcuna evidenza di rischio per la salute umana, animale o ambientale dal mais transgenico». Come avevamo sempre intuito, a differenza di altri, visto il prolungato uso in Brasile e Stati Uniti. Oltre a essere più produttivo, il granturco Ogm non ha effetti sugli altri organismi, riduce gli insetti dannosi e ha meno micotossine, come la temibile aflatossina (-28%), e fumonisine (-30,6%). E' possibile leggere lo studio originale completo. Qui di seguito la breve sintesi:
PELLEGRINO E, BEDINI S, NUTI M, ERCOLI L. Impact of genetically engineered maize on agronomic, environmental and toxicological traits: a meta-analysis of 21 years of field data. Scientific Reports 8, Article number: 3113 (2018). doi:10.1038/s41598-018-21284-2
Despite the extensive cultivation of genetically engineered (GE) maize and considerable number of scientific reports on its agro-environmental impact, the risks and benefits of GE maize are still being debated and concerns about safety remain. This meta-analysis aimed at increasing knowledge on agronomic, environmental and toxicological traits of GE maize by analyzing the peer-reviewed literature (from 1996 to 2016) on yield, grain quality, non-target organisms (NTOs), target organisms (TOs) and soil biomass decomposition. Results provided strong evidence that GE maize performed better than its near isogenic line: grain yield was 5.6 to 24.5% higher with lower concentrations of mycotoxins (−28.8%), fumonisin (−30.6%) and thricotecens (−36.5%). The NTOs analyzed were not affected by GE maize, except for Braconidae, represented by a parasitoid of European corn borer, the target of Lepidoptera active Bt maize. Biogeochemical cycle parameters such as lignin content in stalks and leaves did not vary, whereas biomass decomposition was higher in GE maize. The results support the cultivation of GE maize, mainly due to enhanced grain quality and reduction of human exposure to mycotoxins. Furthermore, the reduction of the parasitoid of the target and the lack of consistent effects on other NTOs are confirmed.
Si parla di utilità per i Paesi sottosviluppati. La cosa è sensata, per le minori perdite da parassiti viste le condizioni climatiche e igieniche, e la trasandatezza nell'immagazzinamento (aflatossine ecc.)..
E le spese? Perché non se ne parla? I semi Ogm non danno piante fertili, cioè in grado di produrre a loro volta semi che si possono riutilizzare in agricoltura, come si è sempre fatto. Perciò i semi andrebbero riacquistati ogni anno presso le medesime aziende oligopoliste. Così, solo pochissime società avrebbero la proprietà dei semi di tutto il mondo. E anche diritto su nome e copyright. Un mercato facile e senza concorrenti per miliardi di euro. Una cosa mai vista nella Storia: pane Monsanto, spaghetti Monsanto. Tutto uguale, dappertutto nel mondo. Una semplificazione terribile.
Inutile dire che le spese aumenterebbero molto per i contadini meno ricchi che finora hanno ripiantato gratis i propri stessi semi... I loro prodotti agricoli, spesso di qualità, tradizionali o di nicchia (p.es un certo farro), potrebbero aumentare di prezzo enormemente e quindi farli uscire dal mercato. In compenso, profitti di monopolio per 2-3 società nel Mondo.
Con questo sistema a poco a poco sparirebbero molte colture tradizionali. Non per l'invadenza biologica delle sementi Ogm, ma per la loro... invadenza economica, visto che si creerebbe un ambiente sfavorevole alle varietà antiche e tradizionali, a cui gli Italiani tengono molto.
Inoltre, per le piante erbacee (p.es. cereali, legumi ecc.) la inevitabile contiguità con analoghe piante Ogm potrebbe porre problemi di coltivazione, rischi tossicologici (dovuti ai pesticidi usati nell'Ogm) e squilibri ambientali di ogni tipo (aria, acque, lombrichi e insetti vanno dappertutto), a cominciare dagli effetti che gli Ogm possono avere sui parassiti. Immaginiamo anche un meleto di antiche e pregiate limoncelle, finora prospero per l'equilibrio instauratosi tra i vari soggetti dell'ecosistema, affiancato o accerchiato da un grande campo di mais Ogm trattato in modo pesante.
Ma, ripeto, il problema grave sarebbe quello economico. Si comincia finalmente a capire la speculazione che c'è dietro, insomma l'asservimento che si sta tentando ai danni dell'agricoltura mondiale?
