29 gennaio 2014

 

Alberi vecchi o monumentali. Altro che cadenti: garantiscono il grosso della crescita delle foreste.

Faggio plurisecolare e grandioso con guardia forestale (V.Capodarca picc.)La crescita degli alberi non rallenta mai. Anche da vecchi, secolari, anche se venerati solo perché testimoni biologici e di storia naturale o protetti come veri propri “monumenti vegetali”.

Com’è possibile? Tra i tanti fattori studiati, è soprattutto il livello di carbonio C sequestrato a testimoniare la grande attività biologica dei patriarchi vegetali. Ebbene, gli alberi antichi continuano a svolgere il loro prezioso lavoro di accumulazione del carbonio, anzi lo fanno sempre di più, man mano che aumentano le loro dimensioni. Rate of tree carbon accumulation increases continuously with tree size”, è appunto il titolo di un importante e recente studio scientifico di cui ci occupiamo.

Al contrario di quanto i profani, ma anche molti “esperti”, credono, gli alberi vecchi rappresentano la maggior parte della crescita in una foresta, in valori assoluti, compreso l’accumulo di carbonio (indice prezioso della loro vitalità e funzione ecologica), purché ovviamente non abbiano perso le foglie e siano moribondi. E’ insensato, stupido, perciò, eliminarli selettivamente solo perché sono “i più vecchi”, come fanno certi sedicenti “tecnici” forestali o “silvicoltori”, specialmente in Italia. Ora una grande ricerca toglie a questa gente e agli amministratori locali, che tanti danni hanno fatto alla Natura e al paesaggio, ogni scusa “scientifica” per abbattere gli alberi non più giovani.

A dire la verità, gli antichi montanari e qualche moderno escursionista e naturalista più attento lo avevano intuito. Ma ora un grande studio apparso su Nature lo dimostra*. E’ presentato da un  articolo di J. Tollefson dal titolo: “La crescita degli alberi non rallenta mai: non è vero che i giovani alberi abbiano un vantaggio sui loro fratelli maggiori nell'accumulo di carbonio”. La cosa ha incuriosito il sito della Società di Chimica italiana, nientemeno, che lo ha commentato con una partecipazione singolare che va ben oltre il compiacimento che un “laboratorio chimico” a costo zero come un albero funzioni a meraviglia anche da vecchio (mentre lo stesso non si può sempre dire dei laboratori chimici umani…) continuando senza tante provette, matracci, bèute e apparecchi vari ad accumulare C eliminando CO2 dall’aria. Se n’è accorto su Facebook lo studioso genovese di ecologia F. Valerio, e infine me ne sono accorto io. Così siamo corsi a leggere la presentazione di Nature (per lamentarci subito della pessima qualità del suo inglese “parlato”: allora, tanto vale l’inglese degli studi scientifici, è molto meglio…).

Castagno di Grisolia (Calabria)Sorpresa: si tratta di un grande studio, oltreché innovativo. N. Stephenson e colleghi hanno analizzato milioni di dati studiando 673.046 alberi di 403 specie in numerosi appezzamenti di foresta, sia in aree tropicali che temperate di tutto il mondo. Così hanno scoperto che gli alberi più grandi e vecchi anziché declinare hanno guadagnato più massa ogni anno nel 97 % delle specie, grazie alle loro nuove foglie, a rami più grossi ed estesi, e aumentando sempre più diametro del tronco e altezza.

I soliti “esperti” dirigenti e forestali vari, i praticoni che nelle foreste selvagge, nei parchi naturalistici, nei giardini cittadini, teorizzano sulla “eliminazione selettiva” dei vecchi alberi, senza che esista nessun motivo di pericolo, spesso solo per dimostrare l’utilità del proprio ruolo professionale, spesso tutta da dimostrare, oppure banalmente perché il proprietario vuole monetizzare, “fare legna” da vendere, saranno serviti da questo studio.

Perché la Natura dimostra che anche gli alberi monumentali conservano la loro vitalità, eccome. Anzi, sono loro a costituire la parte più attiva in assoluto di una area boscosa, grazie alla estensione in superficie. E man mano che diventano più grandi sequestrano sempre più carbonio in valori assoluti, anche se non in valori percentuali relativi. Per esempio, si è visto che in una vecchia foresta nell'ovest degli Stati Uniti, gli alberi grandi, oltre i 100 centimetri di diametro, erano solo il 6 %, eppure rappresentavano il 33 % della crescita totale. E le metodologie del tutto nuove e minuziose della ricerca hanno preteso che i tecnici si arrampicassero perfino in cima a sequoie ed eucaliptus (alberi che possono arrivare a oltre 100 m di altezza), mentre in precedenza gli studiosi misuravano ad altezza d’uomo, arrangiandosi poi con calcoli induttivi per le altre misure. Ad ogni modo, hanno tenuto a precisare gli autori, le conclusioni fondamentali di questo studio si applicano a quasi tutti gli alberi.

Grande vecchio albero e alberi giovaniE’ vero che negli alberi d’una certa età si verifica una riduzione della crescita al livello di foglia, che insomma le singole foglie possono essere meno efficienti di quelle degli alberi giovani, ma è altrettanto vero che gli alberi più vecchi, in quanto a foglie, semplicemente ne hanno di più. E si è visto, conclude lo studio, che “al limite, un unico albero grande può aggiungere in un anno la stessa quantità di carbonio alla foresta di quella apportata da un albero di medie dimensioni”. Insomma, sono ancora competitivi e produttivi. “E' la realtà geometrica della crescita dell'albero: alberi più grandi hanno più foglie, e hanno più superficie attraverso cui il legno è depositato”, dice Sillett, uno dei ricercatori .

L'idea che le foreste più vecchie siano cadenti è davvero solo un mito”. Incalza un italiano coinvolto nella ricerca: M. Mencuccini, ecologo forestale presso l'Università di Edimburgo, UK: “Gli alberi più giovani possono crescere più velocemente su una scala relativa, il che significa che prendono meno tempo per, diciamo così, raddoppiare in dimensioni. Ma in valori assoluti, i vecchi alberi continuano a crescere molto di più". E sono quelli che costituiscono il grosso di boschi e foreste, dappertutto. Un grosso errore, perciò, pensare che periodicamente un bosco li debba tagliare senz’altro motivo che la loro età. E’ un’idea da stupidi, che finora ha danneggiato gravemente paesaggi naturali e urbani, oltre alle ben note ripercussioni sul clima quando la deforestazione è praticata su vasta scala. Ma questo è un altro discorso.

* Stephenson et al. (2014). Rate of tree carbon accumulation increases continuously with tree size. Nature. Published online 15 January 2014.