E mai è stato provato che gli Ogm sono utili ai Paesi sviluppati o con agricoltura e alimenti di qualità come l'Italia. Noi venendo dalla grande civiltà Etrusco-Romana, faro della Civiltà agro-alimentare (basta dire che i broccoli furono inventati da loro) conserviamo migliaia di specie antiche rare che sparirebbero con l'omologazioone Ogm. Si vedano al riguardo i timori espressi in un precedente articolo su Ecologia Liberale.
D'altra parte noi "ricchi" occidentali non soffriamo la fame e le carestie. Ma siamo forti di un ricco patrimonio storico-agronomico. Sarebbe una perdita secca colturale e culturale. Già adesso in Italia si vendono ovunque solo 3 o 4 varietà di mele, contro le 30-40 dell'antica Roma. E il prof Perrino del CNR dice che gli Ogm non elimineranno affatto i pesticidi. Forse andrebbero bene solo per ridurre le aflatossine nel mais.
Vale la pena tutto questo rivolgimento? Si guardi al commento che Ecologia Liberale ha scritto alla proposta dei cattedratici filo-Ogm.
Io sarei tutt'al più - allo scopo di non penalizzare la ricerca - per mercati molto separati, ma... possono coesistere? I pollini volano...
D'altra parte, obiettano certi ricercatori Ogm, una ricerca senza enormi sbocchi commerciali non potrebbe accontentarsi di impieghi limitati. Ma chi ha detto che tutto ciò che si studia debba poi pretendere di invadere subito il Mondo tramutandosi nella più invasiva e irreversibile operazione economica della Storia? La libertà della Scienza è una cosa, la licenza di monopolio un'altra.
Insomma, il sospetto atroce che gli Ogm non facciano venire il tumore ai bambini, ma siano come le nuove autostrade nel Sud dove c'è poca domanda cioè poco traffico, e come i Grandi Lavori, le cattedrali industriali nel deserto, utili solo a pochi cittadini (costruttori e politici corrotti loro manutengoli), comincia a prendere sempre più corpo.
Liberali, sì, certo, ma non fessi. Amanti della Scienza libera, certo, ma non delle truffe. D'altra parte non tutta la ricerca deve essere messa per forza e subito in pratica. Quindi affiliamo le armi, pronti ai sì o al no, o ad entrambi non appena ne sapremo di più. Ma ormai colpi di scena sono improbabili. Se ne sa così poco che conviene sospettare. Quando produttori e ricercatori non parlano è bruttissimo segno.
Nella reticenza attuale siamo, dunque, per ora, per un sospettoso no. A meno che non vengano fuori, subito, dati rassicuranti e dettagliati. E non ci basta certo la prospettiva di "costi minori". Costi minori per chi? Per l'ultimo contadino o per lo speculatore industriale che non ha mai visto una pianta di fagiolo? Il povero Einaudi si rivolta nella tomba. E gli alimenti già costano pochissimo. All'ultimo piccolo produttore vengono pagati pochi centesimi. Che razza di "risparmi" intendono fare ancora i grandi produttori? Il Liberalismo non vuol dire dare soldi ai monopolisti spacciando la speculazione come "libertà della scienza". La Scienza non c'entra nulla: le conoscenze della modificazione genetica avanzata sono note da tempo.
Finora i favorevoli hanno detto che gli Ogm sono indispensabili e sicuri, i contrari hanno detto che sono dannosissimi. Ma se, invece, gli Ogm fossero semplicemente del tutto inutili, almeno nei Paesi Occidentali, soprattutto in Italia? E se la loro dannosità derivasse proprio dalla loro inutilità?
E ORA? Nel frattempo, mentre giuristi e giudici, giustamente, confermano la liceità teorica delle coltivazioni Ogm, a meno che non ne sia dimostrata scientificamente la dannosità (che infatti non è dimostrata), noi ambientalisti e naturisti d'Europa (anche i salutisti liberali) continuiamo a essere contrari. Ognuno con le proprie motivazioni (quelle degli ecologisti liberali vertono più che altro sull'opportunità, diciamo inesistente, nulla) delle coltivazioni Ogm in Paesi ad agricoltura ricca e terreni fertili come quelli europei.
In Italia i Coltivatori Diretti fanno notare che non solo i piccoli agricoltori ma la stragrande maggioranza dei cittadini in Italia e in Europa restano molto diffidenti di fronte alla prospettiva di avere nel piatto cibi geneticamente modificati. Un’indagine Coldiretti/Ixè ha provato che 7 italiani su 10 (69%) considerano gli alimenti Ogm meno salutari di quelli tradizionali, e l’81% non mangerebbe mai carne e latte provenienti da animali modificati geneticamente. D’altra parte riporta Coldiretti – quasi nessuno più semina Ogm in Europa: sono rimasti solo Spagna e Portogallo. Nel Vecchio Continente in un solo anno si registra un ulteriore calo del 4,3% della superficie agricola coltivata a Ogm, secondo dati della stessa Fondazione francese Inf’Ogm. Rispetto ai 136.338 ettari del 2016, nel 2017 gli ettari a Ogm sono diminuiti a 130.571. Ora anche Repubblica Ceca e Slovacchia hanno abbandonato la coltivazione transgenica, raggiungendo i tanti altri Paesi europei che si sono dichiarati “Ogm free”.
Insomma, si tratta di libere scelte dei cittadini acquirenti e dei cittadini produttori. Se manca la domanda, l’offerta si adegua e non produce più l’ortaggio, il cereale, il frutto o il seme Ogm. Gli Stati in quanto tali non possono intervenire con proibizioni: ci mancherebbe altro, siamo in regime di libertà. Anche perché, venendo in soccorso dei tribunali nazionali, nella UE la Corte Europea di Giustizia ha di recente emesso una sentenza secondo la quale, a meno di «evidenze significative» su seri rischi alla salute dell’uomo, degli animali e dell’ambiente, gli Stati membri non possono proibire l’uso di semi e colture Ogm.
Sono i cittadini europei che laicamente, senza isterismi medievali, in modo liberale, stanno facendo notare con buonsenso che l’ideologia del mercato e della sperimentazione scientifica vanno benissimo; anzi che siano estesi a tutti i campi dell’economia e della vita quotidiana (il che non avviene…). Ma pretenderli proprio nel campo delicato dell’agricoltura è autolesionistico, cioè stupido.
Nella pratica il già sperimentatissimo ed elementare (che altro si vuole “sperimentare”?) Ogm non ci serve, perché l'Italia, l'Europa, non sono il Bangladesh, l’Etiopia, il Sudan, l'Asia, l'Africa, dove la gente muore di fame e i terreni sono aridi o desertici. E in particolare l'Ogm sarebbe dannosissimo nella ricca e fertile Italia che ha fatto del buon cibo tradizionale la sua principale industria, e dove già parecchie produzioni agricole sono sovrabbondanti, e dove raccolti e produttori sono sotto-pagati. Siamo un Paese, un continente, caratterizzati da una millenaria Storia di specie e varietà caratteristiche, uniche al Mondo, che sono un comune prezioso patrimonio di sementi, frutti, legumi e cereali da gustare con piacere e conservare per le future generazioni. Altro che monopòli delle sementi! Contro i monopoli siamo due volte: come liberali e come ambientalisti.
IMMAGINE. Un pomodoro cubico, facile da immagazzinare. Della serie fantascientifica, ai tempi in cui gli allarmisti anti-Ogm puntavano sul terrore di massaie, maestre elementari, bambini e salutisti, parlando di cancro e mescolando fragole e zampette di coleotteri, frumento e zanne di elefante. Per loro colpa ora si passano sotto silenzio i pericoli veri degli Ogm.
AGGIORNATO IL 17 FEBBRAIO 2018
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13 ottobre 2009
Grave, certo, il rischio cancro da aflatossina in agricoltura. E la soluzione sarebbero gli Ogm?