Abstract: Forests are major components of the global carbon cycle, providing substantial feedback to atmospheric greenhouse gas concentrations. Our ability to understand and predict changes in the forest carbon cycle – particularly net primary productivity and carbon storage – increasingly relies on models that represent biological processes across several scales of biological organization, from tree leaves to forest stands. Yet, despite advances in our understanding of productivity at the scales of leaves and stands, no consensus exists about the nature of productivity at the scale of the individual tree, in part because we lack a broad empirical assessment of whether rates of absolute tree mass growth (and thus carbon accumulation) decrease, remain constant, or increase as trees increase in size and age. Here we present a global analysis of 403 tropical and temperate tree species, showing that for most species mass growth rate increases continuously with tree size. Thus, large, old trees do not act simply as senescent carbon reservoirs but actively fix large amounts of carbon compared to smaller trees; at the extreme, a single big tree can add the same amount of carbon to the forest within a year as is contained in an entire mid-sized tree. The apparent paradoxes of individual tree growth increasing with tree size despite declining leaf-level and stand-level productivity can be explained, respectively, by increases in a tree’s total leaf area that outpace declines in productivity per unit of leaf area and, among other factors, age-related reductions in population density. Our results resolve conflicting assumptions about the nature of tree growth, inform efforts to undertand and model forest carbon dynamics, and have additional implications for theories of resource allocation and plant senescence.

IMMAGINI. 1. Vecchissimo e maestoso faggio nelle foreste teramane del Gran Sasso (V. Capodarca). 2. Castagno pluricentenario di Grisolia (Calabria), da Blogeko. 3. Albero grande e vecchio nel folto d’una foresta pluviale.

AGGIORNATO IL 30 GENNAIO 2014

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19 dicembre 2011

 

Faggi di 500 anni sull’Appennino. E il freddo fa bene agli alberi: li spinge alla longevità.

Grande esemplare faggio secolare Lucretili Che molti vecchi alberi delle nostre foreste più antiche avessero visto il passaggio delle truppe napoleoniche, nel primo 800, e anche la fuga dei briganti verso qualche grotta, e già nel ‘700, e forse ancor prima, l’andirivieni sulle sassose mulattiere delle carovane di muli che ogni giorno passavano le selle montane, da valle a valle, carichi di acciughe sotto sale, aringhe, olio e verdure conservate, e al ritorno di lardo e strutto di maiale, salsicce, formaggio e castagne, era risaputo, e personalmente usavo ripetere questi particolari coloriti ad ogni escursione in cui ci si imbatteva in una vecchia mulattiera.

Ma era poco credibile che nel Parco dei Lucretili, una bellissima e misteriosa zona selvaggia vicino a Tivoli (solo 30 km in linea d’aria da Roma), che ha anfratti così complicati che molti vi si perdono non appena escono dal sentiero, si fossero conservati i faggi che videro nel Seicento le escursioni con cui Federico Cesi e, sembra, anche il suo amico Galileo Galilei, i primi Lincei (la lince doveva essere di casa nelle foreste attorno ai pratoni del monte Gennaro, e così dette nome nel 1603 alla Accademia dei Lincei), partendo da S.Polo dei Cavalieri andavano ad “erborizzare”, cioè a cercare erbe e fiori da identificare, classificare e conservare in erbari, secondo le nuove tendenze scientifiche.

E invece è altamente plausibile. Il bellissimo faggio (Fagus sylvatica: non ho mai capito perché il primo classificatore, Linneo, non l’ha denominato più correttamente sylvestris…), certamente l’albero simbolo della Natura spontanea in Italia peninsulare, che copre gran parte dei pendii montani degli Appennini, fornendo d’estate un’ombra così fitta da rendere difficile in alcuni casi la lettura di un giornale, è stato studiato da scienziati dendrologi (dendron è il nome greco antico di pianta) che hanno confermato che può arrivare fino a 400-500 anni di vita. Ma, ecco la novità, il caldo ne abbrevia la vita, mentre il freddo l’allunga. Perciò quei faggi contorti e più piccoli verso i 1800 metri di altitudine – i limite per le piante superiori – che durante le escursioni, con drammatizzazione eccessiva (ora me ne rendo conto), descrivo “in evidenti difficoltà, a causa del vento, delle rigide temperature o dell’escursione termica giorno-notte”, sollevando moti di compassione tra le fanciulle presenti, in realtà non dico che se la godano allegramente, ma pur rattrappiti come sono, spesso più legno che foglie, arrivano proprio grazie a quelle difficoltà a diversi secoli di vita. Nel Parco d’Abruzzo, in alcuni valloni solitari, sono stati censiti diversi faggi di 500 anni. E altro che Federico Cesi e Galileo, Cavour e Napoleone: quelli avrebbero potuto vedere perfino Leonardo, Raffaello e Michelangelo.

Insomma, che gli alberi più grandi non fossero anche i più vecchi era noto tra gli studiosi e gli esperti, anche se la gente comune, perfino quelli che frequentano boschi e montagne, si ostina ancora a crederlo. Ma che il freddo facesse bene agli alberi, tanto da aiutarli ad essere più longevi, non era noto, o almeno non era stato ancora provato.

Ora c’è una bella ricerca italiana condotta dalle Alpi all’Appennino che lo dimostra con ricchezza di dati e molte novità anche per gli studiosi, come riferisce Massimo Spampani sul Corriere nella pagina dell’ambiente.
NICO VALERIO

Inizio di fitta faggeta in periodo estivo 

Se fa più caldo la longevità diminuisce di 23 anni ogni grado in più

GLI ALBERI PIU’ VECCHI SONO QUELLI CHE VIVONO IN CONDIZIONI PIU’ DURE

I più antichi non sono quelli più grandi, ma quelli che vivono in ambienti difficili. Ora una ricerca lo ha dimostrato

“Una ricerca tutta italiana ha dimostrato per la prima volta che gli alberi più vecchi non solo continuano a crescere anche in età avanzata (e la produzione di legno, foglie, radici non declina con l’età una volta arrivati alla maturità, come si pensava), ma anche che la loro veneranda età è stata raggiunta paradossalmente perché hanno incontrato difficoltà ambientali. Come a dire: se la vita per gli alberi è troppo facile ha più probabilità di essere anche più breve. Era noto da tempo che gli alberi più antichi non sono quelli più grandi, ma quelli che vivono in condizioni difficili, però mancava fino a oggi una ricerca che dimostrasse in modo sistematico come nel mondo delle foreste la crescita e la longevità siano inversamente correlate al variare di un importante fattore ambientale quale la temperatura: più è alta meno vivono.

Grande faggio in inverno Pratone m.Gennaro e Donatella Piccioli (picc.blu) FREDDO. In particolare lo studio guidato da Gianluca Piovesan, professore di silvicoltura dell’Università della Tuscia, insieme ad Alfredo Di Filippo e Maurizio Maugeri, climatologo dell’Università di Milano, oltre ad altri ricercatori, è basato su numerose faggete vetuste distribuite sia sulle Alpi che sull’Appennino. I faggi più longevi infatti (di circa 400 anni sulle Alpi e di oltre 500 sull’Appennino) vivono in aree remote di alta montagna (per esempio a Lateis sulle Alpi Carniche e a Coppo del Morto nel Parco d’Abruzzo). La ricerca ha evidenziato che per ogni grado di aumento della temperatura, la longevità diminuisce di 23 anni, per cui sull’Appennino nella fascia bioclimatica delle faggete, passando da 900 a 1.800 metri di quota (dove fa più freddo) la longevità raddoppia: da circa 200 anni a 400-450 anni. «Se ci riferiamo ai cambiamenti climatici degli ultimi decenni, l’impatto ha sfaccettature diverse», spiega Piovesan. «Infatti sulle Alpi il riscaldamento sta producendo una accelerazione di crescita che si tradurrà in una minore longevità. Sull’Appennino invece, dove piove meno che sulle Alpi, entrano in gioco anche gli stress idrici che potrebbero portare a una morte più precoce degli alberi vetusti».