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Molti sono convinti che queste tossine siano presenti solo sui semi e chicchi importati dall'estremo Oriente, ma non è così. Purtroppo colonizzano anche i nostri campi agricoli. Perciò, soprattutto per spirito liberale, riportiamo l'articolo-appello che il 9 novembre 2004 tre super-esperti, Giorgio Poli (preside della facoltà di Medicina Veterinaria, Università di Milano), Francesco Sala (docente di Botanica, Università di Milano) e Luigi Bonizzi (docente di Microbiologia Veterinaria, Università di Padova), pubblicarono sul Corriere della Sera. Pur rendendoci conto che l'articolo tende alla introduzione degli Ogm. Proprio adesso che, dopo anni di nostra posizione teoricamente favorevole in base al principio liberale di totale libertà della ricerca, eravamo diventati contrari, almeno all'opportunità, per motivi economici, ecologici, agronomico-sociali e anche di varietà biologica (sui campi e a tavola). Ora le preoccupazioni tossicologiche sembrano riportare l'ago della bilancia al centro. Ma si legga poi, sotto l’appello, il nostro commento (NV):
UN APPELLO E UN CHIARIMENTO
“Emergenza aflatossine: migliaia di tonnellate di latte sequestrato e distrutto in Italia. Un argomento che per alcune settimane, nell'autunno 2003, ha occupato i giornali e preoccupato gli operatori della filiera agroalimentare e che oggi è tornato alla ribalta in occasione della proposta di legge Alemanno sugli OGM. Ma cosa c'è di vero? Dobbiamo veramente preoccuparci?
L'anno scorso furono rinvenute nel latte sostanze tossiche e cancerogene (micotossine), prodotte da funghi parassiti che colonizzano gli alimenti. Le più pericolose, le Aflatossine, sono prodotte dal fungo Aspergillus flavus e si accumulano soprattutto nel mais e nelle noccioline. L'aflatossina B1 è l'epatocancerogeno più potente che si conosca, tanto che l'IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) la posiziona nella più alta categoria di rischio.
In condizioni favorevoli le micotossine sono prodotte da funghi nelle piante infestate in pieno campo o in una qualunque delle fasi di produzione e di trasformazione del prodotto alimentare derivato. Oltre a provocare perdite produttive e scadimento della qualità, i funghi contaminano i semi con le micotossine. Le particolari condizioni climatiche dell'annata 2003, ma anche del 1999, avevano creato le condizioni favorevoli all'infestazione da funghi del mais, utilizzato nell'alimentazione dei bovini, e quindi al rinvenimento delle micotossine nel latte.
E' stato dimostrato che l'accumulo di tossine fungine nelle piante e nel chicco di mais è direttamente correlato con il livello di infestazione con insetti; soprattutto con la piralide, il nemico dichiarato del mais. Le larve di questo insetto scavano gallerie nel fusto debilitando la pianta e bloccandone la crescita. Ma spesso l'insetto trasporta sul suo corpo anche spore fungine. Queste trovano un ambiente di sviluppo favorevole nelle piante debilitate dalla piralide stessa; è un evento molto simile a quanto succede negli individui debilitati da malattie organiche che risultano più recettivi alle infezioni. Il risultato è che la crescita della pianta si blocca ed il fusto e le pannocchie del mais si coprono di una evidente ragnatela di ife fungine, produttrici di tossine cancerogene. Queste, mangiate dagli animali, si accumulano nel latte e nella carne e costituiscono un pericolo reale e scientificamente dimostrato con cui probabilmente, abbiamo sempre convissuto. Oggi la scienza ci ha chiarito come queste sostanze compaiano negli alimenti, che effetti abbiano sul nostro organismo e, anche, ci offre le metodologie per riconoscerle e per evitarle.
La prima strada per eliminare le tossine cancerogene dal mais è rappresentata dai controlli: gli Istituti Zooprofilattici effettuano le analisi di campioni di latte e provvedono affinché il latte contaminato venga distrutto. Purtroppo però non tutto il latte consumato nel nostro Paese viene sottoposto ai controlli, e grossi interrogativi riguardano anche il latte in polvere.
Nel mais tradizionale l'infezione è controllata, anche se solo parzialmente, con insetticidi. Ma i dati scientifici dicono che ciò non elimina del tutto il rischio aflatossine: una recente ricerca condotta presso l'Università Cattolica di Piacenza, per esempio, ha evidenziato concentrazioni di aflatossine preoccupanti in oltre il 18% dei campioni di mais analizzati. La situazione si fa ancor più critica nelle coltivazioni "biologiche", dove è vietato l'uso di insetticidi di sintesi. Questi vengono sostituiti con un batterio che produce una proteina insetticida, la quale non è tuttavia altrettanto efficace nel controllo della piralide. I dati di analisi rivelano infatti in queste coltivazioni il record della presenza di micotossine cancerogene.