IN CRESCITA ANCHE DA VECCHI. Questo studio ha inoltre evidenziato che gli alberi più vecchi si sviluppano incrementando la crescita per quasi tutta la vita e non seguendo invece il consueto modello sigmoidale per cui dopo la maturità l’incremento di biomassa dovrebbe declinare. Recentemente altri studiosi americani hanno dimostrato le stesse relazioni di questa «nuova legge» in alberi vetusti di quercia decidua, tsuga e nyssa (Nyssa selvatica) che vivono nelle foreste dell’est degli Usa. È questo un primo punto di partenza poiché ora gli scienziati vogliono capire se l’effetto della temperatura sulla longevità sia da collegare al metabolismo, ossia se un rallentamento del metabolismo allunghi la vita come sembra essere il caso di tutti gli organismi viventi, o se invece nel caso degli alberi vi sia anche un importante ruolo dei fattori esterni, per cui alberi che si accrescono più velocemente risultano più suscettibili a fattori di disturbo ambientale, quali il vento, e quindi vivano meno. Più in generale la rete di faggete vetuste europee potrà divenire un modello per comprendere a scala continentale l’impatto dell’uso delle risorse naturali da parte dell’uomo anche in relazione ai cambiamenti climatici”.

IMMAGINI. 1.Un faggio plurisecolare del parco regionale dei monti Lucretili (Roma), in veste invernale. 2. Il fronte di un’estesa faggeta dell’Appennino centrale, in periodo estivo. Si notino le due caratteristiche più appariscenti del faggio e delle faggete in periodo estivo: l’ombra impenetrabile e la rigorosa equidistanza (che ricorda la regolarità di una potatura) dei primi rami dal terreno, quale che sia la sua inclinazione. 3. Il primo maestoso faggio (qui in veste invernale) che si incontra provenendo dalla mulattiera nota come Scarpellata, all’inizio del Pratone del monte Gennaro (Parco dei Monti Lucretili).

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06 settembre 2010

 

Sorpasso. Il solare da oggi è meno costoso del nucleare. Ma con gli incentivi.


Da anni ripetiamo che il costo totale di una fonte energetica non è soltanto la somma dei costi vivi, ovviamente. Le ricadute ambientali, spesso a lungo termine, costituiscono costi aggiuntivi che non sono mai calcolati da Governi e uffici studi ingegneristici – imprese costruttrici o Ministeri – che forniscono loro i dati di previsione sui progetti.
E invece l’impatto ambientale genera costi fondamentali nel calcolo finale. Lo si è visto con la diffusione abnorme e patologica dell’energia eolica, per esempio, che ha distrutto il paesaggio di località montane dell’Italia del Sud, oltretutto con scarsissimo guadagno energetico, ed ora lo si sta cominciando a constatare anche negli impianti fotovoltaici, che minacciano di coprire vastissime aree di territorio della Sicilia e di altre regioni meridionali, a vocazione agricola, devastandone la tradizionale immagine e compromettendo per anni il turismo di qualità, vera ricchezza del Sud.
Ma tornando ai puri costi di produzione, è molto interessante che da quest’anno, 2010, la produzione di energia solare – secondo un rapporto pubblicato negli Stati Uniti, per la North Carolina Waste Awareness Network (NC WARN) da John O. Blackburn e Sam Cunningham, economisti specializzati in fonti energetiche – è più conveniente in quanto a costi economici di quella nucleare.
Lo storico crossover, o incrocio delle curve dei costi, appare evidente dal grafico che pubblichiamo, tratto dallo studio dei due esperti.
La verità, preoccupante, è che i costi degli impianti nucleari stanno aumentando vertiginosamente di anno in anno, come si vede dalla tabella che il rapporto pubblica nell’ultima pagina (pag.18), quasi uno scoop, vista la riservatezza interessata di ditte costruttrici e amministrazioni, che spesso ha prodotto dati volutamente disomogenei poco aggregabili tra loro.
Nella tabella, che si riferisce a centrali nucleari degli Stati Uniti e del Canada, si nota che i costi per reattore preventivati nel 2010 sono aumentati quasi del 500 per cento rispetto a quelli del 2005. Per esempio, i reattori della Constellation Energy (1600 Mw), che nel 2005 avevano ciascuno un costo di 2 miliardi di dollari, nel 2010 costano 9,60 miliardi di dollari. E i reattori della PPL (medesima capacità di energia) sono rincarati enormemente in soli due anni: da 4 miliardi di dollari (ciascuno) nel 2008-2009 ai 13-15 miliardi di dollari del 2010. Tanto che un progetto dell’Atomic Energy of Canada, a Darlington, è stato cancellato. In due anni, dal 2007 al 2009, era moltiplicato da 3,48 a 12.96 miliardi di dollari ciascuno. Una follia. Per "soli" 1200 Mw.
Il rapporto, dopo il New York Times, è stato ripreso anche dal Corriere della Sera con un favorevole articolo.
Voi credete che questo nuovo rapporto di costi farà rinsavire i politicanti e i procacciatori di affari che gravitano attorno al sottobosco politico, che mestano nelle "Grandi Opere" con evidenti secondi fini? Ma neanche per sogno: non cambieranno idea. Semmai, cercheranno di dimostrare che non è vero: il nucleare è ancora conveniente. Se solo l’opinione pubblica, condizionata dagli ambientalisti, li lasciasse "liberi" di impiantare 1, 10, 100 centrali nucleari…
Immaginiamo poi che succederebbe in Italia, dove il giochino delle aste al ribasso è diffusissimo, vero malcostume mafioso nazionale, tanto che perfino un chilometro di autostrada raddoppia il suo costo in pochi anni. Immaginiamo l’entità delle commesse sul nucleare, e la cascata di soldi per mille rivoli. Non certo le volgari "bustarelle", figuriamoci (non si tratta della copertura abusiva di un terrazzo, con l’assessore del paesino che chiude un occhio), ma le percentuali dell’ordine di miliardi di euro riconosciute ad affaristi e politicanti intermediari.
Non fa certo parte di questo sottobosco l’Istituto Bruno Leoni, serissimo e prestigioso think tank liberista, con cui spesso – ma di rado sull’ecologia e quasi mai sul nucleare – concordiamo. Ebbene, stavolta dobbiamo complimentarci con loro, da buoni liberali amanti dell’obiettività e dell’esattezza scientifica, anche se – anzi, proprio perché – hanno trovato un grosso difetto di metodo nello studio che abbiamo appena descritto, e che senza il loro contro-studio ci sarebbe certamente sfuggito.
Secondo il contro-rapporto di Daren Bakst e Carlo Stagnaro, dell’IBL, il rapporto americano conterrebbe una serie di inesattezze o "espedienti" metodologici che ne rendono poco credibile il risultato finale a favore dell’energia solare.
Il principale è quello di aver inserito nel calcolo dei costi del solare anche le sovvenzioni pubbliche (in questo caso americane), senza inserire anche quelle per il nucleare. E’ questo il "trucco" – sostengono gli esperti dell’IBL – col quale il rapporto finisce per calcolare i "costi" dell’elettricità prodotta dall’energia solare per consumatore in soli 15,9 centesimi di dollaro/KWh, anziché 35 centesimi che sarebbe la somma reale ricavata dalla formula.
Vero è – argomentano – che i cittadini-consumatori pagherebbero di meno nella bolletta il solare, ma poi gli stessi, a causa dei contributi pubblici, pagherebbero la differenza sotto forma di tasse. Ineccepibile.
Sono così numerosi i modi per opporsi al nucleare in modo razionale e non fanatico, visti gli insormontabili problemi che solleva (dalle scorie agli enormi investimenti), che davvero l’ultimo modo ci sembra quello di inserire dati scorretti o addomesticati nei calcoli.

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15 marzo 2010

 

Ogm: che ne pensa un super-ecologista, naturista (anche amante della scienza: Ippocrate) e liberale?


«Che pensi degli Ogm, dal punto di vista nutrizionistico, come autore dell’Alimentazione Naturale?»,  mi scrive un amico lettore dei miei libri, ma che so liberale, molto attento ai temi della libertà di mercato, ma anche salutista, non sapendo (o forse sapendolo benissimo) di mettermi in un ginepraio. A proposito, sarà un vero amico o un invidioso che vuole cogliermi in contraddizione? Vediamo di fare una sintesi delle mie argomentazioni, perché il tema è complesso e va visto da diverse prospettive.

A. NUTRIZIONE. Dal punto di vista nutrizionale, la composizione chimica degli alimenti Ogm è di solito uguale a quella del cibo tradizionale. Per il consumatore, a tavola, nulla cambia. Perché i ricercatori si concentrano sulle sostanze tossiche non nutrizionali, capaci di prevenire gli attacchi dei parassiti. A meno che non vogliano agire su questo o quel nutriente o antinutriente o parte d’un nutriente. La patata Ogm di recente ammessa in Europa, per esempio, è una patata molto ricca di amilopectina, un componente dell’amido che rende il tubero adattissimo a produrre collanti e altri prodotti industriali.
      Ma ci sono altri casi. Per esempio, è ovvio che i legumi tradizionali sono straricchi di fitati (sostanze chelanti che si legano ad alcuni minerali, come il calcio, riducendone l’assimilazione), antitripsine, saponine e altri principi antinutritivi. E quindi, in pratica, nel nostro organismo i legumi danno meno calcio o ferro o proteine o carboidrati di quanto riportano le tabelle nutrizionali teoriche fondate sul contenuto chimico: ecco perché nei fatti si dice che "fanno dimagrire" (v. gli Indiani e altri popoli che si nutrono di molti legumi). E’ chiaro che un fagiolo Ogm a ridotto contenuto di fitina, pur avendo la medesima composizione e dando le medesime calorie, poiché ha meno sostante antinutritive risulterebbe biologicamente "più nutriente". Però sarebbe meno anti-cancro, per dirne una, perché le sostanze antinutritive degli alimenti hanno una funzione preventiva anti-cancro. Il rischio, insomma, è che legumi Ogm o cereali Ogm privi o con ridotto contenuto di antinutrizionali sarebbero, è vero, più digeribili e nutrirebbero di più i poveri del Sud del Mondo, ma li proteggerebbero meno dalle grandi malattie degenerative (cancro, cardiovascolari, diabete, ecc).
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B. DIRITTI. La risposta complessiva sugli Ogm deve essere articolata anche sul piano della libertà di scienza e dei diritti individuali. Da liberali difensori massimi della libera ricerca scientifica, ma anche di tutti i diritti (salute, concorrenza, informazione ecc), non possiamo dire semplicemente sì o no come nel tifo calcistico o nella politica all’italiana.

B1. SCIENZA LIBERA. Da liberali siamo ovviamente per la più ampia libertà nella ricerca scientifica. Anzi, la razionalità, la ricerca libera e la scienza sono interpretate meglio proprio dal Liberalismo.

B2. DIRITTI INDIVIDUALI. Da liberali siamo ovviamente per la tutela dei diritti, tutti e di tutti (ripeto, non di pochissimi, ché questo si chiama privilegio), compresi quello di tutti a conoscere (perché i cittadini possano deliberare, cfr Einaudi), quello alla salute, al gusto, e anche alla varietà biologica che, si è dimostrato, giova alla salute, all’ambiente, al gusto e alla conservazione del patrimonio colturale-culturale.