Lo stesso discorso vale anche per il latte: recenti ricerche pubblicate dall'Istituto Zooprofilattico di Brescia hanno evidenziato che molti dei campioni di latte di stalla analizzati presentano alte contaminazioni da aflatossine, e questo è vero soprattutto per il "latte biologico". E ciò è ancor più preoccupante se si considera che il problema aflatossine non è limitato a polenta e latte, ma è allargato a tutte quelle colture che non siano sufficientemente protette dalle infezioni fungine, come, ad esempio, la vite e l'olivo.
Uno studio pubblicato dall'International Service for the Acquisition of Agri-Biotech Applications (Isaaa) indica la soluzione al problema aflatossine nell'adozione del mais Bt: si tratta di un mais Ogm che, in seguito all'introduzione di un gene esogeno, resiste naturalmente all'infezione da parte di un insetto parassita. È infatti dotato di un insetticida interno che impedisce la sopravvivenza della piralide nel fusto, e quindi dei funghi ad essa associati. La pianta cresce sana, non necessita di insetticidi e risulta, alle analisi, contenere, in media, 5-10 volte meno tossine rispetto al mais tradizionale. Purtroppo però questo mais, coltivato da più di 10 anni nei campi di mais di molti paesi del mondo, ricade nella categoria delle piante Ogm, e quindi per legge è escluso dalle nostre mense e dai nostri mangimi, mentre, paradossalmente, quello biologico è reso obbligatorio negli asili e nelle scuole di molte Regioni..
La ricerca scientifica, come abbiamo visto, ci dimostra che non è sempre vero che i prodotti biologici siano più salubri, rispettosi dell'ambiente e privi di residui chimici. I dati scientifici stanno facendo chiarezza sui rischi e i benefici dell'agricoltura biologica, dell'agricoltura convenzionale e di quella biotecnologia. Solo la scienza, al di sopra degli interessi economici di parte, ci può aiutare a sviluppare un'alimentazione sempre più sana: è dunque importante tenerne conto".
GIORGIO POLI, FRANCESCO SALA, LUIGI BONIZZI
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NOSTRO COMMENTO. Pubblichiamo questo appello-chiarimento più per spirito liberale e attenzione verso la scienza che per altro. Siamo certamente preoccupati dal nemico invisibile aflatossina. Ma facciamo notare che non ci risulta che in Italia il tasso di tumori al fegato (organo bersaglio dell'aflatossina B1) sia preoccupante come in estremo Oriente. Segno, probabilmente, che l'abbondanza di verdure e frutta nella nostra dieta, che in Oriente si sognano, ha effetti protettivi dalle aflatossine. Le aflatossine, perciò, finiscono non certo per annullarsi ma quasi per perdersi tra le migliaia di sostanze tossiche, antinutrizionali e cancerogene assunte da un uomo medio ogni giorno col cibo, biologico o non biologico che sia. 5000-10 mila sostanze circa, secondo Ames e molti biochimici specializzati in alimenti. Vale la pena, perciò, per un rischio grave, sicuramente, ma per fortuna sotto controllo e ancora limitato, sconvolgere l'intera agricoltura – e proprio in un Paese come l’Italia che si fa forte di una sua alimentazione tradizionale e curata – con una scelta agricola da cui non si potrà mai più tornare indietro, distruggendo centinaia di varietà antiche che ancora sopravvivono (le coltivazioni Ogm sono molto pervasive) e obbligando i contadini marginali o poveri ad acquistare sementi nuove ad ogni raccolto dall'oligopolio delle ditte proprietarie? Il "nostro" Adam Smith non ha detto che la libertà, il benessere e la felicità dei cittadini stanno tutti nelle rendite di posizione oligopolistica di due o tre società di genetica agricola che fanno il bello e il cattivo tempo a livello mondiale. E poi, monopoli a parte, è possibile che 60 milioni di consumatori valgano meno di 10 consiglieri d'amministrazione? Insomma, l'ombra della speculazione più torbida, quella che asservisce anche ricercatori e stampa, tanto lauti sono i guadagni sperati, appare così forte che il "non detto", il silenzio sui tanti aspetti negativi, acquista contorni inquietanti e introduce nella faccenda - esso sì - elementi oscuri e irrazionali. I famigerati "bugiardini" acclusi ai farmaci sono degli esempi di trasparenza e obiettività scientifica al confronto con la reticenza e la propaganda a senso unico dei propugnatori ad ogni costo degli Ogm. (NV)
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