B3. CONCORRENZA E MERCATO. Da liberali siamo ovviamente per la massima concorrenza e la libertà di mercato, secondo poche regole ma precise e tassative.
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B4. DISCUSSIONE. Proprio da quest'ultimo punto possiamo cominciare la discussione, perché sono evidenti strani silenzi e una allarmante, imbarazzata, omertà da parte delle società (pochissime e in combutta tra loro: c'è oligopolio o monopolio!) che stanno dietro una parte della ricerca Ogm, che mi ricorda tristemente l'analoga reticenza sulle centrali nucleari di tanti anni fa. Ormai gli esperti parte in causa degli Ogm neanche smentiscono le voci degli oppositori. Cosicché la gente non sa. Però i ricercatori Ogm, legati ai produttori, tendono a generiche e apodittiche rassicurazioni. Senza prove né particolari.
      Strano atteggiamento questo "tutto bene" e "lasciate manovrare il manovratore" che ne sa più di voi, senza troppe spiegazioni.
      Abbiamo visto che gli Ogm non "fanno venire il cancro" o nuove "allergie", come dicevano gli stupidi allarmisti. D’accordo, l’avevamo sempre sostenuto. Perché, si sa, anche tra i no c’erano silenzi, disinformazioni e doppiezze. Infatti, alla stupidità "furba" dei filo-Ogm ad oltranza, che almeno ci guadagnano essendo legati alle industrie del settore, si è contrapposta la stupidità "ottusa", cioè senza guadagni, degli anti-Ogm per partito preso, oltre alla stupidità "furba", cioè con alti guadagni, di quelli che erano anti-Ogm per difendere le cospicue rendite di posizione dell’agricoltura "biologica" italiana, in modo sospetto "la prima in Europa".
      Ora, dopo vari altri studi, c'è anche una lunga indagine scientifica (meta-analisi critica sugli studi pubblicati in 21 anni:1996-2016) della Scuola Superiore Sant'Anna e dell'Università di Pisa sugli effetti di colture di mais o granturco nel Mondo, condotta da ricercatori molto qualificati (Laura Ercoli, docente di Agronomia e Coltivazioni Erbacee all'Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant'Anna, oltre a Elisa Pellegrino, Stefano Bedini e Marco Nuti). E quello che è stato provato è che «non c’è alcuna evidenza di rischio per la salute umana, animale o ambientale dal mais transgenico». Come avevamo sempre intuito, a differenza di altri, visto il prolungato uso in Brasile e Stati Uniti. Oltre a essere più produttivo, il granturco Ogm non ha effetti sugli altri organismi, riduce gli insetti dannosi e ha meno micotossine, come la temibile aflatossina (-28%), e fumonisine (-30,6%). E' possibile leggere lo studio originale completo. Qui di seguito la breve sintesi:
PELLEGRINO E, BEDINI S, NUTI M, ERCOLI L. Impact of genetically engineered maize on agronomic, environmental and toxicological traits: a meta-analysis of 21 years of field data. Scientific Reports 8, Article number: 3113 (2018). doi:10.1038/s41598-018-21284-2
      Despite the extensive cultivation of genetically engineered (GE) maize and considerable number of scientific reports on its agro-environmental impact, the risks and benefits of GE maize are still being debated and concerns about safety remain. This meta-analysis aimed at increasing knowledge on agronomic, environmental and toxicological traits of GE maize by analyzing the peer-reviewed literature (from 1996 to 2016) on yield, grain quality, non-target organisms (NTOs), target organisms (TOs) and soil biomass decomposition. Results provided strong evidence that GE maize performed better than its near isogenic line: grain yield was 5.6 to 24.5% higher with lower concentrations of mycotoxins (−28.8%), fumonisin (−30.6%) and thricotecens (−36.5%). The NTOs analyzed were not affected by GE maize, except for Braconidae, represented by a parasitoid of European corn borer, the target of Lepidoptera active Bt maize. Biogeochemical cycle parameters such as lignin content in stalks and leaves did not vary, whereas biomass decomposition was higher in GE maize. The results support the cultivation of GE maize, mainly due to enhanced grain quality and reduction of human exposure to mycotoxins. Furthermore, the reduction of the parasitoid of the target and the lack of consistent effects on other NTOs are confirmed.
MA, POI, CE N'E' DAVVERO BISOGNO IN ITALIA (EUROPA) DI OGM? E NON DANNEGGERANNO LE SPECIE E VARIETA' ANTICHE E TRADIZIONALI?  Questa è, deve essere, la domanda vera, e più allarmante per un liberale. Alla fin fine, assodato che non sono tossici, "perché" questi Ogm? Sono davvero utili? Ci servono, come Italiani o Europei? E, se sono utili, sono utili a noi tutti o ad un’infima minoranza di monopolisti?
      Si parla di utilità per i Paesi sottosviluppati. La cosa è sensata, per le minori perdite da parassiti viste le condizioni climatiche e igieniche, e la trasandatezza nell'immagazzinamento (aflatossine ecc.)..
      E le spese? Perché non se ne parla? I semi Ogm non danno piante fertili, cioè in grado di produrre a loro volta semi che si possono riutilizzare in agricoltura, come si è sempre fatto. Perciò i semi andrebbero riacquistati ogni anno presso le medesime aziende oligopoliste. Così, solo pochissime società avrebbero la proprietà dei semi di tutto il mondo. E anche diritto su nome e copyright. Un mercato facile e senza concorrenti per miliardi di euro. Una cosa mai vista nella Storia: pane Monsanto, spaghetti Monsanto. Tutto uguale, dappertutto nel mondo. Una semplificazione terribile.
      Inutile dire che le spese aumenterebbero molto per i contadini meno ricchi che finora hanno ripiantato gratis i propri stessi semi... I loro prodotti agricoli, spesso di qualità, tradizionali o di nicchia (p.es un certo farro), potrebbero aumentare di prezzo enormemente e quindi farli uscire dal mercato. In compenso, profitti di monopolio per 2-3 società nel Mondo.
      Con questo sistema a poco a poco sparirebbero molte colture tradizionali. Non per l'invadenza biologica delle sementi Ogm, ma per la loro... invadenza economica, visto che si creerebbe un ambiente sfavorevole alle varietà antiche e tradizionali, a cui gli Italiani tengono molto.
      Inoltre, per le piante erbacee (p.es. cereali, legumi ecc.) la inevitabile contiguità con analoghe piante Ogm potrebbe porre problemi di coltivazione, rischi tossicologici (dovuti ai pesticidi usati nell'Ogm) e squilibri ambientali di ogni tipo (aria, acque, lombrichi e insetti vanno dappertutto), a cominciare dagli effetti che gli Ogm possono avere sui parassiti. Immaginiamo anche un meleto di antiche e pregiate limoncelle, finora prospero per l'equilibrio instauratosi tra i vari soggetti dell'ecosistema, affiancato o accerchiato da un grande campo di mais Ogm trattato in modo pesante.
      Ma, ripeto, il problema grave sarebbe quello economico. Si comincia finalmente a capire la speculazione che c'è dietro, insomma l'asservimento che si sta tentando ai danni dell'agricoltura mondiale?
      E mai è stato provato che gli Ogm sono utili ai Paesi sviluppati o con agricoltura e alimenti di qualità come l'Italia. Noi venendo dalla grande civiltà Etrusco-Romana, faro della Civiltà agro-alimentare (basta dire che i broccoli furono inventati da loro) conserviamo migliaia di specie antiche rare che sparirebbero con l'omologazioone Ogm. Si vedano al riguardo i timori espressi in un precedente articolo su Ecologia Liberale.
      D'altra parte noi "ricchi" occidentali non soffriamo la fame e le carestie. Ma siamo forti di un ricco patrimonio storico-agronomico. Sarebbe una perdita secca colturale e culturale. Già adesso in Italia si vendono ovunque solo 3 o 4 varietà di mele, contro le 30-40 dell'antica Roma. E il prof Perrino del CNR dice che gli Ogm non elimineranno affatto i pesticidi. Forse andrebbero bene solo per ridurre le aflatossine nel mais.
      Vale la pena tutto questo rivolgimento? Si guardi al commento che Ecologia Liberale ha scritto alla proposta dei cattedratici filo-Ogm.
      Io sarei tutt'al più - allo scopo di non penalizzare la ricerca - per mercati molto separati, ma... possono coesistere? I pollini volano...
      D'altra parte, obiettano certi ricercatori Ogm, una ricerca senza enormi sbocchi commerciali non potrebbe accontentarsi di impieghi limitati. Ma chi ha detto che tutto ciò che si studia debba poi pretendere di invadere subito il Mondo tramutandosi nella più invasiva e irreversibile operazione economica della Storia? La libertà della Scienza è una cosa, la licenza di monopolio un'altra.
      Insomma, il sospetto atroce che gli Ogm non facciano venire il tumore ai bambini, ma siano come le nuove autostrade nel Sud dove c'è poca domanda cioè poco traffico, e come i Grandi Lavori, le cattedrali industriali nel deserto, utili solo a pochi cittadini (costruttori e politici corrotti loro manutengoli), comincia a prendere sempre più corpo.
      Liberali, sì, certo, ma non fessi. Amanti della Scienza libera, certo, ma non delle truffe. D'altra parte non tutta la ricerca deve essere messa per forza e subito in pratica. Quindi affiliamo le armi, pronti ai sì o al no, o ad entrambi non appena ne sapremo di più. Ma ormai colpi di scena sono improbabili. Se ne sa così poco che conviene sospettare. Quando produttori e ricercatori non parlano è bruttissimo segno.
      Nella reticenza attuale siamo, dunque, per ora, per un sospettoso no. A meno che non vengano fuori, subito, dati rassicuranti e dettagliati. E non ci basta certo la prospettiva di "costi minori". Costi minori per chi? Per l'ultimo contadino o per lo speculatore industriale che non ha mai visto una pianta di fagiolo? Il povero Einaudi si rivolta nella tomba. E gli alimenti già costano pochissimo. All'ultimo piccolo produttore vengono pagati pochi centesimi. Che razza di "risparmi" intendono fare ancora i grandi produttori? Il Liberalismo non vuol dire dare soldi ai monopolisti spacciando la speculazione come "libertà della scienza". La Scienza non c'entra nulla: le conoscenze della modificazione genetica avanzata sono note da tempo.
      Finora i favorevoli hanno detto che gli Ogm sono indispensabili e sicuri, i contrari hanno detto che sono dannosissimi. Ma se, invece, gli Ogm fossero semplicemente del tutto inutili, almeno nei Paesi Occidentali, soprattutto in Italia? E se la loro dannosità derivasse proprio dalla loro inutilità?

E ORA?  Nel frattempo, mentre giuristi e giudici, giustamente, confermano la liceità teorica delle coltivazioni Ogm, a meno che non ne sia dimostrata scientificamente la dannosità (che infatti non è dimostrata), noi ambientalisti e naturisti d'Europa (anche i salutisti liberali) continuiamo a essere contrari. Ognuno con le proprie motivazioni (quelle degli ecologisti liberali vertono più che altro sull'opportunità, diciamo inesistente, nulla) delle coltivazioni Ogm in Paesi ad agricoltura ricca e terreni fertili come quelli europei.
      In Italia i Coltivatori Diretti fanno notare che non solo i piccoli agricoltori ma la stragrande maggioranza dei cittadini in Italia e in Europa restano molto diffidenti di fronte alla prospettiva di avere nel piatto cibi geneticamente modificati. Un’indagine Coldiretti/Ixè ha provato che 7 italiani su 10 (69%) considerano gli alimenti Ogm meno salutari di quelli tradizionali, e l’81% non mangerebbe mai carne e latte provenienti da animali modificati geneticamente. D’altra parte riporta Coldiretti – quasi nessuno più semina Ogm in Europa: sono rimasti solo Spagna e Portogallo. Nel Vecchio Continente in un solo anno si registra un ulteriore calo del 4,3% della superficie agricola coltivata a Ogm, secondo dati della stessa Fondazione francese Inf’Ogm. Rispetto ai 136.338 ettari del 2016, nel 2017 gli ettari a Ogm sono diminuiti a 130.571. Ora anche Repubblica Ceca e Slovacchia hanno abbandonato la coltivazione transgenica, raggiungendo i tanti altri Paesi europei che si sono dichiarati “Ogm free”.
      Insomma, si tratta di libere scelte dei cittadini acquirenti e dei cittadini produttori. Se manca la domanda, l’offerta si adegua e non produce più l’ortaggio, il cereale, il frutto o il seme Ogm. Gli Stati in quanto tali non possono intervenire con proibizioni: ci mancherebbe altro, siamo in regime di libertà. Anche perché, venendo in soccorso dei tribunali nazionali, nella UE la Corte Europea di Giustizia ha di recente emesso una sentenza secondo la quale, a meno di «evidenze significative» su seri rischi alla salute dell’uomo, degli animali e dell’ambiente, gli Stati membri non possono proibire l’uso di semi e colture Ogm.
      Sono i cittadini europei che laicamente, senza isterismi medievali, in modo liberale, stanno facendo notare con buonsenso che l’ideologia del mercato e della sperimentazione scientifica vanno benissimo; anzi che siano estesi a tutti i campi dell’economia e della vita quotidiana (il che non avviene…). Ma pretenderli proprio nel campo delicato dell’agricoltura è autolesionistico, cioè stupido.
      Nella pratica il già sperimentatissimo ed elementare (che altro si vuole “sperimentare”?) Ogm non ci serve, perché l'Italia, l'Europa, non sono il Bangladesh, l’Etiopia, il Sudan, l'Asia, l'Africa, dove la gente muore di fame e i terreni sono aridi o desertici. E in particolare l'Ogm sarebbe dannosissimo nella ricca e fertile Italia che ha fatto del buon cibo tradizionale la sua principale industria, e dove già parecchie produzioni agricole sono sovrabbondanti, e dove raccolti e produttori sono sotto-pagati. Siamo un Paese, un continente, caratterizzati da una millenaria Storia di specie e varietà caratteristiche, uniche al Mondo, che sono un comune prezioso patrimonio di sementi, frutti, legumi e cereali da gustare con piacere e conservare per le future generazioni. Altro che monopòli delle sementi! Contro i monopoli siamo due volte: come liberali e come ambientalisti.

(V. anche i precedenti articoli sugli Ogm grazie al motore di ricerca di questo blog: finestrina in alto a sn).

IMMAGINE. Un pomodoro cubico, facile da immagazzinare. Della serie fantascientifica, ai tempi in cui gli allarmisti anti-Ogm puntavano sul terrore di massaie, maestre elementari, bambini e salutisti, parlando di cancro e mescolando fragole e zampette di coleotteri, frumento e zanne di elefante. Per loro colpa ora si passano sotto silenzio i pericoli veri degli Ogm.

AGGIORNATO IL 17 FEBBRAIO 2018

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09 dicembre 2009

 

Meno biodiversità, e le malattie vecchie e nuove si globalizzano come epidemie

Casi di malattia di Lyme, trasmessa dalle zecche (1983-1985): quasi tutti (976) nel Triveneto.
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Rischiamo di ammalarci della malattia di Lyme, e non solo, per colpa della nostra trasandatezza ecologica. La Nemesi che ci tocca per avere per troppo tempo maltrattato la Terra? Ma sì, in fondo le zecche ci mordono e succhiano il sangue, trasmettendoci i batteri terribili, "per conto dell'ecosistema".
Uno studio collega l'emergenza di nuove malattie e la diffusione globale di malattie un tempo locali ai cambiamenti nella biodiversità e al declino e all'estinzione delle specie. Lo riporta l'ultimo numero della newsletter Scienze online. La distruzione e la perdita di biodiversità, trainata dal rimpiazzamento delle specie locali con specie esotiche, dalla deforestazione, dalla globalizzazione dei trasporti e da altri cambiamenti ambientali può aumentare l'incidenza e la diffusione delle malattie infettive fra gli uomini. E' questa la conclusione a cui è giunto uno studio condotto da ricercatori dell'Università del Vermont e della Environmental Protection Agency pubblicato sulla rivista "BioScience" (Biodiversity Loss Affects Global Disease Ecology). "Una quantità di nuove malattie sta emergendo e quelle che un tempo erano locali stanno diventando globali. Malattie come il West Nile Virus si sono diffuse in tutto il mondo molto rapidamente"; osserva Joe Roman, uno degli autori. Questa non è la prima volta che l'uomo deve fronteggiare una raffica di nuove malattie. Già il passaggio dalla caccia all'agricoltura, la domesticazione e la creazione di insediamenti stabili portarono a una prima "transizione epidemiologica". Una successiva fu dettata dalla Rivoluzione industriale, con un declino delle malattie infettive e l'aumento di tumori e allergie. Ora, dicono gli autori, siamo di fronte ancora una volta a una fase di questo tipo. "Questo è il primo lavoro che collega l'attuale transizione epidemiologica ai cambiamenti nella biodiversità e al declino e all'estinzione delle specie", osserva Montira Pongsiri, dell'EPA. "Molte persone hanno lavorato su questo argomento in relazione a singole malattie - dal West Nile virus alla malaria, dalla schistosomiasi agli hantavirus - ma nessuno ha raccolto tutti questi studi e li ha messi a confronto. Noi abbiamo analizzato tutti questi studi e mostrato che l'emergere o il riemergere di molte malattie è legato alla perdita di biodiversità. Guardando da un punto di vista più ampio a questo problema possiamo dire che non si tratta affatto di casi specifici. Sta accadendo qualcosa a scala globale", ha detto la Pongsiri. "Non stiamo dicendo che la perdita di biodiversità sia il fattore primario di tutte queste malattie emergenti, ma è evidente che ha un ruolo importante", ha detto Roman. "Prendiamo il caso della malattia di Lyme, trasmessa da zecche infettate dal batterio Borrelia burgdorferi", spiega la Pongsiri. "La zecca riceve il batterio solitamente succhiando il sangue di piccoli animali, negli Stati Uniti soprattutto da un piccolo roditore, il peromisco dai piedi bianchi. Storicamente la malattia era rara molto probabilmente perché c'era una vasta gamma di mammiferi differenti. La zecca si alimentava di molte di esse, ma dato che molte sono un ospite poco adatto al batterio solo poche zecche la trasmettevano all'uomo. La frammentazione e riduzione delle foreste e dei boschi ha portato a un drastico declino del numero di mammiferi e al prosperare del peromisco. Così, quanto più si diffonde il peromisco nei boschi, tanto maggiore è la probabilità che la zecca sia infetta e quindi di essere morsi proprio da una zecca infetta".

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06 dicembre 2009

 

Riscaldamento globale. Hacker dà ragione ai negazionisti contro i catastrofisti

Il grafico (cliccarvi sopra per ingrandirlo) pubblicato su World Climate Report mostra la tendenza sostanzialmente orizzontale delle temperature negli Stati Uniti dal 1895 al 2009. In basso, il contestato grafico IPCC delle temperature ricostruite dell’ultimo millennio.

COME RISCALDARE UN MONDO CHE FORSE SI STA RAFFREDDANDO
Gianfranco Bangone, Il Riformista, 25 novembre 2009


Fuga di notizie. Finiscono in rete migliaia di mail trafugate da un server dell'Università dell'East Anglia. A leggerle sembrerebbe che i dati sul global warming siano stati “addomesticati” o quantomeno che siano stati ignorati («dieci anni con temperature relativamente stabili») quelli che non lo confermavano. Un migliaio di mail vengono trafugate da un server dell'Università della East Anglia e finiscono in rete. È la corrispondenza fra alcuni ricercatori che hanno contribuito a provare l'aumento delle temperature degli ultimi decenni e il loro lavoro è alla base dei Rapporti dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i mutamenti climatici.
Nelle mail rese pubbliche c'è di tutto: espedienti per aggiustare i dati che confermino il riscaldamento, proposte per minare la credibilità dei propri avversari e occultare i dati più scomodi.

Il grafico che vedete in questa pagina (v. sotto, cliccarvi sopra per ingrandirlo) è forse il più famoso di tutti i tempi e si è meritato il nome di “hockey stick” (o mazza da hockey). Rappresenta i valori di temperatura dell’ultimo millennio ed è la prova più citata a sostegno della tesi sul contributo delle attività antropiche al riscaldamento globale. La ricostruzione è stata pubblicata nel 1998 e gli autori sono tre climatologi: Michael Mann, Raymond Bradley e Malcom Hughes. Il grafico assume un significato politico assoluto nel 2001 quando diventa l’architrave del terzo Rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i mutamenti climatici (Ipcc), oltre a figurare in centinaia di documenti istituzionali e politici che sostengono la necessità di tagliare drasticamente le emissioni di gas serra.

Va precisato che l’andamento delle temperature indicate nel grafico è una ricostruzione che utilizza varie fonti di dati: misuriamo le temperature a partiredal 1850, per cui per ricostruire quelle precedenti si è dovuto ricorrere ai cosiddetti proxy, ovvero a temperature ricavate dagli anelli degli alberi o a microrganismi contenuti nei sedimenti lacustri e marini.

Ma al di là dei tecnicismi, resta il fatto che la ricostruzione di Mann e colleghi dimostra un andamento pressoché piatto delle temperature fra l’anno 1000 e gli inizi del secolo scorso, dopo di che sale inesorabilmente con una curva molto ripida. È quindi un segno evidente che le attività umane sono responsabili, attraverso le emissioni di gas di serra, di questo precipitoso aumento. Da un punto di vista strettamente politico è la pezza d’appoggio scientifica che giustifica il Protocollo di Kyoto e qualsiasi altro programma di mitigazione seguirà.

La controversia sulla solidità di questa ricostruzione inizia nel 2003 quando un consulente minerario canadese, Stephen McIntyre, la sfida apertamente sostenendo che è viziata da artefatti dovuti a calcoli sbagliati e a dati inaffidabili. Negli anni che seguono si scatenerà un intenso dibattito con decine di lavori pubblicati pro o contro, contesa destinata a restare nell’ambito degli addetti ai lavori. Si occuperanno del caso molte istituzioni accademiche fra cui il National Research Council e la National Academy of Sciences statunitense, oltre a un sottocomitato del Senato americano ed associazioni disciplinari. Il gruppo originario del 1998 nel frattempo recluta altri ricercatori, viene ribattezzato “The Team” e diventa l’anima “tecnica” del gruppo di esperti dell’Ipcc che realizza la parte scientifica del rapporto redatto ogni quattro anni dall’agenzia dell’Onu. Insomma parliamo di climatologi sulla cresta dell’onda che pubblicano su riviste a grande fattore di impatto e hanno un peso notevolissimo anche nell’influenzare le politiche nazionali sulla mitigazione del clima.

Ora però la credibilità di questo gruppo è duramente messa alla prova dalla pubblicazione di un migliaio di mail, che un hacker avrebbe trafugato dal server dell’Università della East Anglia in Gran Bretagna. Anche se l’ipotesi più probabile è che sia stato un ricercatore del gruppo, e non un hacker, a trafugare la documentazione. Il materiale “piratato” è stato appoggiato su un server russo dove generalmente il popolo della rete si collega per scaricare gratuitamente programmi craccati.

Più di mille mail sono oggi disponibili e alcune lasciano sospettare una vera e propria cospirazione per minare la credibilità delle riviste che hanno pubblicato i lavori degli avversari. In un primo momento queste mail sono state definite apocrife, ma siccome potevano diventare un boomerang molti ricercatori chiamati in causa hanno preferito ammettere che sono vere.
È noto da diversi anni, ad esempio, che la temperatura in questo momento non è in crescita, così un ricercatore scrive in una mail: «Sì, non è molto più alta del 1998 e tutto questo mi preoccupa… c’è la possibilità di avere davanti un periodo lungo una decina d’anni con temperature relativamente stabili… forse posso tagliare gli ultimi punti sulla curva prima del mio intervento».

Nel 2008 il solito McIntyre inoltra una domanda utilizzando il Freedom Information Act, un provvedimento che garantisce il libero accesso a dati governativi o istituzionali se non attengono alla sicurezza nazionale. La notizia si sparge e immediatamente dopo c’è un fitto scambio di missive in cui si chiede di cancellare la corrispondenza sull’argomento.
Ma questo è il meno, le mail più preoccupanti - e sono decine - sono quelle che indicano i modi per aggiustare i dati che non convergono con l’interpretazione del Team.

Questa patata bollente arriva in una fase abbastanza delicata: da una parte manca poco al meeting di Copenaghen dove si discuterà di un Kyoto II che ha già un bel po’ di guai, dall’altra diversi gruppi scientifici stanno lavorando al prossimo rapporto dell’Ipcc dove non si potranno truccare le carte come in passato.
Un altro nodo sarà il comportamento delle riviste scientifiche che hanno pubblicato i lavori “addomesticati” e che ora riceveranno non poche contestazioni.
Lo scandalo è certamente di enorme portata perché solleva molti dubbi sull’onesta scientifica del gruppo più influente del settore, ma siccome questi ricercatori hanno lavorato con finanziamenti pubblici c’è anche il rischio che si apra una inchiesta federale.
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Scienziati "negazionisti" contro "catastrofisti"
«SUL CLIMA DATI FALSIFICATIi»
HACKER SCOPRE I TRUCCHI DEGLI SCIENZIATI
Paolo Valentino, Corriere della Sera, 22 novembre 2009

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Gli scet­tici sul riscaldamento del cli­ma sono in piena euforia. Convinti di aver colto con le mani nella marmellata i profe­ti di sciagure e gli sciamani del global warming. In pieno negoziato per non far fallire il vertice di dicembre a Copenaghen, lo scandalo dei da­ti ritoccati rivelato ieri dal New York Times fa riesplode­re la disputa pubblica sui dan­ni veri o presunti causati dai gas serra alla sostenibilità cli­matica del pianeta. Gridano alla truffa i negazionisti, ri­spondono con uguale vee­menza i teorici della responsa­bilità umana, invocando l’enorme quantità di dati a so­stegno delle lo­ro tesi. Qualche dub­bio sulla qualità della ricerca ri­mane. Soprat­tutto ora, che centinaia di e-mail, rubate da pirati telema­tici dai compu­ter della Univer­sity of East An­glia, in Gran Bretagna, rivela­no che autorevo­li ricercatori e scienziati inglesi e americani hanno spesso «forzato» e in qualche caso alterato i dati in loro possesso, per combatte­re gli argomenti degli scetti­ci, concordando vere e pro­prie strategie di comunicazio­ne per convincere l’opinione pubblica. Non mancano nella corposa corrispondenza riferi­menti derisori e insulti perso­nali a quanti mettono in dub­bio la tesi del global war­ming, che uno degli autori delle mail definisce «idioti». «Questa non è una pistola fumante, è un fungo atomi­co », ha detto al quotidiano newyorkese Patrick Micha­els, un esperto climatico che da tempo accusa il fronte del surriscaldamento di non pro­durre prove certe e dati con­vincenti a sostegno delle tesi catastrofiste.

LA SCOPERTA - La scoperta dell’incursione è avvenuta martedì scorso, dopo che gli hackers erano penetrati nel server di un al­tro sito, un blog gestito dallo scienziato della Nasa Gavin Schmidt, dove hanno comin­ciato a scaricare i file degli scambi di posta elettronica tra questi e gli studiosi di East Anglia. Due giorni dopo, le prime mail hanno comin­ciato ad essere pubblicate su The Air Vent, un sito dedicato agli argomenti degli scettici. La polizia ha aperto un’indagi­ne, anche se i primi dubbi sul­l’autenticità della posta sono stati sciolti dagli stessi scien­ziati anglo-americani, che hanno confermato di essere gli autori. «Il fatto è che in questo mo­mento non possiamo dare una spiegazione alla mancan­za di riscaldamento ed è una finzione che non possiamo permetterci», scriveva poco più di un mese fa Kevin Tren­berth, del National Center for Atmospheric Research di Boulder, in Colorado, in una discussione sulle recenti va­riazioni atipiche della tempe­ratura. Ancora, nel 1999, Phil Jones, ricercatore della Clima­te Unit a East Anglia, ammet­teva in un messaggio al colle­ga Michael Mann, della Penn­sylvania State University, di aver usato un «trick», un ac­corgimento per «nascondere il declino» registrato in alcu­ne serie di temperature dal 1981 in poi.

GIUSTIFICAZIONI - Mann ha cercato di sminuire il significato del termine trick, spiegando che è parola spesso usata dagli scienziati per riferirsi a «un buon modo di risolvere un de­terminato problema» e non indica una manipolazione. Nel caso specifico, erano in discussione due serie di dati, una che mostrava gli effetti delle variazioni di temperatu­ra sui cerchi dei tronchi degli alberi, l’altra che considerava l’andamento delle temperatu­re atmosferiche negli ultimi 100 anni. Nel caso dei cerchi degli alberi, l’aumento della temperatura non è più dimo­strato dal 1960 in poi, mentre i termometri hanno continua­to a farlo fino a oggi. Mann ha ammesso che i dati degli alberi non sono stati più im­piegati per individuare la va­riazioni, ma che «questo non è mai stato un segreto». Secondo Trenberth, le e-mail in realtà mostrano «l’integrità sostanziale della nostra ricerca». Ma per Patri­ck Michaels, lo scandalo rive­la l’atteggiamento fondamen­talista dei teorici del global warming, «pronti a violare le regole, pur di screditare e danneggiare seriamente la re­putazione di chi vuole solo un onesto dibattito scientifi­co ».

Una "bomba" riportata da molti giornali in tutto il mondo ma nelle pagine interne, cosicché il largo pubblico l'ha persa. Sul blog di giovani economisti italiani negli Usa sono riportati alcuni grafici. Ed ecco i siti Climate Monitor, BBC News e Il Foglio, e i blog degli scienziati "scettici" Watts e Beauregard. Per un quadro complessivo di un problema così dibattuto si veda anche la voce di Wikipedia.

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